3 ottobre 2005

Da una settimana il reparto Geriatria, ala est dell’Ospedale Civile della mia città è diventato luogo di osservazione e meditazione. Non per mia scelta, perché avrei desiderato che mia madre non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene. Ma l’ospedale è luogo d’incontro: incontro con la sofferenza, prima di tutto. La sofferenza dipinta sui sui volti dei ricoverati, la sofferenza di chi sta al capezzale dei malati.

Ma è principalmente luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parola gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine giornata, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano il malato che si lamenta.

Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in mia madre la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o in mia sorella che vive con lei, che senza tregua, si adoperava per rianimarla.
Ho contemplato il Signore, l’ho adorato in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi, agli occhi degli uomini.
Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero, che non fosse di apertura alla grazia che Dio mi stava donando, in quella manifestazione d’amore fedele e disinteressata.
Di fronte al letto di mamma per tre giorni ho contemplato le mani di due anziani coniugi, quella di lei inerte, nonostante i tubi e le macchine a cui la sua vita era attaccata, e quella di lui, perennemente poggiata sopra la sua, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli al patto di non separarsi mai, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, “finché morte non ci separi”.Così dice la formula, pronunciata il giorno del matrimonio.
Poi ho visto nipoti assistere i nonni, anche di notte, accudirli con amore, con dedizione, con rispetto, ho visto anziani che, pur se con la mente confusa, mostravano la loro gratitudine con un sorriso a chi riusciva ad infrangere il silenzio in cui erano piombati.
Ho visto anche persone sole, abbandonate, senza famiglia, che l’hanno trovata in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, trovandosi lì ad accudire un loro vicino di letto.
Nell’ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più; ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventarere suoi famigliari: figli,fratelli, sposi a Lui promessi.

3 ottobre 2005

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