CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 

 

LA NOSTRA FORZA E’ IL PREZZO


(Isaia 55,1)
O voi tutti assetati venite all’acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte.

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Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.


VANGELO (Lc 21,5-19)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
 
 
 
L’anno liturgico volge al termine e c’è da domandarsi se qualcosa è cambiato nella nostra vita, se in queste 33 settimane ci siamo accorti di Gesù che passava, se ci siamo fatti carico di dirlo a chi non era nelle condizioni di vederlo.
 
Tutta la scrittura per un anno consecutivo non ha fatto altro che ricordarci che Dio ci ama, che Dio vuole la nostra salvezza e continua a dircelo, nonostante gli appelli disperati alla conversione, in questo scampolo di giorni che precedono la solennità di Cristo, re dell’universo.
 
“Neppure un capello del vostro capo perirà, cultori del mio nome”, “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”, ci rassicura il Signore, mentre parla della sorte di chi non si vuole staccare dal possesso delle cose terrene.
 
A volte, quando il vento soffia impetuoso e non sappiamo a cosa attaccarci, la Parola di Dio è l’unica che può dare ragione alla nostra speranza, certezza delle cose che ci sono promesse, perseveranza nella fede in Dio salvatore.
 
 
 
Una delle prove più difficili e dolorose della mia vita è stato quella in cui mi sono trovata a fronteggiare pressocchè da sola la malattia e la morte di mia madre.
 
Il 7 gennaio del 2005, quando è spirata, ho pensato a quei foglietti sparsi alla rinfusa nel cassetto e al perchè lo “tsunami” non mi aveva portato via, lo tsunami di una prova che si era prolungata nel tempo e che mi aveva fortemente prostrata.
 
Era la Parola di Dio che mi aveva accompagnato per tutto l’anno, i foglietti del Calendario Liturgico, che ho appeso sul comodino.
 
Sono stato dovunque sei andato” le parole che mi sono trovata nelle mani, mentre cercavo di notte un farmaco che mi facesse dormire e dimenticare che ero sola a combattere quella battaglia.
 
Sono stato dovunque sei andato”, non solo quando mi sono sentita persa, nel tempo in cui mamma, Gianni e Monia, la moglie di nostro figlio, contemporaneamente erano ricoverati all’ospedale, ma sempre, tutti i giorni dell’anno che si era da poco concluso, tutti i giorni della mia vita.
 
Così oggi voglio ricordarmele quelle, queste parole, a me e a voi, tornata alle occupazioni abituali, dove gli tsunami sono di turno.
 
Don Antonio, tornato dal pellegrinaggio in terra santa, ha parlato della tragedia di un popolo che vive blindato, accerchiato nelle città dove Gesù ha predicato la Buona novella dell’Amore che salva.
 
Dice il Signore:
 
“Io ho progetti di pace e non di sventura;
 
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
 
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”. (Ger 29,11.12.14)
 
 
 
Sono stato con te dovunque sei andato” lo volevo scrivere come messaggio di benvenuto sul cellulare, ma non c’è entrato tutto.
 
Non è un caso che il messaggio che appare, quando lo accendo, sia “Sono stato dovunque sei”, forse ad indicare un passato che diventa speranza, certezza di una presenza che impedisce a qualsiasi “tsunami” di portarti lontano da LUI.

Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

Image for Pace a voi!

(Lc 17,7-10)

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

Ricordo quando mi suonarono difficili e dure queste parole del Vangelo, ma come riuscii a capirle e a farle mie ripensando ad una pezza di fodera…

 

Quando eravamo bambini, all’ora di pranzo ci mettevamo sulla strada, fuori al cancello per vedere il carretto dei nonni che tornavano dal mercato, dove erano andati a vendere la stoffa.

 

Ricordo le pezze lunghe e pesanti dei tessuti invernali, quelle corte e leggere delle fodere e dei tessuti di seta.

 

Noi bambini eravamo sempre eccitati quando dall’angolo spuntava il grande carretto, spinto a fatica dai grandi, che sotto ogni tempo così si guadagnavano la vita.

 

Ricordo l’ansia e la gioia di poter, una volta che era entrato in giardino, correre per prendere in braccio una o più pezze di stoffa, così da renderci utili e da accorciare il tempo dell’attesa del pranzo.

 

Gli adulti ci lasciavano fare, sorridenti ci davano ciò che ognuno poteva portare a seconda dell’età, ma con apprensione ci seguivano con gli occhi, quando ci affidavano ciò che spesso finiva per terra sporcandosi.

 

Così tutti noi piccoli, per quello che sapevamo e potevamo fare, i grandi per quello che dovevano per forza fare, contribuivamo a che la stoffa fosse rimessa in ordine negli scaffali della sala, dove poi si apparecchiava per mangiare insieme il frutto del lavoro di tutti.

 

Noi bimbi ci illudevamo che fosse così e i grandi ce lo facevano credere, ma quante volte hanno pensato che avrebbero fatto volentieri a meno della nostra collaborazione, perché continuavamo a combinare disastri.

 

 

Così è il Signore che ci chiama a servirlo senza che noi sappiamo far nulla, ma lo fa per farci partecipare con più gioia e soddisfazione al grande banchetto che ci ha preparato.

 

E’ importante, in questo tempo che ci dona di vivere, che sappiamo aspettare con pazienza al cancello, che siamo disponibili a prestare le nostre deboli braccia per portare i vari fardelli.

 

Non c’è dubbio che Lui ne dosi il peso secondo la statura, la robustezza e l’età di ognuno, proprio come facevano mio padre e mio nonno.

 

Voglio ringraziare il Signore perché, attraverso questa parabola, mi ha parlato del servizio, dell’importanza che assume nell’ambito del suo progetto, ma specialmente dell’inutilità di quanto ognuno di noi fa, ma che comunque serve per farci crescere e gustare con più consapevolezza e gioia ciò che ci ha preparato, ciò che era già pronto senza che noi lo guadagnassimo.

 

Ringrazio il Signore di quella pezza di fodera che da bimba ho portato, che mi ha fatto capire quanto sono poco importante, ma quanto valgo per Lui.

 

Voglio benedirlo perché mi ha ricordato che solo i bambini ci possono aprire il senso delle parabole.

 

 


«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.”(Mt18,3)

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Signore aumenta la nostra fede!

VANGELO (Lc 17,1-6)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».
Signore aumenta la nostra fede, quando abbiamo paura, quando il dubbio c’è assale, quando il mondo si crolla addosso, quando se ne vanno gli amici più cari.
Signore aumenta la nostra fede, quando ci sembra di esserci affaticati invano, quando ci sentiamo traditi, non presi in considerazione, sottovalutati, aumenta la nostra fede nella malattia, nel dolore, nelle prove.
Aumenta la nostra fede quando i tuoi silenzi si prolungano, quando ci sentiamo soli e abbandonati, quando ci sentiamo incapaci di perdonare, di amare, di riflettere la tua immagine fedelmente, quando le nostre parole non portano a te, quando siamo di inciampo alla fede dei nostri fratelli, quando giudichiamo, quando siamo schiavi del dover essere, quando non comprendiamo il tuo disegno di salvezza.
Aumenta la nostra fede Signore, quando ci distraiamo e siamo attratti dalle cose del mondo, quando le anteponiamo a te, quando la croce ci pesa e vorremmo scaraventarla lontano attribuendo a te la causa dei nostri guai, quando la morte ci fa paura, quando il male sembra prevalere sul bene, quando perdiamo la speranza.
Aumenta la nostra fede, Signore, quando ci dimentichiamo che tu ci ami sempre e comunque, anche se abbiamo poca fede o non l’abbiamo per niente.
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Vita


Ieri toccando la pelle staccata dal muscolo che pendeva dall’avambraccio del nonno, Giovanni, ( inclementi questi bambini!) ha fatto questa domanda.
“Perchè la pelle dei vecchi se ne va di qua e di là?”
“ Perchè il corpo è soggetto alla corruzione e pian piano le cellule muoiono.
Anche a te accadrà un giorno di diventare vecchio e di avere la pelle avvizzita”Ho risposto.
Dalla faccia che ha fatto , la prospettiva non gli è piaciuta, così sono corsa ai ripari.
“Guarda i fiori di pesco che in primavera rallegrano il nostro balcone, quanto sono belli, specie appena sbocciati, con le foglie turgide che si poggiano sopra il ramo.. Poi guarda cosa succede nel tempo. I petali appassiscono e il fiore muore.
Al suo posto troviamo un sacchetto, un piccolo scrigno. E’ il frutto che mangeremo.
Al suo interno c’è un seme che possiamo piantare perchè nasca un’altra pianta.

(1Cor 3,9-11.16-17)
Fratelli, voi siete edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

Dopo aver letto ciò che oggi la liturgia ci invita a meditare sto aspettando che Giovanni torni da scuola per dirgli che noi siamo come quel fiore che porta frutto solo se rimane attaccato alla pianta.

2 novembre

li radunerà..

 

 

 

 

 

Oggi sono andata alla messa di don Ermete, un vecchio prete, che per l’età, è stato declassato a vice parroco, in una chiesa lontana dalla sua comunità, che ha piantato e fatto crescere attorno alla parola di Dio nei 34 anni di servizio pastorale nella baracca di ferro alla periferia della città, chiamata S.Lucia.

 

Era stato anche abate don Ermete, ma non se ne faceva un vanto, quando parlava con la gente a lui affidata, che man mano che procedeva con fede e determinazione, riempiva fino a farlo traboccare lo spazio angusto della piccola chiesa.

 

Le omelie spesso le faceva in dialetto per farsi capire dagli anziani di quella piccola comunità, ma quando poteva, ed era certo di non essere frainteso, parlava in italiano, con competenza e timor di Dio, riuscendo sempre a trasmettere il suo amore sconfinato per il Signore.

 

Ogni tanto lo andavo a trovare in quella che lui chiamava “la Basilica maggiore”.

 

La modestia e la povertà della costruzione non riuscivano, però, a nascondere la vita che pulsava al suo interno, di gente che aveva imparato ad amare la chiesa più della sua casa e trovava sempre il tempo per renderla bella e sicura, perchè il focolare fosse sempre acceso la domenica e tutte le feste e venissero in tanti a riscaldarvisi.

 

Ogni volta che entravo nella “Basilica”, sentivo il sangue fluire attraverso i  suoi muri scrostati, le tele imbrattate dalla pietà della  gente di lì, la linfa che irrorava le più intime fibre di quella chiesa fatta di carne.

 

 

 

Dicevo che oggi sono andata alla messa di don Ermete, nella nuova chiesa assegnatagli, perchè avevo voglia di sentire un’omelia senza doverla leggere su un lezionario o su Internet, perchè avevo nostalgia di una parola incarnata, di qualcuno a cui tremasse la voce, quando parla con Dio e di Dio.

 

Per don Ermete la messa è la Messa a prescindere dal numero delle persone che vi partecipano.

 

Avevo bisogno di qualcuno che mi ridesse la vita, mi rianimasse dal grigio di queste giornate prive di sole, di luce, di aria pura e generosa.

 

Ha esordito dicendo che la morte è una gran brutta cosa e che non piace proprio a nessuno, perchè del dopo, ne sappiamo poco o nulla , visto che non c’è chi sia tornato da lì, per  raccontarcelo.

 

A meno che non ti fidi della Parola che questa mattina, a proposito, così recitava nell’antifona d’ingresso :

 

Gesù è morto ed è risorto;

 

così anche quelli che sono morti in Gesù

 

Dio li radunerà insieme con lui.

 

E come tutti muoiono in Adamo,

 

così tutti in Cristo riavranno la vita. (1Ts 4,14; 1Cor 15,22)

 

Quel “li radunerà” gli ha fatto pensare ai suoi cari che sarebbe andato a trovare, a celebrazione ultimata, nel suo paese d’origine, arroccato sulla montagna, a sua madre, a suo padre, a suo fratello, con i quali si sarebbe ritrovato un giorno magari attorno al focolare, in un cantuccio appartato del cielo.

 

Ci ha fatto sognare, mentre immaginava tutte le famiglie riunite, nonni, nipoti, genitori, figli, fratelli e sorelle e quanti hai amato e quanti ti hanno amato.

 

Lui non ci poteva dimostrare che è vero, ma la Parola non poteva mentire: Dio radunerà tutti quelli che sono morti in Cristo, perchè Cristo non mente, in quanto è l’unico che è tornato per raccontarci come si sta in Paradiso.

 

Ho pensato ai miei cari: mamma, papà, mio fratello…i nonni, ho avuto nostalgia di quel tavolo che nei giorni di festa ci vedeva riuniti, quando eravamo piccini.

 

Ho pensato alla tavola che ci ha visti insieme con le nostre famiglie l’ultima volta a Natale di 8 anni fa, con la diagnosi appena sfornata dall’ospedale, di “malato perso” per mio fratello, che in fondo aveva solo un piede che gli dava fastidio, e alle foto scattate in quell’occasione, mentre ci chiedevamo a chi sarebbe toccato di nuovo e chi sarebbe sopravvissuto all’appello dell’anno dopo.

 

 

 

Siamo sempre di meno a rispondere all’appello, man mano che passano gli anni, quando è Natale.

 

Due anni fa la tavola l’abbiamo imbandita sulla pancia di mamma, che stava morendo, nel letto dell’ospedale.

 

Anche lei aveva sentito il richiamo di una mensa più grande e ci aveva lasciato, a stretto giro di posta, dopo papà.

 

Ma, passati i 90 anni, non ti fanno neanche le condoglianze e il vuoto lo devi riempire da solo, con l’aiuto di Dio, specie quando arriva novembre e si avvicina il Natale.

 

 

 

Mentre don Ermete parlava, nella foto che avevo scattato, nessuno mancava all’appello.

 

Dio non aveva aspettato a riunirci, in quel cantuccio di cielo, attorno al Suo focolare.