“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi curadi te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfarele necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto cher lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.

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“Quanti sperano nel Signore riacquistano forza” (Is 40,31)

VANGELO (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».Parola del Signore

Imparate da me, questa è la chiave perchè si realizzi ciò che promette il Signore.
Ma noi nasciamo imparati, come si dice dalle nostre parti, e abbiamo la presunzione di sapere e capire tutto prima ancora che uno apra la bocca.
Io sono una di quelle che non aspettava che l’altro finisse di parlare per dire la mia, prima di cominciare un serio cammino di conversione.
Perchè le parole del vangelo di oggi sono molto allettanti e ci catturano.
Chi non si sente stanco e oppresso? Chi non si sente manipolato, schiavizzato, usato?
Incominciano i figli a fare di noi polpette e noi ci arrendiamo subito alle loro esigenze prioritarie per farli contenti, per non starli a sentire, per guadagnarci la loro riconoscenza, il loro amore.
Spesso la fatica è proprio quella di mettere a tacere le persone, di tappargli la bocca, di impedire loro di farci del male per non rischiare quel poco di tranquillità che abbiamo acquisito con i nostri silenzi, con la nostra acquiescenza.
Ma il prezzo pagato è altissimo, perchè diventiamo schiavi delle buone maniere, del dovere, del nostro tornaconto, schiavi e infelici.
Gesù ci invita ad andare da lui e ci promette tutto ciò che ci dona la vita, senza compromessi.
Gli effetti del nostro agire egoistico si vedono accendendo la televisione o aprendo i giornali.
La violenza impazza, violenza dentro e fuori le case, un abisso di odio e di rancore represso che sta facendo esplodere il mondo.
E noi ci sentiamo sempre meno al sicuro e vorremmo ma non possiamo frenare la furia omicida.
Prendiamo precauzioni, limitando il numero degli amici, dei luoghi da frequentare, anteponendo la nostra sicurezza ai valori in cui abbiamo sempre creduto.
Vediamo nemici dappertutto, viviamo con il cuore blindato e l’aria si fa sempre più rarefatta….per tutti. Perchè il mondo è dall’altra parte del muro e noi siamo qui in tanti asserragliati dalle nostre paure.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
La risposta non è nell’alzare muri, scavare trincee per difenderci dall’ira assassina ma è in quell’essere umili e miti di cuore, andando alla sua scuola.

 

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AVVENTO

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“Il Signore elargirà il suo bene
e la nostra terra produrrà il suo frutto.” (Sal 85,13)
Oggi è cominciato il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell’attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.
Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla consapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall’impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l’entusiasmo sono ormai scemati per la fatica e per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, mi disse tanti anni fa una mamma stringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo piccolino.
L’infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell’Avvento ci dà l’opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta che i seme germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell’anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell’invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio parla attraverso gli invisibili canali dello Spirito e getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall’aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio a piene mani sparge il suo seme in questo tempo di grazia.
Lui il seme non si stanca mai di gettarlo, per tutto l’anno, per dissodarci, per prepararci all’accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero, sempre meno mistificato dall’edonismo, dal consumismo, dal relativismo, dal materialismo, dalI’ individualismo.
Molti di noi hanno incontrato Gesù, ma non l’hanno riconosciuto, perchè hanno proiettato su di lui la propria immagine sfigurata dalle maschere che ci siamo abitualti ad indossare per sentirci sicuri e protetti in questo mondo dove il diverso fa paura, dove l’omologazione, la glogalizzazione nascondono la vera identità della gente, cancellandone l’identità e la radice più sana e profonda.
Le parole del profeta Isaia“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio.”
ci si chiede come potranno avverarsi e incarnarsi nella nostra vita, se quell’albero lo soffochiamo con i tanti, troppi pacchi ingombranti che coprono non solo la radice, ma la vista di tutto l’albero, che si suole fare a Natale, ai piedi del quale sono posati e che la notte della vigilia siamo soliti scartare, appesantiti dal cibo e dal sonno e perché no? anche dalla noia di un rito,,,, che alla maggior parte non dice più nulla.
Rimangono, finita la festa, sparse le carte e le coccarde e i fiocchi che hanno reso belli i regali, carte non più utilizzabili, stropicciate, strappate dalla frenesia di sapere se finalmente l’abbiamo trovata la pietra filosofale, ciò che continuiamo a cercare nei negozi del mondo,, dove non ti regalano niente, se non dopo che tu hai pagato.
Ma se la radice la lasciamo respirare, vedremo spuntare quel dono speciale, che ha pensato a pagare Lui di persona, perché l’albero non marcisca, ma diventi rigoglioso e porti frutti in abbondanza
Chiediamo a Maria l’aiuto per accogliere con gioia un Dio che non si è limitato a metterci il mondo tra le mani, ma tutto se stesso, pronto ad essere mangiato per diventare per noi cibo di vita eterna.

” I cieli e la terra passeranno , ma le mie parole non passeranno”( Lc 21,33)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
27 novembre 2015
venerdì della XXXIV settimana del TO anno dispari
” I cieli e la terra passeranno , ma le mie parole non passeranno”( Lc 21,33)
Al termine dell’anno liturgico è giocoforza porsi qualche domanda su quello che Dio ci ha detto e su quello che ci è servito per progredire nella fede.
A molti forse non interessa saperlo, perchè vivono benissimo, almeno così dicono, prescindendo da Dio .
E non è un’esperienza che non mi riguardi, perchè per anni non l’ho fatto esistere, bastando a me stessa o sforzandmi di farlo.
Quando cominciarono le crisi di panico però, spesso ho desiderato la fede che mi avrebbe tolto la paura di morire.
Quando le cose vanno bene a Dio pensi poco, quando ti vanno male o ti incattivisci e pensi che, se c’è un Dio, è ingiusto e cattivo, o cerchi le strade per arrivare a Lui e chiedergli aiuto.
A me non è capitata nè l’una nè l’altra cosa perchè per chiedere aiuto ci vuole tanta umiltà ma soprattutto ci vuole la fede necessaria per credere che Lui può concretamente aiutarti, perchè è Dio.
Quando le sue parole mi vennero incontro,le divorai con avidità; la sua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perchè erano parole di gioia e di vita.
Non mi interessava guarire, quando entrai in quella chiesa, quanto trovare qualcuno con cui parlare per condividere la mia pena.
Ma il crocifisso che divenne il mio interlocutore, compagno di viaggio,maestro e redentore, lo vidi la sera, alzando lo sguardo, alle parole del sacerdote” L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio”.
Per fortuna o meglio per grazia l’incontro fu preceduto da parole di gioia che trasudavano da un salmo della liturgia delle ore che al mattino avevo per caso ascoltato, entrando in quella stessa chiesa per cercare una sedia.
” I fiumi battano le mani” le parole che mi fecero entrare in un clima di gioia e di festa che non sapevo potesse riguardarmi.
Per anni avevo insegnato lettere al liceo e credevo almeno di conoscere le opere più importanti e significative di tutti i tempi, ma mi sbagliavo di grosso.
Perciò la sera tornai per cercare di sapere chi aveva scritto quelle parole.
E l’incontro fu con la Parola, quella che oggi mi sostiene e mi guida.
Per questo le immagini apocalittiche che la liturgia di questi ultimi giorni dell’anno liturgico ci sottopone, non mi spaventano, perchè Lui è con me e non temo alcun male.
Anche se l’inverno si avvicina e le piante si stanno spogliando del loro verde mantello, penso a quando in primavera spunteranno i primi germogli sui rami e sarà festa perchè annunciano la Pasqua del Signore, la nostra Pasqua, la nostra liberazione.

“Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (Rm10,13)

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“Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (Rm10,13)

Signore sono qui come ogni mattina.
So che tu ci sei sempre, che non hai bisogno, come me di fare un atto di volontà per parlare al mio cuore, per riprendere le fila del discorso, mai interrotto da quando sono stata pensata da te, molto prima dei miei genitori.
Tu non hai preteso che ti ascoltassi, ma l’hai desiderato ardentemente, hai cercato senza farmi violenza di farmi giungere il messaggio d’amore contenuto nella tua Parola.
Ero sorda, ero cieca Signore, tu lo sai.
Come potevo accorgermi di te se il mio sguardo era rivolto solo ed esclusivamente a me , l’io in cui mi ero rinchiusa costruendo barriere alte e invalicabili perchè nessuno si accorgesse che non ero brava, nè buona, nè bella?
Come potevo immaginare che tu eri l’unico che non mi giudicava, che non pretendeva che io fossi diversa?
Ho inventato mille coperture per mascherare la mia inadeguatezza e ho studiato mille stratagemmi per illudermi e illudere il prossimo con la mia abilità di giocoliere, funambolo, illusionista.
Tu mite e umile di cuore, Dio dell’universo, eterno misericordioso e Santo, tu che potevi tranquillamente infischiartene di una che credeva di poter riuscire per tutta la vita a mantenersi sul trespolo della sua infinita superbia, hai atteso con pazienza, continuando a guardarmi con il tuo sguardo d’amore, di infinita tenerezza, hai continuato a vigilare su di me perchè cadendo non mi facessi poi tanto male da morirne.
Tu Signore sei stato sempre con me, ma io ero da un’altra parte, vivevo altre esperienze lontano da te, esperienze dalle quali sono uscita con le ossa rotte, le carni dilaniate, il corpo distrutto.
Ma tu non hai permesso che il tuo tempio fosse raso al suolo, che non rimanesse pietra su pietra, il tempio del tuo corpo che è diventato anche il mio, un tempio dove tu non disdegni di abitare.
Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare di questo nuovo giorno che mi doni per associarmi alla tua passione, per stare più intimamente unita a te.
Non voglio fuggire Signore dal dolore come sono tentata di fare spesso, ma voglio con te sperimentare la gioia di starti vicino, di vegliare e pregare con te, in questo tempo di grazia, perchè tu sei il mio Sposo, la delizia dell’anima mia.
Non mi sentirò più abbandonata e sola Signore se tu sei con me e io con te.
Aiutami a vivere questo tempo protesa verso la realizzazione delle tue promesse, aiutami a non scoraggiarmi quando stai in silenzio, fammi capire che quello è un momento privilegiato, perchè mi stai acoltando stringendomi al cuore.
Oggi è la festa di S. Andrea, il primo dei chiamati che, sentendo il tuo sguardo posarsi su di lui, lascia tutto e ti segue.
Nel vangelo di Giovanni ci dà una grande lezione di umiltà, non facendo discorsi per convincere a credere in te, ma portando a te, semplicemente credendo che non lui ma tu solo puoi convertire le persone al tuo amore.
Un tempo pensavo che la bravura consistesse nel riuscire a risolvere i miei e gli altrui problemi senza l’aiuto di nessuno.
Gran parte della vita ho fatto l’insegnante tuttologa autoreferente.
In mano mi è rimasto un pugno di mosche perchè solo ora ho capito di cosa abbiamo bisogno.
Di te e solo di te Signore.
Che non dimentichi mai che a parlare sei stato tu per primo, ad amare, a chiamare, a dare vita.

Tu e solo tu Signore mi insegni ciò di cui abbiamo bisogno e la strada per arrivare a goderne per sempre
.

” Questa vedova così povera ha gettato più di tutti” (Lc 21,3)

” Questa vedova così povera ha gettato più di tutti” (Lc 21,3)
Leggendo questo passo del vangelo oggi non può non venirmi in mente il tempo in cui ai poveri, il tempio di Dio davo i vestiti vecchi dopo averci staccato i bottoni.
Mi vergogno a pensare che il problema non me lo sono mai posto se non dopo aver frequentato assiduamente Luciana che ai poveri provvedeva privandosi del necessario e passava il tempo ad attaccare bottoni, ricucire gli strappi, lavare, stirare e imbustare gli indumenti che avrebbe poi distribuito ai Gesù che bussavano alla porta del suo negozio.
La sua catechesi mi rimise in discussione e da lì partii per essere in grado di passare attraverso la porta stretta del paradiso.
Ma quanta roba dovevo togliere, a quanta rinunciare anzitempo!
Cominciai con il ridurre il numero dei miei acquisti compulsivi e a dare ai poveri la somma che non avevo speso.
La strada è lunga e io, pur conoscendo la direzione, spesso ricado nel volere tutto per me.
I miei armadi si stanno svuotando e sono sempre più contenta dello spazio che si sta creando all’interno della mia casa, uno spazio che vorrei venisse occupato da Lui, il mio unico bene, il mio amore, la mia consolazione, il mio tutto.
Gesù è nei poveri, nei piccoli, nelle persone ammalate nel corpo e nelo spirito, è in tutti quelli che reclamano uno sguardo di compassione e di amore.
La carità non abbia finzioni scrive San Paolo.
E io non voglio vivere sotto una maschera di generosità che purtroppo ogni tanto riesumo dai miei bauli ancora pieni di cose inutili.
Così parallelamente al desiderio, all’impegno di vuotare le mie valigie, per il viaggio che mi aspetta, su un aereo che non ti permette di portare neanche gli effetti personali, seguo la strada della riconsegna di tutto ciò che il Signore mi ha dato gratuitamente con la vita.
Gli anni passano e ciò che davo per scontato ora mi viene richiesto senza tentennamenti. Non è una scelta la mia, ma un sì che a distanza ravvicinata il Signore mi chiede.
Gli occhi, le mani, le gambe… il corpo, le sue funzioni, man mano che procedo su quella strada mi viene richiesto… ogni giorno qualcosa in più.
La mia valigia sta diventando leggera e io ringrazio il Signore perchè Lui non pesa e si sta prendendo tutto il posto che io gli permetto di occupare facendogli spazio.
Nel tesoro del tempio oggi voglio gettare il mio sì e il mio grazie a Lui che mi rende i piedi agili come quelli delle cerve e mi fa volare in alto su vette incontaminate dove il sole brilla più forte.
Grazie Signore di questa vita nuovaspogliaz di spogliazione e di rinuncia che tu mi fai desiderare.
Grazie percchè io so che non ti formalizzi se non riesco a darti tutto lo spazio che vorrei e ti accontenti anche di un angolino da cui continui a trasmetterni vita sempre

” Devi profetizzare ancora su molti popoli” ( Ap 10,11)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

18 novembre 2016
venerdì XXXIII TO
” Devi profetizzare ancora su molti popoli” ( Ap 10,11)
Quante volte sono giunta allo stremo e ho pregato, ho chiesto che il mio compito su questa terra avesse termine e che era giunta l’ora di ricongiungermi ai miei cari e godere finalmente della pace riservata ai tuoi servi che hanno profuso la vita per annunnciare il tuo regno, rendendoti presente e vivo in mezzo alla desolazione di tante vite provate duramente nel corpo e nell’anima.
In questi ultimi tempi i picchi di dolore sono diventati insostenibili e farmaci sempre più potenti non riescono a mettere a tacere il martirio del corpo.
Signore se tu squarciassi i cieli e scendessi, se tu aprissi per me la pagina del libro della vita in cui io potrei trovare pace e ristoro!
Guardo sul comodino la piccola statua di Maria, che fu di Sergio, il cugino barbone che ce la lasciò in eredità insieme alle sue cose ammassate nella terra degli avi seppellita nella sporcizia, Maria che per tante notti con le sue mani giunte ha garantito la preghiera che spesso veniva meno sulle mie labbra.
La sua immagine mi rassicurava che lei almeno non si stancava di pregare e di intercedere per me.
Il rosario è stato tante volte il ponte che mi traghettava nel mio mistero bagnato dal tuo sangue, rigenerato e venuto alla luce per il tuo sacrificio.
Sono stati momenti di paradiso, specie quando, attraverso le mani di Maria, ho potuto toccare il tuo cuore trafitto, immergermi nel tuo sangue benedetto e benedire tutto ciò che rendeva possibile l’impossibile.
Poi sono arrivate le medicine potenti che mi hanno ridato il sonno ma diminuito le occasioni d’incontro con te.
Me ne sono rammaricata e ho cercato di giorno spazi e occasioni per ritrovare l’intimità perduta.
Ma ho sperimentato solo il silenzio e la paura quando le voci del mondo hanno coperto la tua e la piccola statua della Madonna è stata dimenticata, mischiata tra i libri.
Mi sono chiesta perchè solo il dolore, il silenzio, il buio della notte fossero strumento per vivere il tuo amore, le tue consolazioni,ma anche e soprattutto l’offerta del corpo sul tuo altare.
Così sono ricominciate le veglie come risposta al mio lamento, veglie non cercate, veglie associate a nuovi e più potenti dolori.
Mi hai lasciato senza parole e senza consolazioni, Signore, sola a scalare il monte su cui pensavo di essere già arrivata.
Notti tormentate e buie, notti non di ribellione, ma di stupore e di silenzio straziante, notti in cui ho solo aspettato che parlassi.
Non avevo la forza di aprire bocca di fronte a tanta ferocia nè tantomeno di scrivere.
Le parole per testimoniarti agli amici le ho cercate in quelle che mi avevi suggerito negli anni, meravigliandomi di quanto profondi fossero i pensieri che il dolore aveva partorito.
Ora sono qui dopo l’ennesimo attacco a leccarmi le ferite, con la testa in fiamme, stanca e desiderosa di trovare il senso a tanta sofferenza.
Maria nell’ ombra continua a pregare, mentre io cerco in questa meditazione strade per incontrarti che non siano così dolorose ma non ne trovo.
Sul calendario liturgico c’è scritto: ” Devi profetizzare ancora su molti popoli” e un brivido ha percorso la mia schiena .
Non mi ero resa conto che la Parola era rivolta a me all’inizio di questa meditazione.
Il libro è dolce e amaro c’è scritto e io sto sperimentando quanto siano vere queste parole.
Maria esca dall’ombra e mi copra con il suo manto perchè non perda la speranza in questa battaglia senza quartiere, in questa agonia senza fine, in questa morte che sto scontando vivendo per te, Signore Dio mio