Preghiera a Cristo, divino seminatore

VANGELO (Mc 4,1-20)
Il seminatore uscì a seminare.

Preghiera di coppia
Guardiamo a te, Signore Gesù, divino seminatore:
ogni giorno i tuoi passi percorrono la terra,
la tua mano sparge con larghezza il buon seme
e la tua parola ridesta il mondo all’amore di Dio.
Insegna alle nostre famiglie
a riconoscere l’abbondanza del dono
e ad abitare questo mondo, vero campo di Dio,
con grata letizia e immensa fiducia.
Accoglieremo il seme della tua parola.
Aprici alla grazia altissima della nostra vocazione:
di essere famiglie veramente cristiane,
nella coraggiosa fedeltà all’amore coniugale,
nell’accoglienza aperta e responsabile della vita,
nella cura tenera e paziente della malattia.
 
Metteremo fronde.
Donaci saggezza, lungimiranza e rigore
nel collaborare tutti insieme
per offrire alle nuove generazioni
autentiche scuole di vita, di pensiero e di umanità.
Daremo frutto.
Sostieni il nostro impegno a pagare di persona
per assicurare a ogni famiglia
il calore di una casa aperta e ospitale,
la dignità di un lavoro onesto e umano,
la gioia di vivere nella gratuità e di fare festa.
Nello sguardo del divino seminatore
i campi già biondeggiano di messi:
la città dell’uomo, confusa e lacerata,
già è abitata da famiglie ospitali,
che ne sono il cuore, la casa e l’anima.
Noi crediamo nella forza
della tua risurrezione, o Cristo,
per questo lottiamo ogni giorno
per una società più umana,
non smettiamo di gettare il seme
della civiltà dell’amore
e di entrare nella profezia del tuo sguardo:
già vediamo scendere in mezzo a noi
le prime luci della Gerusalemme del cielo.
E tu Maria,
Albero della Vita e Figlia di Sion,
Madre della Chiesa e Regina della Famiglia,
prega per noi e ricolmaci di speranza!

BUON NATALE a tutti gli amici

 

 

Non ricordo che forma avesse il salvadanaio che trovai il giorno della Befana di 60 anni fa.
Ricordo la delusione cocente perchè era vuoto e io non sapevo neanche che forma avessero i soldi.
L'ho portato con me il giorno delle nozze e l'ho condiviso con Gianni.
In questo Natale davanti a Gesù vogliamo deporre  quel salvadanaio che un tempo mi parve una beffa, un dispetto di chi me lo aveva regalato.
Dentro c'è la zolla di terra che Dio ci ha chiamato a dissodare insieme per accogliere il Suo Seme gettato dal cielo.

Antonietta e Gianni

 

Il seminatore uscì a seminare.

Matteo 13,1-9
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Leggendo questa parabola, mi sono chiesta che tipo di terreno fossi.
Ho pensato a quando la mia identità la facevo dipendere da quello che gli altri pensavano, dicevano, facevano.
Sono stata strada di tutti, senza appartenere a nessuno, su cui le impronte dei carri, dei cavalli e dei cavalieri si sono sovrapposte senza cancellarsi a vicenda.
Porto i segni di quei passaggi da cui sono stata calpestata, dilaniata, sfigurata.
Poi è arrivato il Signore quando ero solo terra fragile e smossa, non adatta neanche per fare il sentiero.
Vi ha gettato il seme e io l’ho accolto, nel grembo l’ho custodito e ho cominciato a prendere forma..da Lui.
Non sapevo chi fossi, dove andassi e Lui me l’ha svelato, pian piano che la sua Parola cresceva dentro gli anfratti aperti dall’aratro del dolore e del fallimento.
Poi il sole, il vento, la pioggia hanno ricompattato le zolle e il seme ha dato il suo primo turgido germoglio.
Da allora sono in vigile attesa perchè niente si perda di ciò che gratuitamente iI Signore continua ad elargirmi.
Sto imparando da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.

Terreni

Luca 8,4-15 -In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Mi sono chiesta che tipo di terreno fossi e cosa voleva dirmi il Signore con questa parabola.
Ho pensato a quando la mia identità la facevo dipendere da quello che gli altri pensavano, dicevano, facevano.
Sono stata strada di tutti, senza appartenere a nessuno, su cui le impronte dei carri, dei cavalli e dei cavalieri si sono sovrapposte senza cancellarsi a vicenda.
Porto i segni di quei passaggi da cui sono stata calpestata, dilaniata, sfigurata.
Poi è arrivato il Signore quando ero solo terra fragile e smossa, non adatta neanche per fare il sentiero.
Vi ha gettato il seme e io l’ho accolto, nel grembo l’ho custodito e ho cominciato a prendere forma..da Lui.
Non sapevo chi fossi, dove andassi e Lui me l’ha svelato, pian piano che la sua Parola cresceva dentro gli anfratti aperti dall’aratro del dolore e del fallimento.
Il sole, il vento, la pioggia hanno ricompattato le zolle e il seme ha dato il suo primo turgido germoglio.
Da allora sono in vigile attesa perchè niente si perda di ciò che gratuitamente il contadino del cielo continua ad elargirmi, e il frutto arrivi a maturazione.

23 giugno 2001-23 giugno 2009

 

 Quando Franco e Monia, il 23 giugno del 2001, coronavano il loro sogno d’amore, pensavamo che la nostra casa sarebbe rimasta  deserta e vuota senza  il nostro unico figlio. 

Oggi vogliamo ringraziare il Signore perchè quelle nozze le ha benedette e  rese feconde.

Salmo 126 

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia la sentinella. 
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
voi che mangiate un pane di fatica:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. 
Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo. 
Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.

 

AUGURI DA MAMMA ANTONIETTA E PAPA’ GIANNI

 

Il contadino del cielo

Domenica, 2 dicembre è cominciato il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell’attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.
Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla cosapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall’impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l’entusiasmo sono ormai scemati, per la fatica, per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
"Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, mi disse tanti anni fa una mamma sringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo bimbo.
L’infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell’Avvento ci dà l’opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta pazientamente che germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell’anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell’invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio, il contadino del cielo, getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall’aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio in questo tempo di grazia, sparge il suo seme a piene mani, anche se non si stanca mai di gettarlo, per tutto l’anno, per dissodarci, per prepararci all’accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero.

foto:©https://scintillanti.files.wordpress.com/2007/12/772.gif

Il dono

Lettera inviata ad una coppia, senza figli, incontrata in un corso di spiritualità coniugale, a Loreto.

Carissimi Elisabetta e Sergio,
non ci siamo dimenticati di voi, anzi vi abbiamo sempre tenuto presente nelle nostre preghiere, per la sofferenza che abbiamo visto dipinta nei vostri volti, quando a Loreto abbiamo condiviso le nostre storie, una sofferenza che l’ultimo giorno abbiamo visto attenuarsi nella consapevolezza che il dono che aspettavate da Dio era il compagno che vi aveva messo a fianco il giorno del matrimonio. Vedere nell’altro un dono di Dio, un segno della sua benevolenza è frutto dello Spirito, è grazia che matura e dà frutto. Abbiamo tutti sperato e abbiamo creduto che per voi il tempo dell’attesa volgesse al termine e che Elisabetta non a caso porta quel nome. Ma i disegni di Dio non sono i nostri e i suoi tempi sono misurati non sulle lancette dei nostri orologi, ma sull’infinito del Suo amore. Così, quando abbiamo saputo di voi dai fratelli, che abbiamo conosciuto a Loreto, con i quali ci siamo sentiti in questi giorni e che, come noi, speravano in un miracolo, per ciò che vi sta più a cuore, abbiamo sentito forte il desiderio di metterci in comunicazione con voi. Il computer portatile, che Gianni mi ha regalato a Natale, permette di essere usato in ore e in luoghi compatibili con la vita che conduco da un po’ di tempo questa parte, tra Giovanni, il nipotino profeta, mia madre anziana e malata, rimasta sola a luglio per la morte di papà, Gianni, lo sposo che il Signore mi ha restituito e a cui mi ha restituito, le coppie per le quali ci andiamo formando e alle quali cerchiamo di portare ciò che ci viene donato.
La salute dell’anima, a guardare la pace e la serenità in cui viviamo,. va sempre meglio,quella del corpo un po’ meno, ma non ce ne preoccupiamo, fiduciosi che c’è Chi se ne occupa ogni istante e non dimentica le sue promesse. Stiamo imparando ad aspettare e a cogliere nell’attesa le occasioni di Grazia che Dio ci prepara.
Abbiamo pensato a voi, mentre ci accingevamo a preparare un incontro con i fidanzati che ci sono stati affidati sul tema: “Abramo e Sara. Difficoltà di vivere la fede nella vita matrimoniale”e vi vogliamo fare partecipi delle riflessioni che abbiamo fatto in quell’occasione.
Ci siamo presi la briga di cercare sul vocabolario il significato della parola felicità e ci siamo sorpresi nel constatare che corrisponde a: essere fecondo, portare frutto. Ci siamo soffermati a riflettere su cosa permise ad Abramo di vedere esauditi i propri desideri, che erano quelli di avere una discendenza numerosa, unica garanzia a quei tempi di immortalità. Un figlio era la condizione perché il nome di Abramo sopravvivesse e entrasse nella storia, un figlio che Dio concesse a lui e sua moglie, dopo che accettarono di lasciare la terra nella quale vivevano agiatamente, la terra di Carran, simbolo di sicurezza economica e di prestigio sociale faticosamente conquistato. Abramo accetta con la sua sposa di mettersi in viaggio verso una terra che non conosce, fidandosi di Dio e della sua promessa, accetta di andare in Egitto, di attraversare il deserto, accetta, una volta arrivato a destinazione, di sacrificargli Isacco, il figlio che Dio gli aveva dato come premio alla sua fede.
Quanti sì dovette dire prima di vedere esauditi i suoi desideri!
La fede di Abramo ci disorienta, ci fa sentire piccoli, piccoli, incapaci di fare molto meno, per il nostro Dio.
Ma la storia di Abramo e di Sara ci ha portato a riflettere su ciò che a volte il Signore ci chiede di donargli, pretese assurde che non ci riesce di comprendere, pretese che solo la Grazia che viene da Lui può farci vedere come strumento di crescita e di salvezza.
Ad ognuno Dio chiede di sacrificare il proprio Isacco, che può essere il progetto più bello e più buono del mondo, la cosa a cui teniamo di più, perché vuole che ci fidiamo di lui e vuole portarci a godere di ciò che non riusciamo ad immaginare neanche nei sogni più belli.
Da quando siamo tornati da Loreto, ci stiamo esercitando a dirgli di sì e, siccome non ci riusciva di farlo insieme e sempre, con serenità e con gioia, abbiamo pensato che dovevamo andare alla fonte per prendere la forza che non trovavamo in noi stessi e nell’altro, cercandola a Lui nella mensa della Parola e del Pane ogni giorno come necessario viatico nell’attraversamento di quello che spesso ci si presenta come un deserto arido e inospitale.
Abbiamo spesso pensato a voi, quando ci siamo imbattuti con storie di sofferenza derivata dall’avere o non avere il figlio che si desidera, come lo si desidera, quando lo si desidera.
Abbiamo pregato senza interruzione perché non abortisse Marta, giovane legata ad un tossico, di cui ci eravamo fatti carico, per un passato di violenza e di malattia personale e familiare, ma non ce l’abbiamo fatta a fermare la mano omicida; abbiamo pregato perché fosse accolto dai suoi genitori il bimbo malformato al sesto mese di gravidanza, ma che, come il primo, è andato ad unirsi al coro degli angeli che pregano perché mamma e papà si convertano e non si sentano soli.
Abbiamo pregato per Simona e Marcello che hanno voluto un figlio a tutti i costi, ricorrendo all’inseminazione artificiale, dopo che la leucemia aveva tolto a lui la possibilità di procreare normalmente.
Continuiamo a pregare per i due piccoli nati dall’esperimento, per i loro genitori, per la vita non facile che si prospetta loro a causa delle gravi malformazioni di cui sono portatori i gemelli.
Continuiamo, perché siamo convinti che solo la preghiera può trasformare il fallimento, la prova, la croce in strumento di resurrezione e di vita.
Da queste storie stiamo vedendo che qualcosa sta germogliando e vi assicuriamo che è erba buona, è vita nuova che sta soppiantando la vecchia.
A voi, sposi, uniti da Dio nel Sacramento del matrimonio, uniti a noi attraverso il Battesimo vogliamo che giunga insieme a tutta la nostra comprensione e compassione evangelica, il nostro affetto nato dalla condivisione di un’esperienza che ci ha fatto contemplare le meraviglie dell’amore di Dio.
Il miracolo non è stato tanto quello di non usare più il bastone, quanto quello di aver capito che il cielo si scala in ginocchio dal giorno in cui fisicamente le mie gambe si sono piegate davanti a Gesù che passava. mentre insieme eravamo riuniti a pregare, nella cappellina della Casa Famiglia che ci ospitava.
Continuiamo a recitare il credo, chiedendo a Dio di potergli consegnare insieme alla nostra vita, anche la nostra volontà, cosa tutt’altro che facile.
Vi invitiamo a farlo anche voi, cercando in ciò che vi è dato la sua volontà che si manifesta.
Il 29 dicembre la liturgia ci parla di Maria e Giuseppe che, dopo otto giorni, si recarono al tempio per offrire il figlio al Signore. Ancora l’offerta ci viene presentata come valore. Ma non poteva essere diversamente, visto che, attraverso l’offerta di se, Dio ha dato al mondo la possibilità di godere per sempre della terra promessa.
Vi vogliamo bene.
Antonietta e Gianni
settembre 2003