9 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta.

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)
Un caldo e affettuoso saluto a tutti, amici di Radio Speranza, da Gianni e Antonietta.
Un altro anno è passato e siamo già a fare progetti per quello che non si prospetta certo come un giardino incantato, come la terra promessa ai nostri padri e che ci figuriamo ricca di tante delizie e priva di qualsiasi problema Anzi il nuovo anno si prospetta con gli auspici più foschi a sentire televisione e giornali che con insistenza continuano a sottoporci le immagini della catastrofe che non ha risparmiato nessuno, ricchi, pochi, poveri molti che nelle lontane terre del sud est asiatico hanno incontrato la morte, morte dei propri cari, di ciò che avevano e di ciò che speravano, realtà e sogno, naufragati e sommersi dall’onda assassina.
Il tempo è diventato tiranno, perché troppo in fretta si è consumata la strage, troppo lenti sono i soccorsi, lunga sarà la ricostruzione, difficile il ritorno alla vita normale. Inesorabili le pagine del calendario si sono assottigliate fino a scomparire del tutto, anch’esse travolte dall’onda anomala che le ha completamente inghiottite. Ma almeno in questo possiamo correre ai ripari con un calendario nuovo su cui campeggia scritto in neretto il numero 2005. Chissà quanta gente si è chiesta o si chiede il perché di un numero piuttosto che di un altro. Gesù Cristo dalla cui nascita si è cominciato a raccontare la storia, prima e dopo di Lui, per quanto ci si sforzi di metterlo a tacere, di negarlo, togliendo i crocifissi da tutti gli edifici pubblici, vigila sugli eventi e invita a guardare la croce.
Sembra strano come nel periodo più bello e più dolce dell’anno pieno di buoni sentimenti e di buoni propositi sbocciati intorno alla grotta dove è nato , si debba pensare alla croce.
Ma a ben riflettere il Natale, festa della vita, non può prescindere da una morte, la prima e la più importante, quella di Dio che ha deciso di morire a se stesso, di .farsi piccolo piccolo, da infinito che è, assumendo su di se la condizione mortale, in tutto facendosi simile alle sue creature tranne che per il peccato.
Il Natale è la festa dell’amore di Dio che non ha avuto paura di morire perché dalla sua morte sbocciasse la vita per coloro a cui era stato mandato.
Natale, festa della morte, è anche festa della vita, che contraddizione! Ma il simbolo è ciò che unisce, che porta a mettere insieme il prima e il dopo, il di qua e il di là, il sopra e il sotto.. Maria continua a guidarci, la stella cometa che scompare quando siamo giunti alla meta
Maria meditava nel cuore tutte queste cose, ci ricorda la liturgia del 1 gennaio.
Meditare, dal greco “sunballein”, significa “unire, mettere insieme, vedere nella realtà visibile i segni di quella invisibile”. Così i morti, attraverso il mistero dell’incarnazione, riprendono a respirare, dalle tragedie nasce un senso, dallo smarrimento la speranza in un futuro migliore.
L’augurio che vi facciamo è che tutti possano guardare all’anno nuovo con i suoi occhi, che sono poi quelli del figlio, che ci porta a sollevare lo sguardo, a guardare oltre, per permettergli di entrare nelle nostre case, nei nostri presepi, nei nostri cuori.
Le parole del profeta Isaia“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio.” ci si chiede come potranno avverarsi e incarnarsi nella nostra vita, se quell’albero lo soffochiamo con i tanti, troppi pacchi ingombranti che coprono non solo la radice, ma la vista di tutto l’albero, che si suole fare a Natale, ai piedi del quale sono posati e che la notte della vigilia siamo soliti scartare, appesantiti dal cibo e dal sonno e, diciamocela tutta, anche dalla noia di un rito, che alla maggior parte non dice più nulla.
Rimangono, finita la festa, sparse le carte e le coccarde e i fiocchi che hanno reso belli i regali, carte non più utilizzabili, stropicciate, strappate dalla frenesia di sapere se finalmente l’abbiamo trovata la pietra filosofale, ciò che continuiamo a cercare nei negozi del mondo, dove non ti danno niente, se non dopo che tu hai pagato.
Ma se la radice la lasciamo respirare, vedremo spuntare quel dono speciale, che ha pensato a pagare Lui di persona, da quell’albero a cui è stato inchiodato.
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Per non parlare dei presepi, che se ne fanno sempre di meno…
Se ne vendono di preconfezionati, così non ci si impazzisce a costruirli, cercando la carta per i monti, quella del firmamento e poi il muschio….dove andare a trovarlo? e la sabbia per il deserto ecc. ecc..
Ecco la sabbia… nessuno ci pensa che sia indispensabile per un presepe, mentre le statuine che riproducono i movimenti stereotipati del ciabattino, dell’artigiano, del macellaio e via dicendo, quelle si trovano un po’ dappertutto, anche nei supermercati.
I presepi animati sono quelli che mi fanno stare più male, confessavo a Gianni, perché fotografano lo stare fermo dell’uomo che non riesce a smettere di fare sempre le stesse cose, sempre uguali, noiosamente stoltamente uguali e non si accorge che sta succedendo qualcosa, vicino a lui di veramente speciale, unico, irripetibile..
Su questo ci ha aiutato a riflettere una pagina trovata sulla rivista “Qualevita”:
A come… ABITUDINE
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i, piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
Solo i pastori riescono a percepire nel silenzio delle loro dimore itineranti, l’annuncio che viene dal cielo ed è difficile che siano animati perchè li si immagina sempre fermi davanti alla grotta, folgorati dalla luce che da essa emana, estasiati a contemplare il miracolo.
I pastori camminano sempre su prati erbosi, su luoghi di montagna dove non ci risulta ci sia la sabbia.
Eppure due anni fa, quando vedemmo Massimo e Anselmo fare il presepe nella nostra chiesa ci interrogammo su dove avrebbero messo la sabbia che avevano in quantità presa dal mare.
Dopo averla setacciata con cura, la distribuirono davanti alla grotta, lontano dalla scena animata di tanta gente occupata a fare le stesse cose: un asino che girava a vuoto intorno ad un pozzo, un pescatore che gettava l’amo ad un pesce scappato e poi in alto una città senza uomini, spettralmente illuminata e i pastori più grandi di tutte le altre statuine, come anche la grotta e S.Giuseppe e la Madonna e Gesù e l’asino e il bue
Ricordo, pensai, che dovevano essere proprio stanchi, per mettere le cose a rovescio e la grotta che non.si vedeva subito, ma solo alla fine, se giravi la testa, e la sabbia non nel deserto lontano, ma proprio davanti ad essa..
Poi ci accorgemmo che qualcuno aveva loro guidato la mano, perché mai un presepe ci aveva parlato a quel modo.
Dio lo si incontra nel deserto delle nostre povertà, delle nostre paure, delle nostre stanchezze, dei nostri vuoti affettivi, delle nostre insicurezze, della nostra vita nomade alla ricerca di una stabile dimora.
Ed è proprio vero! I pastori sono più grandi perché sono i più piccoli, e la grotta la vedono solo quelli che la cercano.
Questo e non solo abbiamo imparato sui simboli del Natale, ma solo dopo che abbiamo accettato di aprire l’involucro del dono che attraverso il Battesimo Dio fece recapitare alla nostra famiglia , consegnandoglielo perché ne avesse cura.
Dobbiamo ringraziare il Signore perché quel pacco non è andato perduto, tenuto vivo dalla fede di chi si è preso cura di noi.
La fede ci ha aperto le porte alla comprensione del mistero di Dio, ma quello che più conta ci ha permesso di entrare nella terra promessa prima di arrivare alla meta..
Dello stretto rapporto tra fede e deserto avevamo fatto e continuiamo a fare esperienza
Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)
La fede non è la terra promessa, la realizzazione di un sogno, il paradiso incantato dove Adamo ed Eva vivevano felici, liberi da qualsiasi schiavitù.
La fede è lo strumento perché il sogno si realizzi e la terra promessa non sia solo un miraggio balenato nell’orizzonte del tempo che stava nascendo.
La fede è la fiducia in Chi quel deserto lo vuol trasformare in occasione d’incontro con Lui, incontro speciale, unico, irripetibile, dello sposo con la sua sposa, dell’uomo con Dio, ogni volta che lo si cerca attraverso le dune, lo si chiama dalla polvere di cui i nostri piedi sono coperti, lo si invoca, guardando le stelle che a sera spuntano a illuminare le nostre paure, le tenebre che ci avvolgono quando ci rifiutiamo di sollevare la testa.
La fede è il viatico per ogni uomo per attraversare il proprio deserto, quello in cui non ci sono appigli a cui ancorarsi, quando il vento sconvolge anche le sagome delle montagne, perché sono di sabbia e si perde l’orientamento, quando l’orizzonte è uguale dovunque tu guardi, e non c’è alcuna speranza che muti.
Senza ombra, né riparo che non sia la tua tenda, caricata sopra le spalle, con la quale coprirti, quando il sole è cocente e non si può proprio procedere, destinata ad ospitare anche chi non ha neanche quella o che, pur avendola, non ha forze per trasportarla.
Il deserto è questo mondo che dobbiamo attraversare, una volta usciti dall’Egitto, liberati dalla schiavitù del faraone., non certo per soccombere ad altre schiavitù, ad altri idoli che non pagano e non appagano.
Il deserto è lo spazio che siamo chiamati ad attraversare nel tempo che il Signore ha assegnato ad ognuno di noi.
Al suo popolo ci vollero 40 anni per arrivare alla terra promessa, ma quanti ancora per entrare nel mistero di Cristo, il Messia scacciato e insultato, non accolto e non riconosciuto.
In questo percorso ognuno trova ogni tanto un’ oasi in cui riposarsi e abbeverarsi, alcuni nella propria vita non l’incontrano mai, ma si accontentano del sorso d’acqua che qualcuno porge loro dalla borraccia riempita all’ombra delle palme, altri riescono a vivere senza bere, spremendo l’umore che esce dai cactus, piante spinose di cui è cosparsa la vita..
Spesso si cammina isolati e non ci si accorge che il peso della tenda si può condividere e non solo l’ombra, che quando ci tocca di approdare ad un oasi sarebbe bello fare provvista anche per chi potrebbe averne bisogno lungo la strada.
Dio si è scelto un piccolo gruppo di nomadi, di gente sconosciuta e senza patria per dargli la dignità di popolo e una terra che nessuno osava solo sognare.
Non è un caso che i nostri progenitori fossero gente avvezza al deserto, i patriarchi, che erano stati chiamati a condurre il popolo attraverso le dune con una forza e un coraggio che oggi ci disorienta.
Ma da chi quella forza, da chi quel coraggio, se non dal rapporto continuo e fiducioso con quel Dio che li aveva chiamati a grandi speranze?
La fede fu l’arma con cui fu combattuto il caldo, il freddo, la sete, la fame, lo smarrimento, il rimpianto delle cipolle d’Egitto, la fede fece entrare Israele nella terra promessa grazie al sacrificio non di montoni o di grasse vivande, ma del figlio di Dio, che ha scelto di unire la mangiatoia, la croce e l’altare, per sconfiggere per sempre la morte e ridonare al mondo la vita.
Una vita senza Dio è come un cielo senza sole, le piante marciscono e la vita si spegne.
Quest’anno abbiamo aspettato la fine dell’anno pensando a queste cose, pieni di gratitudine verso Dio che ci aveva accompagnato e che non aveva permesso che ci voltassimo indietro.
Con queste parole pressappoco raccontavo, nel libro dove sono confluite le esperienze che mi hanno portato ad alzare le braccia,”Il Gioco dell’oca”, la terribile esperienza di un capodanno di tanti anni fa, vissuto lontano da Dio.
1975
Tornata a casa, dopo l’intervento di ernia del disco, in una clinica di Bologna, ogni tentativo di mettermi in piedi si rivelò inutile.
Il dolore era quello di prima. L’anno volgeva al termine. La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, come mai ne avevo sentiti.
Mi trovavo da mia madre, per festeggiare, con i parenti, il compleanno di mio padre. All’inizio feci finta di niente, cercando di nascondere quell’ennesimo malessere che rischiava di rovinare la festa.
I miei cari si erano convinti che il peggio era passato e io avevo fatto di tutto per non deluderli. Gianni mi aveva persino comperato una pelliccia per festeggiare la fine dell’incubo.
Come potevo dire che stavo male? Ricordo la smorfia di disappunto che fece quando gli chiesi di accompagnarmi a casa. In seguito mi confessò che aveva pensato ad un capriccio.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
Due io che non riuscivano a diventare un noi ha fatto sì che “Il gioco dell’oca”, la storia che sembrava non avere mai fine, la beffa di un destino crudele che mi nascondeva il traguardo, proprio quando ero lì per conquistarlo, la vivessi da sola, in una solitudine sempre più disumana ed assurda.
Oggi, rileggendo quelle pagine, non nascondo un certo malessere che nasce dal constatare quanto dolorosa sia la condizione dell’uomo che non riesce a relazionarsi che con se stesso, con le proprie paure, con i propri giudizi e pregiudizi.
La malattia fu l’unico filo che tenne attaccati, per anni, i pezzi della nostra storia, nella quale sognavamo un mondo perfetto di gente perfetta.
Ma dall’album delle foto sbiadite pian piano sta prendendo colore quella che ritrae la mia famiglia intorno al tavolo per la foto di rito, il giorno del compleanno di mio padre, il 31 dicembre, ripetuta negli anni, che mi dà il filo che non si spezza della mia vita personale confluita nella nostra vita di coppia..
In quella foto vedo i volti che non si vedono di quei nonni, di quelle nonne che contribuirono a trasmettere un valore, che è stato il faro che ci ha guidato e continua a guidarci.
Quando a Luglio mio padre se n’è andato, a noi figli rimasti così è piaciuto ricordarlo a quanti lo conoscevano
Quando un uomo giusto e sazio di anni muore, non ci sono parole che servono per riempire ciò che lui ha provveduto a riempire e a lasciare colmo.
Vogliamo ringraziare il Signore per papà, un uomo che non ha bisogno di chi aggiunga qualcosa di più di quanto egli stesso non abbia testimoniato con la sua vita.
Del tempo che ci ha concesso per apprezzare fino in fondo quale grande dono ci ha fatto, benediciamo e lodiamo Dio, che ha ispirato i suoi pensieri, le sue parole, le sue azioni.
Chiediamo a Lui di poter conservare saldi nel nostro cuore i valori che ci ha trasmesso: il più prezioso dei quali è quello di una famiglia unita nell’amore.
Dopo aver provveduto ai bisogni di mia madre, che è venuta a stare da noi perché non rimanesse sola la notte di S. Silvestro, la più lunga e dolorosa dell’anno, senza il marito che le faccia compagnia, stanchi ma pieni il cuore di gioia e di tenerezza, abbiamo ringraziato il Signore perché aveva provveduto a lei e a noi donandoci la compagnia di Franco, di Monia e del piccolo Giovanni, reduce dall’influenza.
Intorno al tavolo non c’erano fisicamente tutte le persone che nel corso degli anni hanno con noi festeggiato mio padre, che regolarmente avevamo preso l’abitudine di invitare a casa nostra, per vederlo felice insieme ai suoi cari, ma abbiamo sentito forte la serenità che viene dal godimento di ciò che ci è stato lasciato e che non vogliamo vada perduto.
Abbiamo ripensato all’anno trascorso, a tutte le occasioni che Dio ci ha messo davanti, a quelle che abbiamo saputo cogliere a quelle che ci siamo lasciati sfuggire. Ma una cosa ci ha consolato: in tutto il corso dell’anno il Vangelo della famiglia ci ha interpellato, un Vangelo che parte da un grazie, quello ispirato dalla gratitudine di chi sta imparando a non dare nulla per scontato.
Costruire insieme la casa attraverso tre grazie ogni giorno, con la convinzione che il vero segreto per rendere migliori gli altri è ostinarsi a crederli buoni, come ha detto qualcuno, è l’impegno che lo scorso anno abbiamo preso e che vogliamo rinnovare per l’anno che comincia.
Vogliamo trasformare così la violenza di certi giorni passati a difenderci nelle nostre trincee, all’ombra invalicabile dei nostri steccati, con un gesto di benevolenza e di pace per costruirla dentro e fuori di noi.
Paolo VI nel 1968 pensò di proclamare il 1°gennaio “giornata mondiale per la pace”, inviando un messaggio a tutti i potenti della terra. Da allora ogni anno, pur nella diversità delle parole, si invitano gli uomini a riflettere sul male che li affligge, da quando ruppero l’amicizia con Dio.
La liturgia, nel contempo, celebra la solennità di Maria Madre di Dio, per ricordarci che siamo figli di uno stesso Padre e siamo fratelli in Gesù attraverso Maria. La famiglia è il luogo dove si impara a conciliare la diversità di essere maschio e femmina, si impara ad essere coppia, padri e madri, figli e fratelli, la famiglia dell’uomo chiamata a costruire quella di Dio attraverso l’amore gratuito che solo in lei possiamo trovare.
E’ arrivato il momento di lasciarci e S.Paolo ci suggerisce le parole del commiato:
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (Ef 1,3-6,15-18)
Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto.
Perciò io, Paolo, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, non cesso di rendere grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi.

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

3 gennaio 2005

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16 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Tu sei la mia vita
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici.
La scorsa volta ci siamo lasciati all’inizio del grande viaggio per scoprire il mistero profondo che nascondevo dentro di me.Un viaggio intrapreso per vedere di che colore fossero i fiori, quale fosse il loro profumo.
Strane analogie che allora non mi furono chiare perché cosa potevano insegnarmi i fiori, cosa potevano dirmi che non sapessi, attraverso la fisica e la chimica e tutte le altre scienze a riguardo?
Quando mi sposai, a tenere fermo il velo, c’erano tre finte margherite, fiori senz’anima che non riuscirono a riscaldare la mia casa di giovane sposa.Cosa c’entravano i fiori con la difficoltà, la paura a stare sola?
Nessuno allora me lo spiegò, ma il desiderio di vincere quella che ritenni la più difficile delle battaglie, bastò perché non mi ponessi tante domande.
Da "IL Gioco dell’oca"
1980
Per ricominciare, a Pescara, il cammino interrotto, fu scelto un allievo del grande maestro che, nelle crisi di panico, aveva visto la mia difficile relazione con il mondo dei fiori.
Non ebbi difficoltà, all’inizio, a raggiungere il suo studio, situato in un comune vicino. Ero animata dalla gran voglia di farcela, e la distanza certo non mi spaventava. Mi sentii quasi subito meglio tanto da pensare che ne stavo venendo fuori. Lo psicoterapeuta., a ragione, ridimensionò il mio entusiasmo, che peraltro fu di breve durata.
Il nemico di cui volevo conoscere il volto ben presto buttò la prima maschera.Capii che le crisi mi venivano quando rimanevo sola.
La sorte non fu benevola con me e si accanì a demolire le ultime ed incrollabili certezze. Io, che andavo orgogliosa della capacità di superare con la mia piccola 500 qualsiasi mezzo, qualunque dimensioni avesse, su qualsiasi tracciato, anche quando le condizioni meteorologiche erano proibitive, non riuscivo più a fare un metro senza star male.
La 500, simbolo dell’indipendenza raggiunta, che mi aveva accompagnato per 10 anni senza mai tradirmi, fu sostituita da un’anonima 126 che mio marito comprò a suo nome e me la dette in uso.Da allora cominciai ad avvertire un disagio sempre crescente mentre ero alla sua guida.
Non era forse perché quella macchina non la sentivo mia?
All’inizio lottai per non chiedere aiuto, ricorrendo ai più incredibili e cervellotici stratagemmi per non essere di peso a nessuno.Studiai i percorsi che mi davano meno angoscia perché più familiari, e lì dove la strada era nuova, mi sforzai di far coincidere le mie esigenze con quelle delle persone a me più vicine.
Per anni mi sono logorata in questa ricerca sfibrante, ogni giorno mettendomi alla prova.Ma le delusioni erano tanto più cocenti, quanto più avevo puntato nell’ennesimo sforzo
La mia speranza stava nella psicanalisi che pensavo potesse in breve tempo risolvere il problema che tanto mi schiacciava. Ma lungi dal risolvere il primo ne fece sorgere altri ancora più castranti.Arrivai al punto che non riuscivo neanche ad andare in bagno, senza essere accompagnata.
Così decisi di mandare a quel paese l’analista, forte del fatto che aveva manifestato l’intenzione di aumentare la parcella. Avrei dimostrato di poter fare a meno di quell’uomo avido e senza cuore.
La mia famiglia al completo fu mobilitata per accompagnarmi ogni volta che ce n’era bisogno.
Io, da parte mia, limitai le uscite alla scuola e allo studio dello specialista di turno.
Infatti, il fisico non finiva di darmi problemi. Ma a questi ultimi, per circa 10 anni non ho dato peso, presa com’ero dall’angoscia perenne di dover dipendere da tutti.
Com’è strano il destino! L’indipendenza agognata, perseguita, conquistata, urlata per una vita intera, vistosamente contraddetta e negata da una malattia neanche degna di questo nome!
Senza punti di riferimento la mia giornata si trascinava nell’impari lotta con il nemico di sempre. Continuavo a cercare soluzioni, chiedendo a chiunque la strada, ma senza successo..
Andai persino a Firenze da un neurologo di cui tanto si parlava.L’effetto della cura fu più terribile del male.
A Roma, da un famoso pranoterapeuta, cercai di calarmi nella parte fino in fondo, violentando la mia natura estremamente razionale.Mi fu detto alla seconda seduta che, una volta tornata a casa i miei disturbi sarebbero scomparsi, ma mai vaticinio fu più funesto.Il ricordo di quel che accadde dopo torna ancora ad atterrirmi.
Sentivo il bisogno crescente di essere ascoltata, perché la situazione era divenuta insostenibile.Colsi al volo il suggerimento di un’amica che era in cura da uno psicologo e prenotai una visita, senza informarmi di nulla se non dell’ubicazione dello studio, rigorosamente vicino a persone a cui avrei potuto appoggiarmi.
Così cominciò la nuova avventura.
1986
Come sempre mi accade quando intraprendo una strada, la percorsi fiduciosa fino in fondo, nonostante alla fine fossi più disorientata di prima.
Mi sottoposi ad estenuanti esercizi non venendo mai meno alle aspettative di chi mi curava. Accompagnai persino sul Garda una classe alla gita di fine anno, non senza notevoli disagi.La terapia comportamentale (solo da poco ho saputo che così si chiama) prevedeva il raggiungimento di obiettivi minimi che io puntualmente sfondavo.
La sfida mi eccitava.
Riuscire a svolgere i compiti assegnati, superando sempre il limite, fu per me fonte di grande soddisfazione. Non volevo dare peso al prezzo pagato per tali prodezze.
Continuavo a star male, anche se fui giudicata un’allieva modello al punto che un giorno mi fu detto che ne sapevo più di loro (erano in due a seguirmi) e che non avevano più niente da dirmi.
Ufficialmente ero, ironia della sorte, guarita.
Era passato circa un anno, durante il quale avevo imparato molte cose che non conoscevo di me; ma il terribile nemico non era stato debellato, anzi era uscito rinvigorito dalla lotta.Avevo assolutamente bisogno di qualcosa che mi permettesse di vivere con un minimo di dignità.
Ritornai dal neurologo che da allora divenne il mio punto di riferimento.Imparai a prendere tutto ciò che mi veniva prescritto senza più leggere controindicazioni ed effetti collaterali. Solo a scuola i disturbi si attenuavano fino a scomparire. Decisi quindi che il lavoro era la miglior medicina.
Purtroppo da sola non bastava.
1987
Così all’approssimarsi della primavera del 1987, per evitare che quel poco che riuscivo a fare non fosse ostacolato da una recrudescenza delle crisi che in quella stagione esplodono senza ritegno, chiesi al medico una cura preventiva. Siccome il farmaco mi era sconosciuto gli attribuii un’efficacia che era lontano dall’avere.
Haldol fu il rimedio peggiore del male, che in poco tempo mi irrigidì tutti i muscoli, mentre venivo sconvolta da attacchi di tipo epilettico. A nulla valsero parole e preghiere perché la cura fosse cambiata.
L’ordine era perentorio: insistere, continuare!
Quando non ce la feci più, spinta da una forza che non pensavo più di avere, alzai la cornetta per chiedere aiuto.
All’altro capo del filo la voce amica di mia cugina, medico in un reparto di psichiatria di un ospedale lontano, chiarì i miei dubbi e mi disse di sospendere subito quel medicinale che si usava nei deliri e nelle allucinazioni e che aveva come effetto collaterale i sintomi del morbo di Parkinson.
Frastornata e confusa, di una cosa ero certa: dovevo andare più in alto. Così mi feci visitare da uno specialista di grido che, dopo avermi ascoltata, mi disse che il mio più grande errore era stato lasciare l’analisi. Se volevo risolvere il problema alla radice, dovevo riprendere il cammino interrotto.
Bevvi e m’inebriai di quelle parole che riaccendevano una luce nel buio della mia notte.
Con molta umiltà, ma non senza disagio, tornai da quell’uomo che avevo lasciato sbattendo la porta tanti anni prima. Mi accolse benevolo nel suo studio nuovo, al centro della città, come se mi stesse aspettando da sempre.
1988
Gli anni che seguirono furono intensi e sofferti. L’avventura, questa volta intrapresa con più consapevolezza, mi attrasse nel suo vortice tumultuoso e avvincente.Man mano che procedevo a scandagliare la profondità degli abissi, m’imbattevo nelle mie angosce personificate, mostri paurosi che per anni avevo tentato, senza riuscirci, di tenere a bada.Il nemico cambiava continuamente volto, ma mi faceva sempre meno paura.
I sogni mi venivano in aiuto con i loro messaggi segreti che andavo imparando a scoprire.
I grattacieli diventarono palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno.
I grandi e lussuosi tappeti persiani, che coprivano l’umido sottoscala, diventarono tovagliette di plastica, piegate a metà, per salvaguardare il marmo prezioso della cucina. E che dire dell’incubo ricorrente dei bagni senza porte? E quel maledetto ascensore che non voleva fermarsi al piano in cui c’era mio padre?
Pian piano caddero tutte le barriere e i bagni non ebbero più bisogno di porte e l’ascensore divenne di vetro, e poi si fermò al piano perché potessi riabbracciare mio padre.
La voglia di vivere esplose prepotente.
Convinta di uscire dal tunnel, mi preoccupai l’anno successivo di mettere a punto anche la salute fisica. L’ avevo trascurata non poco negli ultimi anni, presa com’ero dalla lotta con il nemico di dentro.
Lungi dall’averlo sconfitto, mi misi d’impegno a scoprire perché avevo sangue nelle urine, perché le infezioni vaginali non mi davano tregua, perché il mio stomaco funzionava a periodi, perché ogni volta che andavo in palestra mi si bloccava ora la schiena, ora il collo, perché l’ultima volta avevo dovuto sospendere per una parestesia del braccio destro, quando la spalla che soleva farmi male era la sinistra.Le domande rimasero senza risposta.
Ma la bocca sì, quella potevo sistemarla per bene.
Bastava trovare un bravo dentista che mi ricostruisse il vecchio ponte che si era sgretolato.
Non fu impresa facile. Gli appoggi erano pochi e traballanti. Le gengive ridotte ad una sottile pellicola che a stento tratteneva i denti rimasti allo scempio di tanti anni addietro, quando lo scopo di quello che doveva curarli era tutt’altro che nobile.
Alla fine di novembre esibivo la mia prima vittoria: denti smaglianti e perfetti facevano bella mostra di se nella bocca rimessa a nuovo.
Fu in quel periodo che sentii il bisogno di uscire dai legami ormai logori della famiglia e aprire gli occhi sul mondo.
Convinsi mio marito a frequentare insieme un corso di prevenzione al C.E.I.S. di don Mario Picchi, dove mi aprii a nuovi rapporti e uscii dalle strettoie di una vita passata a confrontarmi solo con me stessa.
Lì conobbi molte persone e, per la prima volta, mi accorsi che esistevano gli altri. Allacciai nuove amicizie, in quel luogo dove ci si metteva a nudo in un confronto sereno e pacato.
Con un’amica, da poco ritrovata in quel luogo, presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate.La cosa mi piacque a tal punto che mi fulminò un’idea.
Potevo smettere di tormentarmi al pensiero che non potevo guidare la macchina: sarei andata a piedi!
Ma cos’era quel fastidioso dolore al piede destro che mi costringeva a zoppicare vistosamente? Non erano passati che tredici giorni dall’ultima seduta presso lo studio del dentista.
1989
Avevo fatto male ad acquistare scarpe da poco in quel negozietto, attratta dalla forma gradevole e sbarazzina. Le indossavo tutti i giorni, tanto mi piacevano. E dire che l’anno prima ero andata fino a Roma a farmele fare su misura, ed erano costate un occhio della testa. Ma non erano comode e pratiche come queste.
Finalmente non dovevo andare lontano per trovare il mio numero.
Dal 40 ero passata nel corso degli anni al 42.
L’analista si ostinava a sostenere che non era vero che fosse difficile trovare la mia misura. Io però non volevo ascoltare il messaggio nascosto che anche i sogni mi inviavano, come quando la cercai in una notte piena di incubi in un cimitero di bare vuote.
Con terrore mi accorsi che era l’alluce valgo a farmi soffrire. Era diventato una protuberanza violacea che non faceva presagire niente di buono. No. Non era possibile. Non ci sarebbe mai stata pace per me?
Mi diedi da fare per dimostrare che da una borsite si poteva guarire. Mi parlarono del laser come cura antinfiammatoria. Convinsi il medico a provare quella terapia sull’osso del piede che mi faceva tanto soffrire.
Scettico, acconsentì.
Ad ogni applicazione l’infiammazione diminuiva, per poi tornare appena provavo a mettere qualcosa che non fossero ciabatte. Per tre mesi indossai solo quelle, per i piccoli ma necessari spostamenti: la scuola e il gabinetto di fisioterapia.
Arrivò marzo e con lui i primi indumenti primaverili comparvero nei negozi, Graziose scarpe senza punta mi facevano l’occhiolino dietro le vetrine.Ne comprai con grande entusiasmo un paio morbidissime che non sfioravano neanche la parte malata. Finalmente ero tornata normale!
1990
Per festeggiare l’evento, era sabato, io e mio marito ci concedemmo una lunga passeggiata in centro. Solo quando si fece buio avvertii un fastidio alla spalla sinistra, in corrispondenza del collo, la stessa spalla di cui nessuno mai si era voluto occupare.
Pensai che fosse dovuto al mio abbigliamento troppo leggero, e non gli detti importanza.
Il fastidio divenne dolore, che irrigidì i muscoli del collo, come spesso mi succedeva.
Ormai ero abituata a non dare peso ai blocchi che puntualmente mi si presentavano.
Così fu anche quella volta. Anzi, due giorni dopo mi misi a pulire la doccia, per sciogliere il muscolo contratto. Non portai a termine l’operazione perché una fitta lancinante mi mozzò il respiro, mentre il braccio rimaneva sospeso nell’aria.

Era il 20 marzo 1990. Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti urgentemente chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e terribile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia!
Il colore dei fiori, il loro profumo come potevano rendere la beffa meno feroce, l’incubo meno angoscioso?
Il viaggio l’avevo fatto da sola a visitare quel giardino che tenevo racchiuso nel cuore, un giardino dove erano stati seppelliti la gioia e il dolore, la rabbia e la paura, sentimenti negati e dimenticati, nascosti ai miei e agli altrui occhi, da quando decisi di poter fare a meno delle carezze degli altri.
La psicanalisi mi aveva dato gli strumenti per leggere nel libro della mia vita, ma non mi aveva insegnato quale luce accendere perché ciò che vedevo non mi turbasse.
"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito é nei nostri cuori" le parole che hanno cominciato a scavare, a dissodare la terra, per trovarvi quei fiori perduti, a darmi la chiave per entrare dentro il mistero di un giardino non nato per caso, di un cuore che doveva diventare di carne, per accogliere l’infinito di Dio.
Dalla terra sono emersi i ricordi, profumi e colori di tempi lontani, ma anche odori sgradevoli mischiati a colori sbiaditi.
Era quello ciò che non volevo vedere? E il tempo bisognava fermarlo, perché potessi riappropriarmi di quel giardino dimenticato?
27 febbraio 2003
Sopra l’altare ammiro l’opera di un artista capace che ha riunito in due coppe di vetro fiori frutta e tre lunghe e sottili candele.
In un tripudio di colori e di forme le due composizioni sono state lasciate lì ad appassire, dopo aver festeggiato una sposa.
Ma io le guardo e mi metto a sentire i tanti messaggi che inviano i limoni, le rose, le gerbere, i lilium e le viole, immersi nel verde più o meno intenso delle foglie e i tanti colori mi ricordano che un tempo amavo solo le margherite.
Osservo le rose rosse, dal gambo lungo e sottile, quelle bianche che nascono ai bordi dei fossi e le gialle e i piccoli fiori di campo e il verde su cui sono posati e ne ammiro la disposizione e la grazia e contemplo la perfezione delle forme che non l’uomo ma Dio ha dato a ciascun elemento.
Penso a chi ha cercato in quei vasi di riunire la bellezza che troviamo nei prati, quando il sole comincia a scaldare e l’aria diventa più mite.Penso a chi quell’armonia l’ha messa nell’universo perché non finissimo mai di stupire.
19 aprile 2003
Oggi, Signore, ti ho incontrato in un prato, appena svegliato dalla luce del sole d’aprile.
Una brezza leggera muoveva i teneri fiori spuntati tra i fili sottili e lucenti dell’erba.
Le farfalle dai mille colori, le api laboriose e tranquille, i calabroni rumorosi e pacifici, i piccoli insetti, si muovevano in quell’oceano scintillante di luce, che fa impallidire qualsiasi arcobaleno.
Ti ho incontrato Signore in quei fiori, di cui non vedevo il colore, né sentivo il profumo, ti ho incontrato e ti ho riconosciuto in quello scambio di vita che vedevo attuarsi in quel prato.
Ogni cosa mi parlava di te, nel suo esistere, nel suo essere l’una diversa dall’altra, nel suo porsi ognuna indifesa alla luce che veniva dal cielo.
Ti ho incontrato e ti ho visto Signore, nella vita che ognuna portava dentro, nella legge che ad ognuna tu hai assegnato di donare e ricevere vita, affidandola al soffio del vento, al tocco leggero di un’ape o alle ali di una farfalla.Ti ho incontrato Signore nella comunione di tutto il creato che in quel prato si faceva manifesta.
Nella primavera, che ogni anno ritorna, assistiamo al tripudio della natura che si risveglia, colorando i nostri pensieri e sorridendo ai nostri cuori un po’ spenti.
Ma c’é una primavera che continua a fiorire nelle anime da TE visitate; é quella dove non c’é fiore che non abbia profumo, non c’é foglia che non ne faccia risaltare il colore, dove anche il più piccolo stelo può reggere una grande corolla.
Dovevo cercare quell’Infinito, lasciarmi da Lui abbracciare e comprendere, per poterlo custodire nel cuore.
Solo con Lui posso fermare il tempo che passa e ascoltare cosa hanno da dirmi quei fiori.
Canto:Tu ci hai fatti  per te
 26 gennaio 2004

15 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica 
Canto:Cristo è risorto veramente
Un caldo e affettuoso saluto, amici di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione.
Dall’ultima volta è passata una settimana, e da una settimana i paramenti del sacerdote sono verdi, come l’erba dei campi che è tornata a crescere, come la parola di Dio che è venuta a portare la speranza di una vita nuova, svincolata dalle stagioni.
La scorsa volta il tema era la compassione, quella che io non riuscivo ad avere per me, quella che Dio dispensa a piene mani a chi si mostra a lui nudo e bisognoso d’aiuto.
Le parole del profeta Isaia hanno sempre sortito su di me un effetto balsamico, di medicina prodigiosa e potente: “Consolate, consolate il mio popolo”, dice il Signore. Mi bastava sentirle quelle parole che mi sembrava già di stare meglio, presa in braccio dal buon pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri, anche se tendo a pensare di essere una pecora madre che non ha poi tutto quel bisogno di essere presa in braccio.
Ma bisogna tornare bambini, rinascere dall’alto per vivere questa meravigliosa sensazione di essere stretta al petto di colui che non si è limitato a darci la vita una volta sola, ma continua ogni giorno, immolandosi sopra gli altari e offrendosi a noi, ostia pura e immacolata, per convincerci che non siamo soli, che non ci ha abbandonato neanche un istante da quando è ritornato nella casa del Padre.
Ecco, la difficoltà è quella di tornare bambini, per riposare sicuri nelle sue braccia, senza timore che ci lasci cadere.
Ma quando le notti si fanno più lunghe e i giorni più bui e angosciosi, quando il cielo non accenna a schiarirsi e la preghiera sale inascoltata, bisogna farsi violenza per chiamare in aiuto quel Padre, che tiene girato lo sguardo.
Sono sentimenti che un po’ tutti proviamo, quando siamo oppressi da situazioni che ci schiacciano, sperimentando sulla nostra pelle l’impotenza di fronte ai mali che ci affliggono.
“Signore se vuoi, puoi guarirmi” disse il lebbroso a Gesù e fu istantaneamente guarito.
Se questa parola ti capita, come a me è successo, di leggerla dopo una notte insonne, passata a pregare ad invocare il suo nome, perché ponesse fine al tormento che si rinnova ogni volta che mi distendo, di muscoli e tendini che si ribellano, tesi e contratti a legarti i movimenti, il fiato e la voce, viene inevitabile chiedersi perché e fino a quando la misura non viene colmata.
Ma niente avviene a caso e sempre il Signore ha qualcosa di più da insegnarci.
All’alba, dopo ore passate a cercare uno sbocco, una strada per non impazzire, il mio pensiero è andato ai tanti che negli ospedali e non solo, di notte si sentono più soli, a combattere la quotidiana battaglia con il male che li attanaglia.Li ho guardati e mi sono guardata, ho alzato gli occhi al crocifisso e insieme a Gesù mi sono rivolta al Padre, nostro, mio, di Gesù, di tutti, e ho ritrovato il filo che pareva spezzato, il senso che sembrava smarrito, la gioia di potere, con Lui, condividere la compassione ed entrare con Lui in comunione.
Perché Dio risponda alle nostre preghiere è necessario che smettiamo di fare i navigatori solitari.
Se prescindiamo dagli altri, se pensiamo che il numero perfetto sia il due, e non il tre, noi, il fratello, i fratelli e Lui, non otterremo risposte che ci soddisfino.Perché la corrente passi, il circuito deve essere un triangolo, come quello con cui si suole rappresentare la Trinità.Ai suoi vertici attaccheremo le luci: su in alto, quella che viene da Dio, ai lati la nostra e quella del fratello o dei fratelli che Lui ci chiama ad amare.
Leggendo il Vangelo ci accorgiamo che Gesù interviene sempre su quelle malattie che ostacolano la relazione dell’uomo con tutto ciò che da Lui è stato creato, impediscono cioè che passi la corrente e si accenda la luce.
Perciò Gesù guarisce il lebbroso, la cui malattia lo teneva separato dalla comunità a cui apparteneva..
Ma quanta strada ho dovuto percorrere per entrare in quella relazione misteriosa e straordinaria con tutto ciò che cade sotto i miei occhi!
1 marzo 2001
La foglia
Seduta vicino alla statua di S. Giuseppe mi sorprendo ad osservare le piante che vi sono state ammassate, per fare posto a quelle più rigogliose e belle destinate all’altare.
Guardo le foglie, le prime vittime della scarsa luce che c’è nella chiesa: macchie sempre più grandi stanno sostituendo il verde brillante che era il loro vestito.
Ogni foglia ha il suo tormento, la sua piccola grande lebbra.,Alcune, ormai, sembrano completamente morte, accartocciate come sono sopra se stesse.Ma c’è una foglia in un vaso, non dei più grandi, che non finisce mai di stupirmi: è attaccata ad uno stelo spezzato, tagliato in due, con la punta che tocca la terra, straordinariamente verde e rigogliosa.
Ogni giorno mi accerto che non sia morta, ogni giorno la guardo miracolosamente vivere, attaccata al fusto da un filo invisibile, ignorata del tutto dalla malattia che infesta tute le altre.
Quella foglia sono più di tre mesi che è lì e mi fa pensare a tutti quelli che miracolosamente lo Spirito tiene in vita, perché gli uomini stupiscano e credano.
Ma di Dio non mi parlano solo le piante, ma anche e soprattutto i fratelli che incontro sulla mia strada.
 luglio 2002
Preghiera per Paola
Paola è dono di Dio, è mezzo e strumento di grazia.
Oggi, quando sono andata a trovarla, in ospedale, non ho visto il suo volto gonfio e tumefatto, né i corti capelli da poco ricresciuti dopo lo scempio che ne aveva fatto la chemio, né la ferita profonda dietro l’orecchio dell’ultima speranza da poco naufragata, non ho visto i cerotti che le coprivano le vene martoriate, né sotto le coperte, le gambe immobili, per il male che si è esteso alle anche.
Ho visto, i suoi occhi spalancati e luminosi, il volto disteso e sereno, il sorriso aperto e gioioso ad accogliere chi, turbato, si recava a visitarla.
Attraverso le mani bianche e sottili comunicava il calore di un cuore pieno d’amore per gli altri; in quelle ho visto le mani di chi ha trasformato la sua vita in preghiera e offerta continua di sé.
Mentre si muovevano, continuavano a parlarmi di Dio, più che ogni altra parte del corpo, un corpo in rovina, attaccato nelle sue fibre più profonde da un male subdolo che non perdona.
A Chi continua a darle la vita, a Colui che rende possibile questi miracoli, ho osato chiedere l’impossibile, unendo la mia, alla voce di quanti la conoscono e l’amano e ho pregato così:
”Signore mio Dio, pur se sappiamo che niente avviene a caso e neanche un capello verrà perso di quanto hai creato, che niente delle cose che da Te vengono sarà disprezzato, accogli questa preghiera, fatta nel tempo della nostra storia mortale, un tempo in cui le cose ci si presentano con i colori e i profumi del mondo, un tempo in cui gli affetti dell’anima sono ancora indirizzati a ciò che sentiamo con le nostre orecchie e vediamo con i nostri occhi, un tempo in cui il dolore di un uomo ci fa compassione quando teme per la sua compagna che se ne sta andando, lasciandogli due piccoli angeli a cui dovrà provvedere da solo.
Signore questa sorella tu l’ hai donata a sua madre, a suo padre, a suo marito, ai suoi figli e a noi che abbiamo potuto conoscerla e apprezzarne la comunione costante con te.
Signore, ti prego, non toglierci prima del tempo il tuo dono, fa’ che possiamo ancora di più apprezzarlo, fa’ Signore che in lei possiamo continuare a contemplarti ed amarti.
Canto:Prendi la mia vita
Il Signore non è stato sordo alle nostre preghiere e continua a donarci il sorriso e la gioia dipinta sul volto di Paola che ha ancora tante cose da insegnare a noi e ai suoi due piccoli angeli.
Questa è la realtà che oggi vivo, una realtà fatta di relazioni profonde con tutto ciò che porta il mio pensiero a Dio.
Non mi sento sola in questa stupenda avventura, anche quando il corpo fa le bizze e mi impedisce di dormire o di spostarmi come vorrei.
Anni addietro lo stare sola fu il problema più grande che mi trovai ad affrontare.
 "Il gioco dell’Oca"
 1978
In autunno ci trasferimmo nella nuova casa, più grande e più bella di quella che ci aveva ospitato appena sposati. L’eccitazione per tutto ciò che era nuovo mi prese in un vortice e per un breve periodo non ebbi tempo di pensare ai miei mali.
Solo quando tutto finì, presi coscienza che un nuovo nemico si affacciava all’orizzonte.
Non ne distinguevo i contorni, non conoscevo le sue armi e forse all’inizio ho pensato che non era me che cercava.
Ben presto mi accorsi che quella macchia indistinta era un mostro orribile e spaventoso, che si accingeva a dare il colpo di grazia a chi aveva pochi strumenti ormai logori, per combattere ancora. Anche se feci fatica a riconoscerlo, era quello stesso che fu messo a tacere con qualche goccia di valeriana anni addietro.
Dov’era la consueta baldanza? Dove le sicurezze antiche?
Non era il male fisico che m’impensieriva. Ormai avevo imparato a convivere con lombosciatalgie, cervicobrachialgie, bruciori di stomaco e infezioni vaginali, ma quello strano malessere che ti prende improvviso senza apparente motivo e che ti fa sentire la testa vuota e le gambe molli, mentre lo stomaco si stringe in una morsa era cosa nuova per me.
Ti passa la voglia di vivere, la voglia di fare e di pensare, e piombi in un’apatia senza fine, mentre conati di vomito ti sconquassano tutta.
Dovetti consultare il neurologo, che mi prescrisse la "cura del sonno", da seguire per un mese intero.
Grande fu la meraviglia quando mi accorsi che le medicine che prendevo il sonno me lo facevano passare, non venire. Così per un mese stetti con gli occhi sbarrati, giorno e notte, perché nessuno diventasse padrone dei miei pensieri.
1979
I disturbi nervosi divennero sempre più frequenti e invalidanti e in proporzione aumentavano le medicine che ogni giorno dovevo assumere per combatterli. Ma la loro efficacia era fortemente vanificata dalla mia fortissima resistenza a non dipendere da nessuna cosa o persona.
Quanto più proclamavo la mia indipendenza, tanto più i sintomi mi costringevano ad una dipendenza inaccettabile.
Mio marito, mia madre e tutti quelli che volenti o nolenti si trovarono sulla mia strada ne furono vittime inconsapevoli, perché il disturbo si acuiva, quando rimanevo sola.
Gli anni successivi sono avvolti da una nube spessa e densa.
Ricordo in modo indistinto solo i miei sempre più deboli tentativi di parare i colpi che mi venivano da un fisico sempre più prostrato e da una psiche che, irrazionalmente, sferrava i suoi attacchi quando meno me l’aspettavo.
Ho davanti a me il corposo dossier che un preside molto scrupoloso, nel 1992, inviò a me e, per conoscenza, all’ufficio competente del Provveditorato alla Pubblica Istruzione, perché accertasse la mia idoneità all’insegnamento.
In esso sono scrupolosamente elencati tutti i congedi per motivi di salute, con relativa diagnosi, dal 1975 al 1992.
La mia vita di quegli anni è tutta lì.
Aridi documenti alzano il velo su una realtà di cui solo ora faticosamente sto prendendo pienamente coscienza.
Il nuovo nemico aveva offuscato il ricordo di tutte le volte che avevo dovuto fermarmi per blocchi alla schiena e al collo.
Avevo però ben chiaro in mente tutti i modi per districarmi nel labirinto dell’altrui ignoranza, provvedendo di volta in volta a suggerire al medico la diagnosi e la cura.
Non sempre, però, le cose andavano per il verso giusto
Così, ogni volta che mi mettevo in mente di prendere di petto la situazione, c’era chi tentava di allungarmi la schiena legandomi ad un letto che si apriva all’improvviso, salvo poi rimediare, proponendomi un nuovo intervento; chi l’intervento lo voleva fare al ginocchio sinistro che nel frattempo aveva cominciato a farmi male; chi invece si rifiutava di prendere in considerazione il mio persistente dolore alla spalla sinistra, adducendo le più strane e stravaganti motivazioni.
A tal proposito ricordo una volta che mi recai da un ortopedico convenzionato. Avevo l’impegnativa del medico di base che parlava di lombosciatalgia.
Quando finì di visitarmi gli feci presente che soffrivo di dolori violenti alla spalla. "Per questo ci vuole un’altra impegnativa" fu la risposta.
Forse rivolgendomi ad un luminare sarei stata ascoltata. Ma non fu così.
Il grande barone, senza neanche farmi sedere, alla fine di una visita sommaria, mi prescrisse per la schiena le solite cure che avevo imparato a memoria; ma della spalla non volle saperne e alla mia insistenza rispose seccato che era ininfluente, dissolvendosi nel nulla.
Mi rimasero in mano la salata parcella e uno stinto foglietto con i consigli per un’improponibile ginnastica che una segretaria molto solerte si era precipitata a consegnarmi.
!980
La ricerca
Non avevo armi, però, per difendermi dal progressivo e sconvolgente malessere per quel nemico che vigliaccamente mi colpiva alle spalle e che mi lasciava ogni volta più prostrata.
Entrai in analisi per conoscerne il volto.
Non avevo mai letto un libro di psicologia, né ero informata su ciò che mi aspettava.
Ma il coraggio non mi è mai mancato, né la presunzione di poter trovare l’antidoto a tutto.
Il primo psicoterapeuta era un uomo tranquillo, attempato, con non pochi problemi, irrisolti. La sua disponibilità fu totale, tanto che non si sottrasse alla mia richiesta di fare le sedute a domicilio.
Intanto continuavo la mia lotta con le pillole, che mi ostinavo a non prendere nella misura dovuta, diminuendo la dose ogni volta che mi accorgevo di un sia pur lieve miglioramento.
Stavo bene solo quando potevo, in piena libertà, dedicarmi freneticamente ai miei hobby creativi; cimentandomi in imprese ritenute impossibili, che mettevano a dura prova la salute.
1981
Così, in occasione della Prima Comunione di mio figlio, provvidi a tutto: dalle bomboniere fatte da me, ai vestiti che avrei dovuto indossare, ben quattro, confezionati personalmente, al rinfresco in campagna per 100 persone, con ogni genere di leccornie che la mia fantasia, associata ad una non comune abilità, aveva saputo suggerirmi.
Ne uscii stremata ma il peggio venne poco dopo, quando mio figlio partì in luglio per il suo primo campeggio.
Finalmente non avevo più l’obbligo di stare bene, perché a lui non fossero sottratte le occasioni di divertimento a cui ogni bimbo ha diritto.
Un’ambulanza a sirene spiegate mi portò il giorno dopo al reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Pescara. Una testa impazzita aveva fatto pensare ad un’emorragia cerebrale.
Erano i primi di luglio.
Subii la vergogna del ricovero in una casa di cura per malattie mentali; ma lo spettacolo cui mi trovai ad assistere fu la medicina più salutare.
Lì non sarei di certo guarita, perché quelle facce stravolte dal male, non avevano niente di umano. Erano i miei incubi notturni, erano la mia paura personificata.
Così, dopo due giorni me ne andai, dopo aver apposto una firma su uno stampato che sollevava la Clinica da ogni responsabilità.
A farne le spese fu il povero dott. S. a cui avevo attribuito la responsabilità di non avermi fatto guarire.
Sì perché allora pensavo che l’analisi avesse un effetto taumaturgico immediato.
Io ero abituata a risolvere i problemi in fretta; cosa ne sapevo dei tempi lunghi di una terapia psicoanalitica freudiana?
Forse uno specialista di gran fama conosceva la soluzione.
A Roma c’era chi faceva al mio caso.
Al termine dell’incontro, l’illustre professore rimasto in silenzio fino a quel momento, tanto da farmi dubitare che stesse in ascolto disse: "Lei non vede il colore dei fiori, non sente il loro profumo".
Quante volte, in seguito, mi sono chiesta che significato avessero quelle parole!
Ancora tanta acqua doveva passare sotto i ponti.
Oggi, guardando il verde di un prato, che esponeva il suo manto fresco e lucente, ai timidi e tiepidi raggi il un sole un pochino più alto nel cielo, ho cercato i segni della vita che si rinnova e che pulsa fremente nelle bacche spuntate ieri sui rami.Sono riandata a quando correvo e non avevo tempo di fermarmi a guardare la natura che si risveglia dal suo letargo invernale.Ho pensato alle ultime primavere che mi hanno parlato di Dio, con il linguaggio dei fiori appena sbocciati, con quello dei fiori appassiti, con quello dei fiori recisi per donare un sentimento che da Lui viene e a lui deve tornare: quello di comunicare al fratello che non è solo, quando ride e quando piange, quando nasce e quando muore.
E’ giunto il momento di salutarvi, anche se oggi lo faccio a malincuore, per via di quei fiori di cui non sentivo il profumo e non vedevo il colore.
Lasciamoci catturare dal loro linguaggio e non ci sembrerà così strano che Dio si preoccupi così tanto dei loro vestiti.
Canto:Tu ci hai fatti per te
19 gennaio 2004

14 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Mia gioia sei
Un caro e affettuoso saluto a tutti, cari amici.
Le feste sono finite.Il mondo si è rimesso in moto dopo l’orgia di cibo, di acquisti, di regali di visite, di obblighi da espletare, di divertimento da non lasciarsi scappare.
E anche al più convinto e fedele cristiano gli è andata stretta quest’atmosfera, dove il Bambinello è mischiato con tutto, proprio tutto ciò che non gli appartiene.
Per fortuna che non s’inquina, essendo lui quello che decanta le acque, rendendole limpide e pure, capaci di rinnovare, plasmare, trasformare tutte le cose, ridonando loro la trasparenza alla quale sono chiamate per riflettere la luce di Dio.
Sempre più spesso viene la voglia di bendarsi gli occhi e turarsi le orecchie, per non vedere e non sentire ciò che sembra la negazione di Dio.
Ma quando sembra che non ci sia, quando non riusciamo a sentirne la voce è forse perché si è ritirato a pregare ancora e di più, se fosse possibile, come soleva, quando è venuto ad abitare tra gli uomini, obbedendo ad una legge scritta nel cuore, di un amore senza frontiere, di un servizio che non ha mai fine, di un’offerta perenne all’altare, perché smettano di avere paura, tutti quelli a cui non è dato fuggire.
Grazie a Dio, l’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per i suoi, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso la liturgia delle feste non si conclude con il 6 di gennaio, giorno dell’Epifania, ma con la domenica successiva in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci aveva portato, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta che si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Ma per conoscere e apprezzare e godere del dono, è necessario che lo seguiamo sulle strade da lui percorse, per sentire che cosa ha da dirci, con chi si mischia, chi predilige, a chi si rivolge, come si pone, cosa fa tra un miracolo e l’altro, tra un insegnamento e il successivo.
E’ straordinario come seguendolo, passo passo, ci accorgiamo che la preghiera è ciò che lega la sua storia alla nostra: la preghiera fatta al Padre mediante lo Spirito.
Gesù, non ha avuto paura di sporcarsi, di inquinarsi, immergendosi in questo atomo opaco del male come dice un poeta che non conosceva la storia, non si è tirato da parte, quando si è trattato di immergersi tutto in questa brodaglia melmosa e fetida dei nostri insulsi, sconvolti e irriconoscibili presepi.
Lui l’acqua la rende chiara e pulita, prendendone sopra di se tutto lo sporco e il luridume.
Ma, come la calamita attrae a sé tutti i materiali ferrosi, non cambiando la sua natura né la sua funzione, una volta che li togliamo, così Gesù, rimane lo stesso, capace di mettere sopra l’altare oltre alle scorie, se stesso, per bruciare insieme ad esse e donare al mondo la speranza di essere per sempre salvato..
Gesù non ha avuto paura di mischiarsi con noi, perché non si è mai staccato dal Padre a cui è rimasto unito indissolubilmente attraverso la preghiera.
Per conoscere la volontà di Dio bisogna frequentarlo, vedere quali luoghi predilige, quali sono i suoi gusti.
Bisogna viverci insieme e anche dormirci, perché non ci siano sconosciuti i modi e i tempi delle sue azioni, che impareremo ad amare perché ci vengono da Chi non ha creato niente per sbaglio e, tutto ciò che ha creato, lo ha per primo amato.
Così anche noi non dobbiamo avere paura a vivere nel mondo e frequentare chi al mondo appartiene.
Gesù ci dà l’esempio di come tuffarvisi dentro, senza timore farci male, se ci manteniamo stretti a lui senza mai allentare la presa.
Canto:Mio rifugio sei tu

Prima di riporlo, nel silenzio delle nostre case, tornate alla normalità dei, giorni feriali, ci possiamo permettere finalmente di coccolarlo, di stringerlo al petto, di adorarlo con gli occhi e con il cuore questo Gesù, da cui si sprigionerà tanta forza da farci rimanere tramortiti.
Godiamoci la tenerezza delle sue mani, delle sue piccole e fragili braccia, del suo essere bisognoso di tutto, mentre lo rimuoviamo dalla culla, che lo ha accolto per tutti i giorni delle feste appena passate.
Illudiamoci almeno per un momento che possiamo essergli d’aiuto, che possiamo noi riscaldarlo, cullarlo, vigilare a che non si svegli, giusto il tempo per trasferirlo in un posto più idoneo, che non sia la soffitta o l’umida e fredda cantina, aspettando che cresca nel cuore e ci ammaestri pian piano.
I trenta anni che occorsero a Gesù per prepararsi al suo ministero, su cui la liturgia corre veloce, ci siano maestri e si possono riassumere così, alla luce del vangelo di Luca: “A Nazaret Gesù cresceva e si fortificava, nel corpo e nello spirito, stando sottomesso al padre e alla madre”
La Chiesa ci chiama a calare nella nostra quotidianità, gli insegnamenti che ci vengono dal vangelo, che ci racconta tutto ciò che ci serve per smettere di preoccuparci di fare, per impegnarci ad essere figli di Dio e a comportarci di conseguenza.Se Gesù lo abbiamo fatto crescere dentro di noi, la cosa non sarà poi così difficile.

Tempo addietro mi colpì una frase che trascrissi sul mio diario
Non voglio vivere neanche un momento della mia vita senza senso”che mi affrettai a correggere quando mi accorsi che non era facile che questo desiderio si realizzasse. Così la cambiai con una preghiera: ”Signore ti offro tutti i momenti di non senso della mia vita”
Ma seguendo il Signore nel suo cammino dalla Galilea alla Giudea, da Nazaret a Gerusalemme, non ho potuto fare a meno di scrivere: ”Quando il non senso delle mie giornate si prolunga è la preghiera che dà loro un senso”.
Sono dovuta entrare con lui in Gerusalemme, seguirlo nell’orto e con lui sudare sangue nell’abbandono dei suoi più cari, ho dovuto con lui salire il calvario e osservare impotente il non senso di quella croce, di quella morte di un Dio fatto uomo che era venuto a salvarci, uscendo fuori da tutti gli schemi.
Con Maria, in silenzio, ho dovuto aspettare quegli istanti insensati di Un Dio folle, folle d’amore per la sua sposa, la Chiesa, che mi dividevano da Lui.
In silenzio e con l’angoscia nel cuore ho aspettato che risalisse dagli inferi, il giorno, i giorni più lunghi nell’attesa insensata che risorgesse.
Quanti momenti di non senso, vissuti, meditati accolti, quante morti quante resurrezioni nell’apparente ordinarietà della mia vita!

Se ripenso ai giorni passati, un brivido mi attraversa le ossa, quando il valore alle mie giornate non lo dava il rapporto fiducioso in un Dio che si fa compagno, amico, sposo fratello, perché tu non abbia a soffrire.Con gli occhi bendati non vedevo la mano che mi tendeva attraverso tutti quelli che mi ha messo accanto per lenirmi il dolore, per curarmi le ferite, per venirmi incontro nelle necessità.
Compagni invisibili, di un viaggio vissuto nella solitudine dei pensieri e delle aspettative.
Nel 1976 pretendevo molto dal mondo, ma ancora di più da me stessa.
Il Gioco dell’oca
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi da quando un piccolo ospedale di provincia aveva accolto le lacrime di gioia e commozione del medico più che mie, che era riuscito ad ingessarmi, due anni dal momento in cui ero stata costretta, di colpo , a fermarmi.
Come quell’ultimo atto poteva non ripagarmi?Così almeno pensavo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva su un corpo che aveva cessato di appartenermi, non attrasse la mia attenzione, ma il tonfo sì, quello della bianca impalcatura,che inerte, cadde con fragore sul pavimento.
Priva di qualsiasi sostegno, mi piegai in due, come un albero colpito da un fulmine, senza riuscire ad alzarmi.
Nessuno, né allora né mai, mi disse che avevo bisogno di riabilitazione.
Solo adesso capisco che non potevo pretendere di stare bene subito.
Ma perché i medici danno tutto per scontato?
Buttata in un letto d’ospedale, lontana dai miei cari, conobbi la notte più lunga: disperazione, rabbia, impotenza mi fecero piombare in uno sconforto buio e sconfinato.
Ritornò prepotente la paura di un avversario sconosciuto e implacabile.
La morte mi si affacciò per la prima volta alla mente. Anch’io avrei dovuto soccombere.
Tornai a casa, domata ma non vinta.
Avevo cercato, nel periodo della degenza, di carpire qualche indicazione che mi potesse essere utile.
Forse ce l’avrei fatta se avessi eseguito con costanza un esercizio che mi era stato indicato come l’unico adatto a rinforzare i muscoli della schiena.
M’impegnai allo spasimo: 100, 200, 300 volte al giorno a sollevare la testa, inarcando la schiena, con i piedi imprigionati nelle sbarre del letto. Solo da poco ho saputo che quello è il modo migliore per distruggere una colonna vertebrale. La voglia di vivere ebbe la meglio.
Passarono i mesi e, quasi senza accorgermene, arrivò l’autunno e con lui la riapertura della scuola. Quanto mi era mancata! Non avevo cessato un istante di pensare al mio lavoro, agli alunni a cui avevo un mondo di cose da insegnare.
Finalmente potevo dimostrare cosa valevo! Bastava mettermi alla prova.
Ma il nemico era in agguato.
Mentre mi accingevo a salire le scale della casa di mio fratello mi fermai all’improvviso. Perché la gamba destra non rispondeva ai comandi?
Ma ormai la strada la conoscevo bene. A Bologna mi dissero che non avevo nulla di organico e che solo un neurologo poteva curare i miei nervi impazziti.
A quei tempi non sapevo neanche che esistessero i neurologi né tanto meno avevo mai sentito parlare di somatizzazioni.
Senza farmi troppe domande, cercai il più in fretta possibile di eliminare l’inconveniente.
1978 Il dolore alla gamba scomparve sì, ma per far posto a bruciori di stomaco sempre più forti. In montagna, dove ogni anno mi recavo con la famiglia di mio marito, finirono per chiamarmi "alka seltzer" con grande divertimento di tutti, me compresa.
I miei acciacchi erano diventati spunto per battute anche pesanti.
Un giorno, mentre insieme alle mie cognate ci accingevamo a guadagnare l’ultima rampa di scale che portava alla mansarda, battei violentemente il capo al soffitto.
Ormai era diventato un gioco ridere delle mie malattie e quella sera si scherzava proprio su questi.
Il caso volle che avessi da poco finito di enumerare le parti del corpo che non funzionavano, sostenendo orgogliosa che almeno la testa era salva, quando il violento dolore mi ricordò le numerose e grosse cisti che nel giro di pochi mesi mi erano esplose in testa.
L’ilarità generale coprì il mio riso misto a pianto ed ebbi compassione di me.
Nessuno si accorse del mio turbamento e anch’io ben presto rimossi il sentimento vissuto per un attimo, non degno di esistere. Ormai la mia preoccupazione era eliminare il problema che di volta in volta si presentava.
Così mi feci togliere, senza tanto pensarci, quegli inestetici gonfiori.
Rifiutai l’anestesia totale, perché mi terrorizzava l’idea di perdere il controllo dei miei pensieri.
Il dolore fu sconvolgente, ma lo sopportai con il solito stoicismo.
In seguito nessuno mi chiese più se volevo essere addormentata per interventi di poco conto, ma molto dolorosi, cui dovevo spesso sottopormi per problemi ginecologici.
Così, quando un giorno, non molto lontano, durante una conizzazione all’utero, da sveglia, gettai un urlo sovrumano, il ginecologo si meravigliò perché quella reazione non se l’aspettava da una donna che ne aveva passate tante.
Risposi che non ero una bestia
Canto: La Samaritana

Come potevo trovare compassione se io per prima non riuscivo a provarla per me?
Per essere saziati bisogna avere fame, ho annotato su un foglio.
Ma questa per me è stata sempre un’impresa difficile, perché pensavo che la fragilità, la debolezza fossero vizi da combattere non sentimenti da coltivare.
A proposito di compassione ecco quello che scrivevo lo scorso anno a conclusione di tutte le feste
.
7 gennaio 2003
Aspettando che Giovanni si svegli.
Oggi sono cominciate le mie vacanze, quando sono finite quelle degli altri.
Il mondo si è rimesso a girare con le sue leggi e i suoi ritmi, io ritorno ai miei più consoni, perché pur nella fatica del procedere, riesco a gustare più a fondo e per tempi più prolungati, la grazia di Dio e a sintonizzarmi con meno difficoltà sulle frequenze dello spirito.
Così questa mattina, dopo la Messa,sono tornata a casa con in testa mille cose da fare.
Ma erano già le 10,30 quando agli occhi mi è balzato il presepe.Certo non ci avevo pensato: il presepe bisognava disfarlo e riporlo con ordine per il prossimo anno.Dovevo farlo perché domani Anna, avrebbe provveduto a spolverare e lavare per bene i piani della libreria, che dovevo liberare per tempo
Questa mattina, nella preghiera con Gianni, il compagno che Dio mi ha messo accanto con cui ho imparato a pregare, per costruire quel ”noi“assente quando ci siamo sposati, avevo parlato del presepe come guida di questo Natale e di lui avrei voluto scrivere, del dono che per me era diventato, un dono sempre più imprevedibile e ricco.
Quel presepe avrei voluto stamparlo nel cuore, quello della Chiesa di S. Giuseppe che mi era parso tutto sbagliato, ma che non aveva cessato di parlarmi.
Del resto non poteva che essere così, dopo che per due martedì consecutivi avevamo invocato lo Spirito su chi lo stava preparando.
Di quel presepe, messo non in cantina, ma riposto nel cuore avrei voluto usare ogni immagine, perché nel presepe c’era l’uomo, tutto l’uomo, c’ero io che mi riconoscevo in quell’asino che girava intorno al pozzo, senza che nessuno prendesse l’acqua o quello che continuava a pescare nel suo piccolo stagno un pesce , senza accorgersi che glielo avevano rubato o quel cielo senza stelle perché la cometa le aveva tutte offuscate o quelle case sull’alta montagna , illuminate, ma vuote di abitanti e di vita.
Avrei voluto ripescare le immagini, durante i giorni dell’anno, di quella sabbia setacciata con cura da Massimo e Anselmo, messa in abbondanza davanti alla grotta, per ricordare che siamo polvere sulla bilancia dell’Altissimo, che siamo deserto arido, senz’acqua, avrei voluto tenere lo sguardo fisso ai pastori che in quel deserto forzato camminavano sicuri e dritti, perché davanti avevano la luce che si sprigionava da dentro alla grotta.
Avrei poi sicuramente voluto tenere a portata di mano la mangiatoia e in essa immedesimarmi, perché è lì che Gesù l’ho visto e mi sono persa.
La Madonna, S. Giuseppe, la cometa, i Magi, la grotta, fredda e umida, lontana dai rumori della città…in quante parti mi sentivo scomposta, in quante contrastanti, dai sapienti dell’oriente lontano, ai doni di morte e di vita, all’erba, alla roccia alle pecore, le grasse e le magre, le ferite e quelle appena nate e i pastori e il Pastore che le chiama per nome e le guida e le accarezza e le prende in braccio, perché ha compassione del suo gregge, perché ha bisogno di lui.
Ecco la compassione era il tema delle varie letture che per sbaglio ho letto questa mattina. L’ho scritto anche all’inizio di questo diario: Dio ci ha amato per primo, ha avuto compassione di noi.
Per compatire bisogna fare un trasloco dall’io al tu, bisogna diventare come il tu pecora, agnello, asino, pescatore, casa vuota posta sopra le alture, sabbia setacciata di un deserto sconfinato…
Bisogna compatire, patire con, soffrire con , perché il presepe non sia disgregato e sconnesso, bisogna compatire perché i pezzi siano funzionali l’uno all’altro, bisogna compatire se vogliamo che l’opera dell’uomo diventi capolavoro di Dio.
Quando questa mattina ho disfatto il presepe, ho con devozione preso il bambino e ho pensato che un trasloco avrei voluto farlo dentro di lui, ma mi è sembrato un azzardo e una bestemmia.
Avrei voluto tanto essere lui… mi ha consolato che lui non ha avuto problemi a traslocare in una fredda e umida mangiatoia.
Sicuramente non mi avrebbe negato la gioia di essere ospitato nella mia casa sporca e disordinata.
Avrebbe lui provveduto a metterla in ordine e a purificarla fino a trasformare un desideri blasfemo in una realtà possibile.
Diventare come Lui., a questo Dio ci ha chiamati , per questo ci ha scelti. Ho ringraziato il Signore perché quest’anno mi ha fatto lezione davanti ad un presepe, l’ho ringraziato per il dono di tanti fratelli che mi ha dato da compatire da accompagnare, da amare.
Ma specialmente l’ho ringraziato per tutti quelli che in silenzio e senza pretese lo hanno fatto senza che me ne accorgessi.
Le parole del profeta Isaia che sono risuonate nel tempo dell’avvento non a caso ritornano a consolarci nel giorno del battesimo di Gesù.
Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati.
Una voce grida:”Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la via al nostro Dio.Ogni valle sia colmata, ogni monte o colle siano abbassati;il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato.”
Sali su un alto monte, tu che rechi buone notizie in Sion; alza la voce, non temere:annunzia alla città di Giuda:”Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con se il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”.
Lasciamoci dunque consolare da questo Dio di tenerezza che si è lasciato prendere in braccio lo spazio che intercorre tra il Natale e l’Epifania, ma che per tutto il resto dell’anno non fa altro che farlo Lui con braccia più poderose e con un amore che non conosce misura.
Canto:Signore il tuo amore è grande
12 gennaio 2004

13 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Alleluia padre mio
Un caro e affettuoso saluto, amici di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, arrivata alla tredicesima puntata.
Ho percorso tanta strada insieme a voi, invisibili compagni di viaggio non per caso incontrati sul cammino che porta alla grotta.
Questo appuntamento settimanale è stato e continua ad essere per me un’occasione preziosa per fermarmi a meditare, mettere insieme i pezzi disgregati della mia storia, costruire le strade e i ponti mancanti del mio presepe di allora, per poterne costruire dei nuovi, insieme, e insieme contemplare la luce che s’irradia dalla mangiatoia.-
Siamo a ridosso dell’Epifania, il giorno in cui Gesù si manifestò ai Magi, i re e sapienti dell’oriente lontano, che ce ne hanno messo di tempo per arrivare, guidati dalla stella cometa!
Ripenso alle Epifanie della mia infanzia, povera anche di sogni, quando la Befana mi portava più carbone che caramelle, un’arancia o per sbaglio una volta, una bambola che non riconobbi , alla quale non mi riuscì di dare un nome.
Mi portò, ricordo anche un piccolo salvadanaio di plastica gialla, che guardai stupita e delusa, non sapendo cosa metterci dentro, perché nelle mie mani non era passato mai neanche uno spicciolo.
Le befane della mia vita sono befane di delusioni, di promesse non mantenute, di speranze andate in frantumi, anche quando a lei si sostituì un grasso Babbo Natale.
Leggo: Il gioco dell’oca 
A novembre del 1975, dopo mesi di immobilità, mi operai di ernia del disco,in una clinica di Bologna, ma non riuscii mai a rimettermi in piedi.
La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, come mai ne avevo sentiti.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
L’ortopedico, chiamato d’urgenza, mi schernì, dicendo che questo accadeva a chi andava ad operarsi fuori, non fidandosi delle strutture della sua città.
Senza fare diagnosi, disse che dovevo ingessarmi.
Mi feci accompagnare con notevole disagio e con non minore sofferenza al suo reparto, perché fosse fatto ciò che era necessario, ma svenni tre volte mentre quell’omone grasso e sudato avvolgeva di bende bagnate il corpo, privo di qualsiasi sostegno.
Grande fu la sua ira: perché non mi ero abituata a stare in piedi?
Tornai a casa, con la morte nel cuore, dove mi accolse il letto, amico fedele, come da tempo era abituato a fare e mi misi in attesa.
Sembrava che il tempo si fosse fermato. Si aspettava che succedesse qualcosa, senza che nessuno osasse muovere un dito. La mia solita grinta non era che uno sbiadito ricordo.
A scuoterci dal torpore fu mia madre che, alla fine di gennaio, contattò il professore che mi aveva operata.
Da quel momento colei dalla quale avevo voluto fuggire, sposandomi, entrò prepotente nella mia casa di sposa, occupandosi di me e dei miei a tempo pieno.
Non aspettavo questo da sempre?
Ripercorsi la strada, ormai divenuta familiare, in ambulanza, sforzandomi di non pensare. Mi sentivo come un automa, in balia degli eventi, ma preparata al peggio.
Al chirurgo non ci volle molto a capire che avevo un’osteite intervertebrale. Un’infezione da “Bacterium coli”, in atto al momento dell’intervento, poteva esserne la causa.
Mi rassicurò, dicendomi che di quella malattia, pur se poco nota, si guariva.
Cinque mesi di gesso e antibiotici a dosi da cavallo mi avrebbero fatta tornare come prima.
Avevo un medico di fiducia? Gli avrebbe scritto perché ne seguisse a Pescara il decorso.
Conservo ancora quella lettera, che fu letta con fastidio e con aria di scherno dal destinatario,
Di osteite, lui, non aveva mai sentito parlare. Avrebbe provato a cercare su qualche testo.
Inutile dire che tanta rozzezza e presunzione appartenevano alla stessa persona che se l’era presa con me, sia quando ero andata ad operarmi fuori Pescara, sia quando non riuscivo ad abituarmi a stare in piedi per fare il gesso.
Disorientata, cercai disperatamente qualcuno che mi prescrivesse gli antibiotici consigliati. Almeno le medicine, mi dicevo.
Ma quelle indicate risultarono tossiche per me.
Fu giocoforza sostituirle con altre, a cui non fossi allergica.
Se ne fece carico un amico di famiglia, preparato e scrupoloso patologo, a cui facevamo ricorso di tanto in tanto, ma solo in caso di effettiva necessità. In lui riponemmo quel briciolo di speranza che non voleva morire.
Cosa non fu provato su di me?
In un’altalena incessante di speranze e delusioni fu messa a punto la nuova terapia che prevedeva un numero incredibile di farmaci, ognuno pensato per combattere l’effetto nocivo di quelli a cui era associato.
Non sapendo quando e come avrei potuto ingessarmi, cominciai la nuova cura, senza emettere un lamento, imprigionata in un letto che ormai era diventato la mia seconda pelle. Avevo trovato anche il modo di utilizzare quel riposo forzato, dedicandomi al mio hobby preferito: creare con le mani tutto ciò che la fantasia mi suggeriva.
Ai primi di marzo , inaspettatamente si presentò alla mia porta un signore molto distinto.
Era il primario del reparto di ortopedia di Penne. Un’amica gli aveva parlato del mio caso e lo aveva pregato di visitarmi.
Per la prima volta conobbi l’abnegazione, la disponibilità, l’umiltà che la professione medica dovrebbe presupporre. Mi portò nel suo ospedale e si adoperò con ogni mezzo per mettermi il gesso.
Ricordo il grido di esultanza quando riuscì ad addormentare il nervo leso, sì che potessi stare in piedi il tempo sufficiente per l’operazione.
Indelebili nella mente rimangono le sue lacrime di gioia quando giunse al termine dell’immane fatica.
Grazie, professore!
Anche se non l’ho più incontrata, di Lei conservo il ricordo più bello.
Lei ha cercato di aiutarmi in tutti i modi possibili, non trincerandosi dietro le sue certezze, ma ascoltando e tenendo nel giusto conto quello che Le andavo dicendo


Purtroppo la malattia, da cui ero stata colpita, a quei tempi era poco conosciuta.
Così, per rendermi meno pesante quel gesso, che mortificava la mia persona e tormentava la pelle sottostante, divenuta troppo sensibile, me lo aprì, perché di tanto in tanto potessi respirare liberamene.
Su sua indicazione mi recai anche a Fano, da un suo illustre collega, per mettere a punto la terapia farmacologica.
Fu allora che scoprii che, se si fosse intervenuti tempestivamente sull’infezione vaginale, che a suo tempo nessuno si era degnato di prendere in considerazione, non mi sarei trovata in quello stato.
Sei dosi di "streptomicina"al giorno, per via endovenosa, fu la cura prescritta per un tempo indeterminato, naturalmente associata a un cocktail micidiale di altre sostanze
di cui non ricordo il nome.
Ricordo invece le mie braccia, che continuavano instancabilmente a muoversi con un ritmo sempre più frenetico nella creazione di scialli, pupazzi, coperte e ogni altro oggetto frutto di fantasia, diventare sempre più nere; ricordo i visi dei miei cari farsi sempre più cupi e l’imbarazzo di chi veniva a trovarmi per assolvere ad un dovere estremo.
Ci vollero ventisei giorni perché il mio corpo si ribellasse a tanti e tali bombardamenti.
Il giorno del Corpus Domini cominciai a tremare tutta, nonostante la primavera fosse inoltrata. Misurai la febbre: 39, 40, 41, 42.
Mi comparvero anche macchie sul viso, che non facevano prevedere nulla di buono. Mi sembrò naturale telefonare al medico di base che conosceva per sommi capi la mia storia, in quanto era lui che puntualmente trascriveva le ricette dei vari specialisti consultati.
Il caso volle che l’amico, che mi teneva in cura, si trovasse in Cina per una vacanza.
La voce seccata all’altro capo del filo mi fece l’effetto di uno schiaffo. Con tutti gli antibiotici che prendevo, cosa poteva darmi?
Trenta gocce di "Novalgina" gli sembrarono il rimedio più opportuno.
Non avevo ancora finito di ingoiare la pozione infernale, che la mia pelle si sollevò, come fossi stata immersa in una pentola d’acqua bollente, e conati di vomito cominciarono a scuotermi tutta.
A quel punto mio marito, rimasto latitante fino a quel momento, chiamò il 113.
Era notte quando arrivò l’assonnato e stanco soccorritore. Per fortuna era una persona competente. Non gli fu difficile capire che si trovava di fronte ad una grave emergenza e se ne fece carico fino in fondo.
Tutte le medicine che avevo preso fino ad allora mi avevano avvelenato il sangue.
Erano le tre quando lui e mio marito si precipitarono in farmacia per acquistare delle flebo disintossicanti.
Non ricordo nulla, se non questo, di quei momenti drammatici: uno strano torpore mi avvolgeva tanto da non avvertire più nessun tipo di emozione o sofferenza.
Nei giorni seguenti vedevo la mia tragedia dipinta sui volti di chi mi stava vicino.
Io ero lì, immobile e impotente, ingabbiata in una corazza che non aveva più ragione di essere.
Anche le vene pian piano si rifiutarono di aprirsi ai nuovi medicamenti, nonostante gli sforzi e la buona volontà di un vecchio ed esperto infermiere, che fu costretto a darsi per vinto.
Ma la mia ora non era ancora suonata.
Non appena riacquistai un po’ di forze, mi ritornò più forte che mai la voglia di combattere.
A Bologna, dove mi ricoverai per fare un check up, il professore che mi aveva operata, disse che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento era stato inutile, perché il gesso era stato aperto.
Con altri cinque mesi di gesso, questa volta chiuso, e sulfamidici a cui non risultai essere allergica, avrei risolto sicuramente e per sempre il problema.
Era la fine di luglio.
Tornai a Pescara piena di entusiasmo e con tanta voglia di farcela, pronta a sopportare qualunque disagio e sofferenza pur di riuscire nell’impresa. Per me contavano solo i minuti che ogni giorno guadagnavo a stare in piedi.
Alla fine di dicembre avevo due ore di autonomia.
La meta era vicina.
Bastava assolvere alla piccola formalità: rimuovere l’assurda corazza e sarei stata libera per sempre.
1977
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi dal giorno in cui gioia e commozione avevano riscaldato la bianca stanza dei gessi di un piccolo ospedale di provincia.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?
Canto:Dalla tristezza alla danza
Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del 77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai .
Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?
I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso, fino a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto stella cometa fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava, che aspettava chiunque si era messo in viaggio…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai senza saperlo mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi,li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
Quella notte la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè arrivassero i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo bambino, senza distinzione di razza, di lingua o di condizione sociale, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo perché l’uomo divenga simile a lui, figlio fratello erede di quel patrimonio di grazia, di luce, di amore a lui promesso dall’eternità.

Quando ho visto il presepe, fatto sotto all’altare, quest’anno, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, tante troppe a fare le stesse cose e il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
I pastori non ci sono entrati, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, non riuscendo, però, a nascondere le orecchie dell’asino che spuntavano dietro come un paio di corna..
Poi il motorino montato al contrario che faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e la fontana che perdeva acqua e il cielo senza stelle .Un presepe montato a rovescio che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.
Canto:Alleluia padre mio
5 gennaio 2004