Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.

Meditazioni sulla liturgia della
 III settimana del TO
VANGELO (Mc 3,31-35)
In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
Parola del Signore
 A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.
Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.
I SUOI siamo noi, popolo che lui si è scelto, i battezzati che credono alla vita nuova donata da Dio attraverso Cristo Gesù.
E’ incredibile come le più grandi divisioni le troviamo nella Chiesa che Cristo ha fondato, effondendo il suo Spirito su Maria, la madre che consegna al discepolo che più si sentiva amato da Lui, perchè l’accolga nella sua casa.
La nuova chiesa fondata da Cristo ha come punto di riferimento, principio e fine, Lui che ha dato tutto perchè siamo una sola cosa con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre attraverso lo Spirito.
Non basta sentirsi suoi, appartenergli solo per un legame che non unisce le braccia al cuore.
Il popolo di Dio è quello che può rivolgersi al Padre come ha fatto Gesù, chiamandolo ABBA’, padre di tenerezza, di misericordia, di perdono, lento all’ira e dispensatore di prodigi.
Non possiamo , osservando i nostri fratelli, censurare tutto quello che dicono, prendendoli per pazzi, dall’alto dei nostri studi e delle nostre sicurezze acquisite.
Non possiamo giudicare gli altri in base a quello che non hanno in comune con noi e separarcene e vivere per conto nostro la fede che ci è stata donata con il Battesimo, uguale per tutti.
Invece di guardare a ciò che ci divide, sforziamoci di mettere a fuoco ciò che ci unisce, quell’unico Pane offerto per la salvezza di tutta la famiglia di Dio.
“Tu me li hai dati. Non prego per me, ma per loro, perchè siano una cosa sola  con noi, come noi siamo una sola cosa” “Amatevi gli uni gli altri” dice il Signore. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli”
Gesù quanta fatica facciamo ad amare le persone che non capiamo, che si comportano in modo diverso da noi! Quanta fatica a benedire quelli che maledicono, a gareggiare nello stimarci a vicenda, anche se fanno e dicono cose da pazzi!
Signore le tue richieste ci sembrano tanto folli, esagerate che siamo tentati di pensare che sei fuori di testa.
Ma poi , ed è questa la grande consolazione, la nostra sicurezza, ripensiamo a quanto hai detto : “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”
Ci sarà stato un motivo per farlo!
Aiutami a scoprire la bellezza, la forza, la vita del tuo progetto d’amore.
Aiutami a sentirmi sempre più figlia amata e voluta insieme ai miei fratelli nella fede in te che sei l’unico vero Bene.

“Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”(Mc 3,30)

“Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”(Mc 3,30) 

Oggi il Vangelo ci parla di un peccato inescusabile..
La bestemmia contro lo Spirito Santo.
La bestemmia non è tanto rifiutare, rinnegare Dio padre o Dio figlio, quanto negare il dono, rifiutare il regalo che Dio attraverso il Figlio ci ha fatto per ridonarci la vita, renderci immortali.
Negare l’amore di Dio che si manifesta attraverso i Sacramenti, negare che Dio ci perdona, non credere nella misericordia di Dio. porta alla morte.
Giuda andò ad impiccarsi perché non credette alla misericordia di Dio.
Il più grande peccato, inescusabile, è non accogliere l’amore di Dio.
Gesù dice che possiamo rinnegarlo, come possiamo rinnegare il Padre, ma non possiamo rinnegare lo Spirito perché è l’unica fonte di vita.
Per questo la bestemmia contro lo Spirito è imperdonabile, non perché Dio sia cattivo, ma perché l’uomo deliberatamente sceglie di non vivere, di separarsi dalla fonte della vita, dalla luce che lo fa risplendere, come fece Satana quando decise che poteva fare a meno di Dio, separandosi a lui.
La divisione, la rottura del rapporto è conseguenza di una bestemmia contro lo Spirito.
Signore grazie perché mi hai fatto uscire dalla solitudine e mi hai fatto entrare nella tua casa che è casa di luce, di gioia, casa sempre in festa.
Grazie Signore perché ho tanto desiderato tornare a casa quando ero piccola e sognavo sempre la luce, lo spazio, la libertà che vi si godeva nel giardino dove abitava la mia famiglia, dove potevo giocare con i miei fratelli, dove i disegni sui muri, il glicine, la casetta di nonna Annina e nonno Giustino, la vigilanza delle zie tali per amore e non per legami di sangue, i fiori delle aiuole,i nascondigli e il pozzo pieno di mistero, pericolo e attrazione, il cancello mai chiuso con il catenaccio aperto ad ogni visitatore o pellegrino, il carretto dei nonni, la fatica e la gioia, il pianto e le risate, la vita che pulsava in ogni più piccola fibra di quel luogo del cuore e della fantasia.
Grazie Signore perché oggi ho capito il motivo per cui ho avuto sempre tanta nostalgia e desiderio di tornare in quel luogo.
La la vita scorreva tra le persone e le cose e te che le mettevi in relazione.
Il tuo Spirito li era presente, anche se in modo imperfetto, perchè tutti si volevano bene.
Oggi che nulla di quanto desideravo e mi rendeva felice è sopravvissuto nel tempo, sento che finalmente sono tornata a casa, nella casa della mia famiglia d’origine, la casa dove tu ti prendi cura di tutti i tuoi figli attraverso l’Amore che unisce il cielo alla terra.

“Aveva guarito molti” (Mc 3,10)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della II settimana del TO
“Aveva guarito molti” (Mc 3,10)
” Non chi dice Signore Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel regno dei cieli”
I demoni sono quelli che per primi riconoscono Gesù e non riescono a tacere la sua identità, anzi qui gli si prostrano ai suoi piedi.
Quanti di noi si rivolgono a Dio solo per paura!
Gesù non ha bisogno di questi seguaci, nè di chi gli faccia una pubblicità ingannevole che non salva.
In questo passo del vangelo vediamo Gesù all’opera che guarisce molti da varie malattie.
E’ normale che, se la notizia si diffonde,  tutti i malati cercano in lui la guarigione.
Ma di quale guarigione abbiamo bisogno?
Quali sono i nostri veri bisogni?
Gesù non fa i miracoli per farsi pubblicità anzi a tutti dice di tacere, di non dire a nessuno ciò che ha fatto.
Sembra un controsenso anche perchè siamo abituati a dare importanza più all’incarto che al contenuto, più alle parole che ai fatti, più ai fatti che alle persone.
Ognuno di noi ha qualcosa da chiedere a Dio e in genere le nostre sono richieste che  riguardano il nostro benessere o il benessere di quelli che ci stanno a cuore.
Il nostro rapporto con Dio è in genere basato sulla richiesta di aiuto e il padrenostro lo diciamo automaticamente sorvolando su ciò che è essenziale.
I punti nodali: “Sia fatta la tua volontà….Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ” li diciamo volando e sperando che Dio in quel momento si sia distratto.
Gesù,  sacerdote perenne, mediatore sommo, intercede per noi peccatori, essendosi addossato le nostre colpe.
I miracoli non sono che un segno e, quando Dio ce li manda, è perchè ci convinciamo che di Lui non dobbiamo avere paura e che la nostra guarigione gli sta a cuore più di quanto stia a cuore a noi.
Certo noi abbiamo una visione limitata e, se abbiamo la febbre, vogliamo che ci passi, se non ci funziona qualcosa vogliamo che torni a funzionare, se ci mancano i soldi vorremmo che Dio provvedesse a farceli trovare con un lavoro dignitoso o anche con una semplice vincita alla lotteria.
Ma Dio sa di cosa abbiamo bisogno.
Il nostro bisogno è il tempo, un tempo dilatato in cui fermarci e guardare al rallentatore il prima e il durante, annullando il dopo.
Al rallentatore si vedono tante più cose, si distinguono i particolari, che normalmente ci sfuggono nella nostra vita convulsa.
Solo così Gesù può parlare al nostro cuore e convincerci che quello che chiediamo non sempre è il meglio per noi.
Ai fidanzati abbiamo fatto  gli auguri e abbiamo chiesto cosa volevano che gli augurassimo.
Solo tre coppie (e meno male!) hanno detto che per loro è importante che Gesù, il Signore, stia sempre accanto a loro nella nuova e straordinaria avventura che si accingono a vivere.

Era di sabato.

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della II settimana del TO
“Stendi la mano!”(Mc 3,5)
L’uomo dalla mano inaridita è l’uomo che non sa amare, perdonare, donare agli altri ciò che gratuitamente Dio gli dà.
Quando ci si sente perdonati si riesce a perdonare, quando ci si sente amati si riesce ad amare.
Chi non ha fatto esperienza di amore gratuito, totale, disinteressato, non conosce l’amore e non può dare ciò che non ha, ciò che non conosce.
Nel giorno del Signore, il sabato dell’ Antico Testamento, la domenica per il Nuovo Testamento, il riposo è al centro di tutte le liturgie.
Di sabato non era permesso neanche seppellire i morti, né occuparsi di qualsiasi cosa che non fosse finalizzata al culto.
Si facevano sacrifici per placare l’ira di Dio, per propiziarselo, per chiedere grazie, per lodarlo, benedirlo e ringraziarlo.
Il sabato dell’Antico Testamento è il giorno in cui ci si asteneva da ogni occupazione finalizzata a far stare bene l’uomo e ci si occupava di tutto ciò che si pensava fosse necessario, dovuto a Dio.
Dio nel settimo giorno della creazione si riposò, dopo aver affidato alla coppia il compito di proseguire l’opera da lui avviata.
Il progettista, vale a dire Dio, aveva fatto il progetto, il prototipo di ogni elemento funzionale alla sua buona riuscita .
Il collaudo era garantito da Lui, che è Dio e non può sbagliare nella bontà di quanto  fatto.
Ma a differenza dei progettisti di questo mondo, a Dio non piacque togliere la libertà all’uomo, perché tutto funzionasse alla perfezione.
Il Progettista dell’universo non poteva non prevedere che l’uomo gli si sarebbe ribellato e che avrebbe voluto fare di testa sua.
Ma il DNA non poteva mentire, per cui l’uomo, pur desiderando non dipendere da nessuno, in qualche modo ha cercato e continua a cercare la divina scintilla che ha permesso alla vita di accendersi ma che ha bisogno di essere alimentata.
Dio è amore e l’uomo nella sua vita non fa che cercarlo, pensando di trovarlo in tanti surrogati che non gli garantiscono però la durata.
La nostalgia di ciò che incosciamente ha sperimentato lo porta a cercare una felicità duratura che è il sogno di tutti.
Ma nella ricerca si rende conto che non esiste felicità duratura, ma frammenti di felicità che lasciano il vuoto dentro, quando si spengono le luci.
Tenere accesa la luce è fatica, è ricerca, è rischio, ma è l’unica strada che possiamo percorrere per non smarrirci.
Quella divina scintilla non si può alimentare con carta di giornale o con piccoli ceppi o con foglie, perché il fuoco non dura.
Bisogna trovare il combustibile giusto e provvedere a cercarlo e a farne scorta perché non manchi.
E’ come l’olio delle vergini, perché quando arriva lo sposo, non possiamo pensare di prenderlo in prestito perché arriva il momento che i negozi rimangono chiusi.
Nell’Antico Testamento di sabato si pensava ad accendere fuochi per Dio come se lui avesse bisogno di calore, di luce e di cibo.
Ma non sarebbe Dio se avesse bisogno di essere nutrito, riscaldato, illuminato dall’uomo.
È lui che ci dà il combustibile giusto nell’Eucaristia domenicale, quello che serve per tutta la settimana, quando non è possibile durante i giorni successivi rubarsi una messa.
Bisogna fare incetta d’amore, farne provvista perché la scintilla diventi una fiamma che accende la fede, la speranza e la carità.
Il mondo ha bisogno di questo carburante speciale, carburante divino che si alimenta man mano che lo prendi e che lo dai agli altri.
È incredibile questo Dio che va a rovescio, che agisce secondo logiche irrazionali.
Quando noi facciamo benzina, sappiamo che prima o poi finisce e che, se vogliamo che duri, dobbiamo guidare piano e non andare tanto lontano.
Il carburante di Dio non si esaurisce presto se segui le sue direttive: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
In questa frase ci siamo noi che non dovremmo stare lontani, ma “qui e ora” (cosa che purtroppo non accade) e c’è il prossimo vale a dire la persona più vicina a noi.
Non dobbiamo quindi fare grandi viaggi per vedere il nostro fuoco alimentarsi gratuitamente dal calore del fratello a cui ci facciamo prossimi.
Sì perché per stare al caldo, per non raffreddarsi, per non spegnersi, basta accendere una stufa o mettercisi vicino.
Il giorno del Signore, la domenica è il giorno di rifornimento perché lui non fa sciopero come i benzinai, nè alza il prezzo.
Andiamo con tutte le tanniche che abbiamo, i nostri contenitori malandati, ammaccati, forati, per fare incetta di amore.
Andiamo da lui che ci sta aspettando per farci il pieno.
Ma il braccio deve essere libero, la mano non inaridita, perché se lui è così generoso è perché vuole che ne diamo anche a chi non è potuto andare, a chi non conosce la strada, a chi non crede sia così importante la marca.
Andiamo, presentiamo le nostre povertà, un popolo di zoppi ciechi di poveri sbandati cerca te Signore.
Manda dai tuoi cieli santi pacchi di amore, pioggia di consolazioni, messaggi di tenerezza, manda Signore i tuoi angeli a spargere sulla terra fiocchi di speranza, raggi di vita.

Alleanza

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MEDITAZIONI sulla liturgia di
martedì della II settimana del Tempo Ordinario anno dispari
letture : Eb 3,7-14; Salmo 94; Mc 1, 40-45
Meditazione sulla lettera agli Ebrei (Eb 3, 7-14)
La cauzione che Dio ha dato dell’alleanza, il patto che ha fatto con l’uomo è Gesù Cristo, è se stesso.
Fidiamoci di lui perché la cauzione è sempre piccola, rispetto al valore e al vantaggio che se ne trae dal compromesso.
La caparra in qualsiasi contratto è un acconto di ciò che sarà poi pagato per intero al rogito.
Dio ha pagato tutto e subito senza aspettare il compimento dell’opera, rischiando di perdere, accettando di perdere, perché la posta in gioco per lui era troppo elevata, valeva più di ogni altra cosa.
Per sottrarre l’uomo al male, Dio ha dato tutto, impegnato tutto, è morto a se stesso, perché noi diventassimo se stesso.
Il tema dell’alleanza ricorre in tutta la Bibbia, l’alleanza è il patto che Dio ha stabilito con l’uomo.
È chiaro che doveva scegliersi tra tanti popoli uno con il quale stipulare il patto, si doveva scegliere la sposa come succede per noi, quando decidiamo di mettere su famiglia.
La sposa che si è scelta è Israele e, attraverso il patto fatto con Abramo, un patriarca, ma incarnazione simbolica di una famiglia e con la sua discendenza, ha amato la sua sposa che si era scelta, di amore eterno, perdonando, castigando, istruendo, accogliendo nelle sue braccia la donna infedele.
Israele la sposa non ha capito quanto lo sposo le voleva bene, nonostante le numerose continue testimonianze di fedeltà alla parola data da parte di Dio: “Non ti abbandonerò mai, perché ti amo di amore eterno”.
Ma poi Dio ha deciso di fare un’altra alleanza con il suo popolo, non garantita solo da lui, dalla sua fedeltà, ma anche dalla controparte che doveva avere la stessa capacità di mantenere fede al patto.
Gesù Cristo, fattosi solidale con l’uomo, diventato in tutto simile a lui, tranne che per il peccato, è stato il partner alla pari con cui Dio ha stabilito un’alleanza nuova, sigillata con il sacrificio di una vittima perfetta.
Cristo vittima perfetta poteva con il suo sangue sigillare e rendere operativa la nuova alleanza.
Adamo, Abramo, Mosé, Cristo.
Adamo rompe l’amicizia con Dio riproposta ai capi del popolo, Cristo la ricompone una volta per tutte.
Ma da Cristo in poi l’alleanza Dio la fa con ogni singolo uomo che con la sua adesione concorre a diventare popolo di Dio.
Dell’Antico al Nuovo testamento vediamo una progressiva responsabilizzazione della persona che non solo deve rispondere di se stessa ma anche degli altri, deve diventare collaboratrice di giustizia.
Cristo è stato il primo e il più importante.
Innestati a lui, tutti possono ripetere ciò che lui ha fatto, perché la sposa diventi pura e immacolata e di due popoli si faccia un popolo solo.
La nuova alleanza ci chiama ad una sponsalità nuova, responsabilità appoggiata sulla grazia di Cristo, che rende saldo ogni legame, perché la vita continui a circolare nel corpo mistico. Così Cristo risorgerà e vivrà in eterno in tutti noi e noi in lui.
Dio ha cercato la relazione, il nodo che non si spezza, attraverso la storia del suo popolo e la nostra storia.
Ognuno di noi è chiamato a rendere saldo il nodo che ci unisce a lui e all’altro.
” Beati gli operatori di pace, i costruttori di nodi, testimoni della fede, di essi è il regno dei cieli!”
Oggi più che mai sento che le mie radici non sono quelle che mi legano alla mia famiglia terrena, ma a Gesù ebreo, figlio di una donna ebrea.
Sento forte oggi come la mia storia sia stata preparata da un popolo dal quale non mi sono mai sentita attratta, che anzi ho per parecchio tempo disprezzato e del quale mi sono sentita superiore.
Perdono Signore per il male che ho fatto senza saperlo, grazie perché mi sento oggi più stabilmente poggiata sulla speranza di una vita piena.

“Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6)

 “Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6) 
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

“lo Spirito del Signore è sopra di me”
 
Quando lo Spirito del Signore è sopra di me?.
Quando amo il fratello che vedo, quando così facendo rendo visibile il regno di Dio, quando divento profezia della sua salvezza per ogni uomo.
La profezia che Gesù legge sul rotolo di Isaia è estesa ad ogni battezzato.
Il primo a dare l’esempio è Gesù.
“Lo spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vita: per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”.
Dio è amore.
Rimanete nel mio amore.
Lo spirito agisce in quelli che amano i propri fratelli.
Dove c’è l’amore è presente Dio.
Del resto se Dio non lo ha mai visto nessuno, come si fa a darne i connotati?
Giovanni spesso, poiché ama disegnare, mi ha chiesto come è fatto Dio, che faccia avesse.
Mi ha chiesto anche dov’era, dove trovarlo, perché voleva abbracciarlo e non lo vedeva.
Il primo disegno che ha fatto su Dio raffigura tre persone che si tengono per mano, un papà una mamma e un figlio, sotto il quale ha scritto: “Dio è amore”.
Quando deve disegnare Dio, la maggior parte delle volte, mette due o più persone che si vogliono bene, contornate da raggi dorati, come se dalla loro relazione, dal bene che si vogliono uscisse la luce.
Una volta ci mise un cuore come raccordo di raggi rossi che univano le persone di una stessa famiglia.
Dio, Giovanni lo rappresenta quindi come luce che si sprigiona da quelli che si amano.
Ma anche luce che dal cielo scende sulla terra, quando deve illustrare un dialogo tra Dio che non si vede e un personaggio di cui sta raccontando la storia.
Si serve anche degli angeli per parlare di Dio, angeli che sprizzano luce, i suoi messaggeri.
Spesso, come ieri, Dio gli parla di festa, di gioia.
Ha raffigurato l’ultima cena mettendo in mano agli apostoli palloncini e aggiungendo il tredicesimo apostolo che è lui, più piccolo, con un palloncino anche lui in mano, per partecipare alla testa.
In alto ci ha messo due personaggi, uno grande e uno piccolo, un maschio e una femmina, per indicare che alla festa siamo chiamati tutti.
Ha disegnato una casa grande e ce l’ha anche scritto: CASA GRANDE forse perché non poteva accettare che Gesù si limitasse a mangiare solo con 12 persone.
Man mano che faceva il disegno lo arricchiva di simboli e i 12 apostoli ad un certo punto sono diventati tredici e poi erano maschi e femmine, anche se avevano tutti i pantaloni.
Perché l’ultima cena è una festa e nessuno ne è escluso.
Del resto Giovanni ha ben chiaro cosa significa avere Dio nel cuore e si rende conto che in questi ultimi tempi lui dà ascolto al diavoletto.
Ma nessuno gli parla più di Gesù, di Dio, nessuno gli fa fare il segno di croce, e lui se lo dimentica.
Ieri è venuto con la punizione che non doveva né poteva vedere la televisione fino a domenica.
In un primo momento ho pensato che la punizione era per le nonne che poi si dovevano inventare come tenerlo a freno, ma poi sono stata contenta perché abbiamo passato un pomeriggio a fare gli esploratori dell’amore di Dio.
Che bello tornare a parlare con Giò di tutte le cose belle che porta nel cuore, delle sue esperienze, le sue paure, ma anche delle sue certezze!
È stato un bel pomeriggio, come quando per due ore abbiamo vagato per la città a fare gli esploratori.
E dire che l’altro ieri ero caduta in depressione, quando mi aveva detto che preferiva andare da nonna Rita perché ha la casa più grande e ci si può fare rumore e perché non c’è nessuno che si lamenta.
La zia Adelina che abita accanto è sorda e non ci sono problemi.
Ho pensato ai nostri anni di sodalizio, intimità, a tutte le cose che ci siamo detti, al legame profondissimo che abbiamo, infranto da una casa più grande e una vicina sorda.
La sordità del vicino, la larghezza della casa, la possibilità di fare il comodo proprio, possono cancellare l’amore?
Ho pensato all’amore di Dio che non ci perde di vista.
Ieri il Vangelo di questo parlava, quando ha fatto riferimento a Gesù che era salito sul monte per pregare e aveva detto ai suoi discepoli di precederlo sull’altra riva.
Ho pensato a mercoledì, quando Giovanni mi ha preceduto, quando l’ ho accompagnato a basket e poi si è scordato completamente di aspettarmi, come gli avevo detto.
Io non lo avevo perso di vista, anche se al buio della strada poco illuminata, coperto dalle macchine, non sono riuscita a distinguerne la sagoma, mentre guadagnava la porta della palestra.
Ma poi l’ho raggiunto e l’ho riportato a casa, senza fargli fare l’allenamento, perché capisse che non deve dimenticare che è ancora piccolo e che è stato a me affidato.
Ho pensato allo sguardo di Dio che non si stacca mai da noi, lo sguardo puntato lontano che ti segue, ti abbraccia, ti prende.
Poi se te ne sei dimenticato e appare all’improvviso, pensi che sia un fantasma, specie se stai lottando contro il vento contrario.
Ho pensato che nessuna casa grande può togliermi Giovanni, perché ogni casa diventa grande dove c’è Gesù e c’è posto per tutti.
Per questo forse ieri ha disegnato una casa grande dove si poteva fare festa, dove c’erano grandi e piccini, dove Gesù spezzava il pane dava il vino a tutti.
Ecco a cosa porta un pomeriggio senza televisione.
Che non sia provvidenziale il fatto che Giovanni di tanto in tanto decida di fare il cattivo?.
È stato il suo modo di dire che è stufo della balia elettronica e che ha bisogno, ha voglia di qualcuno che gli parli di Dio, mettendosi in una relazione più profonda e più vera con lui.