“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì della XXX settimana del T.O.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Sono le parole con cui la folla accompagnò l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore dovremmo dirlo tutti, dovremmo esultare quando Dio manda qualcuno a parlarci, a spronarci, a scuoterci perché vuole la nostra salvezza.
Tutti quelli che il Signore manda ad annunciare la liberazione dei prigionieri, un’era di salvezza, di gioia, di pace, di prosperità, nella giustizia e nella verità, sono veramente benedetti perché attraverso di loro Dio ci rassicura, ci conferma che ci vuole bene e ci vuole salvi.
A Gerusalemme Gesù dovette constatare come la sua missione profetica non potesse essere realizzata nei confronti delle persone a cui era stato mandato, se non morendo.
Nessuno è profeta in patria.
I suoi lo dichiararono pazzo e lo rifiutarono, il popolo d’Israele rappresentato dagli uomini della legge, scribi e farisei, lo osteggiarono con ogni mezzo, lo ridussero al silenzio, condannandolo a morte.
Il piccolo resto era molto piccolo sotto la croce, un resto tanto piccolo da far pensare ad un completo fallimento dell’opera di Dio.
La madre e un discepolo, il discepolo che Gesù amava, quello che non aveva mai avuto dubbi sull’amore di Gesù.
Due personaggi che per grazia, per fede, per vincolo di sangue, dovevano raccogliere il dono dello Spirito e portarlo al mondo.
L’amore legava la madre al figlio e l’amore legava il maestro al discepolo.
A loro Gesù affida il compito di distribuire la sua eredità a quelli che aspettavano la salvezza.
Quali armi, quali strumenti avevano i primi cristiani per convincere chi non aveva conosciuto, incontrato Gesù, chi non ne aveva mai sentito parlare?
Non c’erano né la radio né televisione né giornali, eppure il cristianesimo si estese a macchia d’olio accendendo di entusiasmo tanti affamati, assetati, nudi, perseguitati.
Perché il cristianesimo prese così fortemente piede?
Perché molti erano quelli che sentivano il bisogno di qualcosa che desse senso alla vita di povertà, di sottomissione, di persecuzione,vita avara di beni materiali, di pace, di giustizia, di verità.
Così l’oppio dei popoli trasformò tutti i diseredati in gente gioiosa che imparò a mettere in comune con gli altri quel poco che aveva, che imparò a collaborare, che trovò una nuova e incredibile forza nell’appartenere alla famiglia dei figli di Dio.
Cosa poteva fare uno Stato potente ma oppressore insaziabile, cosa poteva fare un governante straniero ad un popolo di salvati che aveva come signore e maestro Gesù, figlio di Dio morto e risorto per noi?
“Benedetto chi viene nel nome del Signore”.
Dio dà la grazia a chi la cerca, a chi la chiede, a chi l’accoglie con cuore sincero.
Perché tanta gente non è portata a credere?
Perché Dio è visto come un optional, un elemento di disturbo, come ingombro inutile?
Cosa impedisce agli uomini di inchinarsi di fronte a lui?
Forse la mancata percezione del proprio limite, l’illusione che a tutto c’è rimedio e che, se non è a portata di mano, sicuramente con qualche imbroglio, artificio, possiamo sperare di cavarcela, senza dovergli dire grazie.
La cultura del nostro tempo tende a soddisfare i nostri bisogni non reali ma indotti dai mass media.
Ci bombardano con tanta pubblicità su ciò che possiamo ottenere con il minimo sforzo e ci convincono che la felicità è nelle cose, non nelle persone.
Prodotti sempre più appetibili e sofisticati ci sono presentati come panacea, come rimedio a tutti i nostri mali.
Così perdiamo di vista ciò che ci manca realmente e non cerchiamo ciò che ci rende felici.
Per tanto tempo le conquiste per me ritenute importanti, quelle che pensavo mi dessero la felicità, non sono state altro che terremoti, che hanno intaccato fortemente le mie sicurezze.
L’amore non si può comprare.
Quando per tutta la vita ti sei sentito solo a combattere con chi attentava alla tua autonomia e ti usava, certo che pensavi potesse darti la felicità le cose che l’altro possedeva per esercitare su di te il suo potere.
Così per sfuggire dal potere degli altri hai cercato ciò che agli altri dava potere per esercitarlo a tua volta e sentirti forte.
Solitudini diverse ma sempre solitudini sono quelle in cui il rapporto è con le cose e non con le persone.
Anzi quando il potere è nelle tue mani, perché possiedi gli strumenti per esercitarlo, ti senti più solo di quando qualcuno lo esercitava su di te, perché almeno ti faceva esistere, perché gli servivi.
La casa, il figlio, il lavoro, lo sposo, la sicurezza economica la giovinezza, la salute, la posizione sociale, sembravano gli ingredienti giusti per uscire fuori da un’era di sfruttamento e di buio, per vivere la piena felicità del dominio sulle cose e sulle persone.
Ahimè quanto è fallace la vita, quanto è doloroso constatare che la maschera che volevo togliere al mondo l’hai indossata tu per manipolare il mondo!
Quanta strada per riconoscere ciò di cui avevo veramente bisogno! Quanta sofferenza! Anni, anni di lotta, di ricerca, di purificazione del desiderio, anni in cui deserto è stato il maestro di vita, il deserto che diventava sempre più esteso e sconfinato man mano che cercavo ciò che avevo perduto.
Dipendere era la cosa che più mi faceva star male.
Ho avuto tutte malattie che mi costringevano ad una dipendenza frustrante, inaccettabile.
Ora è ufficiale.
Ho bisogno di chi mi accompagni.
Un certificato che oggi mi parla di Dio, dell’accompagnatore di cui non posso più fare a meno, di colui che mi ha rapito il cuore, si è impadronito di me e mi ha riempito di tutto ciò che non conoscevo ma che sento di fa vivere.
Il suo amore mi sostiene, mi dà la serenità, mi dà la pace di scegliere di morire ogni giorno un poco per essere riempita ogni giorno di Lui.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ora e sempre.
Grazie Maria perché non mi hai lasciato la mano e perché non te la prendi quando non ti saluto, quando non mi accorgo che ci sei.
Grazie perché so che una madre non dimentica mai di vigilare sui suoi figli.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

Pazienza

SFOGLIANDO IL DIARIO…

27 ottobre 2015
Meditazione sulla liturgia di
martedì della XXX settimana del TO
ore 6.29

“La creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”

Le letture di oggi ci invitano ad avere pazienza nella certezza che Dio mantiene ciò che ha promesso, perché non è un Dio bugiardo, ma fedele per mille generazioni come a dire per sempre.
La pazienza purtroppo è una virtù che naturalmente non abbiamo.
Già da piccoli riveliamo la nostra impazienza nel non saper aspettare e nel volere tutto e subito.
I bambini piangono e si fanno sentire se non sono accontentati in quelli che sono i loro bisogni veri o i loro capricci, i grandi, a seconda dei casi o continuano a urlare come i bambini quando non ottengono quello che vogliono, divenendo anche violenti o disciplinano la bocca e mettono dentro la rabbia, vivendo comunque sempre male il tempo dell’attesa.
In pochi l’attesa diventa un tempo di grazia, un’opportunità per vivere con fiducia il tempo di Dio che ci chiama a fermarci su quello che ogni giorno ci è gratuitamente dato e non su ciò che vorremmo avere subito.
Nella preghiera dei fedeli oggi ho trovato questa bella e significativa richiesta:”Perchè impariamo la pazienza e la fiducia dai nostri contadini”
Il problema sta nel fatto che per chi vive in città è difficile incontrare un contadino, frequentarlo, condividere con lui la vita di ogni giorno, salvo se si decide di fare una vacanza in un agriturismo.
Anche l’attesa perchè il lievito fermenti la pasta non è condivisa nelle nostre famiglie, perchè si fa prima a comprare già fatti i prodotti lievitati.
Ma la realtà ogni giorno ci pone di fronte il problema dell’attesa, perchè, a ben pensarci, passiamo la maggior parte del nostro tempo ad attendere qualcosa o qualcuno.
“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare qualcos’altro” ha scritto Antony De Mello in un libro.
In effetti poichè passiamo il tempo a rincorrere i sogni, non ci accorgiamo dei miracoli che si snodano sotto i nostri occhi.
Dio non ci nega anticipazioni prelibate del suo banchetto, e come mia madre, quando friggeva le patatine, ci dava più di un assaggio mentre le cucinava un po’ per volta, così Dio ci fa pregustare le primizie del regno.
Ieri con Giovanni, che è venuto a fare i compiti da me, abbiamo parlato del BING BANG e del fatto che la professoressa di religione aveva detto che il crederci era anticristiano, scandalizzando tutti i compagni, compreso lui.
Ho pensato al granello di senapa, che guarda caso troviamo nel vangelo di oggi e l’ho portato a riflettere su ciò che accade ad un seme e alla pianta che ne scaturisce.
Gli ho detto che l’universo è come un seme, gettato da Dio.
Noi ci siamo dentro e assistiamo alle trasformazioni che avvengono al suo interno, alcune visibili, altre invisibili, altre ancora inconoscibili.
E’ la storia del filo d’erba, del fiore, dell’albero e di ogni vita umana che si sviluppa nel grembo della madre.
La differenza tra chi crede e chi non crede sta nel non voler accettare che ci sia Qualcuno al di sopra di noi che in ogni cosa creata ha messo le informazioni per realizzare il suo progetto di vita.
Se quindi non incontriamo contadini sulla nostra strada, leggiamo la Scrittura dove sono racchiuse le informazioni per imparare direttamente dal Contadino del cielo, il divino Seminatore ad avere pazienza aspettando che il frutto maturi.
Per quanto riguarda le massaie che impastano il pane, prendiamo come esempio Maria che di pane se ne intende visto che ci ha dato Gesù, accogliendo nel suo grembo il seme divino della Parola, attraverso lo Spirito di Dio perchè divenisse pane per tutti gli affamati del mondo.

“Il tempo sarà nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito dimorerà nei nostri cuori”

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

28 ottobre 2016
Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXX settimana del T.O.

Ss.Simone e Giuda Apostoli
ore 17.37

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

Mi piacerebbe approfittarne, accorrere come la gente del vangelo per ascoltarti ed essere guarita.
Guarivi tutti, c’è scritto, bastava toccarti.
Ma io sono qui, ancorata ad una sedia, con tanta stanchezza sulle spalle, alla fine di una giornata di servizio alla famiglia e di ricerca di un antidoto a tanto dolore.
La notte è stata lunga, buia e tormentata.
Il corpo straziato dalle corde impazzite dei nervi non ha trovato riposo. ù
Il rosario avvolto sul braccio è rimasto come segno di una fede paralizzata nell’attesa che tutto finisse.
La vita, non il dolore.
Tu Signore di notte ti ritiravi a pregare, prima di prendere qualsiasi decisione, pregavi per chiedere consiglio, per ringraziare, per benedire, per comunicare gioie e dolori di una vita donata a Dio Padre e agli uomini, anche a quelli che ti hanno tradito e continuano a farlo ancora oggi con più tenacia, perversione, malignità.
Hai pregato specialmente quando hai sentito l’impotenza della tua natura umana, la fragilità del tuo corpo, lo smarrimento dello spirito, hai sudato sangue nell’Orto degli Ulivi, mentre i tuoi più intimi amici dormivano.
Tu Signore eri certo che Dio ti stava ascoltando e hai detto, nel momento supremo “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”
Anche io questa notte l’ho detto.
E’ l’unica preghiera che ho fatto.
Non c’erano altre parole che potessi rivolgerti nel vuoto e nel buio di un’angoscia senza fine.
Tante volte ti ho benedetto, lodato e ringraziato, tante volte la tua parola è stata un balsamo per suscitare in me altre parole di vita.
Il senso a tante notti passate insonni ormai da 40 anni l’ha dato la preghiera, la meditazione su quanto tu mi suggerivi giorno per giorno.
Questa notte, nel deserto,nel buio, nel tempo fermo sul dolore con un corpo che non sentivo più appartenermi, preda di uccelli rapaci e di bestie avide di preda, cosa potevo dirti che già non ti avevo detto?
Cosa chiederti che non ti abbia già chiesto e che tu conosci meglio di me?
Mi hai lasciato senza parole, senza strumenti per dirti ancora sì.
Hai permesso che di me facessero scempio le bestie feroci, hai permesso che mi fosse tolta anche la speranza di morire al più presto per porre fine al martirio.
Ora sono qui a chiedermi dove ho sbagliato, perchè non sono riuscita a toccare il tuo mantello.

Umiltà

“Chi si esalta sarà umiliato”. (Lc 18,14)

Ieri ho bruciato quattro volte quello che avevo messo a cuocere: carciofi, piselli, zucchine, acqua con il bicarbonato che sarebbe servita per staccare le incrostazioni del tegame.
Non c’è che dire un bel bilancio per una che si credeva un asso in cucina.
Franco, quando era piccolo, diceva:”Quando sarò grande voglio fare il cuoco per superare mamma almeno in qualche cosa.”
Sono sempre apparsa gli occhi di chi mi stava vicino brava, migliore di quello che in effetti ero e questo da un lato mi consolava, mi appagava, dall’altro mi portava a esibire la mia bravura, nascondendo con grande maestria gli errori che inevitabilmente facevo.
Mamma, quand’ero piccola, mi diceva sempre che ero brava prima di darmi una commissione.
La bravura era un sistema collaudato per farmi lavorare, ma era anche l’unica via per affermare la mia esistenza.
Ho sempre saputo di non valere molto, ma mi sono sempre vantata di riuscire a trarre vantaggio dal poco, dall’errore, dall’inadeguatezza attraverso una straordinaria abilità di copertura, di ironia, di distacco tra me e la cosa sbagliata.

Quanto più vado avanti nella conoscenza di Dio, attraverso la Sua parola, tanto più capisco me, i miei errori, la mia vulnerabilità, il mio limite.
La parola di Dio non aumenta tanto la Sua conoscenza come Essere perfetto, sommo Creatore, Signore del cielo e della terra, quanto la conoscenza del mio peccato.
La luce che viene dalla parola mette infatti in risalto sempre più il mio limite contrapposto a ciò che solo Dio può fare.

Tu gradisci, Signore, gli umili di cuore.
Ho sempre pensato che il peccato fosse separarsi da Te, vivere lontano dalla tua casa, non riconoscerti come fonte di vita.
Leggendo oggi la Tua parola mi è saltato davanti agli occhi l’atteggiamento del fariseo che pregava ringraziandoti della sua capacità di essere giusto e di osservare la legge.
Il fariseo in fondo ti riconosce il merito per tutto quello che hai fatto per lui sì da renderlo giusto.

I paragoni non mi sono mai piaciuti, specie nella fede, anche se sicuramente il giudizio sul comportamento degli altri mi ha molto condizionato nella progressione verso la comprensione del mistero.
Beato è chi si riconosce peccatore, incapace da solo di realizzare in pienezza la sua umanità.
“Io sono tu che mi fai” ho trovato scritto, parole che mi hanno evocato l’immagine della creta molle nelle mani del vasaio.
E quando sembra che il vaso abbia preso una forma, il vasaio può decidere di cambiarla, rimodellando a suo piacimento l’opera delle sue mani, per aumentarne la bellezza e l’armonia.
Lasciamoci plasmare da Dio, diventiamo creta molle nelle sue mani con l’ascolto e la preghiera, apriamoci alla sua opera creatrice che continua nella storia, che è l’unica che ci garantisce la vita.

Chi si vanta, si vanti nel Signore ( 1Cor 31)

Morte e vita

Morte e Vita

Morte e Vita

SFOGLIANDO IL DIARIO…

24 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXIX settimana del TO
Letture: Rm 8,1-11;Salmo 23; Lc 13,1-9
ore6.37

“La carne tende alla morte, lo Spirito alla vita”(Rm 8,6)

Oggi Signore ci parli di cose che non ci fanno piacere, ci atterriscono, contengono minacce inaccettabili da parte di te che sei buono, clemente, lento all’ira, compassionevole.

Quando leggo certi passi della Scrittura rimango sconvolta e voglio illudermi che non fai sul serio, che parli solo per farci paura, ingigantendo il castigo, le conseguenze del nostro peccato.

Quando ero piccola mi hanno insegnato a prenderti sul serio e sono vissuta nella paura. Perché, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a mantenere i buoni propositi che facevo nel confessionale.

Ho quindi cercato vie di scampo, stratagemmi per coprire, nascondere, ingannarti perché tu non ti accorgessi di che pasta ero fatta.

Il pensiero delle fiamme dell’inferno erano diventate la mia angoscia quotidiana.

Le ho studiate tutte per obbedire ai tuoi comandamenti senza pagare lo scotto delle mie piccole e grandi inadempienze, come parlare a bassa voce quando mi confessavo, perché il sacerdote non capisse o anche riassumere approssimativamente i peccati sì da farli sembrare di meno.

E che dire della messa che avevamo scoperto valeva se arrivavamo prima che il calice fosse scoperto?

Ricordo che ci eravamo passati parola, noi bambini su chi diceva la messa più corta e sui tempi delle omelie e tutto ciò che serviva per non prolungare un supplizio obbligato, pena l’inferno.

Cercavamo insomma di salvare la forma, l’apparenza, come eravamo soliti fare con i nostri genitori per nascondere le magagne.

Eppure ho frequentato per 16 anni un istituto di suore dove era ogni mattino obbligatorio andare in chiesa prima di cominciare le lezioni.

Io non ci riuscivo per via di mia sorella che dovevo preparare e portare all’asilo nella stessa struttura alla stessa ora, avendo solo 10 anni più di lei.

Ho fatto la Comunione e la Cresima a 6 anni e non ci ho capito niente, tranne il fatto che dovevo imparare a memoria delle risposte che avrei dovuto dare al Vescovo che mi avrebbe interrogato.

Tu sai Signore tutto questo, sai anche quanta solitudine ha connotato la mia infanzia, piena di doveri e di complessi di colpa senza nessuno che si prendesse cura di me e mi rispondesse.

In casa eravamo tanti e io ero la più grande dei figli, fatta eccezione di mio fratello che era esonerato da ogni incombenza, perché maschio e di salute cagionevole.

Il diritto ad esistere l’avevano solo i malati e io ero quella che non si ammalava mai o almeno non lo facevo vedere.

Caricata di pesi più grandi di quelli che potevo portare non mi sono ribellata, convinta che fosse giusto così, com’era giusto che tu mi punissi se io contravvenivo alle tue leggi.

Il tuo occhio mi perseguitava, un occhio inscritto in un triangolo e, se i miei potevo imbrogliarli, con te la cosa era più difficile ma io ci provavo sempre.

Non posso dire che la mia sia stata un infanzia infelice, ma un tempo di attesa di vita migliore.

Non ho mai disperato che un giorno le cose si sarebbero rimesse al posto giusto e io avrei raggiunto l’autonomia e la libertà di fare quello che più mi piaceva e ritenevo giusto.

Quando ho incontrato l’amore ti ho messo in un angolo, ti ho imbavagliato, nascosto nella convinzione che ti avrei ridato il posto che ti spettava quando una volta sposata non potevi più nuocermi, perché non dovevo più ingannare nessuno.

Nella casa futura tutto quello che mi era negato da te e dai miei genitori sarebbe stato lecito, perché su ciò che era mio, nessuno poteva mettere più bocca, nemmeno tu.

Quanto mi sbagliavo Signore!

Ciò che nella casa paterna mi pesava e sentivo come un obbligo nella casa coniugale divenne un impegno continuo, consapevole e gioioso per far stare bene i miei cari.

Ma sul mio volto e su quello di chi si prese cura di me la gioia si spense ben presto quando mi ammalai a un anno di distanza dal matrimonio.

Cercando soluzioni trascurammo il percorso e nella vana ricerca della felicità umana ci lasciammo sfuggire le occasioni per riconoscerti in quei tristi bagliori di morte che connotarono gli innumerevoli viaggi della speranza che non portavano a niente.

Ma tu Signore stavi con me senza che me ne accorgessi. Hai vegliato su tutto il percorso accidentato, difficile, catastrofico di una vita che volgeva alla morte, una vita non abitata dalla grazia.

Tu Signore volevi entrare nella mia casa e bussavi sempre più forte, un rumore assordante quei colpi che massacravano il corpo, lo facevano urlare, un corpo che i medici cercavano di mettere a tacere con busti,gessi, fasce e tutori, camicie di forza per impedire che il suo lamento arrivasse fino a te.

Hai bussato Signore e io non ti ho risposto per anni. Eppure vivevo con la porta aperta e le chiavi nella serratura, per chi volesse entrare, visto che io ero imbalsamata in un gesso distesa in un letto con sotto la pala e il telefono sul comodino.

“Pregherò quando sarò guarita”, dicevo e me la prendevo con mamma che aveva aumentato il numero dei suoi rosari giornalieri.

“Prega per un altro” dicevo, stufa che tutte quelle preghiere mi aumentavano le malattie più che guarirle.

Ma tu bussavi alla porta del mio cuore che non è la stessa cosa e quello ce l’avevo blindato.

Quanta pazienza Signore a zappettare intorno al fico sterile perché fiorisse e desse frutto!

Non ho parole per ringraziarti, perché sei entrato dentro di me e mi nutri di un amore che non si misura, di una consolazione che nessuno al mondo mi può dare e mi parli e mi mostri il tuo volto di carne, dove se minacci guai è solo per metterci in guardia dai pericoli delle nostre chiusure, della cecità dei nostri occhi a vederti in ogni uomo che ha bisogno della nostra cura.

“Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni, in piena crisi d’asma.

Me le sono scritte queste parole per non dimenticarle quando mi sento sola e provata dalle vicende della vita.

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

22 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXIX settimana del T.O.
ore 7.13

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

A quanto pare non esiste libertà senza sacrificio, sottomissione, servizio.
Qualunque libertà ha un prezzo da pagare, anche la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Sembrerebbe, leggendo il vangelo, che non abbiamo vie di scampo, anzi la libertà prospettataci da Gesù è ad un prezzo elevatissimo: la croce.
La croce divide, quella accettata e accolta per la salvezza di qualcun altro.
Sembra follia vivere in questo modo, per questo obiettivo.
Gesù dice che la verità ci farà liberi e liberi davvero.
Da quando ero piccola mi è pesato sottopormi alle leggi e ai divieti degli adulti e ho sempre sognato di svincolarmi da qualsiasi autorità per fare quello che più mi piaceva, quello che ritenevo giusto per me e per gli altri senza condizionamenti.
Per quanti sforzi abbia fatto non sono riuscita a svincolarmi dalla schiavitù, al padrone di turno, perchè in fondo ho solo cambiato azienda, padrone, ma mi sono sempre sentita schiava di qualcuno o di qualcosa.
Con il tempo ho capito che il più grande tiranno di me stessa ero io che pretendevo da me tutto e il contrario di tutto, vale a dire la botte piena e la moglie ubriaca.
E’ un miracolo che non sia impazzita alla ricerca della mia misura in un cimitero di bare vuote.
“Volere è potere”, mi dicevo, e così, con pazienza e determinazione, ho affilato i coltelli, ho cercato di scalare la montagna dell’autonomia, dell’indipendenza, ma mi sono ritrovata sempre a ruzzolare in basso, schiacciata dal masso che mi trascinavo sulle spalle, come Sisifo.
Mi chiedevo che senso avesse quell’assurdo gioco dell’oca che mi rimandava sempre al punto di partenza.
Poi ho incontrato il Signore, sollevando gli occhi ad un crocifisso, al Crocifisso.
“Pure tu!” gli dissi, pensando che anche lui era vittima della vana fatica di vivere.
Grazie a Dio che non mi fermai solo a guardarlo un momento, ma volli conoscere quella persona che aveva la mia stessa condizione di sofferenza.
Giorno e notte mi appassionai alla sua vicenda, perchè ero sola e avevo trovato un amico con cui condividere la mia pena.
Ringrazio il Signore che, man mano che procedevo, divorando letteralmente la Sua Parola, aumentava in me il desiderio di verificarla nella mia vita.
Cercavo la verità, anche a costo di perdere la presunta libertà che mi ero illusa di poter trovare con i miei espedienti di giocoliere e illusionista, ingannando me stessa.
L’amore cercato negli altri si trasformò in amore donato agli altri, l’amore che mi consegnò nelle sue braccia perchè solo Lui era capace di morire per me.
La sua signoria mi ha liberato da tante pastoie di morte e mi ha reso completamente libera di seguire ciò che mi fa bene, mi serve, mi piace.
Sembra un paradosso, ma è così.
Solo quando riesci a far felice un altro sei veramente felice.
E io oggi penso a Lui che mi ha dato consiglio e mi ha portato a godere dei frutti del suo sacrificio, facendomi desiderare di fare altrettanto per stargli vicino, il più vicino possibile, come lo sposo la sposa, Lui in me e io in Lui.
Come separarmi senza farmi del male?