17 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Mia gioia sei
A voi tutti, nuovi e vecchi amici un caldo e affettuoso saluto da Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera di ringraziamento al Signore, che si era fatto incontrare in un prato, risvegliato dal sole d’aprile.
Ma noi siamo ancora in inverno e, con il freddo e la neve di questi giorni, è un pò difficile soffermarsi a stupire per la vita che pulsa sotto i nostri piedi.
Il cielo, non ancora ci fa vedere il suo aspetto migliore, come spesso è accaduto in questi giorni passati, quando il desiderio era solo quello di starsene chiusi dentro la casa, avvolti dal dolce tepore delle coperte.
Ma se ci sono le nubi non è detto che il sole sia morto per sempre, se non vediamo i fiori spuntare, né l’erba fare capolino tra le zolle, non possiamo dire che non c’è vita, non c’è speranza, ma solo bisogna aspettare che il tempo arrivi, il tempo giusto per ogni stagione
luglio 2001
Le stagioni
Signore ti ringrazio perché mi doni la pazienza di attendere che la terra porti frutto, di sperare che non invano e non a caso soffia il vento e cade la pioggia, non a caso la neve scende e il gelo ricopre la terra.
Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme della tua bocca, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo che, quando proprio pensavamo fosse morto, vedessimo spuntare la vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.
Tu hai pensato a tutte queste cose e ci concedi di vederle e di stupire, ogni anno, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi rinnovano il loro vestitosi, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.
Così ci prepari al grande banchetto dell’estate quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati.
Delle stagioni l’estate è quella in cui si miete e si raccoglie, quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, ma tempo pieno, in cui basta allungare la mano per gustare il frutto morbido e dolce che la natura ci offre.
Delle nostre stagioni, Signore, molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.
Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono, premendo, gravando sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.
Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, travolti dalla furia degli elementi, scomposti sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.
Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si toglie il velo, per mostrare agli occhi in attesa le meraviglie a lungo celate.
Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura che non aveva smesso di credere che oltre le nubi l’azzurro non era scomparso per sempre.
Così, Signore, la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo di cui tu sei padrone e Signore, sono momenti del divenire delle tue creature, perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.
Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.
All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte, perché tutto si colora di luce che dona agli occhi stupiti la gioia di godere della tua grazia multiforme e infinita.
C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, tempo di silenzio, di deserto, di desolazione, di morte.
Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.
Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate, fa che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.
Quante volte ci sembra interminabile il tempo dell’attesa, quando questa è piena di problemi da risolvere, di perché senza risposta, di non senso di tante cose che ci succedono!
Rileggendo con voi le pagine drammatiche del periodo più fosco e buio della mia vita, mi è venuto naturale ripescare quanto ho scritto a luglio del 2001.
Allora era estate ed è stato più semplice ringraziare il, Signore per il frutti copiosi di quella stagione.
Ma perché l’attesa non sia mai tempo morto, inutile, sprecato, sul mio cellulare ho memorizzato un messaggio, che mi appare ogni volta che lo accendo:” Sono con te tutti i giorni della tua vita”, qualora dimenticassi che non sono sola, che non devo temere, che devo imparare a fidarmi e ad aspettare.
Da " Il gioco dell’oca"
Al punto di partenza
Il 20 marzo 1990, mentre pulivo la doccia per decontrarre i muscoli tesi della spalla e del collo, una fitta lancinante mi mozzò il respiro, rimanendo con il braccio sospeso nell’aria.
Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti, d’urgenza, chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata. Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e temibile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia.
Il medico di base, chiamato d’urgenza, disse che era una fibromialgia, che ci si sarebbe giocato la testa, perché anche lui ne aveva sofferto. Mi fece un’infiltrazione e, con l’aria di chi la sa lunga, non volle essere pagato se non a guarigione avvenuta.
In seguito mi disse che non mi aveva creduta perché ero un soggetto depresso autorizzandomi a schiaffeggiarlo se fosse successo di nuovo.
I giorni che seguirono furono da incubo nella disperata ricerca di una risposta ai mille interrogativi che ininterrottamente i nervi impazziti del collo mi ponevano. La risonanza magnetica che emise il verdetto fu il primo di una serie infinita di traumi a cui dovetti sottopormi. Nell’alternanza convulsa di speranze e delusioni solo l’idea della morte riusciva a placare il tumulto dei pensieri, scossa dalla paura di essere lasciata sola e del dolore che mi devastava.
I miei sospetti erano fondati: un’ernia cervicale mi stava paralizzando.In Abruzzo nessuna struttura garantiva dai rischi di un intervento, per cui dopo affannose ricerche, approdammo ad un illustre neurochirurgo della capitale che operava i suoi clienti, pur lavorando in un pubblico ospedale, presso una clinica esclusiva al centro della città.Non badammo a spese, visto che bisognava fare presto per evitare il peggio.
Il 24 aprile mi trovai ad attendere il mio turno in una stanza bianca ed estranea, impregnata dall’odore acre dei disinfettanti che mi bruciavano la gola, mentre invano cercavo un volto amico tra quelli che frettolosi mi passavano accanto.
Ancora una volta l’idea di una morte che avrebbe posto fine a tanta sofferenza mi dette il coraggio di salire sul lettino della sala operatoria.
Ricordo la delusione del risveglio nel constatare che non era finita. I dolori erano più forti di prima mentre l’ultima speranza cadeva.
Dopo tre giorni fui dimessa. Non era cambiato niente, tranne un’infezione vaginale virulenta che si aggiunse a tutto il resto.
Tornati a Pescara, facemmo fatica a trovare una brava terapista della riabilitazione, ma alla fine la nostra costanza fu premiata.
Impercettibilmente diminuiva il dolore, impercettibilmente il movimento del braccio si allargava, impercettibilmente la vita prese a sorridermi.
Dal letto ero passata ad una sdraio che mi permetteva di non vivere isolata, perché me la potevo portare dietro ovunque. Così in Agosto mi potei trasferire per un breve periodo nella casa di famiglia in montagna.
Di tanto in tanto provavo a mettermi in piedi, contando i passi che riuscivo a fare senza dolore.
Un giorno mi parvero così tanti da pensare che il traguardo non era lontano.
Ma la gamba?…Che c’entrava la gamba, in quel momento di grande esultanza, a farsi sentire?
Era la destra e un velo cadde davanti ai miei occhi. Lo stesso sintomo di 15 anni prima!

Ad agosto ebbe inizio la nuova e più terribile odissea. Di quel mese e dei successivi serbo un ricordo doloroso e straziante. Dovetti trasferirmi a casa di mia madre perché avevo bisogno di tutto.
I numerosi tentativi di rimettermi in piedi, ricorrendo ai più infernali marchingegni, lungi dal sortire l’effetto voluto, non facevano che riacutizzare ora il dolore alla spalla ora alla schiena. Di giorno e di notte ero sconvolta da contratture allucinanti. A ciò si aggiungeva la maledetta paura di rimanere sola che più forte che mai si era impadronita di me.
Mio marito mi veniva a trovare, ma non faceva cenno di volermi a casa, nonostante mio figlio ripetutamente chiedesse di me.
L’analista, nel cui studio avevo continuato a recarmi puntualmente, trascinando le gambe, aggrappata alle braccia dell’accompagnatore di turno, si ostinava a ripetere che non avevo niente e che non volevo guarire.
A novembre stavo peggio di prima, nonostante i meccanici del sapere avessero messo a punto da poco l’ultimo strumento di tortura, il busto a crociera.
Mi sembrava di annegare in un mare in tempesta, ma di una cosa ero certa: volevo tornare a casa.
Bastava cercare qualcuno che sostituisse mia madre e mio marito e si occupasse di me.
Fui fortunata a trovare una ragazza allegra e piena di vita con cui subito m’intesi.
Per stare in piedi dovetti sostituire con un busto gessato con ascellari d’acciaio quella crociera che provocava più danni che benefici.
Non dovetti più dire grazie a nessuno, non dovetti più scervellarmi a cercare il salvatore di turno. Bastava pagare! Averci pensato prima!
Ma ogni scelta ha i suoi tempi.
Canto:Dio aprirà una via
1991
La vita tornò a sorridermi e ad aprile buttai il gesso e lasciai libera la mia compagna di viaggio.
Avevo vinto la mia battaglia con il male oscuro, anche se occorse ancora un anno per concludere il lungo viaggio intrapreso tanti anni prima con l’analista.
Non avevo però risolto i problemi alla schiena e continuavo a soffrire ogni volta che stavo in piedi. Vivevo sulla mia sdraio e mal mi adattavo a qualsiasi altro tipo d’appoggio.
Passavo il mio tempo a cucire, privilegiando i lavori difficili e dove confluivano pazienza precisione e creatività. Mi meravigliavo sempre più del fatto che preferissi aggiustare che creare dal nulla, che con quattro metri di stoffa non riuscivo a confezionare neanche un fazzoletto, mentre con un fazzoletto riuscivo a fare un vestito.
Lungi dal sentirmi realizzata, pensavo alla scuola che volevo riprendere almeno l’ultimo mese
Ormai la macchina non era un problema e a scuola bastava trovare la sedia giusta.
Ma che stava succedendo al braccio destro? Non riuscivo più a muoverlo se non urlando di dolore.
Non ci capivo più niente. Così l’ortopedico che negli ultimi anni mi aveva seguito con grande disponibilità, dopo aver provato con fasciature non rigide, fu alla fine costretto ad ingessarmi il braccio e la spalla."Tendinite del tennista" la chiamò.
Mi meravigliai che come la meniscopatia anche questa patologia mi accomunava agli atleti.
Me che da anni non facevo un passo, e che agli esami di stato fui vergognosamente rimandata a ottobre in educazione fisica.
Il giorno del rientro in servizio non sapevo se ridere o piangere. Provai a guidare con il braccio sinistro, ma non feci che pochi metri.
Gettata la spugna, chiamai mio marito e mi presentai agli alunni e ai colleghi, dopo tre anni d’assenza, conciata in quel modo.
Era maggio del 1991.
In quello stesso periodo sentivo una gran voglia di cambiamento.
La mia casa che negli ultimi anni avevo sentivo nemica ed estranea, desiderai renderla più confortevole e funzionale.Mi svegliavo la notte a pensare alle possibili soluzioni facendo schizzi su schizzi.
Ce ne volle per convincere mio marito ad avviare i lavori, ma alla fine la spuntai.
Passai l’estate chiusa nella stanza da letto, attrezzata per l’uso, mentre gli operai demolivano muri e pavimenti in un fragore infernale.
La ristrutturazione della mia casa rispose ad una ricerca interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
I sogni fornirono alla ricerca analitica il materiale per approfondire la conoscenza di me stessa.. La casa era un tema ricorrente. Mi meravigliai di sognare, con l’andar del tempo, palazzi sempre più bassi con ampi balconi che si sostituirono alle piccole e buie finestre dei grattacieli.
Ridenti palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno furono il segno che il grande viaggio alla scoperta di me volgeva al termine.
A dirmi che ormai potevo andare da sola, fu un sogno in cui vidi una grande casa, con mura spesse e robuste, non ancora finita. Attorno ad essa un via vai di operai occupati a portare a termine la costruzione.
L’analista mi congedò dicendo che il più era fatto e che avevo gli strumenti per terminare la casa senza di lui.
Aveva ragione, perché non lui ma il Signore doveva provvedere a che vi potessi abitare.
Non mi servivano certo i tappeti persiani che per un tempo lunghissimo sognai come copertura del pavimento umido e sporco della cantina, né quello costoso che io e mio marito comprammo per avere un progetto comune, visto che non riuscivamo a trovarne altri, che ugualmente ci trovassero d’accordo.
Ma ciò che rese la mia casa abitabile, casa dove non c’era più posto per la paura, fu un crocifisso
Così scrivevo a quello zio di Bologna con cui oggi condivido la gioia di poterci un pochino fermare, per parlare di Dio.
25 giugno 2001
Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, io e Gianni, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari.
L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.
Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere.
Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.
Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.
Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore.
Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.
Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
Con questo augurio che estendo a tutti, vi lascio.
Canto:Davanti a questo amore
2 febbraio 2004.
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