19 Dal diario di antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Con gioia veniamo a te
Un caro saluto a tutti, cari amici, anche se non so quando questo vi arriverà..
Da un po’ di tempo il computer di bordo, l’anima di questa emittente, si è ammalato e i tecnici chiamati al suo capezzale, si stanno adoperando con ogni mezzo perché torni a trasmettere con regolarità.
Speriamo che questo accada al più presto, pregando il Signore che non ci privi di una voce cattolica che tiene viva la nostra speranza.
Noi siamo convinti però che Lui non ha bisogno di tecnologie sofisticate per arrivare ai nostri cuori, affidando allo Spirito i tanti messaggi con cui vuole raggiungerli e catturarli.
Questo tempo sia per noi tempo di riflessione e di attesa, per ciò che il Signore vorrà donarci di bello e di buono, dopo tanta tribolazione.
Alla nostra madre celeste affidiamo il lavoro anonimo di quelli che operano dietro le quinte, instancabilmente per tutti noi.
Sono poi quelli a cui nessuno si sogna di pensare e di dire grazie, quelli che lavorano nell’ombra e che non passano alla storia.
Quando entriamo in una casa ci colpiscono gli arredi, le porte, le maniglie, le luci, tutto ciò che è alla nostra portata, che cade sotto i nostri occhi.
Ammiriamo le splendide mattonelle della sala o del bagno scelte con gusto ma non ci sfiora l’idea che si mantengono grazie ad una miscela di calcestruzzo che sostiene loro e tutta la casa.
Così procediamo, magari ringraziando e onorando chi ci mette solo la faccia, e ci dimentichiamo dell’ingegnere che ha reso possibile con i suoi calcoli la costruzione.
Se trasportiamo questo esempio nella nostra vita ci accorgiamo di quanto siamo miopi, quanto ingrati verso l’ingegnere sommo, il creatore e Signore di tutte le cose.
Solo quando ciò che diamo per scontato si rompe e non ci dà ciò che siamo abituati a prendere, forse è giunto il momento che pensiamo a quante cose abbiamo senza nostro merito e quante cose vanno avanti apparentemente da sole.
E’ quello che succede un po’ a tutti: ci accorgiamo di aver goduto di un bene solo quando lo abbiamo perduto.
Troppe cose diamo per scontate, come dovute che ci toccano e basta e guai ad ipotizzare l’idea che potrebbe qualche cosa incepparsi di tutto ciò che serve alla nostra vita personale e di relazione.
Quando ero giovane questi pensieri erano lontani dalla mia mente, convinta in cuor mio che la malattia, la vecchiaia e tutto ciò che finisce riguardava gli altri e non me.
Ma la mia storia non è molto dissimile da quella di tanti altri uomini che s’interrogano, se s’interrogano, solo dopo che il meccanismo si è inceppato.
Arrendersi a Dio, dandogli ciò che gli spetta di diritto, è la strada perché splendidi mosaici o più normali pavimenti si lascino ammirare o calpestare grazie a Chi o cosa dà loro stabilità.
Ma la parola grazie è caduta in disuso perché implica una dipendenza che abbiamo difficoltà ad accettare.
Quando, nel 1994, dai clinici illustri consultati, non ebbi le risposte che attendevo, riguardo alla possibilità di tornare a camminare, anzi, quelle stesse aumentarono, se ce n’era bisogno, la confusione, mi trovai a valutare a malincuore l’ipotesi di acquistare una sedia a rotelle.
Non potevo camminare? Ne avrei comprato una e mi sarei presa di prepotenza ciò che la vita si ostinava a negarmi. Avrei potuto viaggiare, visitare città chiuse al traffico, senza dover sempre accontentarmi di vederle in cartolina, reprimendo la rabbia.
Difficile fu convincere gli altri, perché nessuno voleva accettare l’idea che io fossi ridotta così.
Ma alla fine ci riuscii, perché il mio discorso non faceva una grinza.
Ero stufa di vedere il mondo dal finestrino dell’auto. Volevo fermarmi per guardare i fiori e sentirne il profumo.
Ciò che contava era la qualità della mia vita, non la pena dipinta sul volto degli altri, qualora avessi raggiunto lo scopo.
Per troppo tempo avevo mostrato il volto sorridente e disteso, anche quando mi sentivo svenire dal dolore. Faceva comodo a tutti che continuassi a fingere.
Nel negozio di articoli sanitari, quando mi chiesero come la preferivo, mi venne da vomitare e fuggii via.
Prima di convincere gli altri dovevo convincere me stessa.

24 aprile 2003
Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare per non dipendere da quell’handicap angoscioso che m’impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del negozio dove mi ero recata mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali, ipermercati o solo asfalto e smog per metterti in fila.
Passeggiate…ferma, immobile dentro la macchina che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case e gli alberi e i prati e il cielo, che correva anche lui sopra le nostre teste, diventando un peso insostenibile di lunghi estenuanti silenzi o di parole che taglienti fendevano l’aria.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, e cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

Una vita a pensare che si potesse camminare da soli, una vita a cercare i rimedi perché questo fosse possibile, una vita a macerarmi per ciò che non riuscivo più a fare!
Tutta tesa a raggiungere la meta dei miei sempre più ingannevoli sogni, non vedevo, non sentivo, non toccavo….
Dieci anni, tanto quanto durò la Panda rossa che non mi riuscì di guidare, se non alla fine, da un adesivo attaccato dietro al lunotto, un pulcino spaurito avvertiva: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io…”
Mi ero affezionata a quella carta di identità che faceva il paio con l’uomo solo, attaccato sopra il letto, prima che fosse soppiantato da un crocifisso.
Poi una Micra più maneggevole e sicura sostituì la vecchia Panda che a stento trascinava i suoi anni, dopo che per ben due volte, innocente, le erano piombati addosso.
Le macchine si possono rottamare, mi sorpresi a pensare allora, quando accadde ciò che sembrò l’inizio della catastrofe, le persone no..
Ai vetri avrei voluto attaccare la rabbia, l’impotenza per quell’ennesimo colpo infertomi dal destino crudele, ma anche la voglia di infrangere le barriere di un handicap che non mi riusciva di accettare. Tutte cose che non si vedono ma che mi portavo appresso come pietre, macigni poderosi a chiudere il buio di un sepolcro dove ero stata seppellita viva..

Mi ero però sempre consolata del fatto che riuscivo a trovare il parcheggio nei luoghi più impensati e difficili, sempre vicino a dove dovevo recarmi.
Un giorno, non molto lontano, davanti alla chiesa, dove miracolosamente continuavo a trovare il posto, anche nei giorni di mercato, mi folgorò l’idea che non era un caso che ciò accadesse da tanti anni.
Fino a quel momento avevo pensato che il merito fosse tutto mio e mai mi aveva sfiorato l’idea che c’era Qualcuno che si prendeva cura di me con tanta sollecitudine e tanto amore, provvedendo a ciò di cui avevo bisogno.
L’intervento allo stomaco a cui di lì a poco avrei dovuto sottopormi cessò di farmi paura.
Se Dio si era scomodato per tanti anni a farmi trovare il posto libero perché non mi stancassi, come potevo dubitare che mi avrebbe abbandonato in una prova così tanto importante?
Da quel momento ho imparato a riconoscere le sue carezze, la sua premura, il suo non dimenticarsi mai di me in quel posto che sempre mi fa trovare libero, quando ne ho effettivo bisogno, ma soprattutto ho imparato a ringraziarlo per ciò che per anni davo per scontato.

Ma non è finita qui perché Dio aveva in serbo per me altre sorprese.
Quando, a giugno di due anni fa, chiusero al traffico, per via dello smog tutte le strade di Pescara e del circondario permettendo solo agli autobus e ai taxi di circolare, me la presi non poco, perché c’era un convegno di preghiera a Montesilvano a cui tenevo moltissimo.
Io, non potendo andare a piedi, né prendere l’autobus, sarei stata costretta a rimanere a casa e questo non mi piaceva per niente.
Ma poi pensai agli handicappati che avrebbero potuto girare dovunque e le loro macchine sarebbero state prese d’assalto.
Mi consolai pensando a loro che, almeno per una giornata, non sarebbero stati soli e fui felice di offrire la mia rinuncia per tutti quelli che hanno problemi più gravi dei miei.
La telefonata di Remo, grande invalido, amico e fratello di fede che mi invitava ad andare con lui al ritiro, mi riempì il cuore di gioia e il tragitto che facemmo insieme fu l’occasione per saperne di più su come ottenere il contrassegno dell’handicap.
Non era necessario avere il 100% d’invalidità, come mi avevano detto, bastava portare la documentazione che certificasse la difficoltà a deambulare.
In due giorni quel pulcino che si era perso fu rimpiazzato da una sedia a rotelle stampata su un foglio.
Ogni volta che la vedo mi dico che ognuno dovrebbe avere quel distintivo, perché è l’unico che ci fa pensare che non siamo autosufficienti e che ci dobbiamo far guidare, portare da Dio.
A guardarlo oggi non mi vergogno, anzi mi riempie il cuore di tenerezza quella sedia su cui ho fatto tanta fatica a salire.
Quando scendo dalla macchina a ricordarmi che Dio è stato generoso con me, ho un bastone leggerissimo, da cui spunta una sedia all’occorrenza., per fermarmi a parlare con qualcuno o semplicemente per aspettare il mio turno lì dove non esistono sedie.
Lo trovai per caso, si fa per dire, dopo due giorni massacranti ad aspettare, seduta per terra, alle sette di mattina di salire con l’ascensore al sesto piano dell’ospedale dove era ricoverato mio padre.
Quel bastone è diventata la mia sedia a rotelle, perché a scomodarsi per spingerla non c’è nessuno che non sia Lui ogni volta che mi sposto, dandomi la forza di procedere e la gioia di non essere mai sola.
Con il mio bastone sedia ogni incontro non è mai fugace, né casuale, ogni parola è spesa per glorificare chi mi ha dato e continua a dare l’appoggio.
Canto:Sei il mio rifugio
Le pagine che andrò a leggervi sono i primi passi che mi hanno portato a ringraziare il Signore per l’aiuto che ogni giorno mi dà.
Da "Il gioco dell’oca" 
1994
Con più rassegnazione e meno caparbietà presi quello che la vita mi offriva, non rinunciando peraltro al desiderio di migliorare la mia condizione di salute.
Un fastidioso dolore alla caviglia destra, all’inizio attribuita ad una storta, rendeva ancora più problematico lo stare in piedi.
Il laser, che avevo fatto per tutto il mese di agosto, non era valso a nulla, come anche l’immobilizzazione.
Così l’ortopedico, che le aveva provate tutte, mi consigliò la "ginnastica propiocettiva".
Inutile dire che non feci in tempo a cominciare che già fui costretta a smettere per il dolore lancinante che si scatenava ogni volta che provavo a mettermi in equilibrio su quelle tavole mobili.
Due anni prima lo stesso medico aveva provato a guarirmi con il "massaggio connettivo", da cui uscii pesta e contusa. Mi sono sempre rifiutata, però, di fare le iniezioni di alcool che si ostinava a consigliarmi per alleviare il dolore.
Nel frattempo non avevo smesso di darmi da fare per trovare chi rinforzasse i miei muscoli con adeguati massaggi.
L’estate era finita e la ricerca sarebbe stata più facile. A settembre inoltrato trovai un ragazzo disposto a provarci.
Capii subito che non faceva al mio caso; ma insistetti per più di un mese, sia perché sono solita andare in fondo alle cose che faccio, sia perché non avevo alternative.
Massaggi shatsu, agopuntura, ginnastica dolce e tanta buona volontà non migliorarono più di tanto la situazione.
Provai allora con il collega con cui divideva lo studio. Era un osteopata.
Mi affascinava conoscere un’altra via alternativa alla medicina ufficiale a cui avevo smesso di credere.
Il suo aspetto, le sue parole gentili mi conquistarono, ma ancor più fui colpita da quello che disse alla fine del test cui mi sottopose: i miei problemi nascevano da una postura scorretta e, a forza di compensi, mi ero intrecciata come un filo del telefono.
Per la prima volta qualcuno sembrava prendermi sul serio.
Non mi sembrò vero che ci fosse una spiegazione unica a tutti i miei disturbi.
Per verificare se l’occlusione dei denti influiva in qualche modo sulla postura, mi mandò da due dentisti diversi. Nessuno dei due dette la risposta che attendeva.
Andai da lui per un lungo periodo, traendone limitati benefici.
Ormai da tempo avevo dimenticato cosa significava non aver dolore e mi accontentavo anche solo del fatto che potessi sopportarlo.
Quando non ce la facevo più, andavo dal mio amico agopuntore, che serviva a ricaricarmi, più che a diminuire le contratture, che continuavano a ripresentarsi nei posti più impensati del corpo.
La scuola era intanto ricominciata ed io quasi per sfida mi ci buttai anima e corpo, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo, chiedendomi ogni mattina se ce l’avrei fatta ad arrivare alla macchina, meravigliandomi che poi non era così tragico salire le scale e sedermi su una sedia che non fosse la mia.
Un giorno, uno dei tanti, mi vide camminare, particolarmente curva e sofferente, la madre di un alunno, con la quale avevo allacciato un rapporto di simpatia e di reciproca stima. Non sapevo fosse medico, né che dirigeva un centro di riabilitazione.
Mi invitò a provare nell’istituto che dirigeva, avvalendomi delle terapie gratuite di cui godevo per l’invalidità, che mi era stata riconosciuta qualche anno prima.
Mi lasciai tentare, anche se mi ero ripromessa di non usufruire mai più di tali agevolazioni che, quando non fanno danno, fanno perdere tempo.
Non avevo mai trovato, nelle strutture pubbliche, un minimo di competenza e di professionalità. Avevo sempre dovuto pagare per avere l’illusione di essere ascoltata.
Cara mi era costata la fisioterapista che per tre anni, quasi ogni giorno, si era occupata della mia riabilitazione, dopo l’intervento di ernia cervicale.
Accettai la proposta garbata, sicura che non mi avrebbero fatto del male. Mi visitò una neurofisiatra che confermò la diagnosi dell’osteopata. Il problema era posturale.
In quel momento l’unica terapista in grado di affrontare con competenza il problema era in congedo per motivi di famiglia e non sarebbe tornata presto.
Dovevo accontentarmi di un fisioterapista molto in gamba, che si occupava saltuariamente, per pura passione, di casi complessi, visto che nella struttura aveva incarichi direttivi.
S’intendeva di ginnastica posturale e sicuramente mi sarebbe stato d’aiuto.
Il 1994 era finito e il 1995 si apriva con nuove prospettive.
1995
Frequentai regolarmente l’istituto e i miglioramenti, se pur lievi, mi confortavano ad insistere.
Alla ginnastica associai la rieducazione della voce.Mi bastò poco per capire la causa del disturbo e mi detti da fare per eliminarlo completamente.
Con delle infiltrazioni risolsi, nei primi mesi dell’anno, anche il problema della caviglia destra, che mi affliggeva da tempo: "Sindrome sinotarsica" la chiamò l’ennesimo ortopedico consultato, che non si preoccupò di cercarne la causa.
Convivere con l’handicap
La mia vita pian piano stava diventando meno esigente con me e a tratti il dolore sembrava farsi da parte.
La scuola mi avvinse sempre più e sempre più raramente ero costretta a fermarmi.
Per diminuire il disagio, che comunque persisteva, e per agevolare lo svolgimento delle attività più semplici ed elementari per una donna madre e sposa nonché insegnante, mi corredai di una serie di sedie che, per forma, altezza e confort soddisfacevano tutte le esigenze del momento. Le dislocai in ogni ambiente della casa, così da non dover soffrire neanche un minuto nello stare in piedi.
Entrai solo nei negozi dove avevo la possibilità di appoggiarmi ad un sostegno, escludendo supermercati e tutto ciò che vi assomigliava.
A scuola mi furono assegnate aule rigorosamente al piano terra, dalle quali non mi spostavo, se non nel cambio d’ora e alla fine delle lezioni.
Avevo imparato a convivere con il mio handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza perché essi ne traessero beneficio.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ma era vero?
Tanta strada dovevo percorrere ancora perché mi facessi guardare e guarire da Lui.  
    
Canto:Sono il Signor che ti guarisce
8 marzo 2004

foto©https://scintillanti.files.wordpress.com/2006/09/28.jpg









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18 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un’altra settimana è passata, grazie a Dio, non invano.
Se non fosse per il sì che dissi a questo servizio, a luglio, non avrei avuto l’opportunità di cogliere le tante occasioni che mi offre per battere strade nuove, addentrarmi in luoghi sconosciuti ed impervi e vedere il sole, la luce lì dove sembrava che non ci fosse, stupire per la presenza di Dio nella storia mia e di ogni uomo, vedere nel seme che sta marcendo la vita nuova che nasce, il frutto maturo che Dio ci ha preparato, incontrandolo nella quotidianità dei gesti, delle parole, di questo tempo che ci ha donato. .
Quando finii di scrivere il libro, "Il gioco dell’oca", pensavo che ormai avevo tutto sperimentato, tutto fatto per godermi finalmente il premio di tanto dolore.
Non era invece quello che l’inizio di una più sofferta ma entusiasmante avventura, dove, andare con Cristo, significa battere tutte le strade, visitare tutti i paesi, ma specialmente entrare in tutti i cuori piagati, sofferenti afflitti della storia di oggi, di ieri, di sempre.
Quando don Remo, il direttore di questa emittente, mi chiese di collaborare con lui, mi propose di fare lezioni di geografia, una materia che non ho mai amato, ma che ero stata costretta ad insegnare per tanti anni. Non volevo dirgli di no, ma ho sperato che le cose andassero in modo diverso, e così è stato.
Oggi mi chiedo se in quella richiesta non ci fosse un suggerimento da parte di Qualcuno che dirige la storia e che ci porta a fare anche ciò che non ci piace e che non sappiamo fare.
7 febbraio 2004– La luna
Ieri con Giovanni ho visto la luna, l’ho vista con i suoi occhi, ho sobbalzato, guardandola e stupendo per quella meraviglia che si era mostrata all’improvviso ai nostri occhi.
Era piena era tonda, era lucida e bella la luna, ieri sera, quando l’abbiamo scoperta, scostando per caso le tende dalla finestra.
Eravamo intenti a trascinare l’ultima mezz’ora di un pomeriggio, chiusi in casa, io inventando giochi e sorprese, mettendomi a terra, facendo il pagliaccio, battendo le mani, con lui, disegnando semafori e bau bau che sembravano asini e conigli che sembravano oche, facendo torte che non si mangiano, con le mani pasticciate di farina e di acqua e i fornelli accesi per fare la pappa e i pop corn che scoppiano e che fanno pan pan e il tappeto e i giochi e i cuscini e la bimba, il bambolotto, che dorme e ci vuole la coperta e bisogna cambiarla, perché ha fatto la cacca e darle da mangiare e da bere, e il pesciolino che apre e chiude la bocca, e il C.D. che continua a chiedersi: come fa il coccodrillo, buh! chi lo sa? E Giovanni che salta che balla, che piange, che vuole l’acqua e il biscotto e il ciuccio, che vuole premere tutti i bottoni e mettere in moto la lavatrice e aprire tutti i cassetti e giocare con le pignate.
Poi lo sgabello…la stanchezza era tanta…lo sgabello spostato, trascinato a fatica sotto la finestra da lui…e la luna…
A pensarci che c’era la luna, e le stelle, e la notte con le luci lì in alto e quelle che venivano dai palazzi lontani del centro, e i fanali delle macchine che, rade, passavano lungo la strada…
Uno squarcio di cielo, uno squarcio di terra nel buio della sera, attraverso il varco delle tende scostate.
Il tempo mi era scappato a pensare come stupire, interessare un bambino….e gli alberi, e il vento, e le foglie…
Quante cose da vedere, da sentire, quante da raccontare, guardando dalla finestra!
Giovanni è dovuto salire su uno sgabello, per schiacciare il nasino sui vetri e lasciarci l’impronta, e io mi sono dovuta sedere, abbassare, perché fossimo pari e, stretti, facessimo festa alla luna, alle stelle, alle chiome alte degli alberi, alle luci lontane e vicine dei palazzi e delle automobili….
D’improvviso sono scomparsi dalla sua mente i giochi con cui il pomeriggio si era trastullato e le immagini del video che avevano fatto da sfondo al suo desiderio di scoprire e di saperne sempre di più.
Ci siamo abbracciati nel buio e abbiamo passato in rassegna il cielo e poi le cime degli alberi, mosse dal vento leggero, e poi le luci lontane della città, e il bagliore dei fanali che a tratti illuminavano la strada che passa vicino alla casa, e Huc, che non abbaiava, perché era incantato come noi, a guardare la luna…
Non era forse una lezione di geografia?
Se me l’avessero presentata così forse non mi sarebbe sembrata la materia più pesante e ostica da digerire, e da insegnare.
Così il 30 maggio 2001, dopo aver incontrato il Signore, mi trovai ad insegnarla ad una persona che non la conosceva.
DAVANTI AL CIELO STELLATO
Quando ti senti solo, quando ti senti abbandonato, quando ti senti messo da parte, quando pensi che nessuno si ricordi di te, affacciati alla finestra, alza gli occhi e guarda il cielo stellato … Quante luci riesci a vedere? Quante ne immagini nello spazio ristretto del tuo limitato orizzonte?
Pensa… ciò che vedi ha una profondità infinita, le luci che distingui sono nulla, gocce d’acqua nell’oceano del cielo profondo e sconfinato.
Pensa… ogni stella si muove secondo una legge per lei fissata dalla notte dei tempi, intorno a lei girano i pianeti, intorno ai pianeti i satelliti, ognuno con una precisione millimetrica, secondo un tempo che è stato dato ad ogni più piccolo essere come sua misura…
Moltiplica quelle luci, moltiplica quei movimenti, moltiplica il tuo piccolo quadro di cielo all’infinito, e…. sei infinitamente distante dalla verità.
Pensa… dietro ad ognuna di quelle luci dietro ad ogni impercettibile movimento, dietro ad ogni realtà percepita dall’uomo con i suoi strumenti imperfetti c’è Qualcuno che quella realtà, quel movimento, la legge che lo regola li ha creati. Tanta perfezione, per cosa?
Guarda te ora… guarda i tuoi occhi capaci di comprendere e abbracciare ciò che è così tanto più grande di loro, guarda il tuo cuore, quel cuore che ora senti piagato e pensa…
Il tuo cuore ha in se un’ansia infinita di amore, un desiderio infinito di assoluto, di Dio…ha un’ansia infinita di infinito. Eppure il cuore per quanto grande è piccolo rispetto al corpo che lo contiene! Eppure il cuore soffre più di qualsiasi altro organo, più di qualsiasi altra parte del corpo!
Pensa… le cose piccole capaci di cose grandi! Gli occhi, il cuore capaci di accogliere la più grande pena, ma anche la più grande manifestazione di amore, quella di Dio!
Se guardo il cielo
Opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos’ è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Così recita un salmo.
Di fronte a quel cielo stellato ci sei tu, di fronte alla più grande meraviglia del Creato ci sei tu, piccolo, fragile, smarrito, turbato, ma ci sei.
Tu sei prezioso di più della più luminosa stella che riesci a vedere ad occhio nudo dalla tua finestra, sei prezioso perché Dio ha fatto tutto quello che ti sta davanti per te, perché potessi percepire un frammento della Sua potenza, della Sua grandezza, un frammento del Suo amore.
Se ad ogni stella, ad ogni pianeta, ad ogni molecola, ad ogni atomo che sono inerti e senza vita ha dato il compito così grande di celebrare la Sua gloria, quanto più grande è il progetto su di te, sull’uomo che si eleva su tutte le cose create e le domina con il suo pensiero!
Guarda lontano, guarda in alto; guarda ora dentro di te.
Scoprirai che quell’universo che ti sembra così irraggiungibile, così perfetto e misterioso, davanti ai tuoi occhi è dentro di te. E’ un universo da esplorare, è un universo in cui troverai le risposte che cerchi, è l’universo delle emozioni e dei sentimenti che arricchiscono e illuminano il cielo sconfinato della tua anima.
Guarda, ma ad occhi chiusi: E vedrai dentro di te accendersi tante stelle luminose. Vedrai che nel buio più profondo, proprio come in quel cielo da cui tu ora hai distolto lo sguardo, spuntano fiori stupendi, che tu non ti eri accorto di avere piantato.
Nel tuo cuore Dio ha seminato ciò che vuole tu impari a guardare: vuole che tu nel tuo cuore riscopra l’amore con cui Lui ti guarda, vuole che tu almeno una volta ti fidi di Lui.
E’ ansioso di manifestarti il Suo progetto meraviglioso che ha in serbo per te, desidera che almeno una volta tu gli permetta di entrare per farsi conoscere più da vicino.
Vuole incontrarti non nel cielo infinito, ma nella tua pena, nella tua sofferenza, nella tua difficoltà di ogni giorno, nel tuo bisogno di amore non soddisfatto, per trasformarli in canto di gioia, in inno di lode a Lui, che non ha smesso neanche un momento di occuparsi di te.
Canto:Creati per te
Mi sarebbe certo servito nei lunghi lunghissimi anni della mia malattia, ascoltare queste parole e farle mie, per guardare il cielo con gli occhi di un bimbo con il cuore aperto all’amore del Padre.
Ma nel 1992 ero ancora lontana dal percepire la ricchezza e la bellezza della casa che Dio ci aveva dato, fatta di cielo e di terra di monti e di fiumi di stelle e di fiori.
Mi preoccupai, allora, solo di ristrutturare la casa dove abitavo.
La ristrutturazione comunque rispose ad un’esigenza interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
Ma, siccome in ogni cosa che faccio investo sempre tutta me stessa, uscii dall’estate fortemente provata nel fisico.
Da "Il gioco dell’oca"
1992
Riuscii a riprendere servizio solo a novembre, salvo rimettermi in permesso dopo neanche un mese. Facevo uno sforzo infernale a stare seduta o in piedi; non parliamo poi del camminare.
Fu allora che il preside, arrivato da poco nella nostra scuola, volle indagare su tutte le mie assenze.
Mi vidi pervenire così il corposo dossier al quale ora sto attingendo.
La rabbia fu tanta e ancor di più la voglia di farcela.
Convinsi i medici della Commissione che era solo un problema di riabilitazione e che ce la potevo fare.
Mi dettero sei mesi di proroga. A luglio dovevo essere guarita.
L’agopuntore, medico sensibile ed esperto, da cui mi recavo assiduamente, continuava a farmi coraggio e a spingermi a riprendere il lavoro interrotto.
Fu lui a ridarmi fiducia, fu lui a convincermi che valevo qualcosa.
In fondo per insegnare non erano necessarie le gambe. Bastava stare seduti e avere una buona voce
1992/93
Ripresi la scuola, alzandomi dal letto, dopo un’estate piena di dubbi.
La sezione, i colleghi, il plesso, tutto era nuovo per me.
Il preside aveva provveduto a spostarmi perché nessuno voleva un insegnante continuamente malata.
Dovevo ricominciare da capo, non sapendo neanche se avrei resistito un minuto su qualcosa che non fosse una sdraio o un letto.
La tensione era alle stelle, ma dovevo farcela. Ricordo le unghie affondate nella carne per non sentire le violente contratture della schiena o della spalla.
Alla fine dell’anno scolastico avevo fatto solo quattro giorni di assenza, ma avevo perso completamente la voce
L’estate si presentò con i connotati di sempre. Per compensare la forzata immobilità a cui mi costringeva il male, mi buttai freneticamente sul mio hobby preferito. Incurante del dolore al gomito destro, usai la mano sinistra, così che alla fine non mi dolevano solo i gomiti, ma tutte le braccia fino alle spalle. Arrivai all’estate che non le potevo più muovere.
In agosto ero puntuale nello studio dell’ortopedico a fare infiltrazioni per una epicondilite bilaterale. Per tre mesi ho mangiato, prendendo il cibo con la bocca, non riuscendo neanche a lavarmi.
Né fasce, né laser, né agopuntura la spuntarono.
Forse avrei dovuto dare ascolto alle parole dette dal medico per alleggerire l’atmosfera… che senso aveva darsi tanto da fare? Sicuramente il male sarebbe uscito da un’altra parte.
Onestamente devo dire che in quel periodo la schiena mi dava un po’ tregua per cui mi convinsi che non tutti i mali vengono per nuocere.
1993/94
Ripresi la scuola a settembre in condizioni disastrose. Non riuscivo a scrivere, né a stare seduta, né a parlare. Lungi dallo scoraggiarmi, presi di petto il problema "voce" che mi sembrava il più urgente, visto il lavoro che svolgevo.
Mi recai da un amico otorino che, dopo numerosi tentativi, riuscì a farmi una laringoscopia molto alla buona. Mi fece presente che avevo due noduli e che era necessario prenotare l’intervento: concordammo per il 10 dicembre.
Una settimana prima della scadenza mi venne in mente di consultare un altro specialista.
Con un tubicino sottile, collegato ad una fibra ottica, il dottore senza difficoltà esaminò le mie corde vocali. Piansi di gioia quando mi disse che avevo un piccolissimo nodulo che si sarebbe riassorbito con la rieducazione della voce.
Quell’uomo non lo conoscevo e mi sorpresi non poco quando andai a pagare …mi aveva fatto lo sconto sulla parcella.
Aveva forse avuto pietà?
Esaminando i miei disturbi mi ero accorta che nel momento in cui, per esercitare una qualsiasi attività, avevo bisogno di una parte del corpo, questa si bloccava.
L’ansia, di qualsiasi tipo essa fosse, acuiva il disturbo fino ad immobilizzarmi del tutto.
Se riuscivo ad allentare la tensione avrei evitato il peggio. Così se avevo bisogno di braccia facevo due passi, se dovevo stare in piedi mi mettevo a cucire.
Il neurologo, che, tranne per brevi periodi, mi aveva seguito, sosteneva che non produco endorfine.
Non convinta mi rivolsi ad un altro specialista. Per neutralizzare l’ansia mi prescrisse Adepril, la medicina miracolosa che allentò gli spasmi del corpo impazzito.
Ingrassai 25 chili, in un mese passato a dormire.
Si bloccò la peristalsi intestinale e mi si gonfiò l’addome, come fossi incinta.
Non digerivo più niente e ogni notte, con un colpo di tosse, buttavo fuori all’improvviso una parte del cibo ingerito.
Avevo costantemente la nausea e in bocca un sapore disgustoso.
Decisi di smettere la cura che non mi faceva vivere. Mi ero andata convincendo che i problemi digestivi dipendevano non solo dall’ernia iatale, che era venuta fuori nel ’92 in uno dei tanti accertamenti, ma anche dal fegato che era stato bombardato, nel corso degli anni, con ogni tipo di medicina.
A Chieti feci un check up completo, alla fine del quale risultò che non avevo niente, tranne due noduli alla tiroide: uno caldo e uno freddo.
Non era la risposta che cercavo, per cui non detti peso alla cosa.
Ormai avevo capito che, se ne volevo sapere di più, non mi dovevo fidare della medicina ufficiale.
Sentii dire di un reflessologo e incuriosita mi presentai al suo studio.
Rimasi allibita quando, toccandomi un piede, mi chiese se avevo avuto un epatite.
Il ricordo dell’itterizia di tanti anni prima era sbiadito ma non cancellato: aggiunse che fegato e reni funzionavano male e mi propose un ciclo di massaggi, abbinato ad una dieta che escludeva i latticini e le carni rosse.
Alla fine del trattamento mi sentivo rinata, tanto che il benefattore si sentì in dovere di occuparsi anche della schiena.
Mi bloccai in modo drammatico alla prima manipolazione.
Così cominciò l’estate del 1994.
Mi misi in mente di venirne a capo una volta per tutte.
Ero stufa di curarmi a pezzi, ero stufa di sentirmi dire che parlavo con il corpo, ero stufa di essere presa per matta, ero stufa di vergognarmi di stare male, ero stufa di tutte le chiacchiere che fino a quel momento ero stata costretta a sentire.
Volevo sapere, se per me esistevano speranze di guarigione. Mi sarei messa l’anima in pace e avrei smesso di lottare contro i mulini a vento.
Il primo che consultai mi disse che per me non c’erano speranze di alzarmi dal letto. Le aderenze della prima operazione avevano bloccato tutta la zona lombosacrale.
Il secondo, più autorevole, disse che non avevo niente e che dovevo fare solo un po’ di ginnastica, non meglio precisata.
Il terzo, più autorevole di tutti, disse che non avevo uno straccio di muscolo, per cui consigliava 20 massaggi e ginnastica per due mesi.
Cercare un fisioterapista adatto fu impresa difficile, trovarlo d’estate poi impossibile.
Era la fine di luglio e agosto, il mese che più temevo, era alle porte.
Eppure tutti l’aspettano per andare in vacanza.
Da quando questa parola aveva cominciato a farmi paura?
Devo tornare molto indietro nel tempo per capire che l’ho sempre associata all’abbandono, alla beffa di chi me la offriva, prendendosi gioco di me.
Non fu così quando ad un anno, dopo la nascita di mia sorella, mia madre mi mandò a Popoli? E quando, a 14, andai per la prima volta da quello zio di Bologna, che solo da poco non mi perseguita più anche nei sogni?
Non ancora riuscivo a liberarmi dall’incubo che ancora una volta sarebbe successo.
La geografia…le vacanze… a vedere altri luoghi, altro cielo, altri mari e quelli che li abitano!
Ma come pretendere di conoscere ciò che non hai mai visto, se non hai imparato a leggere nel libro che ogni giorno si apre, sul miracolo di un cielo dove infinite stelle si spengono e altrettante si accendono, sul miracolo di un mare dove infinite gocce di acqua messe assieme riescono a rispecchiare la luce che viene dall’alto, ma mai tutta , mentre una piccola goccia è destinata a seccare e a morire se rimane da sola a godersi il pezzetto di cielo in essa riflesso, sul miracolo di una terra nel cui seno si preparano i segni delle stagioni, dove si custodisce gelosamente il segreto del seme che deve marcire e morire per dar vita alle piante e a chi da esse prende vita e sostegno.
Dio ci ha messo sotto gli occhi il più bel libro di geografia perché ce ne innamorassimo e la spiegassimo agli altri, senza lauree o diplomi ufficiali, solo con la grazia che da Lui viene, Lui che nel cielo, nel mare, nella terra si svela.
E pensare che di geografia non me ne intendevo e l’ ho insegnata agli altri, ma senza entusiasmo, perché mi era estraneo tutto ciò che dovevo imparare a memoria e di cui non avevo fatto esperienza.
Ora mi sembra di avere le ali e mi ritrovo ora al polo ora all’equatore, ora a guardare la grande distesa del mare, ora a stupire con Giovanni che vede per la prima volta la luna.
Canto: Il tuo amore è grande
23 febbraio 2004

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17 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Mia gioia sei
A voi tutti, nuovi e vecchi amici un caldo e affettuoso saluto da Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera di ringraziamento al Signore, che si era fatto incontrare in un prato, risvegliato dal sole d’aprile.
Ma noi siamo ancora in inverno e, con il freddo e la neve di questi giorni, è un pò difficile soffermarsi a stupire per la vita che pulsa sotto i nostri piedi.
Il cielo, non ancora ci fa vedere il suo aspetto migliore, come spesso è accaduto in questi giorni passati, quando il desiderio era solo quello di starsene chiusi dentro la casa, avvolti dal dolce tepore delle coperte.
Ma se ci sono le nubi non è detto che il sole sia morto per sempre, se non vediamo i fiori spuntare, né l’erba fare capolino tra le zolle, non possiamo dire che non c’è vita, non c’è speranza, ma solo bisogna aspettare che il tempo arrivi, il tempo giusto per ogni stagione
luglio 2001
Le stagioni
Signore ti ringrazio perché mi doni la pazienza di attendere che la terra porti frutto, di sperare che non invano e non a caso soffia il vento e cade la pioggia, non a caso la neve scende e il gelo ricopre la terra.
Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme della tua bocca, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo che, quando proprio pensavamo fosse morto, vedessimo spuntare la vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.
Tu hai pensato a tutte queste cose e ci concedi di vederle e di stupire, ogni anno, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi rinnovano il loro vestitosi, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.
Così ci prepari al grande banchetto dell’estate quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati.
Delle stagioni l’estate è quella in cui si miete e si raccoglie, quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, ma tempo pieno, in cui basta allungare la mano per gustare il frutto morbido e dolce che la natura ci offre.
Delle nostre stagioni, Signore, molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.
Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono, premendo, gravando sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.
Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, travolti dalla furia degli elementi, scomposti sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.
Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si toglie il velo, per mostrare agli occhi in attesa le meraviglie a lungo celate.
Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura che non aveva smesso di credere che oltre le nubi l’azzurro non era scomparso per sempre.
Così, Signore, la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo di cui tu sei padrone e Signore, sono momenti del divenire delle tue creature, perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.
Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.
All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte, perché tutto si colora di luce che dona agli occhi stupiti la gioia di godere della tua grazia multiforme e infinita.
C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, tempo di silenzio, di deserto, di desolazione, di morte.
Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.
Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate, fa che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.
Quante volte ci sembra interminabile il tempo dell’attesa, quando questa è piena di problemi da risolvere, di perché senza risposta, di non senso di tante cose che ci succedono!
Rileggendo con voi le pagine drammatiche del periodo più fosco e buio della mia vita, mi è venuto naturale ripescare quanto ho scritto a luglio del 2001.
Allora era estate ed è stato più semplice ringraziare il, Signore per il frutti copiosi di quella stagione.
Ma perché l’attesa non sia mai tempo morto, inutile, sprecato, sul mio cellulare ho memorizzato un messaggio, che mi appare ogni volta che lo accendo:” Sono con te tutti i giorni della tua vita”, qualora dimenticassi che non sono sola, che non devo temere, che devo imparare a fidarmi e ad aspettare.
Da " Il gioco dell’oca"
Al punto di partenza
Il 20 marzo 1990, mentre pulivo la doccia per decontrarre i muscoli tesi della spalla e del collo, una fitta lancinante mi mozzò il respiro, rimanendo con il braccio sospeso nell’aria.
Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti, d’urgenza, chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata. Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e temibile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia.
Il medico di base, chiamato d’urgenza, disse che era una fibromialgia, che ci si sarebbe giocato la testa, perché anche lui ne aveva sofferto. Mi fece un’infiltrazione e, con l’aria di chi la sa lunga, non volle essere pagato se non a guarigione avvenuta.
In seguito mi disse che non mi aveva creduta perché ero un soggetto depresso autorizzandomi a schiaffeggiarlo se fosse successo di nuovo.
I giorni che seguirono furono da incubo nella disperata ricerca di una risposta ai mille interrogativi che ininterrottamente i nervi impazziti del collo mi ponevano. La risonanza magnetica che emise il verdetto fu il primo di una serie infinita di traumi a cui dovetti sottopormi. Nell’alternanza convulsa di speranze e delusioni solo l’idea della morte riusciva a placare il tumulto dei pensieri, scossa dalla paura di essere lasciata sola e del dolore che mi devastava.
I miei sospetti erano fondati: un’ernia cervicale mi stava paralizzando.In Abruzzo nessuna struttura garantiva dai rischi di un intervento, per cui dopo affannose ricerche, approdammo ad un illustre neurochirurgo della capitale che operava i suoi clienti, pur lavorando in un pubblico ospedale, presso una clinica esclusiva al centro della città.Non badammo a spese, visto che bisognava fare presto per evitare il peggio.
Il 24 aprile mi trovai ad attendere il mio turno in una stanza bianca ed estranea, impregnata dall’odore acre dei disinfettanti che mi bruciavano la gola, mentre invano cercavo un volto amico tra quelli che frettolosi mi passavano accanto.
Ancora una volta l’idea di una morte che avrebbe posto fine a tanta sofferenza mi dette il coraggio di salire sul lettino della sala operatoria.
Ricordo la delusione del risveglio nel constatare che non era finita. I dolori erano più forti di prima mentre l’ultima speranza cadeva.
Dopo tre giorni fui dimessa. Non era cambiato niente, tranne un’infezione vaginale virulenta che si aggiunse a tutto il resto.
Tornati a Pescara, facemmo fatica a trovare una brava terapista della riabilitazione, ma alla fine la nostra costanza fu premiata.
Impercettibilmente diminuiva il dolore, impercettibilmente il movimento del braccio si allargava, impercettibilmente la vita prese a sorridermi.
Dal letto ero passata ad una sdraio che mi permetteva di non vivere isolata, perché me la potevo portare dietro ovunque. Così in Agosto mi potei trasferire per un breve periodo nella casa di famiglia in montagna.
Di tanto in tanto provavo a mettermi in piedi, contando i passi che riuscivo a fare senza dolore.
Un giorno mi parvero così tanti da pensare che il traguardo non era lontano.
Ma la gamba?…Che c’entrava la gamba, in quel momento di grande esultanza, a farsi sentire?
Era la destra e un velo cadde davanti ai miei occhi. Lo stesso sintomo di 15 anni prima!

Ad agosto ebbe inizio la nuova e più terribile odissea. Di quel mese e dei successivi serbo un ricordo doloroso e straziante. Dovetti trasferirmi a casa di mia madre perché avevo bisogno di tutto.
I numerosi tentativi di rimettermi in piedi, ricorrendo ai più infernali marchingegni, lungi dal sortire l’effetto voluto, non facevano che riacutizzare ora il dolore alla spalla ora alla schiena. Di giorno e di notte ero sconvolta da contratture allucinanti. A ciò si aggiungeva la maledetta paura di rimanere sola che più forte che mai si era impadronita di me.
Mio marito mi veniva a trovare, ma non faceva cenno di volermi a casa, nonostante mio figlio ripetutamente chiedesse di me.
L’analista, nel cui studio avevo continuato a recarmi puntualmente, trascinando le gambe, aggrappata alle braccia dell’accompagnatore di turno, si ostinava a ripetere che non avevo niente e che non volevo guarire.
A novembre stavo peggio di prima, nonostante i meccanici del sapere avessero messo a punto da poco l’ultimo strumento di tortura, il busto a crociera.
Mi sembrava di annegare in un mare in tempesta, ma di una cosa ero certa: volevo tornare a casa.
Bastava cercare qualcuno che sostituisse mia madre e mio marito e si occupasse di me.
Fui fortunata a trovare una ragazza allegra e piena di vita con cui subito m’intesi.
Per stare in piedi dovetti sostituire con un busto gessato con ascellari d’acciaio quella crociera che provocava più danni che benefici.
Non dovetti più dire grazie a nessuno, non dovetti più scervellarmi a cercare il salvatore di turno. Bastava pagare! Averci pensato prima!
Ma ogni scelta ha i suoi tempi.
Canto:Dio aprirà una via
1991
La vita tornò a sorridermi e ad aprile buttai il gesso e lasciai libera la mia compagna di viaggio.
Avevo vinto la mia battaglia con il male oscuro, anche se occorse ancora un anno per concludere il lungo viaggio intrapreso tanti anni prima con l’analista.
Non avevo però risolto i problemi alla schiena e continuavo a soffrire ogni volta che stavo in piedi. Vivevo sulla mia sdraio e mal mi adattavo a qualsiasi altro tipo d’appoggio.
Passavo il mio tempo a cucire, privilegiando i lavori difficili e dove confluivano pazienza precisione e creatività. Mi meravigliavo sempre più del fatto che preferissi aggiustare che creare dal nulla, che con quattro metri di stoffa non riuscivo a confezionare neanche un fazzoletto, mentre con un fazzoletto riuscivo a fare un vestito.
Lungi dal sentirmi realizzata, pensavo alla scuola che volevo riprendere almeno l’ultimo mese
Ormai la macchina non era un problema e a scuola bastava trovare la sedia giusta.
Ma che stava succedendo al braccio destro? Non riuscivo più a muoverlo se non urlando di dolore.
Non ci capivo più niente. Così l’ortopedico che negli ultimi anni mi aveva seguito con grande disponibilità, dopo aver provato con fasciature non rigide, fu alla fine costretto ad ingessarmi il braccio e la spalla."Tendinite del tennista" la chiamò.
Mi meravigliai che come la meniscopatia anche questa patologia mi accomunava agli atleti.
Me che da anni non facevo un passo, e che agli esami di stato fui vergognosamente rimandata a ottobre in educazione fisica.
Il giorno del rientro in servizio non sapevo se ridere o piangere. Provai a guidare con il braccio sinistro, ma non feci che pochi metri.
Gettata la spugna, chiamai mio marito e mi presentai agli alunni e ai colleghi, dopo tre anni d’assenza, conciata in quel modo.
Era maggio del 1991.
In quello stesso periodo sentivo una gran voglia di cambiamento.
La mia casa che negli ultimi anni avevo sentivo nemica ed estranea, desiderai renderla più confortevole e funzionale.Mi svegliavo la notte a pensare alle possibili soluzioni facendo schizzi su schizzi.
Ce ne volle per convincere mio marito ad avviare i lavori, ma alla fine la spuntai.
Passai l’estate chiusa nella stanza da letto, attrezzata per l’uso, mentre gli operai demolivano muri e pavimenti in un fragore infernale.
La ristrutturazione della mia casa rispose ad una ricerca interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
I sogni fornirono alla ricerca analitica il materiale per approfondire la conoscenza di me stessa.. La casa era un tema ricorrente. Mi meravigliai di sognare, con l’andar del tempo, palazzi sempre più bassi con ampi balconi che si sostituirono alle piccole e buie finestre dei grattacieli.
Ridenti palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno furono il segno che il grande viaggio alla scoperta di me volgeva al termine.
A dirmi che ormai potevo andare da sola, fu un sogno in cui vidi una grande casa, con mura spesse e robuste, non ancora finita. Attorno ad essa un via vai di operai occupati a portare a termine la costruzione.
L’analista mi congedò dicendo che il più era fatto e che avevo gli strumenti per terminare la casa senza di lui.
Aveva ragione, perché non lui ma il Signore doveva provvedere a che vi potessi abitare.
Non mi servivano certo i tappeti persiani che per un tempo lunghissimo sognai come copertura del pavimento umido e sporco della cantina, né quello costoso che io e mio marito comprammo per avere un progetto comune, visto che non riuscivamo a trovarne altri, che ugualmente ci trovassero d’accordo.
Ma ciò che rese la mia casa abitabile, casa dove non c’era più posto per la paura, fu un crocifisso
Così scrivevo a quello zio di Bologna con cui oggi condivido la gioia di poterci un pochino fermare, per parlare di Dio.
25 giugno 2001
Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, io e Gianni, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari.
L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.
Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere.
Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.
Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.
Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore.
Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.
Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
Con questo augurio che estendo a tutti, vi lascio.
Canto:Davanti a questo amore
2 febbraio 2004.

3 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore 1)

Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici. Dagli studi di Radio Speranza vi danno il benvenutoGianni e Antonietta.
La settimana scorsa, preparando la trasmissione di oggi, abbiamo sperimentato quanto sia difficile e duro il cammino della fede, ciò che si richiede ad ogni credente nel momento in cui tutto è buio e le cose che capitano sembrano incomprensibili.
Abbiamo dovuto, infatti, fare i conti, Antonietta e io, con la nostra incapacità a cercare le parole e gli argomenti giusti per farvi arrivare un messaggio di speranza, per comunicarvi che Cristo è veramente risorto nella nostra vita personale, nella nostra vita di coppia e nelle nostre relazioni all’interno e al di fuori della famiglia, per annunciarvi che Cristo è risorto non solo per noi, ma per tutti gli uomini, come provvede a ricordarci il nostro nipotino di due anni e mezzo, quando preme il bottone dell’antiquato ma sempre funzionante apparecchio stereo, dove fisso troneggia il suo CD preferito, quello che lui chiama: “ la musica delle campane”.
Ebbene noi vogliamo ringraziare il Signore per tutto quello che ci ha donato in questa settimana e vogliamo cominciare da questo piccolo grande profeta che è Giovanni, il maestro, che il Signore ci ha mandato a domicilio, per insegnarci a guardare il mondo con i suoi occhi, per stupire di fronte alle meraviglie del suo amore.
Quando è nato, non sapevamo che stava arrivando dal cielo un dono così grande, come non lo sapevamo, quando è nato nostro figlio Franco.
Ma se la prima volta, di fronte al miracolo della vita che sboccia, non abbiamo alzato gli occhi al cielo e non abbiamo neanche per un attimo pensato che nostro figlio era lo splendido dono che Dio ci aveva fatto pervenire, per rendere fecondo il nostro amore, la seconda, quando è nato Giovanni, abbiamo vissuto la stessa esperienza in modo totalmente diverso.
Il Signore, come ci aveva messo di fronte ad un altro matrimonio, quello di nostro figlio, per farci riflettere sul nostro, così ci ha messo sotto gli occhi un altro bimbo, perché imparassimo da lui come si ama..
Sul suo diario, nell’aprile 2002, così scriveva Antonietta, aprendo la strada alla condivisione di un patrimonio comune.
Ridiventare bambini è la strada maestra per entrare nel mistero dell’amore di Dio, il regno dei cieli che, ogni volta che ci riusciamo, si trasferisce su questa terra e trasforma la nostra storia di schiavi, di servi inutili, in storia di figli, a tutti gli effetti eredi di quel patrimonio di grazia, che proviene solo da Lui.
Giovanni, il bimbo che Dio ci ha donato, attraverso nostro figlio e sua moglie, è il più bel libro scritto dal Signore, per farci le catechesi sull’argomento.
Quando venne al mondo, eravamo lontani da questi pensieri e mai avremmo immaginato che quel batuffolo di tenerezza sarebbe stato la chiave, per entrare nel mistero della misericordia di Dio.
Del resto il suo nome parlava chiaro, perché non a caso si chiama Giovanni, che significa Dio è misericordia, Dio ama.
All’ospedale, quando nacque, non lo sapevano, per cui gli appiccicarono un numero sulla tutina, per paura che si confondesse, il n. 43

6 aprile 2002

Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Cosa tu avevi a che fare con me?
Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.
Perché quando penso a te sto male?
A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?
Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.
Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria.Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti.

Quel nome ci aveva stregati, tanto che non potemmo che dedicargli questa poesia il giorno del suo Battesimo, il
 9 giugno 2002.

Ti abbiamo trovato in un campo
Al mattino
Tra i fiori appena spuntati

Ti abbiamo guardato stupiti
E ti abbiamo riconosciuto.

Eri quello che stavamo aspettando
Proprio tu
Che stentavi a sbocciare.

Ansiosi ci siamo accostati
Ma subito ci siamo fermati
Per paura di farti male.

Con lo sguardo, piano,
Ti abbiamo accarezzato,
Ma con il cuore ti abbiamo preso
Piantandoti nel nostro giardino..

Ora i tuoi teneri e giovani petali
Si stanno rinvigorendo
Ogni giorno la tua veste è più bella
I tuoi occhi più vivi e lucenti.

Per quel prato che non abbiamo coltivato
Per il sole, per la pioggia
Per la brezza leggera
Che il tuo seme ha trasportato
Vogliamo ringraziare il Signore
Perché grande è il suo amore per noi.

A te proprio aveva pensato
Per ricordarcelo
Quando ti ha chiamato per nome.


Queste cose scrisse Antonietta, a ridosso della nascita del piccolo Giovanni, comunicando dei sentimenti che erano anche i miei, ma che tenevo compressi nel cuore, quasi fossero vergogna. Ma eravamo ancora lontani dall’immaginare quante cose ancora avremmo imparato, osservandolo crescere.
E così rispondevamo a dei compagni di viaggio, uniti nella fede, che invitavano me e Antonietta a rinascere dall’alto

Bisogna veramente rinascere dall’alto, per ricominciare tutto da capo e ogni giorno riscrivere la nostra storia alla luce di Cristo..
Attraverso Giovanni, abbiamo imparato a guardare le nostre debolezze e le nostre difficoltà con gli occhi di Dio.
E’ lui il piccolo grande maestro di cui si serve per insegnarci come si fa.
Da quando è nato, ci perdiamo ad osservare le sue manine tese verso di noi per buttarsi nelle nostre braccia.
Ringraziamo Dio perché non ha paura, visto come è messa Antonietta con la schiena, lei, che se ne deve occupare la maggior parte del tempo.
Quante volte il suo pianto lo abbiamo prevenuto, vigilando che non gli mancasse nulla, quante non abbiamo potuto fare a meno di farlo soffrire per una medicina un po’ amara che lui non voleva saperne di prendere!
E che dire di quando tenta di alzarsi e di mettersi in piedi e non ci riesce e cade, suscitando in noi ilarità a tenerezza ad un tempo?
E i balbettii incomprensibili, le parole storpiate, il suo pianto, il suo riso, il suo essere bisognoso di tutto che ce lo fanno amare di più, se fosse possibile!
Perciò vogliamo stamparcele in mente e nel cuore le immagini di questo tempo di grazia che Dio ci concede, perché non vogliamo dimenticare ciò che attraverso Giovanni ci vuole dire.
Man mano la sua mano tesa diventa la nostra, nostre le sue piccole e deboli braccia e insieme ci ritroviamo a ringraziare il Signore per questo dono stupendo che ogni giorno di più mostra le sue meraviglie.
Tornare bambini è fidarsi di chi ci vuole bene, è non preoccuparci di cosa mangeremo e di che ci vestiremo, tornare bambini è non proferire parola, perché l’amore non ne ha bisogno.
Gesù, LA PAROLA; IL VERBO DI DIO, non è forse venuto per offuscare e rendere vane tutte le altre?

Canto: L’amore del padre (Eterna è la sua misericordia: lato B 1)
Dopo questa immersione nei sentimenti, apriamo gli occhi di fronte a quante cose nella nostra vita abbiamo dato per scontate, a quante occasioni ci siamo lasciti sfuggire, per vivere la gratitudine verso Chi non si stanca di amarci e continua a bussare alla nostra porta, perché vuole portarci i suoi doni.
Franco, nostro figlio è stato veramente, il primo e più grande, perché il Signore si è servito di lui, per farsi annunciare.
Eppure noi non abbiamo coltivato la sua fede, e quando lo abbiamo battezzato, abbiamo pensato più ad un dovere da assolvere che ad una grazia da accogliere e far fruttificare.
Lo abbiamo affidato alla Chiesa perché si occupasse di lui e lo istruisse su ciò che era importante per essere buono.
Non gli abbiamo insegnato a pregare, pensando che bastasse fargli frequentare luoghi sicuri, lontani dai pericoli, mentre noi ci occupavamo dei problemi che ci erano piombati addosso ad un anno dal matrimonio e che ci avevano colto del tutto impreparati.
Della sua vita spirituale non conoscevamo nulla, anche se provvedevamo ad inculcargli sani principi e a trasmettergli una cultura della pace e dell’accoglienza, che non sapevamo, però, venirci da Dio.
La sua camera cominciò ad ospitare oltre ai libri di studio e di svago, anche la Bibbia, i libri della Liturgia delle ore, il Catechismo della chiesa cattolica e tanti altri testi che avevano come unico denominatore la parola di Dio.
Il fatto che fosse capo scout ci mise l’animo in pace che non fosse un bigotto e che erano quelli, comuni strumenti di lavoro, in tutto simili a quelli che io e Gianni usavamo per il nostro.
Fu lui, però che insistette a che ritornassero, quando, alla fine del 1999, vennero a casa nostra, Annamaria e Graziellina, per parlarci di Dio, nell’ambito dell’iniziativa missionaria promossa dalla Diocesi per l’anno 2000.
Fu quella l’occasione che portò prima Antonietta e poi me a varcare le porte della Chiesa, che poi scoprimmo essere la nostra parrocchia.
Da quando c’eravamo sposati, avevamo cambiato più chiese che case, mai facendo riferimento a quella più vicina alla nostra, pensandola solo come un ufficio che dispensa servizi per i figli, a cui non si sa cosa offrire di meglio.

Ripensando a tutto questo così scrivevo in occasione del matrimonio di Franco, a
 giugno del 2001

La tua stanza
Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono
Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.
Franco, la tua camera oggi mi parla di te, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.
Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri, i tuoi desideri, i tuoi sogni, che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.
Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.
Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante solo 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili, mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì, ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.
Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.

Solo l’anno dopo, però, abbiamo constatato quanto fossero vere le parole del Salmo 120, con cui abbiamo accompagnato gli auguri e il regalo al piccolo Giovanni, in occasione del suo Battesimo

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cieli e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno,
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti proteggerà da ogni male,
Egli proteggerà la tua vita.
Il Signore veglierà su di te,
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre

Ecco i miracoli della fede. Avevamo pensato di parlare di tutt’altro in questa trasmissione, ma, dopo che io e Gianni avevamo concordato e trascritto ciò che volevamo dire, sul computer, giovedì è stato cancellato tutto da un’improvvisa interruzione di corrente.
All’inizio abbiamo cercato di ricucire i brandelli del discorso, che avevamo disseminato sui fogli, poi abbiamo deciso di fare una preghiera e di lasciarci guidare dal cuore, chiedendo al Signore che le nostre parole fossero un mezzo non il fine del nostro servizio, che volevamo fare a Lui e non a noi. E questo è il risultato.
Per quello che ha fatto e continua a fare non finiremo mai di lodarlo benedirlo e ringraziarlo.
Siamo arrivati al termine delle nostre riflessioni ed è giunto il momento di lasciarci.
Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Antonietta e Gianni
Canto : Il buon pastore (Risorto per amore 4)
22 novembre 2004

17 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

  Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

Benvenuti, cari amici all’ascolto di questa trasmissione. Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta
La volta scorsa per motivi di lavoro non ho potuto essere presente e a dire il vero la mattina, quando Antonietta mi ha salutato, un po’ l’ ho invidiata e avrei voluto tanto non avere impegni, per essere al suo fianco e non mancare all’appuntamento con voi. L’argomento l’avevamo concordato insieme, anche se lei si è preoccupata di sviluppare le riflessioni che avevamo fatto a proposito della nostra difficoltà a vivere il noi, dello sforzo continuo per non mollare, cercando di non mancare mai all’appuntamento della preghiera comune, perché se gli altri li saltiamo senza grossi complessi di colpa, l’appuntamento con il Padreterno ci sembra un sacrilegio non rispettarlo. A dire il vero, sono io che tendo a sottovalutare l’importanza di accordarci prima di metterci di fronte al Signore, pensando che lo Spirito Santo invocato basti a coprire la nostra pigrizia, la nostra difficoltà a metterci a nudo. Ma, come diceva giustamente Antonietta la volta scorsa, perché la corrente passi e le lampadine si accendano, bisogna che tutti i fili siano ben collegati tra loro, altrimenti si rischia un corto circuito.
Non avevamo quindi smesso di chiedere al Signore che riuscissimo a eliminare le distanze che ci separavano, prendendo esempio da Lui che ci ha mostrato come si fa, non quando si è fatto adorare in una mangiatoia collocata in una stalla, ma quando ha deposto le vesti e ha indossato il grembiule, per lavarci i piedi, che presuppone uno stare più vicini di quanto siamo in grado di sopportare.

Così la preghiera ha sortito l’effetto voluto perché, mentre io da questi microfoni, chiedevo al Signore l’umiltà e la perseveranza per poterlo imitare in ciò che istintivamente non siamo portati a fare, Gianni concretamente era stato chiamato a vivere quelle parole in una situazione di degrado psichico e fisico che vedeva protagonista una persona a noi molto vicina, emarginata da tutti, perché si comporta come un barbone.Ho ringraziato il Signore perché Gianni, pur privilegiando il silenzio, non si tira indietro di fronte alle necessità di chi soffre, anche se non si lava, l’ ho benedetto perché ha portato anche me, che avevo la “puzza sotto il naso” come si suol dire dalle nostre parti, a soprassedere e ad essergli a fianco, quando è necessario sporcarsi, per sollevare da terra chi rischia di rimanerci.
In questo tempo di Quaresima le beatitudini sono i valori a cui si deve uniformare ogni nostra volontà di cambiamento, ogni conversione che abbia come principio e fondamento Gesù, figlio di Dio, morto e risorto per noi. “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” non è l’ultima delle beatitudini. come giustamente nota san Gregorio Nazianzeno che invita a servire Cristo nei poveri. Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando si è immerso nel nostro mondo impregnato di peccato, decidendo di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora, vale a dire i pastori, andavano ad adorarlo. Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo! ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Noi viviamo di pregiudizi e siamo bravi a parlare, ma non a fare, a meno che la gente in questione mantenga le debite distanze.
Luciana, incontrata all’inizio di questo cammino, è stata la battistrada su questa via che ci ha portato a concepire la carità non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti ripetuti ogni giorno nei riguardi di chi il Signore ci metteva di fronte. Quando l’ho incontrata la prima volta, non abbiamo avuto bisogno di presentarci, perché è bastato guardarci negli occhi e riconoscerci, sorelle di latte nutrite alla stessa sorgente. Mi colpì il fatto che lei pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava a che quelli che vivono ai margini della nostra società opulenta avessero di che mangiare e nutrirsi, privandosi spesso del necessario per darlo a loro. Quando, in occasione di una vendita di beneficenza, mi chiese qualcosa da offrire, io non mi tirai indietro, ma misi una condizione: che quello che le davo non lo vendesse ad un prezzo inferiore al suo valore. La sua risposta mi disarmò, quando mi fece notare che anche se per la mia roba avessero dato pochi spiccioli, erano quelli che probabilmente servivano per aiutare una povera famiglia di sfrattati a pagarsi l’affitto.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio..
”Non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra”, parole difficili da digerire, da metabolizzare, e invece è accaduto, perché la carità è contagiosa, e la gioia di chi dona senza aspettarsi il ricambio è la molla che ti spinge a provare di fare altrettanto.
Ne fu contagiato anche Gianni sì che, se non riuscivamo ad andare d’accordo per tante cose, lo trovavamo l’accordo subito, quando si trattava di andare incontro ai bisogni di fratelli più sfortunati, mettendo a disposizione quel poco o quel tanto che, a seconda dei casi, eravamo in grado di offrire.
Man mano ci siamo resi conto che il tempo, il bene più prezioso che il Signore ci ha dato, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro, per regalare un sorriso, per portare un po’ di luce nel buio di tante situazioni drammatiche.
Man mano che aumenta la consapevolezza dei nostri limiti, dell’incapacità ad andare incontro alle esigenze di tutti, aumenta la nostra fiducia nel Signore che siamo certi è più bravo di noi a risolvere le situazioni, come fece quando moltiplicò i pani e i pesci perché ebbe compassione della folla che lo seguiva. La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.

Mentre eravamo tutti presi a riflettere su come eravamo e come siamo, non senza un certo compiacimento,ci è capitato sotto gli occhi l’ articolo di Riccardo Orioles dal titolo “Tsunami quotidiano” sulla copertina di “Qualevita”, rivista a cui siamo abbonati che vi vogliamo leggere.
Mettiamo che – dopo lo tsunami – se ne sia salvato uno, anzi più d’uno, una barca intera, pescatori. Mettiamo che questa barca, sola, con pochi viveri, senza bussola, senza radio, abbia girovagato alla cieca per l’oceano, con un pesce ogni tanto, bevendo acqua piovana.
Mettiamo che siano sfuggiti alle ricerche, via via sempre più fiacche (navi ed elicotteri dovevano tornare ai loro compiti ordinari).
Mettiamo che nel frattempo, mentre essi navigavano, il loro paese d’origine sia passato progressivamente dalla prima pagina a quelle interne, dai titoli a nove colonne ai dibattiti pacati. Mettiamo che nel frattempo la tv abbia avuto il tempo per ricominciare ad occuparsi regolarmente, (cioè per tutto il tempo) di politica, di campionato di calcio, di Bruno Vespa e di veline.
Mettiamo che dopo un periodo lungo ma ragionevole – il diluvio infine durò quaranta giorni – essi siano riusciti ancora, benché isolati dal mondo, a mantenersi vivi. Che abbiano attraversato oceani, circumnavigato afriche, traversato stretti. E che alla fine, all’alba di una mattina come tante altre, uno di essi – il vecchio a prua, quello che li ha guidati, quello che incredibilmente non ha mai perduto la fede – improvvisamente si scuota, e gracchi la parola stentata che nella loro lingua significa “Isola! Un’isola là all’orizzonte”. E che l’isola sia là davvero, e sia italiana, e sia Pantelleria.
I sopravvissuti allo tsunami la guardano come non hanno guardato mai nessuno.
Bevono l’ultima acqua, e si buttano sui remi. E in quel preciso momento una motovedetta armata si appresta (Allarme clandestini!) a salpare da qualche base. E una nuova camerata viene apprestata in qualche vecchio lager. E un nuovo articolo contro l’immigrazione clandestina viene frettolosamente vergato in qualche giornale.
Tutto questo è per loro, poiché la tecnologia è efficiente e veloce, e già da qualche ora un radar li seguiva. Ma essi, che non lo sanno, fanno forza sui remi.
Peccato che siano giunti così tardi. Se fossero arrivati prima, ci saremmo commossi anche per loro.

Canto: Mio rifugio sei tu (CD – “Ad una voce” 8)

La rivista Qualevita ci è stata recapitata, guarda caso, insieme agli auguri di Natale, di Dominicus, il seminarista indonesiano, che abbiamo deciso di aiutare.Ci eravamo dimenticati di Dominicus quest’anno e ci voleva la l‘articolo per ricordarci che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, dopo aver con la carta di credito mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti..
Dominicus, significa del Signore, è creatura che nel nome dichiara la sua appartenenza. Spesso, noi cristiani ce ne dimentichiamo e non pensiamo a chi apparteniamo, anzi ci dà fastidio pensare che possa succedere, ma ci arrabbiamo se non ci appartiene ciò che pensiamo sia nostro, solo ed esclusivamente nostro, che non siamo disposti a cedere a chicchessia, fatta eccezione per le grandi occasioni in cui ci sentiamo bravi a mandare un sms o qualcosina di più, a patto che non intacchi o non leda le nostre sicurezze future.
Tutto ciò che non ci serve non ci appartiene. Qualcuno l’ ha detto.Quante cose abbiamo ammassate che non ci servono, ma che ci guardiamo bene dal mettere in comune, dal darlo in uso, perchè si rovina e poi non si sa mai cosa può succedere.”Guardate i gigli dei campi, guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono, …” sembrano le parole di un visionario eppure quante volte abbiamo sperimentato come un gruzzolo faticosamente e gelosamente custodito non è servito a liberarci dall’angoscia di un lutto, dalla sofferenza di una malattia.
Quando ci è arrivata la lettera di padre Dino che ha provveduto a tradurci le parole di Dominicus, ci siamo chiesti chissà com’è cambiata la vita da quelle parti, se lo tsunami l’ha cambiata anche a noi, se siamo gli stessi dell’anno scorso, quando ci preparavamo al Natale.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Ci ha colpito il commento, che del Vangelo della quarta domenica di Quaresima abbiamo sentito fare da un sacerdote, che parlava da questa emittente, a proposito della guarigione del cieco nato.
Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe” parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione. Ma che Dio è questo, che per toglierti un problema te ne aggiunge un altro e che per farti riacquistare la vista ti sporca gli occhi?
Ma proprio quel gesto porta il cieco a desiderare di lavarsi, a fare sua la volontà di Gesù
La fede passa attraverso un contatto fisico con il Signore che vive in ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
La scorsa volta riflettevamo sulla distanza che separa gli uomini e in particolare i cristiani che hanno tanta difficoltà a condividere lo spazio e le comodità di cui godono, con chi è più sfortunato di loro.
Abbiamo pensato ai nostri amici di Milano che hanno cominciato con il cercare qualcosa che desse un senso alle loro giornate e li occupasse, una volta andati in pensione. A lui che da semplice osservatore è passato ad essere utilizzato a tempo pieno nella Croce verde, senza ferie e feste comandate che si rispettino, perché la sofferenza e il dolore non vanno in vacanza, e Gesù i malati per guarirli privilegiava il sabato, abbiamo pensato sorridendo a lei che a Natale si è rifiutata di portare i panettoni a domicilio nelle case di chi non conosceva e che, tempo tre mesi, esce di casa ogni giorno, per incontrare gli extracomunitari e insegnargli come si parla.
Abbiamo ripensato a quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, perché ci fosse uno squarcio di luce anche per chi è abituato a vivere al buio.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca anche solo a cercarle le cose.

Ho ripensato a quando, da piccola, vedevo togliere i bottoni alle cose da regalare, ma la guerra aveva lasciato il segno e non ci potevamo permettere di buttare nulla che potesse servire.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali ci hanno permesso di entrare i protagonisti, abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria, il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto, la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese che era rimasta all’agghiaccio e che rischiava di abortire in pieno inverno, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche, la sera di un sabato, quando le mense e gli uffici delegati a questo scopo erano chiusi, non avessero provveduto a recapitarle nel giro di poche ore l’occorrente per non morire?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
E pensare che quando mi dissero se potevo dare una mano ad impacchettare i doni per i bambini poveri in occasione della Befana non mi posi il problema che era necessario portarsi le forbici e il nastro adesivo e lo spago e la carta per impacchettarli i regali. Un’altra occasione per toccare con mano come la carità sia frutto di un insieme di piccoli gesti, di fatica, di sacrificio, ma soprattutto di amore.

Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia,perché potrebbero darsi una smossa, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Il Signore ci invita, in Quaresima, a fare silenzio, a far penitenza, a prendere coscienza dei nostri peccati e ad ascoltare cosa dobbiamo fare per trovare la gioia.
Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” sono le parole che percorrono tutta la Bibbia. E il comandamento che unisce il Vecchio e il Nuovo Testamento è l’amore.
La fede è entrare in questo mistero, nel mistero di un Dio che per amore si è sporcato e vuole sporcarci, per farci vivere l’esperienza esaltante di trovare la gioia in ogni fratello che soffre, perché è lì che Lui si nasconde, è lì che Lui vuole incontrarci, una volta che, alla piscina di Siloe, siamo andati a lavarci.
La capacità di amare nasce dall’incontro con il Maestro, dalla docilità con cui seguiamo la sua parola, dal desiderio di non tenere per noi ciò che gratuitamente ci è stato donato.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi se l’altro cessa di essere amabile? La risposta l’abbiamo sentita alla radio la scorsa mattina, da don Paolo Curta che, commentando il Vangelo del giorno, ci ha invitati a lasciarci amare da Dio con tutta la forza, con tutta la passione di cui è capace, anche se questo comporta farsi mettere del fango sugli occhi per accorgercene.

7 marzo 2005

Canto: Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

10 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
Canto:Cristo è risorto veramente (CD  “Risorto per amore” 1)
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici all’ascolto di questa trasmissione. Dagli studi di Radio Speranza vi danno il benvenuto Gianni e Antonietta.
Benvenuti a che cosa direte voi, a cosa ci chiediamo noi. Siamo qui per condividere con voi la fatica dell’andare, la difficoltà a ripetere ancora una volta quel sì che il Signore ci chiede ogni giorno, ogni momento. Non è facile, come anche voi ben sapete, e ancor più è difficile testimoniare ciò che non si riesce a fare. I paramenti del sacerdote da una settimana hanno cambiato colore, sono verdi come l’erba dei prati, quella che aspettiamo venga a spuntare nella nostra terra arida e spoglia dell’inverno, non ancora passato. Ma il seme è stato gettato, la vita palpita e freme, in attesa che il sole di Pasqua faccia sbocciare tutti i fiori che in essa vi sono racchiusi. Ma quando le giornate sono sempre più grigie, quando il tempo è lento a passare sui problemi che si ripresentano, sempre uguali, non è facile guardare gli alberi spogli, la terra compatta e gelata, il cielo coperto di nubi, la nebbia che ti penetra dentro, e gioire e sperare nel miracolo della natura che si rinnova.
Per fortuna Antonietta, per rendere proficuo il tempo dell’attesa e non dimenticare, è solita scrivere gli eventi dell’anima su tutto ciò che di bianco le capita sotto tiro. Fino a poco tempo fa le dicevo che, dopo la sua morte, non mi sarei annoiato, perché avrei messo in ordine a tutti i fogli, i diari e le agende che nella sua vita è andata riempiendo, che testimoniano il tempo della malattia e il tempo della rinascita.. Non sapevo che il Signore ci avrebbe chiamato in anticipo a condividere quelle riflessioni per donarle anche a voi e farle diventare patrimonio comune.
Ecco quello che sulle stagioni ha scritto a luglio del 2001:
Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare per l’opportunità che ancora una volta mi concedi di mettermi al tuo cospetto, di rivolgere a Te lo sguardo con la certezza che mi ascolterai e mi consolerai.
Ti ringrazio perché la speranza non va mai delusa, perché mi doni la pazienza di attendere, la fiducia che tu presto arriverai. Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle perché nate dalla tua sapienza infinita, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme divino della tua grazia, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo nel veder spuntare un segno di vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.
Tu, Signore hai pensato a tutte queste cose e a tutte quelle che ci hai concesso di vedere, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi si rivestono del loro verde rinnovato e splendente, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.
Così ci prepari al grande banchetto dell’estate, quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati. Signore tu hai creato le stagioni, nessuna uguale all’altra, tutte utili e belle, ma solo una è quella in cui si miete e si raccoglie.
L’estate è la stagione per noi più breve, è quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, non è tempo di deserto, non è speranza che qualcosa arrivi finalmente a saziare la nostra fame, a dissetare la nostra gola riarsa: basta allungare la mano e il frutto morbido e dolce dell’albero della vita viene a riempire la nostra bocca, finalmente appagandola nel suo desiderio ancestrale.
Delle nostre stagioni, Signore molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.
Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono agli occhi e al cuore, premono, gravando con il loro peso, sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.
Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, sono travolti dalla furia degli elementi scomposti, sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.
Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si mostra togliendosi il velo, le meraviglie a lungo celate.
Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura, che non aveva smesso di credere che, oltre le nubi, l’azzurro non fosse scomparso per sempre.
Così la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo, di cui tu sei padrone e signore, sono momenti del divenire delle tue creature perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.
Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.
All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte perché tutto si colora di luce, che dona agli occhi stupiti, la gioia della grazia multiforme e infinita.
C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, Signore: tempo di silenzio tempo di deserto, di desolazione e di morte.
Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.
Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate piovose, fa’ che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.
Canto: Fa che io creda o Signore (CD – “Io scelgo te ” 5)
Ebbene in questa settimana è accaduto proprio questo: abbiamo avuto non poche difficoltà a guardare oltre, ad accettare io le parole di Antonietta, lei il mio silenzio, a sintonizzarci sulle frequenze dello spirito, mentre sempre più eravamo attirati dalle nostre frequenze, dalle nostre disarmonie che non ci piaceva condividere con nessuno. Se ci appartiamo, se non ci mescoliamo, se non ci confrontiamo, nessuno si accorge che siamo stonati e smette di pretendere che sappiamo cantare. Così ci siamo trascinati, i primi giorni della settimana, incapaci di trovare il coraggio di riprendere il cammino insieme, dopo che delusi avevamo constatato che l’altro non ci capiva, quindi non ci amava, deduzione che sembra non fare una grinza.
Ma per fortuna, pur nella confusione, nel caos, nella dispersione di ciò che faticosamente avevamo costruito, non abbiamo smesso di cercare il faro, la direzione, dove dovevamo dirigere la rotta. Il cielo coperto di nubi, il vento impetuoso che travolgeva ogni cosa, la sabbia del deserto sollevata fino alle stelle, sembravano ostacoli insormontabili per vedere fisicamente dove brillava la luce. Ma questo sarebbe stato un ostacolo se non ci fossimo esercitati a cercare dentro di noi, ciò che Dio vi ha seminato. Così, indipendentemente l’uno dall’altro, abbiamo ricordato le parole che ci eravamo dette tempo fa: “Quando il non senso delle nostre giornate si prolunga è la preghiera che deve dare loro un senso”
Così abbiamo separatamente, in chiese e in orari diversi, chiesto a Dio l’aiuto di cui avevamo bisogno per tornare a camminare insieme, accettandoci per quello che siamo, con le nostre debolezze, i nostri piccoli e grandi difetti, la nostra difficoltà a farci vedere fragili e indifesi, la nostra incapacità ad essere migliori.
Rabbì dove abiti?” è la domanda che abbiamo continuato a rivolgergli, queste le parole che ci hanno accompagnato, in questi giorni, dopo aver disfatto il presepe e non avendo davanti nulla che ce lo facesse ricordare.
Ben diverso era lo stato d’animo di Antonietta quando scrisse queste riflessioni, a ridosso delle feste dello scorso anno.
Aspettando che Giovanni si svegli.
Oggi sono cominciate le mie vacanze, quando sono finite quelle degli altri.
Il mondo si è rimesso a girare con le sue leggi e i suoi ritmi, io ritorno ai miei più consoni, perché pur nella fatica del procedere, riesco a gustare più a fondo e per tempi più prolungati, la grazia di Dio e a sintonizzarmi con meno difficoltà sulle frequenze dello spirito.
Così questa mattina, dopo la Messa, sono tornata a casa con in testa mille cose da fare.
Ma erano già le 10,30 quando agli occhi mi è balzato il presepe. Certo non ci avevo pensato: il presepe bisognava disfarlo e riporlo con ordine per il prossimo anno. Dovevo farlo perché il giorno dopo Anna, avrebbe provveduto a spolverare e lavare per bene i piani della libreria, che dovevo liberare per tempo
Questa mattina, nella preghiera con Gianni, il compagno che Dio mi ha messo accanto con cui ho imparato a pregare, per costruire quel ”noi“assente quando ci siamo sposati, avevo parlato del presepe come guida di questo Natale e di questo avrei voluto scrivere, del dono che per me era diventato, un dono sempre più imprevedibile e ricco.
Quel presepe avrei voluto stamparlo nel cuore, quello della Chiesa di S. Giuseppe che mi era parso tutto sbagliato, ma che non aveva cessato di parlarmi.
Del resto non poteva che essere così, dopo che per due martedì consecutivi avevamo invocato lo Spirito su chi lo stava preparando.
Di quel presepe, messo non in cantina, ma riposto nel cuore, avrei voluto usare ogni immagine, perché nel presepe c’era l’uomo, tutto l’uomo, c’ero io che mi riconoscevo in quell’asino che girava a vuoto intorno al pozzo, senza che nessuno prendesse l’acqua o quello di un uomo che continuava a pescare nel suo piccolo stagno un pesce, sempre lo stesso o quel cielo senza stelle lontano dalla stella cometa o quelle case sull’alta montagna, illuminate, ma vuote di abitanti e di vita.
Avrei voluto ripescare le immagini, durante i giorni dell’anno, di quella sabbia setacciata con cura da Massimo e Anselmo, messa in abbondanza davanti alla grotta, per ricordare che siamo polvere sulla bilancia dell’Altissimo, che siamo deserto arido, senz’acqua, avrei voluto tenere lo sguardo fisso ai pastori che in quel deserto forzato camminavano sicuri e dritti, perché davanti avevano la luce che si sprigionava da dentro alla grotta.
Avrei poi sicuramente voluto tenere a portata di mano la mangiatoia e in essa immedesimarmi, perché è lì che Gesù l’ho visto e mi sono persa.
La Madonna, S. Giuseppe, la cometa, i Magi, la grotta, fredda e umida, lontana dai rumori della città…in quante parti mi sentivo scomposta, in quante contrastanti, dai sapienti dell’oriente lontano, ai doni di morte e di vita, all’erba, alla roccia alle pecore, le grasse e le magre, le ferite e quelle appena nate e i pastori e il Pastore che le chiama per nome e le guida e le accarezza e le prende in braccio, perché ha compassione del suo gregge, che ha bisogno di lui.
Ecco la compassione era il tema delle varie letture che per sbaglio ho letto questa mattina. L’ho scritto anche all’inizio di questo diario: Dio ci ha amato per primo, ha avuto compassione di noi.
Per compatire bisogna fare un trasloco dall’io al tu, bisogna diventare come il tu pecora, agnello, asino, pescatore, casa vuota posta sopra le alture, sabbia setacciata di un deserto sconfinato…
Bisogna compatire, patire con, soffrire con, perché il presepe non sia disgregato e sconnesso, bisogna compatire perché i pezzi siano funzionali l’uno all’altro, bisogna compatire se vogliamo che l’opera dell’uomo diventi capolavoro di Dio.
Quando questa mattina ho disfatto il presepe, ho con devozione preso il bambino e ho pensato che un trasloco avrei voluto farlo dentro di lui, ma mi è sembrato un azzardo e una bestemmia.
Avrei voluto tanto essere lui… mi ha consolato che lui non ha avuto problemi a traslocare in una fredda e umida mangiatoia.
Sicuramente non mi avrebbe negato la gioia di essere ospitato nella mia casa sporca e disordinata.
Avrebbe lui provveduto a metterla in ordine e a purificarla fino a trasformare un desiderio blasfemo in una realtà possibile.
Diventare come Lui., a questo Dio ci ha chiamati, per questo ci ha scelti. Ho ringraziato il Signore perché quest’anno mi ha fatto lezione davanti ad un presepe, l’ho ringraziato per il dono di tanti fratelli che mi ha dato da compatire e da accompagnare.
Ma specialmente l’ho ringraziato per tutti quelli che in silenzio e senza pretese lo hanno fatto senza che me ne accorgessi.
Canto: Padre mio ( CD “Il tuo amore è grande” 2)
L’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per Dio, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso, la liturgia delle feste non si conclude con il 6 di gennaio, giorno dell’Epifania, ma con la domenica successiva in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci aveva portato, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta che si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Ma per conoscere e apprezzare e godere del dono, è necessario che lo seguiamo sulle strade da lui percorse, per sentire che cosa ha da dirci, con chi si mischia, chi predilige, a chi si rivolge, come si pone, cosa fa tra un miracolo e l’altro, tra un insegnamento e il successivo.
E’ straordinario come seguendolo, passo passo, ci accorgiamo che la preghiera è ciò che lega la sua storia alla nostra: la preghiera fatta al Padre mediante lo Spirito.
Gesù, non ha avuto paura di sporcarsi, di inquinarsi, quando si è trattato di immergersi tutto in questa brodaglia melmosa e fetida dei nostri insulsi, sconvolti e irriconoscibili presepi.
Lui l’acqua la rende chiara e pulita, prendendone sopra di se tutto lo sporco.
Ma, come la calamita attrae a sé tutti i materiali ferrosi, non cambiando la sua natura né la sua funzione, una volta che li togliamo, così Gesù, rimane lo stesso, capace di mettere sopra l’altare oltre alle scorie, se stesso, per bruciare insieme ad esse e donare al mondo la speranza di essere per sempre salvato..
Gesù non ha avuto paura di mischiarsi con noi, perché non si è mai staccato dal Padre a cui è rimasto unito indissolubilmente attraverso la preghiera.
Per andare oltre, per non smettere di sperare, vale la pena frequentarlo, vedere quali luoghi predilige, quali sono i suoi gusti.
Bisogna viverci insieme e anche dormirci, perché non ci siano sconosciuti i modi e i tempi delle sue azioni, che impareremo ad amare perché ci vengono da Chi non ha creato niente per sbaglio e, tutto ciò che ha creato, lo ha per primo amato.
Così abbiamo pensato che non dobbiamo avere paura a vivere insieme a chi non ci piace, a confrontarci con chi non la pensa come noi, ad accogliere chi ci delude, chi disattende le nostre aspettative, chi non ci capisce, chi non ci ama..
Gesù ci dà l’esempio di come andare verso l’altro, partendo dalle sue domande, dai suoi bisogni, e non dalle nostre risposte, da ciò che diamo per scontato.
Ecco lo sconto è quello che tutti cerchiamo. E’ periodo di saldi e tutti corrono a fare acquisti, sperando di pagare di meno. Bisogna fare la fila, i primi giorni, davanti a certi negozi, e farsi largo con prepotenza, se vuoi arrivare a prendere qualcosa che abbia un valore superiore a quello stampato sul cartellino. Lo sconto è la meta a cui gli affezionati dei saldi agognano. Poi sono le stesse persone che la vita la vivono come se fosse loro tutto dovuto. Danno per scontato che, la mattina, quando vanno al lavoro o a fare la spesa, il traffico scorra veloce, che i semafori siano sincronizzati sul verde, che dall’altra parte dello sportello ci sia gente sorridente e gentile, danno per scontato ogni cosa, perché non sanno vivere senza che qualcuno gli faccia regali. Il bello è che non si accorgono di chi glieli fa e non sono abituati a ringraziare.
Quattro gesti di tenerezza al giorno aiutano a sopravvivere, otto a vivere, ci ricordava don Carlo Rocchetta in un incontro per la pastorale familiare.
Abbiamo avuto non poche difficoltà a farlo all’inizio, perché l’abitudine ci aveva chiuso gli occhi e il cuore alla gratitudine, ma poi ci siamo ripromessi di dirci almeno quattro grazie al giorno, per non morire. L’abbiamo anche scritto sull’agenda all’inizio dello scorso anno, come impegno per una rinnovata vita di coppia.
Ma abbiamo constatato quanto sia difficile mettere in pratica i buoni propositi e ci siamo ritrovati, come spesso succede, ad accorgerci dell’esistenza dell’altro, solo quando per qualche motivo non faceva le cose che ci aspettavamo e su cui eravamo abituati a contare: il caffè al mattino portato a letto, la spazzatura scesa la sera con qualunque tempo e in qualsiasi stagione..
Dicevamo di questa settimana, di quello che abbiamo vissuto, di come abbiamo cercato di affrontare i problemi e di come non li abbiamo risolti. Ma ancora una volta abbiamo sperimentato che la fede non ci toglie i problemi, ma ci dà la capacità di affrontarli insieme senza arrabbiarci, unendo i nostri sforzi e fidandoci di Dio
Vogliamo chiudere questo incontro con una preghiera e una riflessione che ci suggerisce un autore spirituale, Jean Debruynne, che ha incentrato tutta la sua invocazione sulla nostra attuale incapacità di attendere serenamente.
.
Dio, hai scelto di farti attendere
Per tutto il tempo di un Avvento
Io non amo attendere.
Non amo attendere nelle file
Non amo attendere il mio turno.
Non amo attendere il treno.
Non amo attendere prima di giudicare.
Non amo attendere il momento opportuno.
Non amo attendere un giorno ancora.
Non amo attendere perché non ho tempo.
E non vivo che nell’istante.
Ma tu, Dio hai scelto di farti attendere
per tutto il tempo di un Avvento.
Perché tu hai fatto dell’attesa
lo spazio della conversione,
il faccia a faccia con ciò che è nascosto.
Solo l’attesa desta l’attenzione
e solo l’attenzione è capace di amare
Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

17 gennaio 2005