25 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caro saluto a tutti amici e ben ritrovati.Ci stiamo avviando verso la conclusione del Gioco dell’oca, il primo atto di una storia, che, come tante altre, si trasforma in liturgia, quando ci si accorge che Dio cammina con noi ogni momento della nostra vita, quando sperimentiamo che fa nuove tutte le cose, se ci arrendiamo alla forza del suo amore.
Da "Il gioco dell’oca"
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L’amore donato
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dare a mio fratello, ancora qualcosa a cui non avevo ancora pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti
Il 12 luglio del 1999 scese il sipario sul dramma che per sei mesi mi aveva tenuta attaccata alla vita.
Dal pulpito il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era come non mai vivo e presente nei nostri cuori.
Mi attaccavo ai ricordi, brandelli di vita consumati insieme nella condivisione di quel poco che ci accomunava.
La sofferenza sì, quella sì che mi aveva tenuta legata a lui, da cui tutto mi aveva scaraventato lontano durante la sua vita spensierata e gaudente.
Finalmente vicini, ma troppo presto ripiombati nel buio della nostra solitudine antica..
Il senso, per un attimo carpito come balsamo alle mie insanabili ferite, mi sfuggiva ancora di mano e mi lasciava attonita di fronte al più grande e doloroso interrogativo della mia umana vicenda.
E il mio "volere é potere" di cui mi ero fatta scudo e corazza?e il mio "volli, sempre volli, fortissimamente volli", che volevo fosse inciso sulla mia lapide?
Tutto cadde davanti ai miei occhi, nulla si salvò dalla desolazione della verità ormai nuda e invereconda.
Io, che pensavo di poter risolvere qualsiasi problema, che ero capace di trarre, come un giocoliere, dal cappello vuoto, meraviglie inaspettate e incredibili, non riuscivo più neanche a tenere in mano quell’oggetto innocente di scherzo che improvvisamente mi parlava solo di morte.
Il senso – La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione?
Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza dover contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno.
Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare.
Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare.
Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito?
Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato
L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione.
Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato nessuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari.… perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati! …arrangiati! arrangiati!
A queste le parole, per tutto il corso della mia vita, avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte.
Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’é più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, é allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
Grazie.
A distanza di un anno da quell’evento, questa é la preghiera che, spontanea e senza pudore, é sgorgata dalla mia bocca nella chiesa che mi aveva aperto le porte e che solo allora capii che non le aveva murate, come pensavo.
Bastava spingerle un poco.
Signore, un anno fa misi per la prima volta piede in questa Chiesa che é diventata il mio rifugio, la mia ancora, la mia casa, con l’angoscia nel cuore, con niente in mano se non la mia disperazione, con il desiderio di ascoltare parole che penetrassero nel buio della mia notte, con la sete del viandante che ha attraversato un deserto sconfinato, con gli occhi umidi di pianto per la desolazione di affetti ormai spenti, con il cuore indurito dall’incapacità di amare ancora, alla disperata ricerca di un volto, di una voce, di un sorriso, di un gesto che mi facessero capire che ero viva, che c’era ancora speranza.
Signore, quando entrai nella tua chiesa il 5 gennaio del 2000, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in quel tardo e freddo pomeriggio invernale. I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso i tuoi templi sono ricolmi, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa. Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo di questa Chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
Riportai a casa una frase che a stento si fece strada nella confusione dei miei pensieri e su quella meditai.
L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio.
Altre volte sicuramente l’avevo sentita, l’avevo trascritta anche sul mio diario, una notte come tante altre in cui non riuscivo a dormire.
Signore, in quel giorno che sembrava uno dei tanti, uguale nella solitudine sempre più disperata, uguale nell’angoscia del prima e del dopo, uguale nell’assenza sempre più percettibile di ciò per cui valesse la pena continuare ad andare, senza meta allo sbando, mi ero ritrovata a cercare ciò che non conoscevo, che non sapevo esistesse.
Tu però sapevi di cosa avevo bisogno, non hai aspettato che chiedessi, hai solo guardato alla mia pena infinita, hai guardato alle mie mani vuote, hai guardato al deserto che aspettava di essere irrigato, hai guardato alla mia sete ancestrale, hai guardato alla mia fame d’amore, hai guardato al mio farmi piccola piccola, hai guardato al mio vuoto, che sembrava incolmabile, e l’ hai riempito pian piano di Te.
Grazie, Signore, perché Ti sei fatto incontrare, grazie per aver guardato alla mia debolezza, grazie perché hai guardato le mie lacrime, grazie perché hai guardato alle mie braccia alzate.
Grazie per avermi dissetato, grazie per avermi saziato, grazie perché in Te finalmente ho trovato l’amico, il fratello, lo sposo, il padre; grazie per questo anno trascorso in Tua compagnia, grazie perché hai ridato senso alla mia vita vissuta, nell’inutilità dello scorrere del tempo, grazie della Tua tenerezza, grazie della Tua premura costante.
Signore, in quest’anno non so cosa avrei fatto, detto o pensato se non Ti avessi incontrato, se non avessi percepito la Tua presenza vicino a me, specie nei momenti più duri e difficili.
Tu mi hai insegnato ad amare, Te prima di tutto, i miei fratelli, ma anche e soprattutto la mia vita che sembrava così priva di senso, ad amare la mia sofferenza, ad amare la mia croce.
Signore, nel grande Crocifisso che sovrasta l’altare, ho visto l’amore smisurato di un padre che ha dato se stesso per i suoi figli.
Nel sentirmi amata in modo così totale, così gratuito, così sconvolgente ho trovato la forza per aprire il mio cuore blindato e renderlo capace di accogliere il tuo dono divino e a mia volta riversarlo sugli altri.
Signore, Dio di amore e di misericordia, Ti voglio dire grazie perché mi hai mostrato tutto ciò che avevo e non vedevo, grazie perché ho imparato ad apprezzare ciò che disprezzavo, perché ho imparato ad amare anche ciò che non mi sembrava degno di considerazione, grazie perché hai ridato valore a ciò che pensavo non ne avesse.
Grazie perché ciò che mettevo al primo posto ora occupa l’ultimo, ciò che pensavo necessario ora mi sembra superfluo, grazie perché hai rivoluzionato la mia vita scardinandone i valori fittizi e ponendomi di fronte alla Tua verità semplice e grandiosa, alla Tua verità stolta, per i sapienti di questo mondo, ma l’unica capace di comprendere tutto, perché essa é il tutto.
Signore, per questo anno di grazia Ti voglio lodare, benedire e ringraziare ogni momento della mia vita, di questa vita meravigliosa che mi hai donato.
Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra e il cuore.
Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Egli é stato tutto il tempo a guardare, con occhio vigile e attento perché potessi sperimentare tutto ciò che sembrava importante, é stato paziente ad aspettare la fine di quell’insulso gioco dell’oca.
E’ bastato che abbassassi la guardia, che mi spogliassi del mio "dover essere", perché mi mostrasse il suo volto nascosto dalla mia voglia di vincere.
A Lui non ho avuto bisogno di raccontare che cosa era successo. Conosceva già tutta la storia, sapeva che, per trovare qualcuno che curi la parte malata, bisogna mostrarla.
Che nascondevo un cuore ferito, piagato nel suo bisogno non soddisfatto d’amore, non l’avevo confessato a nessuno, nemmeno a me stessa … perciò da tanto cercavo la strada.Anni addietro, concludendo la lettera inviata al dottor R., mi chiedevo se l’avevo trovata, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
A distanza mi sento di dire che mai sforzo fu più proficuo, mai premio superò tanto le aspettative e i desideri, non del vincitore, ma del vinto, in una guerra persa in partenza.
Quella vetta che affondava la cima nell’azzurro alto del cielo, quella vetta ora sono sicura che vale la pena scalarla, perché non é un imprendibile sogno, ma una realtà viva e presente.
L’albero
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.

La vita adesso.
giugno 2001

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”
 10 maggio 2004
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