I condors

Sfogliando il diario

 

Luglio 2004

Sdraiata all’ombra di un confortevole riparo, mentre il vento gioca con i capelli e il mare accompagna il flusso dei ricordi, ripenso a quando, in un giorno simile a questo, ho volato alto, insieme a Gianni e ai fratelli del RnS nel Palazzetto dello Sport di

La giornata era torrida e né aria condizionata, né ameni giardini, né comode poltrone erano l’attrattiva per soprassedere alla colata di ferro e cemento, di cui è composta la struttura che ci avrebbe ospitato.

Ripenso ai mille dubbi se andare o non andare, viste le mie condizioni di salute, e alla decisione di farci giusto una capatina, per non aver detto subito di no ad un’occasione che lo Spirito ci aveva insegnato a non rifiutare a priori.

I relatori li conoscevamo e gli argomenti sentiti e risentiti.

Cosa poteva darci di nuovo un bagno di folla e di caldo alternativo alla fresca brezza, che soffia sotto la palma che abbiamo affittato proprio sulla riva del mare?

La macchina, quella scassata di nostro figlio, una cinque posti a benzina, rispetto alla nostra quattro posti diesel, nuova di zecca, che gli avevamo prestato per andare in vacanza, con la famiglia, quel fine settimana.

Eravamo rimasti soli, inaspettatamente soli e volevamo prenderci il gusto di andare dove ci pareva, senza vincoli di orari da rispettare né di persone di cui occuparci o preoccuparci.

La telefonata di Vittoria, che chiedeva un passaggio per lei, che fa fatica a salire su un autobus, e per Gigliola che l’accompagna da sempre, a cui si è aggiunta quella sul filo di lana di Luciana che non aveva sentito la sveglia, ci hanno convinti che, se non avevamo una ragione valida per dire di sì, il Signore ce l’aveva trovata.

Ci siamo sorpresi a pensare che non a caso i posti in macchina erano cinque, non a caso avevamo forato una gomma il giorno prima e avevamo, per l’occasione, fatto controllare tutte le altre.

 

In attesa che le amiche tornino dalla passeggiata, il mio pensiero va ai discorsi animati che tempo addietro mi avevano visto perdente su tutti i fronti.

I viaggi fatti nei posti più belli e lontani del mondo, le emozioni che suscitano le grandi altezze, il volo dei condors, i dipinti di Rembrant o di Van Gog, non erano stati minimamente scalfiti da ciò che l’esperienza mi aveva insegnato ad apprezzare, da quando sono stata costretta a fermarmi..

Come far capire che non c’è bisogno di fare tanta strada per trovare le stesse cose, per non dire migliori, solo se ti metti ad osservare ciò che ti sta vicino e che hai sempre cercato lontano?

Commiserazione, neanche tanto celata, aveva accompagnato il coro di disapprovazione delle mie amiche quel giorno, convinte che l’handicap mi aveva troncato oltre alle ali anche i sogni, nonchè i desideri.

 

Ripensavo a quanto mi avevano fatto viaggiare, a Grosseto, durante la settimana di studi sul “ Perdono in famiglia come fonte di vita per il mondo”, le mani del Padre misericordioso del dipinto di Rembrant, mani di padre e di madre che abbracciano e accolgono il figliol prodigo, che sembra essere dato alla luce proprio da quelle mani.

Su quell’abbraccio accogliente ho meditato e mi sono persa in questi mesi in cui, come i buoi sto ruminando tutta la biada che lo Spirito ci somministra, da quando Gianni ed io ci siamo innamorati del progetto di Dio sulla famiglia, chiamata a collaborare a che tutti possano godere dell’amore sconfinato che vuole donarci.

 

Come spiegare alle mie amiche di ombrellone che, quando sei catturato dalla luce, la segui e ne godi in ogni luogo dove ti è dato fermarti a guardare.?

 

Il Convegno si era aperto all’insegna delle parole del prologo di Giovanni ”Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”

I relatori ce l’avevano messa tutta, il cuore e la mente, a spiegare, cosa non facile, in cosa consista la pienezza di Cristo, per farci capire, apprezzare e chiedere la pienezza della grazia che da Lui deriva per ognuno di noi.

Per fortuna che non ce ne siamo andati il pomeriggio, come avevamo preventivato, perché ci saremmo persi la parte migliore, l’ingresso nel mistero, a passi di danza, come quelli del ballerino Domenico Ducato e della sua compagna, che ci hanno fatto vivere l’emozione di essere protagonisti del più bel poema d’amore mai scritto: Il Cantico dei Cantici”

Dio ci ama, Dio ci vuole donare la sua pienezza, la sua perfezione, vuole donare se stesso.

Ecco il senso del Crocifisso issato al centro del palco, verso cui siamo stati invitati a guardare,dopo che ai malati è stato chiesto di prendere un fazzoletto e di agitarlo perché a tutti fosse visibile il loro bisogno di aiuto e tutti pregassero e intercedessero, perchè si ripetesse il miracolo dell’acqua che sgorga dal costato di Cristo.

Non c’era uno che non sventolasse un fazzoletto dopo che i primi timidamente ne hanno tirato fuori uno.

Quanti malati, quanti S.O.S., quante grida di aiuto si sono fuse con le note dell’Abba’ Padre, con le parole struggenti della canzone che ha sciolto fiumi di lacrime!

Quanta acqua ieri in quel bunker di ferro e cemento, lacrime di gioia, di commozione, di liberazione, lacrime che pulivano, e rigeneravano i cuori induriti dalla fatica di andare da soli.

 

Io piangendo continuavo a guardare i fazzoletti, e mi sono fermata su quelli che erano accostati a mani che non potevano afferrare, quelle dei due giovani condannati alla sedia a rotelle e di un bimbo piccolo piccolo, che non aveva richiamato la nostra attenzione, perché a quell’età è normale stare in un carrozzino.

Il dolore innocente ieri l’ho visto, ma non ne sono stata turbata, perché ho sentito forte l’amore di Dio, specie per quelle creature a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra, attraverso una preghiera.

 

Così i condors che si levano alti nel cielo, vibrando le ali possenti nell’aria, non ti danno la stessa vertigine della contemplazione del limite dell’uomo che s’incontra con la l’abbraccio misericordioso di Dio.

 

Li abbiamo visti planare sul giovane, che dalla sedia a rotelle si protendeva tutto verso il palco, dove era stata issata la croce e li abbiamo visti sollevarsi pian piano e forare le nubi, dopo che, sostenuto da Gianni, per un tempo che ci è sembrato infinito, è riuscito finalmente a toccarla.

 

Alla memoria sono riaffiorati gli anni di letto, i tanti samaritani che mi hanno caricato sopra le spalle, quelli a cui non ho detto mai grazie, Gianni che mi è stato sempre vicino, tutti quelli che hanno continuato a pregare, i messaggeri di speranza , l’incontro con il Crocifisso quando la speranza è venuta a mancare e ho visto Gesù che non mi aveva lasciato cadere.

Ho ringraziato il Signore per i condors, per le alte montagne che ci concede di scalare, per i profondi abissi del dolore che riempie con fiumi di grazia.

  

  

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L'album di fotografie

?e!

C’era una volta un bambino che si chiamava…decidetelo voi.

Noi lo chiameremo ?perchè era curioso di tutto.

? viveva solo con i suoi giocattoli, viziato dai genitori, dai nonni, dagli zii, da tutti, perchè era il primo bambino della casa ed era bello, intelligente e coccolone.

?quando nacque aveva la faccia rossa paonazza, perchè aveva dovuto combattere per liberarsi dal cordone ombelicale che gli si era attorcigliato intorno al collo, mentre faceva una piroetta più ardita.

Dovete sapere, infatti che ?amava ballare perchè, prima di nascere aveva ascoltato molte musiche rock, che gli arrivavano attraverso le cuffie appoggiate sulla pancia dalla mamma.

?però era triste e piangeva sempre perchè i bambini con cui giocava a scuola o al parco gli facevano i dispetti e certe volte gli davano le botte.

Si era convinto che i bambini sono tutti cattivi e non si sognava di desiderare un fratellino, perchè, come appare chiaro, pensava che lo avrebbe fatto soffrire.

Lui avrebbe voluto che lo trattassero come lo trattavano mamma, papà e i grandi, con mille attenzioni e molte carezze e sorrisi.

Un bel giorno, in verità bruttisimo per lui, arrivò un fratellino, che chiameremo per dovere di giustizia !, perchè era nato con gli occhi aperti come finestre spalancate per la meraviglia di quello che c’era intorno a lui.

La cosa straordinaria che glieli fece sgranare di più era la presenza di ?che non si aspettava.

La sua gioia fu grande quando si accorse che abitava nella stessa sua casa, perchè avrebbe avuto sempre qualcuno con cui giocare.

?invece era molto, molto arrabbiato e riempiva i quaderni di scarabocchi neri e rossi rompendo anche il foglio, per la forza che ci metteva.

In verità lui avrebbe strozzato quell’intruso che era venuto a togliergli tutte le attenzioni della famiglia, fino ad allora concentrate su di lui.

?pian piano si abituò all’idea e cercò di vivere facendo finta che il fratello non esisteva, salvo poi dargli una tirata di capelli, quando nessuno lo vedeva.

?e ! impararono a giocare insieme, dopo che i genitori comprarono una cameretta molto speciale per la piccola stanza a loro destinata, perchè i letti erano di altezza diversa ma stavano affiancati.

Così si potevano guardare, parlare, fare compagnia, quando era notte.

?cominciò ad apprezzare la presenza de !e a desiderare di stare sempre con lui per giocare e divertirsi insieme.

Un giorrno la nonna, con cui soleva passare il pomeriggio, gli propose  un gioco: quello di di sfogliare insieme l’album di fotografie, invece di guardare la televisione.
Gli assicurò che sarebbe stato molto interessante e divertente.

?,che era un bambino molto curioso, acconsentì volentieri, specialmente perchè desiderava vedere che faccia avevano, appena nati, lui e !.

Grande fu la sua impressione quando scoprì sulla testa del fratellino di pochi mesi un bozzo tanto grande da farlo sembrare un alieno.

Subito si mise a ridere ma presto ammutolì e divenne triste. Ricacciò a fatica le lacrime che volevano uscirgli dagli occhi.

Si sentì improvvisamente solo.

Ripensò a tutti i dispetti che gli aveva fatto, a tutte le botte che gli aveva dato e alle prese in giro.

Si vergognava di non aver mai guardato il fratello, quando era piccolo.

Poi incrociò lo sguardo della nonna, uno sguardo sorridente, affettuoso, pieno di tenerezza.

La nonna lo abbracciò e gli disse di stare tranquillo, perchè il suo fratellino era guarito da molto tempo.

-A tanti bambini, aggiunse, capita di non voler bene ai fratellini, quando nascono, perchè pensano che verrà loro sottratto l’amore.

I grandi stanno loro vicini per insegnargli che non è così.

L’amore è una cosa magica, aggiunse. Più lo dai e più si moltiplica.

Le cose vecchie sono passate, concluse la nonna. Guarda le nuove!-

E gli fece vedere le foto di quando in giardino, felici,  giocavano a palla o a nascondino.

?pensò a quando sarebbe tornato suo fratello e all’abbraccio grande che gli avrebbe dato.



Così abbiamo passato un pomeriggio di pioggia Giò e io, raccontandoci le storie un pò vere e un po’ finte, che vogliamo far conoscere anche a voi.


I treni


1Gv 2,3-11

Chi ama suo fratello, rimane nella luce.
Figlioli miei, da questo sappiamo di avere conosciuto Gesù: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato.
Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera.
Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

Le parole della lettera di Giovanni, che oggi la liturgia  propone alla nostra riflessione, mi sono sembrate difficili ad una prima superficiale lettura,.
Poi, però si sono illuminate, ripensando alla luce che si è accesa negli occhi del piccolo Emanuele, quando il nonno gli ha proposto di andare alla stazione a vedere l’arrivo dei treni.

La stessa luce che brillava nei suoi, quando il bambino gli ha risposto con un abbraccio.

Servi e padroni

Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. 

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E’ mio!" dice il bambino all’inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l’uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall’uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E’ sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell’è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell’uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall’alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

Dove andremo?

Giovanni 6,60-69 – In quel tempo, molti tra i discepoli di Gesù, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”.
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”.
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

“Forse anche voi volete andarvene?”.

Dove andare Signore, dopo aver sentito il tuo sguardo posarsi sulle nostre ferite e pian piano l’olio della tua tenerezza scendere sulla sofferenza della carne che tarda a guarire?

Dove rifugiarci se non nel tuo abbraccio inchiodato alla croce.. dove Signore?

Quante volte, Signore, il tuo linguaggio mi sembra duro, inaccettabile, lontano dalla mio concetto di bene, di gistizia, di verità!

Ma quando tutto questo mi porta a prescindere dal tuo sguardo, a tradirti, rinnegarti, cercare altre strade di salvezza, tu mi aspetti e mi parli e mi rialzi, perchè possa sperimentare ancora la tua compassione, il potere sconfinato del tuo amore.

Oggi e sempre ti voglio ringraziare, Signore, perchè a capo della tua chiesa non hai messo Giovanni un mistico, un modello irragiungibile, che sotto la croce rimase insieme a tua madre senza paura.

Hai messo Pietro, un uomo come noi, che attraverso i dubbi, le paure, le cadute, non ha mai smesso di cercare il tuo sguardo.

L'occhio di Dio

Il giorno della misericordia, il giorno del perdono, quello di domenica 16 settembre, quello del Padre misericordioso che sta alla finestra a scrutare l’orizzonte, per scorgere qualche segno che gli annunci il ritorno del figlio.
Ho pensato a quello sguardo proiettato lontano, uno sguardo in cui siamo compresi tutti, figli ribelli, ingrati e dissoluti.
Penso a quando ero piccola in cui l’occhio di Dio era inscritto in un triangolo e ce lo sentivamo addosso, sempre, quando ci ribellavamo alle regole e facevamo di testa nostra. Era il mio incubo, ricordo, un occhio che mi vedeva anche al buio, un occhio dal quale non potevo nascondermi, un occhio inquisitore, terribile giustiziere delle mie inadempienze.
Quante volte? mi chiedeva il sacerdote, quando andavo a confessare che avevo tentato di ignorare quello sguardo.
Che bello scoprire che quell’occhio è l’occhio di chi ti ha generato, che ti ha amato prima ancora che tu nascessi, che continua ad amarti sempre e comunque, a prescindere da come ti comporti.
E’ lo sguardo del padre che ci avvolge e ci penetra attraverso il figlio.
I primi discepoli ci si chiede come fecero a lasciare tutto e a seguirlo, visto che la sequela non è uno scherzo.
Devi lasciare il padre e la madre, devi vendere tutto, lo devi seguire anche se non sai dove abita e dove trova riposo la notte.
Un incontro di sguardi quello che decise la sorte dei primi dodici, un innamoramento a prima vista, che durò fino alla fine, almeno per 11 di loro, perché Giuda da quello sguardo volle prescindere, preferendo mammona.
La liturgia della domenica della XXIV settimana ci parla proprio di questo, dell’esigenza radicale di anteporre Gesù ad ogni cosa, madre, padre, fratelli, ricchezze, sicurezze, vale a dire la vita alla morte, la libertà alla schiavitù, la luce alle tenebre, la verità alla menzogna.
Matteo, il peccatore sentì su di sé quegli occhi, e lasciato tutto, lo invitò a casa sua e possiamo immaginare quali fossero i suoi commensali. Ma Gesù non fa lo schizzinoso, anzi pare che ci goda a mangiare con pubblici peccatori e prostitute.
Perché è venuto per i malati, non per i sani, risponde a chi, scandalizzato gli chiede spiegazioni.
Del resto basta guardare chi ha scelto come discepoli, per confonderci ancora più le idee.
Eppure si è ritirato sulla montagna a pregare, si è consultato con la Sua famiglia,lui Figlio, con il Padre e lo Spirito Santo, prima dfarlo.i
Qual è stato il criterio? La disponibilità a lasciarsi guardare, ammaestrare, amare.
Ha scelto anche Giuda e questo è sembrato un errore. Ma Dio si fida di tutti, a tutti dà fiducia, a tutti la libertà di ripensarci. E sappiamo come è andata a finire.
In queste ultime settimane la Liturgia non ha fatto che porci di fronte, in modo martellante, alla radicalità della scelta, alla necessità di mettere Gesù al primo posto: prima degli affetti, degli interessi, della propria vita.
Abbiamo sentito parole molto dure pronunciate contro quelli che predicano bene e razzolano male, che guardano alle apparenze, quelli che osservano la forma e trascurano la sostanza.
Al giovane ricco Gesù dice: “Vendi tutto e seguimi”.
Vendere tutto non è facile.
Non a caso, pregando nel gruppo con il Salmo 89, abbiamo chiesto la sapienza del cuore, per poter fare quello che Dio ci chiede.
La sapienza del cuore, quella capacità tutta Sua, di amare fino alla fine, di amare a prescindere, di amare sempre e comunque.
La sapienza del cuore, che ci dà la certezza che siamo preziosi ai Suoi occhi, perché ci ha generato e siamo Suoi figli e non lo dimentica.
Il linguaggio di Gesù è diventato sempre più difficile, man mano che ci portava più in alto.
Saliti sulla montagna, ci ha mostrato il regno.
Beati i poveri di spirito..Beati gli afflitti…Beati i miti…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia…Beati i misericordiosi…Beati i puri di cuore…Beati gli operatori di pace…Beati i perseguitati per causa della giustizia…
Signore, che regno è mai questo, ci siamo chiesti, dove, povertà, persecuzione, afflizione sono fonte e causa di beatitudine?
Abbiamo pensato che c’era qualcosa che non funzionava nei Suoi ragionamenti, perché non coincidevano con i nostri.
Ci siamo guardati intorno e abbiamo visto dove ci hanno portato, quelli nostri, quelli del mondo.
Abbiamo visto il disastro e ci è venuta voglia di andare a scuola di discepolato, certi che solo Lui poteva darci una risposta.
Abbiamo scelto la casa di Maria, la prima e perfetta discepola, quella che ha messo da parte i sogni, le aspettative, tutto, per seguirlo e drigli di si, per sempre.
Alla scuola di Maria si impara lo stile del discepolo: ascolto, silenzio, preghiera, senza perdersi di vista, il discepolo e il maestro, il maestro e il discepolo, mai, senza fare eccezioni.
Abbiamo pensato che non era una coincidenza che l’Esaltazione della Croce e la memoria di Maria Addolorata fossero così vicine, il 14 e il 15 settembre.
Il dolore, la sofferenza del figlio impressa, incisa nel cuore della madre; la madre e il figlio uniti da uno sguardo, l’ultimo prima di lasciarsi, uno sguardo che dava inizio ad una realtà nuova, la Chiesa.
“Donna ecco tuo figlio, Figlio ecco tua madre”.
La vita nascente della Chiesa in quell’incrocio di sguardi, nel trovare l’uno nell’altro quell’unione, quella solidarietà, quella comunione feconda.
L’incontro degli sguardi fa scoccare la scintilla: è la luce dello Spirito che rimanda ad un altro e ad un oltre.
I discepoli lasciarono tutto: è indubbio che fu una questione di sguardi.
Fissatolo, lo amò…Seguimi…..
Il sentirsi guardati genera il desiderio di guardare, di uscire fuori da se. Ed ecco che il discepolo non può prescindere da quel primo sguardo, per poi guardare a sua volta.
Cosa vediamo intorno, fuori dalle nostre mura domestiche, fuori dall’appartamento?
Quando usciamo, mettiamo le lenti scure per paura che il sole ci ferisca gli occhi, senza pensare che c’è il rischio d’inciampare e di cadere, incuranti del pericolo e della gente che ci passa accanto.
Ecco, aprire la casa e far entrare la luce. Come fece Matteo, quando invitò Gesù a casa sua. Come fecero i discepoli di Emmaus, quando videro l’avanzare del buio.
Questo è il primo passo per guardare con i suoi occhi di cosa il mondo si nutre, quali cose ritiene essenziali.
Al mondo interessa non cosa, ma quanto consumi e se sei in grado di pagartelo, altrimenti affonda.
Una parte del mondo. La più ricca. Agli altri, che sono i più, non resta che sperare che cada qualche briciola dal tavolo del ricco Epulone.
Ma fa più comodo eliminarli quelli che non vengono bene, quelli che non sono in grado di provvedere a se stessi. Che senso ha lasciarli vivere? Che senso ha farli nascere se non sono ok?
Se ci scomodano, se ci sono di peso, se ci impediscono di vivere liberamente il nostro smisurato egoismo?
Hitler è un eroe dei fumetti, un artigiano da poco, perché ne ha mandato a morte solo sei milioni.
L’uomo non vuole soffrire e non vuole vedere soffrire, così si mette l’anima in pace, chiudendo gli occhi agli altri, perché non inorridisca incrociando il suo sguardo.
Quello sguardo di Dio che è posato su ognuno, se lo sono dimenticati, ce ne siamo dimenticati.
Anche Gesù, il Figlio ne ha avuto bisogno, il Discepolo, il Maestro che è stato risuscitato da quello sguardo.  ,
Ateseo, un blogger amico(studioso della Sacra Sindone e del telo del Volto Santo di Manoppello)ci ha creduto a tal punto da farcela vedere quella luce che ci parla di un amore più grande, l’amore di Dio che si moltiplica all’infinito, attravers
o gli occhi del Figlio.

(http://sindonesantovolto.splinder.com)

"SUL VOLTO DI CRISTO LA LUCE DEL PADRE"

foto ©https://scintillanti.files.wordpress.com/2007/09/loretonotte.jpg

 

Lo sguardo

 

Per un mese non ci siamo stati, siamo andati in vacanza, dai problemi, dalle preoccupazioni, che ci affliggevano ogni giorno e che pian piano ci avevano fatto perdere di vista l’altro e l’oltre.
Avevamo bisogno di chi si occupasse di noi, di chi ci guardasse con un occhio di misericordia, di chi non giudicasse la nostra incapacità ad uscire fuori da noi stessi, per accogliere l’altro, per spezzare insieme tensioni, frustrazioni, povertà, debolezze, tutto.
Eravamo diventati giudici inclementi l’uno dell’altro, pur continuando a pregare il Signore che tutto questo finisse, che ci desse un’altra chance per riprovare ancora la meraviglia dell’inizio, per ricercarla lì dove si era nascosta.
La meraviglia dell’inizio, già, quella di cui ci aveva parlato Mons. Brambilla, in una catechesi indimenticanbile che ho imparato a memoria, sulla vita riconciliata, nel convegno della C.E.I. sul “Perdono in famiglia, come fonte di vita per il mondo”.
A mons. Brambilla, inaspettatamente incontrato sulla strada delle nostre vacanze alternative, ho detto che ancora la stavamo cercando, la meraviglia dell’inizio, e che ci era venuto il dubbio che non la trovavamo, perché non c’era stato inizio.
Ma anche se sembrava una battuta, aveva tutto il sapore di una verità dolorosa, di qualcosa che non ci era toccato.
Pensavo alla malattia che, appena sposati era venuta a visitarci e che aveva occupato pian piano uno spazio sempre più ampio della nostra casa, della nostra relazione di coppia, scalzando l’altro dai nostri pensieri, dalle nostre priorità.
Era quella la meraviglia dell’inizio?
Sicuramente no.
Ho pensato alla frustrazione di questi ultimi mesi, del sentirmi invisibile, scontata per tutti, anche per me, al desiderio di quello sguardo che mi aveva fatto riconciliare con la vita, con Gianni, con tutti quelli da cui mi sentivo tradita.
Era il 2000, quando accadde, la meraviglia di una luce che ti illumina e ti fa uscire dal buio.
Da quella luce Gianni fu investito e gli venne voglia di cercare la fonte.
Ma la strada è tutta in salita, anche se i più bei panorami li vedi quando sali.
Ne abbiamo, in questo nostro cammino, ammirati di panorami, di scorci suggestivi rubati ad un interruzione improvvisa del sentiero, ad una frana della roccia, ad un albero caduto che scopriva un pezzetto più ampio di cielo.
Ma è dura, è stata dura, da quando ci sono venuti a mancare gli ultimi puntelli a cui eravamo soliti aggrapparci: la salute, il lavoro, gli affetti, l’esperienza di un Dio provvidente e generoso.
Per fortuna che io ho potuto rubarmi, quasi ogni giorno, una messa, che non è poco, Gianni, se la faceva raccontare, ma non è la stessa cosa, nonostante anche lui se le rubasse in mezzo alla settimana, quando poteva. Ma il nostro rapporto di coppia languiva.
Come era possibile?
Avevamo proprio bisogno di chiarirci le idee, di farcele chiarire, di sapere se c’eravamo sbagliati a pensare che Dio ci aveva pensato insieme fin dall’eternità.
Così, con una decisione inaspettata che ha spiazzato tutti, amici parenti e conoscenti, specialmente quelli che erano abituati a contare su di noi e che ci davano per scontati, come suole accadere spesso nelle famiglie dove ci sono molti a prendere e pochi a dare, ce ne siamo andati via, lontano da sguardi indiscreti, al riparo da tutto ciò che potesse distoglierci dallo scopo della nostra fuga, a Loreto, la prima tappa del nostro percorso, organizzato dallo Spirito.
Un tour avvincente dove la guida era certa: Maria, la stella cometa che indica la strada per arrivare a Betlemme, nella stalla dove è stato deposto Gesù.
Perciò abbiamo scelto un luogo all’ombra della Santa Casa, come prima tappa, proprio perché chi, se non lei, ci avrebbe potuto aiutare a ritrovare lo spazio sacro nel quale gli sposi, incrociando lo sguardo Lo incontrano?
Ci eravamo veramente persi di vista, Gianni e io, impegnati, com’è consuetudine, a combattere fianco a fianco, la quotidiana battaglia, per la famiglia, la Chiesa, la sopravvivenza materiale, fisica e soprattutto spirituale, ma sempre meno disposti a guardarci negli occhi, per pigrizia, per stanchezza, per noia.
Eppure, da quando ce l’avevano raccomandato, avevamo persino cambiato i posti a tavola, mettendoci di fronte e spegnendo il televisore, quando era ora di pranzo.

Il tema del primo corso dal’1 al 5 agosto” Famiglia e impegno sociale”, non sembrava rispondere ai nostri bisogni, visti che di impegni in tal senso ne avevamo già tanti e il problema era quello di fare qualche rinuncia, per crescere e fortificarci come coppia, uniti dal Sacro vincolo del Matrimonio.
Ma il Signore a tutto aveva pensato, persino a farmi dare for fait dal primo giorno (non mi era mai capitato di abbandonare la sede di un convegno), sì che mi ritirassi in camera a pregare e meditare, mentre Gianni ascoltava, registrava e mi riferiva quanto veniva detto, sulle sfide del mondo da raccogliere, sfide ineludibili per chi ha scelto di seguire il Maestro.

Mentre mi parlava, sdraiata sul letto, il mio pensiero andava a quando ci eravamo incontrati la prima volta e lui mi aveva guardata e mi aveva scelta, lui per primo; al tempo che ci mise per dichiararsi, tre anni in cui non mi accorsi di nulla, al sì che gli risposi quando me lo disse, incredula che a me avesse pensato, un sì, perché in lui ho visto lo sposo fedele, nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.
Pensavo al posto che occupò nel mio cuore in quei cinque interminabili anni di fidanzamento, a quanto mi sembravano brevi i nostri incontri, quanto lunghe le attese di una lettera, di una telefonata.
La meraviglia dell’inizio! Lui al posto d’onore.
Adesso cominciavo a capire.

Mentre mi riferiva di Boffi, di Barbato e di Nicolli, i relatori del corso, ripensavo a quanta pazienza aveva avuto nell’insegnarmi le cose, a quanta dolcezza metteva nel correggermi dagli errori, specie quando si mise d’impegno a farmi da istruttore per insegnarmi a guidare la macchina.
Ma poi le cose sono cambiate e, con la scusa che ho più tempo libero, sono diventata io l’istruttrice e lui lo scolaro.
La malattia, questa volta, invece di dividerci ci ha unito ed è stata lo strumento per fare comunione, invertendo un ruolo che mi stava stretto e rischiava di soffocarmi.
E questo è il primo frutto di una preghiera incessante a Maria, perché ci aprisse la strada alla comprensione di una complementarietà che non vuol dire fissità e immobilizzazione in un ruolo che può diventare prigione.

Alla partenza, non ero consapevole di quello che mi sarebbe servito, ma Dio ci mette alla prova per chiarificare i nostri desideri (Dt 8,2).
Così è stato. Nel deserto la prima cosa di cui si sente il bisogno è l’acqua. Noi sapevamo che a Loreto ne avremmo trovata in abbondanza, perché l’acqua dello Spirito a fiumi scende dalla Santa casa di Maria, tanto da poterla raccogliere e conservare, anche ti trovi a fare gli esercizi spirituali di coppia a Montorso, e preghi nella cappellina di legno senza pretese, annessa alla struttura, o nella stanza disadorna ed essenziale, che ti è stata assegnata nella Casa Famiglia dii Nazaret, e della Basilica vedi solo in lontananza la sagoma illuminata di notte .
Ma io avevo bisogno di chi mi desse da mangiare, di chi si occupasse di me. Da tanto cercavo un pane che fosse commestibile, digeribile, un pane che non dovevo impastare con gli ingredienti delle incomprensioni, della fatica, del dolore, dello scoraggiamento, della paura, del silenzio di Dio.
Ero certa che la Madonna anche quest’anno ci avrebbe fatto un regalo e, quando ho visto che l’icona del convegno di “Vita nuova per coppie”era “La casa di Betlemme, casa del pane”, mi sono detta che non a caso eravamo capitati in quel luogo.
Di pane e di companatico ce ne hanno dato a Loreto, pane materiale e spirituale, quello di cui avevamo bisogno, quello che invano cercavamo a casa di condividere, senza successo.
Don Gerry ci ha dato il primo, da subito, quello della misericordia di Dio, chiamandoci insieme a confessarci.
Ci hanno spezzato la Parola tutti i relatori, (L’equipe nazionale del RnS per Famiglia), invitandoci, alla fine di ogni catechesi, a metterci di fronte, ad incrociare lo sguardo e a chiederci qual era il pane che una volta mangiato, potevamo dare in cibo anche agli altri.
Perché il problema non è quello di sopravvivere o di non morire con quello che il Signore ci dà, ma di dar da mangiare anche agli altri.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, era un miracolo possibile, se insieme avessimo ritrovato la gioia di penetrare ed essere penetrati dallo sguardo di Dio, se avessimo aperto le orecchie, gli occhi e il cuore alla manna che viene dal cielo.
A raccoglierlo c’era la nostra coppa, con i segni evidenti delle fratture, ferite rimarginate che avevano lasciato il segno, quella coppa che era stata estratta in frantumi dalle viscere della terra, sette anni fa, ma che la Grazia di Dio aveva reso più forte e preziosa, dopo che ci eravamo fidati di Lui, il Maestro, lo Sposo, il Compagno di viaggio che abbiamo invitato a restare con noi.
Quando ci avevano consegnato pennelli e colori, non sapevamo che sarebbero serviti a dipingerla sul grande lenzuolo, accanto all’icona dell’Annunciazione, lenzuolo su cui ogni coppia aveva dovuto rappresentare il suo “Io coniugale”.
Il magnificat di coppia è stata la naturale preghiera sbocciata nel terreno dissodato e arato con cura dagli infaticabili operai della vigna del Signore.
Il 10 agosto, nella cripta sotto la Santa Casa, all’offertorio, oltre al pane e al vino, abbiamo offerto i nostri corpi nella danza sacra che si è snodata davanti all’altare, danza a cui abbiamo partecipato anche noi, nonostante gli anni e gli acciacchi, avendo ricevuto il mandato di essere segno della tenerezza di Dio, lo Sposo e la Sposa che in silenzio si comunicano l’amore attraverso lo sguardo.
Dopo la messa ad ogni coppia è stato consegnato un pane racchiuso in una scatola trasparente, il dono che noi dovevamo portare agli invitati alle nozze.

”Spezzato per voi e per tutti…”c’era scritto, ma noi il seguito lo conoscevamo, perché la messa non era finita.
“Fate questo in memoria di me…Date voi stessi da mangiare” sono state le parole non scritte, ma che abbiamo sentito forte risuonare nel cuore, quando abbiamo ricevuto quel segno, parole che ci sembravano incomprensibili o inattuabili solo una settimana prima.
Vogliamo lodare e benedire il Signore perché ci ha chiamati ancora una volta a guardarci negli occhi per riscoprire  l’Amore.

Il 13 settembre del 1971 ci siamo sposati. Sono 36 anni che stiamo assieme. Il regalo dell’anniversario ce lo siamo fatti in anticipo, andando a Loreto. Ma quel pane vogliamo donarlo anche a voi, a tutti quelli che non ci sono potuti venire.