Lasciamoci attraversare

Siamo pieni di cose da fare e di cose fatte. In ogni caso siamo tanto pieni, da impedire a Dio di attraversarci.
Attraversarci più che riempirci.
L’attraversamento è un percorso che Dio fa nella nostra umanità, superandola.
Come il fiume, quando passa, irriga le terre che incontra, senza fermarsi, così Dio fa con noi.
Anche il deserto lo si attraversa per arrivare alla terra promessa, non per rimanerci per sempre.
Attraversiamo la storia per giungere alla non storia, l’eterno presente.
Anche Dio deve superare un deserto, l’abisso che ci separa da Lui, per farci andare oltre.
Attraversare è composto da tre preposizioni: “AD”, “TRANS”, “VERSUS”, che indicano una tensione verso qualcosa, un superamento, un andare al di là verso l’infinito tendere di Dio.

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CREDO NELLA FAMIGLIA

 

Credo nella famiglia, o Signore:

quella che è uscita dal tuo disegno creativo, fondata sulla roccia  dell’amore eterno e fecondo; tu l’hai scelta come tua dimora tra di noi, tu l’hai voluta come culla della vita.

Credo nella famiglia, o Signore:

quella che hai preparato per me

come progetto sognato negli anni della giovinezza. come vocazione davanti al tuo altare come missione per la Chiesa e per il mondo.

Credo nella famiglia, o Signore:

anche quando nella nostra casa

entra l’ombra della croce,

quando l’amore perde il fascino originario, quando tutto diventa arduo e pesante.

Credo nella famiglia, o Signore:

come segno luminoso di speranza

in mezzo alle crisi del nostro tempo;

come sorgente di amore e di vita,

come contrappeso delle molte aggressioni di egoismo e di morte.

Credo nella famiglia, o Signore:

come la mia strada verso la piena realizzazione umana; come la mia chiamata alla santità; come la mia missione per trasformare il mondo ad immagine del tuo Regno.

( Enrico Masseroni)

La verità

Matteo 5,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello.
Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”.

Giuriamo per attestare la verità di quanto affermiamo.

La diffidenza è di casa in una società dove l’essere non corrisponde all’apparire e dove ognuno pensa all’altro come un possibile nemico.

E’ necessario un criterio che non guardi a ciò che ci separa, ma a ciò che ci unisce e ci accomuna, un criterio che parta dall’identità della persona.

Figli di Dio, fratelli in Cristo non possiamo non riconoscerci nella Parola incarnata, l’Amen di Dio dal quale lasciarci guidare nel pensare, nel dire e nell’agire.

La verità in questo mondo dove tutto è taroccato, mistificato, svenduto è proprio nella difficoltà ad accettare i propri limiti e nel chiedere a Dio di trasformarli in occasione di grazia.

"Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce" dice Gesù a Pilato".

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

A Pilato non interessa la verità, anche se si chiede cosa essa sia.

E’ un lampo, un barlume che si accende e si spegne nell’animo di chi, più che alla verità, tiene alla sua pelle.

I nostri interessi personali ci distolgono da ciò che ci renderebbe liberi davvero.

Signore aiutaci a credere che siamo tuoi figli, non creati per distrazione, ma per un atto di amore infinito.

Zia Manuelina

Quando muore una madre,una nonna, una zia, ci sentiamo tutti un po’ orfani, anche se non è la nostra, anche se è avanti negli anni. Non vorremmo mai che morissero le persone che si sono occupate di noi, che hanno vegliato sul nostro sonno, asciugato le nostre lacrime, provveduto a che non ci mancasse nulla di ciò di cui avevamo bisogno.
Ci precedono in cielo gli occhi, le orecchie, le mani, i piedi, il cuore di queste creature, di cui Dio si serve, per mostrarci la sua tenerezza, la sua premura costante.
Un pezzo della nostra storia oggi ci è stato consegnato, perchè in essa vi scopriamo le traccce del Suo passaggio nella relazione con questa sorella, che ha traghettato molti di noi, presenti al suo funerale, nel mare della vita.
Oggi, radunati attorno a lei, per darle l’estremo saluto (figli, nipoti, pronipoti, e quanti la conobbero e ebbero modo di apprezzare i doni da Dio a lei elargiti) non vogliamo piangere perchè ce l’ha tolta, ma vogliamo, con il cuore colmo di gratitudine, dire grazie a LUI, perchè ce l’ha donata.
Questa sia l’occasione, per guardare oltre, e riconoscere che il Signore ha vigilato e continua a vigilare sul nostro cammino, senza mai stancarsi.

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Andare oltre

Oggi mi sono chiesta se non ho ecceduto nel catechizzare Giovanni, il mio nipotino di 6 anni.

Poichè la fede mi ha portato a guardare sempre più quello che gratuitamente il Signore mi dona ogni giorno e che prima davo per scontato, ho pensato che, nella trasmissione della fede, la prima preghiera che si deve insegnare comincia con un grazie.

Quale occasione migliore, per cominciare, a ridosso di Natale, con tutto quel ben di Dio che Gesù Bambino gli aveva portato, nonostante la sua condotta un po’ troppo birichina?

"Per cosa vogliamo ringraziare Gesù?" gli ho chiesto a bruciapelo, davanti alla pappa fumante pronta per lui.

Aveva poco più di due anni.

"Per le patate!" ha risposto prontamente.

"E poi?"ho incalzato io.

E lui, dopo una rapida ispezione a ciò che aveva davanti:" Per i colori!"

"E io lo voglio ringraziare perchè tu sei qui con me" Mi è sembrato doveroso aggiungere.

" Allora io lo voglio ringraziare per papà, che mi è venuto a prendere all’asilo e per il sole!"ha concluso.

Da quel giorno è diventato un gioco ma anche una necessità cercare ragioni di gioia nelle tante contrarietà quotidiane che accomunano grandi e piccini.

Ma lo stupore è stato grande quando lo abbiamo sentito, qualche giorno fa, consolare il cuginetto che da poco aveva perso la mamma.

"Ringrazia Dio che hai un padre!", gli ha detto .

 

"Misericordia io voglio, non sacrifici"

Matteo 9,9-13
In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
 

Gesù, in questo passo del Vangelo ci indica che l’evangelizzazione comincia da uno sguardo che incrocia un altro sguardo, uno sguardo di tenerezza, di amore, di compassione. Uno sguardo che risuscita, rimette in piedi, restituendo all’altro la dignità che il mondo gli nega.

Il testo nella sua versione originale usa lo stesso verbo sia per indicare l’alzarsi che il risuscitare.

Matteo seguì Gesù perchè si sentì amato come mai gli era capitato, tanto da decidere di invitarlo a casa sua e di condividerlo con i suoi amici.

Quando incontriamo Gesù non possiamo tenercelo per noi, nè ci dobbiamo vergognare di professarci suoi discepoli.

Il segno di croce sia per ogni cristiano il distintivo, il vanto di appartenere a Gesù che non discrimina nessuno e va incontro a chi ha più bisogno di essere rimesso in piedi.

La misericordia di Dio non è la conseguenza di un’offesa fatta a Lui i, ma segno della premura costante di un Padre che si fa carico dei bisogni dei propri figli, conoscendone la naturale fragilità.