Vita comunitaria

 Ogni uomo è una storia sacra

La vita comune può diventare una vera scuola in cui si cresce nell’amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c’è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli.
Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri.
Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione.
L’unione di una vera comunità viene dall’interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall’esterno, dalla paura.
Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c’è più rivalità.
Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere.
Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso.(Jean Vanier)

http://www.qumran2.net/ritagli

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VERGOGNA!

Comunicato n° 28 del 13 Novembre 2008

SCIENZA & VITA: “ELUANA CONDANNATA A MORTE:
L’ESECUZIONE SIA PUBBLICA, CON TESTIMONI E VIDEO ”

“Consapevoli che la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione in riferimento al caso di Eluana Englaro non possa non essere rispettata e applicata, ci permettiamo però, da liberi cittadini di uno Stato libero, di dissentire. E chiediamo che alla lunga fine di Eluana, proprio perché si tratta di una vera e propria condanna a morte in età repubblicana, non solo assistano alcuni testimoni, ma possa essere registrata in video e messa a disposizione di quanti ne facciano richiesta. Come accade nei Paesi che prevedono la pena di morte per i propri cittadini. Così i nostri figli e i nostri nipoti potranno scoprire come un cittadino italiano possa essere condannato da un giudice di uno Stato civile e democratico a morire di fame e di sete”. Questa la reazione dell’Associazione Scienza & Vita alla sentenza che “condanna a morte Eluana”.
“La decisione della Suprema Corte – osserva l’Associazione – di fatto autorizza la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione che restano secondo noi, e anche per una larghissima parte dell’opinione pubblica italiana, semplici sostegni vitali e non terapie”.
“Da questa scelta consegue – rimarca Scienza & Vita – un’interpretazione riduttiva della vita, quale non degna di essere vissuta. E soprattutto l’idea che la vita umana sia disponibile. Ovvero, che ciascuno di noi possa esercitare addirittura un diritto di morire con il corrispettivo dovere di uccidere (perché qualcuno deve pure eseguire la sentenza). Diritto di morire che non è contemplato nella Costituzione e che sfida il criterio umanistico del favor vitae a cui essa si ispira”.

Associazione Scienza&Vita
Lungotevere dei Vallati 10, 00186 Roma
tel.: 06.6819.2554 fax: 06.6819.5205
e-mail: segreteria@scienzaevita.org

"L'uomo crede di essere Dio, ma non è Dio

 

Il gioco dell’oca

Di questo libro é nato prima il titolo: "Il gioco dell’oca", un giorno non molto lontano in cui ripensavo a questa mia vita che puntualmente mi riproponeva il dramma del fallimento, del trovarsi ogni volta lì dove ero partita.
Per quanto facessi, per quanto m’ingegnassi, per quanto tenacia e fermezza nel perseguire lo scopo non venissero meno, sempre, vicino alla meta, il masso di Sisifo mi ripiombava sopra la testa.
Il senso, per anni ho cercato, il senso di quell’irrazionale vicenda, di quell’andare sempre in salita, schiacciata dal peso del mio essere uomo, smarrita, confusa quando, ripiombata ai piedi di quella montagna, la guardavo affondare la cima nell’azzurro alto del cielo, senza poterla afferrare.
La strada comunque era quella che portava lì in alto, lontano, su quella vetta indistinta, che non si faceva domare. Ma mai, proprio mai, ho pensato che quella non fosse la strada, che esisteva un altro modo per scalare l’imprendibile sogno.
Per anni ho rilanciato la posta, per anni ho aggiustato le tecniche, valutando gli errori, perché non succedesse di nuovo.
In quella immane fatica nervi, muscoli, ossa e tutto quanto impegnavo nella titanica impresa, sollecitati oltre misura, mostravano sempre più i segni di una lotta combattuta allo stremo.
E non é a dire che non fosse una guerra importante, come lo sono tutte quelle d’indipendenza, ma… a capire che il senso di una guerra, persa in partenza, lo si cerca nell’orgoglio di chi presume di essere ciò che mai potrà essere…..
"L’uomo pensa di essere Dio, ma non é Dio"
Così, il 5 gennaio del 2000, attraverso le parole di un sacerdote, Dio bussò alla mia porta, più forte, per rispondere ai miei tanti, infiniti "perché?" a cui, dopo essersi infranti sulla montagna, da sempre solo l’eco tornava.

La copertina

(George Edmund Street) Roma San Paolo dentro le mura
Decorazione a piastrelle della navata

Questa è l’immagine che ha ispirato la copertina della mia biografia:"IL GIOCO DELL’OCA", edita da Tracce nel 2001.
Dopo aver già completato anche la correzione delle bozze, questa immagine, trovata in extremis, mi ha fatto capire perchè non arrivavo mai alla meta.
Il traguardo era tutto contornato di croci ed era esso stesso una croce.
Oggi, giorno dell’Epifania , penso a quelle croci che mi hanno permesso di entrare nel tempio dell’amore infinito di Dio.

Dalla crisalide alla farfalla

(Is 41,13-20) 
Poiché io sono il Signore tuo Dio
che ti tengo per la destra
e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto». 
Non temere, vermiciattolo di Giacobbe,
larva di Israele
;
io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore –
tuo redentore è il Santo di Israele. 
Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova,
munita di molte punte;
tu trebbierai i monti e li stritolerai,
ridurrai i colli in pula. 
Li vaglierai e il vento li porterà via,
il turbine li disperderà.
Tu, invece, gioirai nel Signore,
ti vanterai del Santo di Israele. 
I miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n’è,
la loro lingua è riarsa per la sete;
io, il Signore, li ascolterò;
io, Dio di Israele, non li abbandonerò. 
Farò scaturire fiumi su brulle colline,
fontane in mezzo alle valli;
cambierò il deserto in un lago d’acqua,
la terra arida in sorgenti. 
Pianterò cedri nel deserto,
acacie, mirti e ulivi;
porrò nella steppa cipressi,
olmi insieme con abeti; 
perché vedano e sappiano,
considerino e comprendano a un tempo
che questo ha fatto la mano del Signore,
lo ha creato il Santo di Israele.


Ciò che per la crisalide è la fine del mondo,
il mondo chiama farfalla.
(Lao Tze)

 La foto è stata presa da:<lineadiconfine.splinder.com>

 

 

 

25 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caro saluto a tutti amici e ben ritrovati.Ci stiamo avviando verso la conclusione del Gioco dell’oca, il primo atto di una storia, che, come tante altre, si trasforma in liturgia, quando ci si accorge che Dio cammina con noi ogni momento della nostra vita, quando sperimentiamo che fa nuove tutte le cose, se ci arrendiamo alla forza del suo amore.
Da "Il gioco dell’oca"
.
L’amore donato
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dare a mio fratello, ancora qualcosa a cui non avevo ancora pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti
Il 12 luglio del 1999 scese il sipario sul dramma che per sei mesi mi aveva tenuta attaccata alla vita.
Dal pulpito il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era come non mai vivo e presente nei nostri cuori.
Mi attaccavo ai ricordi, brandelli di vita consumati insieme nella condivisione di quel poco che ci accomunava.
La sofferenza sì, quella sì che mi aveva tenuta legata a lui, da cui tutto mi aveva scaraventato lontano durante la sua vita spensierata e gaudente.
Finalmente vicini, ma troppo presto ripiombati nel buio della nostra solitudine antica..
Il senso, per un attimo carpito come balsamo alle mie insanabili ferite, mi sfuggiva ancora di mano e mi lasciava attonita di fronte al più grande e doloroso interrogativo della mia umana vicenda.
E il mio "volere é potere" di cui mi ero fatta scudo e corazza?e il mio "volli, sempre volli, fortissimamente volli", che volevo fosse inciso sulla mia lapide?
Tutto cadde davanti ai miei occhi, nulla si salvò dalla desolazione della verità ormai nuda e invereconda.
Io, che pensavo di poter risolvere qualsiasi problema, che ero capace di trarre, come un giocoliere, dal cappello vuoto, meraviglie inaspettate e incredibili, non riuscivo più neanche a tenere in mano quell’oggetto innocente di scherzo che improvvisamente mi parlava solo di morte.
Il senso – La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione?
Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza dover contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno.
Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare.
Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare.
Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito?
Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato
L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione.
Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato nessuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari.… perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati! …arrangiati! arrangiati!
A queste le parole, per tutto il corso della mia vita, avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte.
Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’é più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, é allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
Grazie.
A distanza di un anno da quell’evento, questa é la preghiera che, spontanea e senza pudore, é sgorgata dalla mia bocca nella chiesa che mi aveva aperto le porte e che solo allora capii che non le aveva murate, come pensavo.
Bastava spingerle un poco.
Signore, un anno fa misi per la prima volta piede in questa Chiesa che é diventata il mio rifugio, la mia ancora, la mia casa, con l’angoscia nel cuore, con niente in mano se non la mia disperazione, con il desiderio di ascoltare parole che penetrassero nel buio della mia notte, con la sete del viandante che ha attraversato un deserto sconfinato, con gli occhi umidi di pianto per la desolazione di affetti ormai spenti, con il cuore indurito dall’incapacità di amare ancora, alla disperata ricerca di un volto, di una voce, di un sorriso, di un gesto che mi facessero capire che ero viva, che c’era ancora speranza.
Signore, quando entrai nella tua chiesa il 5 gennaio del 2000, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in quel tardo e freddo pomeriggio invernale. I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso i tuoi templi sono ricolmi, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa. Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo di questa Chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
Riportai a casa una frase che a stento si fece strada nella confusione dei miei pensieri e su quella meditai.
L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio.
Altre volte sicuramente l’avevo sentita, l’avevo trascritta anche sul mio diario, una notte come tante altre in cui non riuscivo a dormire.
Signore, in quel giorno che sembrava uno dei tanti, uguale nella solitudine sempre più disperata, uguale nell’angoscia del prima e del dopo, uguale nell’assenza sempre più percettibile di ciò per cui valesse la pena continuare ad andare, senza meta allo sbando, mi ero ritrovata a cercare ciò che non conoscevo, che non sapevo esistesse.
Tu però sapevi di cosa avevo bisogno, non hai aspettato che chiedessi, hai solo guardato alla mia pena infinita, hai guardato alle mie mani vuote, hai guardato al deserto che aspettava di essere irrigato, hai guardato alla mia sete ancestrale, hai guardato alla mia fame d’amore, hai guardato al mio farmi piccola piccola, hai guardato al mio vuoto, che sembrava incolmabile, e l’ hai riempito pian piano di Te.
Grazie, Signore, perché Ti sei fatto incontrare, grazie per aver guardato alla mia debolezza, grazie perché hai guardato le mie lacrime, grazie perché hai guardato alle mie braccia alzate.
Grazie per avermi dissetato, grazie per avermi saziato, grazie perché in Te finalmente ho trovato l’amico, il fratello, lo sposo, il padre; grazie per questo anno trascorso in Tua compagnia, grazie perché hai ridato senso alla mia vita vissuta, nell’inutilità dello scorrere del tempo, grazie della Tua tenerezza, grazie della Tua premura costante.
Signore, in quest’anno non so cosa avrei fatto, detto o pensato se non Ti avessi incontrato, se non avessi percepito la Tua presenza vicino a me, specie nei momenti più duri e difficili.
Tu mi hai insegnato ad amare, Te prima di tutto, i miei fratelli, ma anche e soprattutto la mia vita che sembrava così priva di senso, ad amare la mia sofferenza, ad amare la mia croce.
Signore, nel grande Crocifisso che sovrasta l’altare, ho visto l’amore smisurato di un padre che ha dato se stesso per i suoi figli.
Nel sentirmi amata in modo così totale, così gratuito, così sconvolgente ho trovato la forza per aprire il mio cuore blindato e renderlo capace di accogliere il tuo dono divino e a mia volta riversarlo sugli altri.
Signore, Dio di amore e di misericordia, Ti voglio dire grazie perché mi hai mostrato tutto ciò che avevo e non vedevo, grazie perché ho imparato ad apprezzare ciò che disprezzavo, perché ho imparato ad amare anche ciò che non mi sembrava degno di considerazione, grazie perché hai ridato valore a ciò che pensavo non ne avesse.
Grazie perché ciò che mettevo al primo posto ora occupa l’ultimo, ciò che pensavo necessario ora mi sembra superfluo, grazie perché hai rivoluzionato la mia vita scardinandone i valori fittizi e ponendomi di fronte alla Tua verità semplice e grandiosa, alla Tua verità stolta, per i sapienti di questo mondo, ma l’unica capace di comprendere tutto, perché essa é il tutto.
Signore, per questo anno di grazia Ti voglio lodare, benedire e ringraziare ogni momento della mia vita, di questa vita meravigliosa che mi hai donato.
Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra e il cuore.
Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Egli é stato tutto il tempo a guardare, con occhio vigile e attento perché potessi sperimentare tutto ciò che sembrava importante, é stato paziente ad aspettare la fine di quell’insulso gioco dell’oca.
E’ bastato che abbassassi la guardia, che mi spogliassi del mio "dover essere", perché mi mostrasse il suo volto nascosto dalla mia voglia di vincere.
A Lui non ho avuto bisogno di raccontare che cosa era successo. Conosceva già tutta la storia, sapeva che, per trovare qualcuno che curi la parte malata, bisogna mostrarla.
Che nascondevo un cuore ferito, piagato nel suo bisogno non soddisfatto d’amore, non l’avevo confessato a nessuno, nemmeno a me stessa … perciò da tanto cercavo la strada.Anni addietro, concludendo la lettera inviata al dottor R., mi chiedevo se l’avevo trovata, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
A distanza mi sento di dire che mai sforzo fu più proficuo, mai premio superò tanto le aspettative e i desideri, non del vincitore, ma del vinto, in una guerra persa in partenza.
Quella vetta che affondava la cima nell’azzurro alto del cielo, quella vetta ora sono sicura che vale la pena scalarla, perché non é un imprendibile sogno, ma una realtà viva e presente.
L’albero
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.

La vita adesso.
giugno 2001

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”
 10 maggio 2004

24 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Cristo è risorto veramente
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici all’ascolto di questa trasmissione.
Abbiamo percorso tanta strada insieme, da quando timidamente mi presentai a voi con il mio bagaglio di esperienze che volevo comunicarvi. L’idea era quella di leggervi il libro che avevo scritto e al quale non pensavo potessi o dovessi aggiungere altro.
Avevo sperimentato la morte, avevo sperimentato la resurrezione, cosa poteva ancora mancarmi?
Qualcuno, agli inizi di questo cammino, mi disse che il più doveva essere fatto e che ero solo al primo gradino della scala.
Ricordo l’aria di sufficienza e di commiserazione che accompagnarono il mio sorriso a nascondere un sentimento che sapevo non mi faceva onore. Con tutto quello che avevo passato cosa avevo ancora da sperimentare?
Ma quelle parole profetiche, sussurrate all’orecchio, più vado avanti e più mi sembrano vere.
La distanza tra me e quel Dio che m’invitò a salire sulla croce, per condividere con lui la sofferenza e la prova oggi mi sembra infinita, perché sempre più mi sento smarrire a guardare il miracolo dell’amore donato da Lui che si è abbassato per raccogliermi e prendermi in braccio e curarmi e portarmi lì dove non ci sono pericoli, nel recinto sicuro del suo amore senza confini.
Estremamente distante se guardo alla mia piccolezza, il mio limite, la mia incapacità ad essere come vorrei, estremamente vicino se guardo la sua misericordia, il suo essere presente in ogni difficoltà che incontro, in ogni momento più o meno bello della mia vita.
La quarta domenica di Pasqua ci presenta Dio buon Pastore, immagine piena di significati profondi, se riusciamo a chiudere un attimo gli occhi su questa nostra civiltà tecnologica, dove i rapporti sono regolati solo dalle macchine.
Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?
Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto, perrchè le conosceva una per una , le chiamava per nome ed era pronto a morire per loro..
In Is 40, 11 leggiamo
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini al seno e conduce pian piano le pecore madri.
E in Giov10, 27-30
In quel tempo Gesù disse: ”Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.Il Padre che me le ha date è più grande di me e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Se riuscissimo a vedere con quanta cura Dio si occupa di noi, sue creature, gregge del suo pascolo, a sentire la sua voce che ci chiama per nome, a capire che non può dimenticarsi di noi, (Può una madre dimenticare suo figlio? Quand’anche se ne dimenticasse io non me ne dimenticherei!dice il Signore) non saremmo mai presi dall’angoscia per le cose che ci capitano, per le apparenti storture del mondo in cui viviamo.
La grazia è nel non ostinarsi ad indossare lenti sbagliate, quelle che non danno la possibilità di mettere a fuoco ciò che il Signore ci pone davanti
Da  " Il gioco dell’oca"
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Gli occhi, più che gli occhiali, dapprima, sembrarono aver subito il danno, il sinistro in particolare.
Il dottor R. dette la sua ricetta, applicando a quello incriminato, un magnete e, tanto che c’era, perché non metterne due anche ai piedi, così ci si sente più attaccati alla terra e non si corre il rischio di mettersi a volare? Vuoi mettere?
Che portassi il 42, che era sempre stata un’impresa trovare scarpe idonee per via dell’alluce valgo, che detti magneti fossero compressi in solette di ragguardevoli dimensioni che riducevano di gran lunga lo spazio all’interno dell’ipotetica scarpa, non fu per lui un problema, ma per me sì, e anche grosso.
Ma tanto, a cosa il tutto doveva servire, visto che il camminare era diventata pura utopia?
B., un altro doctor of optometry in quel di Macerata (che fortuna averne trovato uno vicino!), propose da parte sua l’uso di lenti anteguerra bifocali, spesse e divise a metà da una linea di confine più grande di una catena montuosa; salvo poi dire che non a quelli alludeva, quando mi presentai a lui con il prodotto commissionato all’unica fabbrica italiana sopravvissuta al progresso.
E pensare che il mio ottico di fiducia ci aveva messo più di un mese per portare a termine l’operazione commissionatagli ed eseguita con grande scrupolo!
Alla fine si intesero i due alchimisti del vetro e si chiarirono le idee via fax e a voce.
Ma io comunque di occhiali ne dovetti pagare sempre due paia, con la magra consolazione che … neanche con i successivi ebbi la gioia di vederci.
Ma tanto a che servono gli occhiali se uno non ha di che leggere?
Ma B. non si fermò a questo, volle fare di più per me: mi propose una rieducazione visiva associata ad una psicoterapia non disgiunta, mi raccomando, da una rieducazione alimentare.
Noi siamo ciò che mangiamo, diceva. I continui disturbi all’apparato gastrointestinale, di cui gli avevo parlato, lo indussero ad andare ben oltre il suo dottorato.
Con la rieducazione visiva non avrei conseguito un bel nulla, se non avessi cambiato vita e abitudini.
Ed io a chiedergli su cosa basava l’assunto di guru in esilio coatto. Dove trovare cibi puri e incontaminati, dove cercare le basi della sua religione, che pareva la panacea di tutti i mali dell’uomo?
Ogni volta che glielo chiedevo, al termine di quei viaggi con cadenza settimanale al suo studio, si mostrava turbato nonché distaccato e dava al discorso una svolta tale da non farti più aprire la bocca.
Nella sala di attesa ogni volta io e mio marito cercavamo, tra i giornali e gli opuscoli, a disposizione di chi non sa come riempire il vuoto del tempo che sembra non scorrere mai, qualcosa che ci illuminasse su questo fantasma di cura, su questa teoria inesistente, su questa chimera di carta.
Ma di carta era solo il foglio, su cui era scritto l’importo che ogni volta dovevo versare. Del sapore conservo il ricordo salato oltre misura.
In quei mesi del ’98, a cavallo tra la primavera e l’estate, l’A14 la consumai a forza di andare su e giù, dall’Abruzzo alle Marche, perché nelle Marche visitava un altro medico alternativo, un omeotossicologo, a cui ero approdata da poco, nella speranza di vederci chiaro su quel groviglio di mali, di sintomi e di dolori.
Anche lui parlava di cambiare abitudini alimentari, associando il tutto ad una marea di rimedi omeopatici, che, pur se insapori, di salato avevano sempre il prezzo.
L’efficacia? A volte sembrava che sì facessero effetto, altre volte mi sentivo annegare in un mare di grande incertezza.
Il fatto è che qualunque cibo assumessi in sostituzione di quello incriminato, mi dava problemi, perché se una cosa fa male allo stomaco, l’altra il fegato o l’intestino danneggia.
Per cui la strada era il digiuno perseverato e protratto fino alla morte.
Alla fine di luglio ne avevo fin sopra ai capelli di questo gioco dell’oca, di questo andare vagando, di questo nuotare in un mare di caldo, sudore, nausea, vomito, pagati a prezzo speciale.
A Civitanova c’era però una persona che praticava saldi di fine stagione: una vecchina particolare, una maga, una santona, una che sembrava guarisse ogni male e che si accontentava di un’offerta anche minima al termine di un’imposizione di mani.
Perché non tentare l’ultima carta? Perché non buttarsi alle spalle le teorie dimostrabili o dimostrate, la ragionevolezza di ciò che fai o di ciò che speri?
Così per non dire che non avevo lasciato nulla di intentato, dando ascolto alla voce di un cuore ormai stanco di false certezze, e a ciò che da sempre avevo fatto tacere, ripresi il cammino sul percorso ormai noto dell’A14. Tanto valeva provarci, chissà che santi e madonne, di cui era tappezzato lo studio e la sala d’ attesa, chissà se si sarebbero mossi a compassione.
Lei non si intenerì ai miei mali, ma alla croce di mio marito, che continuava ad accompagnarmi ogni volta; a quella sì, si intenerì tanto da dire alla fine di una serie di viaggi fatti all’alba e di corsa, per evitare la fila da lei….. cosa potevo pretendere io, che non avevo nulla di positivo?
Così ad agosto mandai in soffitta tutti quelli che ci avevano provato, eccetto il dott. R., e finii di bere per l’ennesima volta il calice amaro dell’ennesima estate ingorda e inclemente.
Agosto
L’agosto, caldo, bollente, afoso, l’agosto che soffoca ….
Agosto … che noia, che pena: l’agosto che a stento procede verso la fine delle vacanze……
Le vacanze, quelle degli altri, tra mari incantati, acque azzurre e pulite, camerieri in divisa gentili e sudati, tavole apparecchiate, balli, spettacoli all’aperto, sagre paesane, fuochi d’artificio, sapori antichi e moderni, raffinati e ruspanti, sole a picco su corpi lucidi e immobili, aria pura di montagne violate, di luoghi profanati dall’ansia di uscire fuori dalla routine….
Agosto passato a penare, da sempre passato a pensare che quella fosse la fine, che tutto si era fermato, che niente e nessuno ci libera dalle vacanze obbligate, le vacanze che ti portano su un piatto d’argento ciò che tu non hai ordinato, ma che ti spetta sempre e comunque. Il niente, il dolore, l’assenza, la lontananza, l’immobilità della morte che torna a trovarti….
Agosto, …. passato a sperare che tutto finisca, passato a trascinare con pena e affanno una vita sempre più priva di senso.
Agosto, …. mese di m…, mese dove tutti s’inebriano, dove tutti s’illudono di dimenticare ciò che li affanna.
Agosto, .… mese del nulla, mese della resa dei conti mese che avrei voluto non fosse mai stato.
Agosto … ad aspettare la fine.
Agosto, passato a pensare se si poteva risorgere, passato a sperare che tutto poi ricomincia, passato a negare che c’era la morte che c’era l’oblio eterno, infinito, perché ogni volta avveniva il miracolo delle vacanze finite!

Ma chi siamo noi per pensare che tutto avvenga secondo uno schema o un itinerario tracciato?
Quell’estate di fuoco e di morte si aprì alla rinnovata speranza di trovare di nuovo il varco alle maglie della prigione che apparivano sempre più fitte.
Ma il varco non furono gli interessi di un lavoro amato oltre misura, no quello nel giro di pochi mesi mi fu sottratto per sempre, l’unica cosa che ancora mi teneva attaccata alla vita.
La logica crudele e spietata del mondo aveva avuto la meglio sul mio desiderio di continuare, con qualche agevolazione logistica, a riempire il mio tempo trasmettendo la scienza e la sapienza che pensavo ormai tutta acquisita.
Quando, al termine della Visita Collegiale, uscì il temuto verdetto di collocamento a riposo, sembrò chiudersi la pietra tombale, perché ormai non c’era niente che potessi tentare, nulla a cui aggrapparmi, nulla capace di dare un senso, una svolta ad una vita immobile e inutile.
Ma il dolore, il maledetto dolore mai si placava, giorno e notte, senza mai tregua: l’assedio perenne di treni impazziti, di claxon sonori e stridenti, di voci urlate e scomposte, di sonni divenuti utopia, di gesti ormai tutti ingrippati, di letture che appartengono agli altri, di sole, di luce visti alla finestra, di strade non più percorribili, di feste ormai del tutto negate.
Il 1999 era alle porte.
Cosa mi avrebbe portato?
La verità sempre più mi sfuggiva di mano, quella che pensavo potersi afferrare per sempre; come farfalla, mi attraeva nei suoi voluttuosi volteggi librandosi leggera nell’aria ogni volta che stendevo le dita per catturarla.
Una fine ingloriosa aspettava il Prometeo dei miei sogni impossibili.
Canto:Davanti a questo amore
Il senso? – L’amore donato
“Volere non è potere
A violare un mondo ormai tutto concluso, a rimettere in gioco le carte, non fu, come allora mi apparve, un medico alternativo, osteopata geniale e indubbiamente capace, ma un evento imprevisto e improvviso che penetrò come un turbine nello stagno della mia vita, sollevando e mandando in frantumi solette e magneti, il dott. R. e i suoi sempre più inefficaci rimedi, ultimi idoli di cartapesta.
La notizia occupò il tempo della mente e della memoria, a tal punto che niente valse più la pena di fare, di dire, di raccontare, che non fosse in funzione di lui, del grande malato, del "malato perso" come mi dissero allora tutti, proprio tutti quelli a cui mi rivolsi.
Eppure di guai ne avevo da vendere e di persone che mi accudissero non era che non ne avessi bisogno. Ma chissà quale molla scattò quando, mancavano pochi giorni a Natale del 1998, quando sentii ciò che mai avrei voluto sentire.
Dopo i primi momenti di smarrimento, non piansi, non mi disperai per la condanna terribile che incombeva su mio fratello.
Il pensiero andò subito a come avrei potuto aiutarlo a vivere e a morire, perché di queste cose ero diventata maestra.
Sapevo tutto di medici e medicine, di diagnosi e di prognosi, di liste di attesa, di sale d’aspetto, di impegnative e di ticket, di prezzi e di esoneri, di ospedali e case di cura, di medicina tradizionale e alternativa, di raccomandazioni, qualora le porte si trovassero chiuse, lì dove pensavi avresti trovato di meglio, dove pensavi di trovare risposta al tuo bisogno d’aiuto.
Chi più di me sapeva destreggiarsi nel labirinto della pubblica e privata assistenza, quando la prima non era in grado di soddisfare i bisogni di chi aveva davvero bisogno o venire incontro alle aspettative di chi per la prima volta vi si trovava davanti?
Io sapevo tutto, io tutto conoscevo, io sapevo fare il medico meglio di qualsiasi altro medico, sapevo curare le malattie del corpo ma soprattutto quelle dell’anima: sapevo comprendere, sapevo ascoltare, sapevo fare tutto quello che la vita mi aveva insegnato a fare da sola per consolare me stessa, per aiutare me stessa.
Da sola tutto avevo imparato, confrontandomi con la mia sofferenza mai riconosciuta, mai vista nella sua verità crudele e beffarda.
Finalmente era giunto il momento di sfoderare la scienza acquisita in anni di solitudine amara, di dolore sperimentato e vissuto ogni giorno, ogni momento nel corpo e nell’anima sempre più grande, sempre più incomprensibile perché privo di senso, quel senso che da anni andavo cercando senza mai trovare risposta.
Il senso, finalmente avevo trovato il senso a quell’andare infinito e continuo su per la cima della montagna da dove ogni volta precipitavo, schiacciata dal masso che mi trascinavo a fatica da sempre.
Il mio tempo da allora fu tutto impiegato a cercare rimedi più o meno efficaci a ciò che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare.
Poco importava che passassi le notti a star sveglia con i mille problemi che l’intervento dell’osteopata mi poneva di fronte ogni volta.
Poco importava che il giorno lo passassi a cercare una sedia, uno straccio di appoggio, per potermi spostare da un telefono ad un altro telefono per prenotare, pianificare, spiegare, istruire, consolare, rassicurare.
La mia mente era sempre lì, dove c’era bisogno di fare ciò che altri non sapevano o non potevano fare, perché impreparati, afflitti, disperati o solo desiderosi di non bere il calice amaro dell’impotenza.
All’esterno rimandavo l’immagine di un’efficienza e di una forza che m’illudevo di avere, ma che non era che la larva della mia proverbiale tenacia.
Quando ero sola mi scoprivo le piaghe, mi leccavo le ferite attenta che nessuno se ne accorgesse per non togliere nulla a lui che aveva i suoi giorni contati.
Mettendo a tacere un corpo impazzito dai nuovi stimoli dell’ultimo medico, in ordine di tempo, che stava provando a districare l’imbrogliata matassa del mio male sempre più oscuro, studiavo le mosse per rendere almeno la vita di mio fratello migliore.
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dargli, ancora qualcosa a cui non avevo pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti.
Per anni l’avevo rincorso o ci eravamo rincorsi abbagliati dalle logiche del dover essere, senza mai fermarci e guardarci negli occhi per apprezzare i tesori nascosti pudicamente all’altro come fosse vergogna: il desiderio di amare ed essere amati.
Gesù, buon pastore ci stava chiamando per farci sentire il suo amore.
A tendere le orecchie e aprirgli il cuore fu prima lui che subito si affidò nelle sue mani, non ritenendo una debolezza chiedere aiuto a Chi poteva salvarlo. A distanza di un anno, fui io, quando le luci del mondo si spensero sulla mia voglia di vincere.
Canto:Lode al Signore che salva
26 aprile 2004

23 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Un affettuoso saluto, amici, dagli studi di Radio Speranza, un’emittente che ce la sta mettendo tutta per comunicare la speranza, per rendere ragione della speranza, che si sforza di portare ad ognuno di voi, di noi, il fondamento di ciò che crediamo, di ciò che aspettiamo, di ciò che ogni giorno ci è dato come anticipazione della promessa.
Gesù, il Risorto cammina con noi, è entrato nella storia, non quella astratta scritta sui libri, quella che ha l’occhio rivolto solo ai grandi e ai potenti di questa terra, a quelli che sembrano tessere il filo del nostro destino di uomini.
Il Signore del tempo si è fatto piccolo, umile, uno di noi, per poterci incontrare e aiutare nelle nostre anonime storie di uomini per niente speciali, per condividere con noi la pena, l’affanno, la difficoltà del procedere, per tenere alta la speranza che un giorno lo vedremo risplendere alla destra del Padre, diventato anche nostro, grazie a quel pane spezzato, a quel sangue donato per accoglierci nella grande famiglia dei figli di Dio.
Lui, con le mani che ancora portano i segni del rifiuto e dell’ingiustizia, continua a benedire chi lo perseguita, con i piedi lacerati dai chiodi, continua a percorrere le strade del mondo, Dio mendicante che chiede, che supplica che implora la nostra attenzione a che gli prestiamo ascolto perché ha tante cose da dirci.
Come non rimanere folgorati da tanta attenzione, come non rimanere stupiti attratti da questo Gesù, che si lascia crocifiggere ogni momento dall’uomo che lo rinnega, che non lo vuole sentire, che non sa che farsene di un Dio che va controcorrente, che, nonostante tutto, continua a farsi pane spezzato per tutti gli affamati del mondo.
Un Dio che si abbassa, depone le vesti e si mette il grembiule per continuare a lavarci quei piedi di cui non vediamo lo sporco tanto distano dal nostro sguardo e dal nostro naso, non può non risorgere scendendo ancora, negli Inferi, il luogo più distante dal Padre, il luogo dove erano e sono ad aspettarlo tutti quelli a cui non è stata annunciata la buona novella.
Un Dio che risorge scendendo, non salendo, per debellare per sempre la morte, questo è il grande mistero di consolazione che le icone della chiesa orientale propongono.
Quando padre Raniero Cantalamessa in un omelia lo ha ricordato, ho avuto un brivido, perché l’immagine di un Dio che scende a liberare l’uomo dalle catene di un destino senza speranza mi rassicura più di tante in cui lo si rappresenta mentre sale.Un Dio che scende per vincere la morte, per portare luce dove sono le tenebre, per liberare i prigionieri dalle maglie della schiavitù del peccato è veramente un Dio potente, perché ci viene incontro, perché ci tende il braccio, perché ci invita ad aggrapparci a lui la roccia che non crolla, la verità che non delude, la parola che salva.
Tutto questo ho imparato a leggere nel suono delle campane quelle che non avevano smesso di suonare per annunciare la resurrezione del Signore, mentre io dormivo, la mezzanotte del sabato santo.
Ma era necessario che mi svegliassero quelle a martello, quelle che Dio non tiene legate, perché il loro suono deve scuoterci dal torpore, dall’abitudine di dare tutto per scontato, dalla convinzione che a morire sono solo gli altri, che a patire c’è sempre tempo, quelle che ci chiamano a riflettere su ciò che finisce, su ciò a cui non possiamo porre rimedio, quelle che ci portano a sollevare lo sguardo e a chiedere aiuto.
Gesù con pazienza e con determinazione mi ha portato a percorrere la strada del calvario aprendomi le orecchie per farmi ascoltare i sordi e tristi rintocchi di quelle campane che mi parlavano di morte, per portarmi poi nel giardino dove si è fatto riconoscere, chiamandomi per nome, davanti al sepolcro scoperchiato e vuoto.
Per incontrare il risorto, per parlare con lui e riconoscerlo bisogna morire, per godere della resurrezione con lui bisogna salire sulla croce: parole di consolazione e di speranza, ma anche parole pesanti, difficili da accettare e vivere senza ribellarsi o smarrirsi.
Gesù continua a parlare ai nostri cuori, attraverso gli innumerevoli segni di cui è piena la nostra storia, segni che solo orecchie vigili e attente, occhi purificati dal pianto, il cuore aperto all’amore, sono in grado di cogliere e utilizzare per correggere la rotta per godere della consolazione che l’Emanuele, il Dio con noi non è un utopia, ma una realtà viva e presente che non permette nulla che non sia per il nostro bene..
La volta scorsa, rileggendo con voi le pagine del libro relative agli anni 1997 98 in cui ben due incidenti stradali, a distanza di otto mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro dei medici che mi tenevano in cura, mi sono sorpresa per le parole usate in quella circostanza
“Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi”
Erano campane che da quel momento non mi permisero più di addormentarmi, perché dovevo bere fino in fondo il calice amaro del fallimento dell’impotenza e del limite, perché mi rivolgessi a Chi quel calice lo trasformasse in occasione di incontro, di resurrezione e di vita.
Il senso? – La morte
Che anno il ‘98! ….mi gira la testa a pensarci.
Quel vagare alla cieca, quel dubbio sempre crescente su ciò che fosse giusto, su ciò che non lo era, sull’esito di quell’andare a tentoni, spiando, guardando, studiando tutto quello che era possibile per trovare il bandolo della matassa.
Che intreccio di strade, di nomi, di cure, di luoghi, di errori, di conferme che mai, mai più potevi uscire dal fosso, dal baratro enorme che pian piano si andava scavando sotto i tuoi piedi.
Il baratro fu così grande che mancò poco che vi annegassi, in quell’anno dove tutto accadde, dove tutti i nodi vennero al pettine, dove la sconfitta e la morte sembrarono avere la meglio.
La grande abbuffata, la sbornia di medici e di medicine, di rimedi antichi e moderni, non l’avevo ancora smaltita, quando, a dicembre, un’altra, questa volta più forte chiamata, mi scosse dall’ingorgo dei pensieri ormai triti e aggrovigliati in se stessi.
Atlante
La vita corre veloce senza che ce ne rendiamo conto
Abbarbicati alle nostre idee, alle teorie inattaccabili da qualsiasi argomentazione, convinti di aver toccato il fondo del mistero, difficilmente ci fermiamo per rimettere in discussione ciò che dentro di noi si è sclerotizzato, convinti che ci siamo fermati già troppo tempo a pensare, riflettere, dedurre.
All’immagine di Prometeo a cui l’aquila di Giove di notte mangiava il fegato, che ogni giorno ricresceva più rosso che mai, a quella di Sisifo condannato in eterno a spingere un masso che ripiombava giù proprio quando era prossimo alla vetta, si era associata e sempre più si sovrapponeva, negli ultimi tempi, quella di Atlante, che sostiene sulle spalle tutto il peso del mondo.
La stanchezza pian piano aveva preso il sopravvento e sempre più spesso mi trovavo a chiedermi che senso avesse quella sfida estrema.
Come un titano continuavo a sentirmi fuori dalla mischia, in una solitudine dolorosa e sempre più angosciante.
L’idea della morte come liberazione e termine delle umane sofferenze mi aveva spesso aiutato a sopportare notti insonni passate a difendermi dagli attacchi inclementi di un corpo impazzito.
Ma non sempre era possibile, anzi sempre più spesso accarezzavo l’idea di una morte dolce, che mi avrebbe liberata per sempre da quel maledetto “dover essere”,
Io che non mi ero mai data per vinta, nemmeno dopo quell’anno da incubo, io che pensavo di poter sconfiggere la morte, quella mia, desiderandola, accarezzandola come premio alla fatica del vivere, mi ritrovai smarrita, sconcertata a pensare a quella, prossima, di mio fratello.
Eppure non era di fatto morto nei miei pensieri, nella mia vita, lui che ne aveva scelta un’altra con amici più spensierati con cui condividere pranzi, balli, gite, all’aperto?
Non senza un pizzico d’invidia venivo a sapere da mamma che era sempre fuori casa, anche quando non lavorava. Non aveva mai avuto un minuto per me, nei lunghissimi anni della mia malattia.
Non mi aveva più guardato in faccia, inspiegabilmente.
Mi ero rassegnata a non avere un fratello, anche se non avevo perso la speranza di riconquistarlo.
Così quando la rabbia per il suo disinvolto comportamento nei confronti di papà, in pericolo di vita, esplodeva in tutta la sua forza distruttiva: LA NOTIZIA.
Non era vero, non poteva essere vero.
Mi sembrava che una nemesi irrazionale e cieca si fosse abbattuta su di lui, che sveniva davanti ad una semplice iniezione, che si rifiutava di mettere piede in ospedale, con la scusa che si sentiva male, lui che non era mai andato a visitare un ammalato, che non si era mai sforzato di capire chi era in difficoltà: proprio lui si trovava ad affrontare la prova più terribile.
Un male incurabile lo aveva colpito, attaccandosi alle parti vitali.
"Adenocarcinoma polmonare con lesioni multiple intracerebrali secondarie", questa la diagnosi dei medici consultati freneticamente da me, che volevo sapere, conoscere, per combattere quell’estrema battaglia, dopo che le indagini di rito avevano messo a nudo la terribile verità.
Non siamo niente, non siamo nessuno, e la lotta non sempre paga.
Ero pronta ad accettare la mia morte, ma non quella sua.
Sola, ad aspettare il precipitare degli eventi, la mia vita si era fermata in un’attesa immobile ed attonita.
Eppure ero fuori dal cerchio della vita già da tempo, anche se sogni e speranze non erano spenti del tutto.
Non mi volevo arrendere, non volevo buttare la spugna, nonostante i ripetuti traumi alla colonna vertebrale mi riproponevano ogni giorno il terribile interrogativo. Continuare o fermarmi?
Quante volte, dopo una notte insonne, mi ero chiesta se sarei stata capace anche solo di arrivare in bagno per lavarmi e vestirmi!
Quante volte ho cercato aiuto in un calmante, per affrontare in macchina il tragitto, peraltro breve, che mi portava a scuola!
Quante volte, arrivata nei pressi dell’edificio con enorme fatica, (avevo il collo bloccato, dolori insopportabili alla testa e alle braccia) ero stata in dubbio se tornare indietro per rivolgermi ad un medico, oppure provare per l’ennesima volta se la scuola e il lavoro fungevano da antidoto!
Quello non era che l’ultimo atto di un dramma che pensavo fosse concluso con la resa incondizionata di me, che non ce l’avevo fatta a dimostrare alla Commissione fiscale che stavo bene e che, nonostante tutto, ero ancora in grado di svolgere il mio lavoro.
La morte si sconta vivendo
Il mio lavoro non era più neanche nei miei pensieri, nonché nei ricordi, né nei desideri, da quando, ad ottobre, dalla Visita collegiale usci veramente malata e che prima di nove mesi no, non potevo tornare a insegnare.
Ed erano stati buoni, generosi, quei giudici distratti che avevano fretta, perché era tardi, perché erano stanchi e non erano abituati a vedere qualcuno piangere per non andare in pensione…
Così, mossi a pietà, mi avevano dato un’ultima chance, non stilando subito il verdetto di morte.
Che strano! Per dimostrare che di danni ne avevo subiti a bizzeffe da automobilisti distratti, non uno ma due collegi giudicanti avevano trasmesso alle rispettive compagnie assicurative che stavo benissimo, che ero un fiore e che nulla mi spettava a risarcimento del danno.
Il CTU, perito nominato dal tribunale, all’orecchio mi disse, prima di congedarmi dalla visita conclusiva, che sapeva come guarirmi.
Bastava che mi facessi curare da lui!
Così vanno le cose in questo paese, o forse nel mondo, chissà!
Mi ritrovavo sempre a dover dimostrare verità difficilmente documentabili.
Non era forse successo a maggio, quando dovetti strenuamente difendermi da una diagnosi scritta, stampata, fotocopiata all’infinito, perché tutti gli uffici competenti sapessero che avevo la depressione maggiore?
A saperlo che la depressione maggiore non è uno scherzo da niente!
Il neurologo, medico mio di fiducia da almeno vent’anni, per non impelagarsi in una diagnosi veritiera, ma per lui incomprensibile (deficit posturale reattivo), mi mise quell’etichetta, quando mi rivolsi a lui per essere esonerata dall’insegnamento gli ultimi giorni dell’anno, visto che, mio malgrado, non ancora ero venuta in possesso di occhiali idonei a svolgere la mia attività didattica.
”Deficit posturale”? … chi vuole che ne sappia qualcosa di questa malattia? … alla ASL non capiscono niente …. ci mettiamo una diagnosi che non può essere contestata da nessuno: …. minimo 60 giorni con una bella “depressione maggiore”…
…no 20 giorni … no … rispondeva a me che lo supplicavo di ridurne al minimo indispensabile il numero.
Quelli che mancano alla chiusura dell’anno scolastico sono pochi……. troppo pochi per questa malattia che le ho scritto …. a questa non potranno non credere.
Sicuro che ci hanno creduto. Ci hanno creduto anche troppo.
… mi volevano togliere seduta stante patente e lavoro!
Anche lì a piangere e a supplicare che la macchina, no, la macchina non me la dovevano togliere …le mie gambe, la mia unica possibilità di movimento autonomo!
E loro a dirmi che la mia era una malattia da DNA impazzito, di quelle che prevedono l’accompagnamento.
A dimostrare che di maggiore avevo solo la rabbia non mi ci volle molto, una volta arrivata, seguendo un iter lunghissimo e stressante, davanti al giudice supremo, la psichiatra della ASL
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Per tre mesi m’illusi che quel senso d’instabilità, quel vedersi girare il mondo attorno, quel non poter guardare senza dolore qualsiasi cosa che non fosse fissa, ferma e dritta in basso, davanti ai miei occhi, quei dolori lancinanti al collo, alle braccia, alla schiena, quel non poter stare più in piedi neanche un minuto, tutto questo dipendesse dal fatto che non avevo abbastanza stimoli.
A conferma di ciò c’era il fatto che, appena riuscivo a guadagnare la cattedra, i disturbi scomparivano.
Ecco dicevo, la scuola è la miglior medicina.
A saperlo che, stando più in alto dei miei interlocutori fermi davanti a me, i fuochi delle lenti non davano più problemi! Erano centrati.
Al dottor R., per capire che non era questione di denti ma di occhiali, ci vollero tre mesi, perché fino ad allora non aveva fatto che limar denti, quelli del ponte fatale di 10 anni prima e poi gli altri, tutti quelli ritenuti responsabili di quegli ondeggiamenti paurosi sulle ascisse e le ordinate degli esami posturometrici.
Le corde tirate spasmodicamente sulle braccia, sul collo, sulla schiena, sulle gambe, sui piedi, tendini e muscoli impazziti nell’estremo tentativo di mantenermi in piedi senza che svenissi dal dolore, quelle cercava di allentare con il suo sempre più convulso accanimento sui pochi denti scampati all’inseguimento di un sogno.
Eppure la sua faccia l’avevo vista rabbuiarsi da subito, il suo volto, cordialmente serafico e ironico, sempre più mostrava il distacco che nasce dalla paura e dal dubbio, perdendo la consueta baldanza.
Che c’entrano gli occhiali?mi dissi; ma ormai ero abituata ai colpi di scena.
Una corsa quella vigilia del ponte del primo maggio sulla tangenziale est, intasata di camion a rimorchio, di tir, di macchine che scappavano, fuggivano dalle grinfie della città, sotto una pioggia battente, con noi che eravamo partiti da Pescara la mattina e che avevamo sulle spalle una montagna di chilometri!
Ancora una volta, arrivata a destinazione, pensai che ne ero venuta a capo, che avevo trovato il bandolo della matassa.
A Peschiera Borromeo era ad aspettarmi, tempestivamente avvisato dal mio vacillante puntello, un nuovo specialista, doctor of optometry.
Costui, dopo due ore, passate da me a inseguire pallini, palline, aste, luci di tutti i colori, eroi di bambini che correvano veloci sul piccolo schermo di un occhiale da pagliaccio, mi disse che, sì di occhiali sbagliati si trattava, ma il peggio era … ti pareva che ne uscivo pulita! mi dico …era che gli occhi avevano un difetto, il sinistro in particolare.
Che tipo di difetto avessi, ora che ho cambiato ben sei paia di occhiali, e mi sono sottoposta ad ogni tipo d’indagine, ad ogni genere di sevizie, l’ ho capito, ma da sola e da sola ho cercato il rimedio.
Non che gli interpellati, e sono tanti, si siano discostati tanto dal vero, ma ognuno diceva un pezzetto di verità, fra tante cose sbagliate. Era come un puzzle che aveva confuso i suoi pezzi con quelli di un altro.
Così, attraverso il labirinto delle idee, attraverso i cunicoli di strade che divergono, attraverso un cammino infaticabile di fede e di delusioni, di aspettative disattese, di sogni infranti, di speranze fugaci, di tenacia indiscussa di chi, non si voleva piegare, era, è stato e fu un gioco trovare il pezzo mancante del puzzle?
La croce, il pezzo mancante del puzzle, in questo incredibile ma affascinante gioco dell’oca segna il traguardo di quello che per anni ho pensato fosse un gioco assurdo e crudele, ma che oggi mi parla di una Pasqua che non ha mai fine.
Con l’auspicio che ognuno di noi nel suono delle campane riconosca la voce di Dio che, comunque suonino, ci comunica il suo amore per noi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima trasmissione
19 aprile 2004