Perfezione

 

“Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.”

(Matteo 5,48)

Il tuo dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la tua capacità di comprendere.
E se potessi mantenere il cuore sospeso in costante stupore ai quotidiani miracoli della vita, il dolore non ti sembrerebbe meno meraviglioso della gioia; e accetteresti le stagioni del tuo cuore, come hai sempre accettato le stagioni che passano sui tuoi campi.
(Kahlil Gibran)

Chiedete e vi sarà dato

Lo vedrò
VANGELO (Mt 7,7-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

La preghiera serve, ma non a comprare quello che desideriamo.
Si conquista con il coraggio e con la costanza, se si ha la dignità personale e la forza di pregare “in bianco”. Sempre.
Ci sono momenti in cui non ci si sente ascoltati da Dio, anche quando gli si chiede di morire, perchè non ce la fai più a sopportare il peso della croce.
Anche Gesù si è sentito abbandonato dal Padre, Lui che Lo conosceva più di ogni altra persona al mondo.
Un piccolo trucco, il Signore mi perdoni, però ce l’ho, per sperare di ottenere quello che desidero.
L’ho letto da qualche parte. “Chiedi a Dio quello che Lui vuole e lui ti darà quello che tu vuoi”.
Non è automatico s’intende; ma Dio è Padre e si sa i padri, anche i più burberi, hanno il cuore tenero e sanno cosa fa piacere ai loro figli.
Per cui coraggio, affidiamoci a Lui e crediamo che se gli chiedi un pane non ci darà una pietra, anche se quel pane non ci è indispensabile.

Padre nostro

 

Padre , fa’ che possa rivolgermi a te con questo nome, fa’ che ti senta in ogni momento Padre, fa che questa parola non sia un suono vuoto e privo di significato che non corrisponde ad un sentimento profondo, fa’ che, quando la pronunciamo, evochi in noi la tenerezza, l’amore, la premura costante di chi vuole bene ai suoi figli e soffre, se li vede soffrire. PADRE

Padre, che vorrei sempre sentire vicino , che vorrei abbracciare in ogni momento, Padre di cui vorrei le carezze di cui sento il bisogno, che vorrei incontrare con gioia, perché mi aspetti paziente per  ridarmi fiducia, per indicarmi la strada, per curare le numerose e dolenti ferite che mi procuro ogni volta che voglio andare da sola, Padre, che voglio sentire anche mio, che percepisco , anche se non sempre nei tempi che sono dell’uomo, essere buono, sollecito, attento a me e alla mia pena, Padre che vorrei da tutti i tuoi figli fossi riconosciuto tale, Padre che vorrei poter chiamare così sempre, anche  davanti alle più grandi tragedie, Padre che vorrei non fosse così difficile, a volte,  sentirti. NOSTRO
Padre, che nonostante tu sia nei cieli, nonostante la tua natura divina ti distingua e ti separi infinitamente da noi, fa’ che possa dire con convinzione che sei vicino,  che sei qui, che ascolti il grido soffocato di chi soffre in silenzioi. CHE SEI NEI CIELI.
Padre che il Tuo nome sia santificato, che ognuno di noi, mettendosi di fronte a Te, possa capire quanto siamo piccoli, quanto siamo distanti da Te, dalla tua grandezza, dalla tua magnificenza, dalla tua bontà. SIA SANTIFICATO IL TUO NOME
Padre, che l’amore alla base del tuo atto creativo sia il seme prodigioso, capace di trasformare la separazione, il caos che sconvolgono questo mondo in cui siamo immersi, e che si fa dominare dal male in ordine luminoso, dove Tu regni indiscusso. VENGA IL TUO REGNO.
Padre, sia fatta la tua volontà, anche quando non la capiamo, quando non riusciamo ad accettarla, quando ci sembra lontana da ogni logica, quando ci sembra ingiusta e crudele; sia fatta la tua volontà quando i nostri occhi non riescono a guardare oltre, quando il nostro egoismo non ci fa uscire da noi stessi, quando i criteri e le logiche del mondo contrastano vistosamente con la Tua verità. SIA FATTA LA TUA VOLONTA’ COME IN CIELO COSI’ IN TERRA
Padre, concedi ad ogni uomo ciò di cui ha bisogno oggi, in questo momento, per il corpo, per l’anima, fa’ che ognuno, per ciò che oggi trova, possa ringraziarti, fa che ognuno, mentre si nutre del cibo che tu gli hai preparato, non dica che é poco, non pensi che altri ne hanno di più, non sia turbato dall’incertezza del dopo.
Padre, fa’ che ognuno con serenità si abbandoni a Te, fa’ che nessuno, temendo di perdere anche il poco che ha, non lo apprezzi e non ti ringrazi. DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO
Padre, fa’ che possiamo perdonare i nostri nemici, fa che impariamo ad amarli seguendo l’esempio che tu ci hai dato.
Padre,  i nostri nemici il più delle volte li abbiamo dentro e sono quelli che non riusciamo ad assolvere.Ciò che più ci costa é chiudere gli occhi alla nostra imperfezione, al nostro limite, alle nostre debolezze. Per questo, Padre, ti peghiamo: perché riusciamo a consegnarle a Te, che ci accetti e ci ami per quello che siamo, piccoli, imperfetti, peccatori, ma infinitamente preziosi ai tuoi occhi.
Padre, insegnaci a perdonare i nostri fratelli dai quali non ci sentiamo amati, dai quali non ci sentiamo apprezzati per quello che facciamo, per quello che diciamo, per quello che pensiamo, dai quali spesso riceviamo male in cambio di bene, dai quali non ci sentiamo capiti, dei quali ci sentiamo migliori.
Padre, insegnaci a perdonare Te, dal quale spesso ci sentiamo colpiti ingiustamente, a perdonare tutte le sciagure e le tragedie che vedono vittime innocenti, che ci sembrano assurde e che spesso pensiamo avresti potuto evitare. RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI
Padre, non sono riuscita a dire come sarebbe stato giusto , “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, perché é difficile, perché non ne sono capace, perché non ne siamo capaci e non vorremmo che tu ci prendessi sul serio.
Padre, manda il tuo Spirito che c’insegni ad amare, e saremo capaci anche di questo. COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI.
Padre, fa’ che i nostri buoni propositi non rimangano tali, ma si trasformino in atti di conversione profonda, fa’ che il male non ci alletti con le sue lusinghe.  NON C’INDURRE IN TENTAZIONE
Padre, rafforza le nostre difese sì che possiamo sempre camminare con Te al fianco, e uscire vittoriosi dalla lotta, affermando che Tu sei Dio , l’unico vero Dio nel quale, con il quale e per il quale ogni tempesta si placa e ogni anima trova la pace. . MA LIBERACI DAL MALE.

Quaresime

Il Vangelo ci parla dei quaranta giorni in cui Gesù fu tentato nel deserto.Anche Lui si prese un tempo di riflessione, di preghiera per affrontare il tempo pieno, i kairos della sua uscita allo scoperto, per mostrare la sua vera identità di figlio di Dio.
La Chiesa ci invita, in questo tempo forte dell’anno liturgico, ad imitare Gesù, a ritirarci nel deserto, a fare digiuno, per capire di cosa abbiamo veramente bisogno, quali appetiti dobbiamo soddisfare, quali eludere, a cosa dobbiamo aspirare, cosa dobbiamo possedere.
“A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che non ha”, dice il Signore. Il potere di Cristo è in quelle sue braccia inchiodate alla croce, un abbraccio inchiodato per un amore che oltrepassa i confini dello spazio e del tempo.
L’uomo di cosa ha bisogno?
Domenica scorsa, guardando fuori dalla casa incompiuta, che abbiamo in campagna, mi sono fermata ad osservare il muro in cemento armato lasciato a metà, all’interno del quale si è andata a depositare ogni genere di sporcizia, la crepa del terrazzo più estesa dell’ultima volta, il gazebo divelto dalla furia del vento, lo scivolo e l’altalena dei bimbi, scaraventate lontano, l’erba alta che aveva invaso la strada.
Quante cose da riparare, mi sono detta, quante ancora da fare!

“L’unica cosa buona sono le fondamenta”, dice Gianni che è del mestiere e, anche se il prezzo pagato per farle è stato elevato, pur tuttavia ne garantiscono la tenuta. Ma quelle non si vedono e passiamo il tempo a guardare che le cose non vanno, tanto da decidere di tanto in tanto che non vale la pena proseguire.
Quarant’anni di deserto, quarant’anni che si aggiungono ad altri quaranta e poi altri fino alla morte.
E mentre Gianni nel frutteto cercava di tagliare i rami in eccesso, per la prima volta improvvisandosi contadino, io ripensavo al passo del Deteuronomio che monsignor Brambilla ci aveva commentato nel convegno a cui avevamo partecipato insieme due anni fa, sul pane del cammino di una vita riconciliata


<< Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi dò, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri.
Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. >>

e così ho pregato

“Quanti deserti, Signore, quante quaresime non scelte, non desiderate, rifiutate. Quante solitudini non accettate, Signore, quanti fallimenti non digeriti, quante morti!
“Non di solo pane vive l’uomo , ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”
E’ vero Signore, che la tua parola è l’unico alimento della nostra vita. Sei tu Signore che ci permetti di attraversare il deserto senza che si logori la veste e si gonfino i piedi.
Oggi sono tornata in quella che ritenevo la casa perfetta, lontana dai rumori della città, in un luogo elevato, in collina, dove non possono toccarci le beghe e i problemi di ogni giorno, una casa per isolarci dal mondo e dalle persone.
Ci sono tornata per riconciliarmi con la mia e nostra storia, per meditare sui nostri fallimenti, per mettere davanti a te il nostro limite e offrirtelo Signore, perché lo benedica e lo trasformi in grazia.
Davide, il tuo consacrato peccò molto, Signore, si macchiò di un crimine, il tradimento, che porta alla morte, ma si pentì e tu lo perdonasti e non ritirasti da lui la tua mano.
Davide colpì con un sasso scagliato da una fionda il gigante terribile, Golia. Un sassolino colpì la statua del sogno di Nabucodonosor. Penso al masso di Sisifo che per tanto tempo pensai di trasportare e che puntualmente mi ripiombava addosso, appena raggiunto il culmine della montagna.
Qualcuno mi disse che il senso di quella fatica era il portare il masso e vederselo rotolare giù nella china.
Ho pensato spesso che io ero un titano condannato ad espiare tutte le colpe del mondo, l’ho pensato, Signore prima di incontrarti.
Solo ora capisco che sulle tue spalle ti sei caricato il peso dei nostri peccati, tu, l’Innocente; solo ora comprendo che una casa è salda se ha te come testata d’angolo, pietra scartata dai costruttori. Guardo la nostra casa Signore e mi chiedo se questa pietra l’abbiamo veramente trovata e messa nel posto giusto. Se abbiamo dato a te e non a noi il primato.
“Adorerai il Signore Dio tuo” rispondi al Diavolo che ti voleva offrire il potere su tutti gli uomini.
Signore noi vogliamo mettere te al primo posto, lo sai, ma non ne siamo capaci. Spesso ti confondiamo con altro. Facci riscoprire la meraviglia dell’inizio, facci dire di noi: “E’ cosa buona, molto buona”
Tu lo hai detto di ogni uomo, Signore, non necessariamente sposato, ma hai detto cosa molto buona la relazione d’amore.
Signore fa che continuiamo a crederci. Gianni sta potando gli alberi del frutteto, non so se l’abbia mai fatto. Ma in quel suo gesto voglio cogliere un segno di speranza, per un futuro che dipende da noi in misura minima.
“Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”
Signore ricostruisci la nostra casa, ancora, non ti stancare mai di rimediare ai nostri errori.
Noi ti ringraziamo, lodiamo e benediciamo per tutto quello che ci fai vedere, capire toccare. Grazie Signore dell’erba e dei fiori dei prati, degli alberi, della terra e delle pietre, dele nuvole e dell’azzurro, degli uccelli e degli insetti, degli errori che commettiamo perchè anche di quelli abbiamo bisogno, per vivere e crescere nella comunione con te e con tutto il creato.
La bietolina spuntata spontanea alla base degli alberi, nascosta tra le erbe e i fiori odorosi dei campi è lì a ricordarci che non ti sei dimenticato di noi.

Racconti di solidarietà: “lo toccò”

 

bergoglio malato aids lo toccò

VANGELO (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva.
Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato.
Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer.
Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.
Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.
Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.
Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.
Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.
L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..
LUCIANA
Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.
La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.
Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo?
Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.

Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva..

Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente.
Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.
Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.
Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.
Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.
Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.
Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.
I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.
Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.
La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.
Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.
Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.
Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, <Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”> parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.
L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.
Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?
La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.

Li inviò a due a due

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VANGELO (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

 

Del Vangelo di oggi mi ha colpito il fatto che Gesù si fa precedere dai suoi discepoli, persone che lo avevano conosciuto attraverso la parola e le azioni che lui compiva.

Perchè questo?

Gesù ha bisogno sempre di un profeta che gli prepari la strada.

Non appare all’improvviso, non fai un’esperienza di lui se non c’è stato qualcuno che ti ha portato la sua pace.

Non sono le belle parole, nè il numero delle valigie al seguito, 90 per il principino di Galles leggevo, niente di niente ti devi portare dietro, perchè quello che ti serve o ce l’hai dentro o non c’è valigia o sacca o treno o nave o che lo possa contenere.

Quindi Dio manda noi, che non sappiamo di teologia, che abbiamo una vita più o meno dura, sfigata, come ora si suol dire o tranquilla perchè il lavoro grazie a Dio non l’abbiamo ancora perso, i figli si comportano bene, sono rispettosi e studiano e si sono fatti una famiglia regolare, regolarmente sposati in chiesa, e poi un piccolo gruzzolo in banca per le necessità.

Insomma manda tutti quelli che oggi si mettono in ascolto della sua parola, giovani e vecchi, letterati e illetterati, tutti, ma proprio tutti perchè la messe è abbondante e gli operai sono pochi.

Spesso noi pensiamo che della messe e quindi del grano abbia bisogno Dio o gli affamati e non ci sfiora l’idea che anche noi dobbiamo mangiare e quel cibo ce lo dobbiamo procurare rispondendo all’invito di Gesù.

Un’altra cosa che mi ha colpito è quel non salutare nessuno mentre siamo impegnati nella missione affidataci.

La nostra generazione è maestra in questo e non avrà difficoltà a capire che quando stai chattando con l’amico del cuore non alzi gli occhi per salutare neanche fosse il figlio del re a passarti vicino.

Ebbene Gesù che è l’Amico per eccellenza non accetta deroghe e per Lui bisogna tirare dritto e andare diretti allo scopo.

Cosa portarsi dietro?

Niente.

Perchè l’unica cosa che Gesù ci chiede di portare è la pace e quella ci pensa Lui a darcela.

E poi andare insieme.

In due sappiamo che da un lato ci si aiuta, dall’altro ci si difende meglio, ma quello che è più importante è che ci si allena a fare la pace.

Perchè per portare la pace devi sperimentare ogni momento come sia difficile andare d’accordo con uno diverso da te, specie se è tua moglie o tuo marito.

E’ allora che diventi convincente e annunzi il regno di Dio.

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti”

Effata

VANGELO (Mc 7,31-37)
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti” dice Isaia.

Dal passo della Genesi che la liturgia oggi si presenta, non sembra che Dio abbia fatto bene ogni cosa, visto che nel paradiso c’è il serpente che non va ascoltato, un frutto che non si può toccare e che dà la morte a chi lo mangia, nonostante sia bello da vedere, buono da mangiare, desiderabile per acquistare saggezza, una donna che seduce l’uomo ed è causa della sua rovina.

” Dio ho fatto bene ogni cosa fa udire i sordi e fa parlare i muti”, lo ripetono quelli che assistono al miracolo della guarigione del sordomuto.

Già Dio, nella Genesi, si era pronunciato sulla bontà della creazione.” “ E’cosa buona”( riferito al mondo minerale, vegetale e animale senza intelligenza) , “E’ cosa molto buona”(riferito all’uomo, capace di scegliere), aveva detto.
Da quale sordità il Signore Dio nostro ci vuole guarire? Da quale mutismo?

Effatà! Apriti!

Sono le parole che il Sacerdote pronuncia al termine del rito battesimale, tracciando un piccolo segno di croce sulla bocca e sulle orecchie del battezzato.

Il peccato ha chiuso i canali di comunicazione con Dio e con l’altro e il Battesimo restituisce ai sensi la funzione per cui Dio ce li ha dati.

Gesù per farsi capire da un sordomuto, ha bisogno di gesti, di segni (che in altri contesti non usa, proprio perché quello che gli sta di fronte è sordo e muto dalla nascita e non sarebbe stato in grado di capire). Ma Gesù ha bisogno che il malato che gli sta di fronte non si fermi ai segni, ma guardi oltre, per vedere in essi la salvezza di Dio.

Dopo aver mangiato del frutto dell’albero, gli occhi di Adamo ed Eva si aprirono, ma per vergognarsi della loro nudità( ma non era cosa molto buona?) e sottrarsi allo sguardo di Dio.

L”isolamento e la solitudine sono la condanna di chi ha voluto prescindere da quello sguardo. Il Dio lontano, il giudice si fa voce vicina all’uomo per condannare sì, ma anche per promettere la liberazione.

“Una donna ti schiaccerà il capo” dice al serpente.

La voce , la Parola, diventa corpo in Gesù Cristo.

L’uomo ha bisogno di ascoltare per vedere.

“Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!”È il grido accorato di Dio che percorre tutta la Storia.

Ma l’uomo ha bisogno anche di vedere ecco perché Dio si fa uomo e si rende visibile, tanto vicino da diventare uno di noi.

”Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono dice Giobbe”

Vedi che Dio ha fatto bene ogni cosa solo se apri l’orecchio alla sua parola, se apri il cuore all’incursione dello Spirito.

Il sordomuto aprirà gli occhi della fede, quando Dio lo avrà guarito dalla sordità del peccato.