Beatitudini

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)

Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.

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Vigilanza

“Venite, vegliate vestiti di sacco, ministri di Dio”(Gl 1,13)
La Parola di oggi ci invita a stare svegli, ad essere vigili e attenti perchè Il nemico le studia tutte per impadronirsi della nostra casa.
Il nostro problema sta nel fatto che non vogliamo che il diavolo vi entri e ci tormenti e ci schiavizzi, che il male imperversi sì da renderci la vita impossibile, ma dall’altra non permettiamo al Signore di entrare e di diventare Lui il nostro difensore, permettendogli di abitare Lui nella nostra casa.
La verità sta nel fatto che non vogliamo essere sotto nessun padrone e vorremmo decidere da soli ciò che ci piace fare senza intrusioni di sorta.
Vogliamo vivere liberi da qualsiasi condizionamento, in modo autonomo, egoistico, separati da tutti, isolati dal male, non contaminati da nulla .
Insomma vorremmo tenere la nostra casa pulita senza la fatica di pulirla ogni giorno e non permettendo a nessuno di entrarvi e di viverci.
Certo che abbiamo delle belle pretese, da noi si dice ” la botte piena e la moglie ubriaca”
Quanti cristiani vivono con il piede in due staffe, non volendo compromettere la propria vita con una scelta radicale!
Io, anche se mi ci metto d’impegno, mi ritrovo sempre a confessare lo stesso peccato di tradimento, idolatria, di mancanza di coraggio a denunciare il male o ad oppormici, o a chiudere gli occhi davanti a ciò che offende il Signore, per paura, per pigrizia, per distrazione, per quieto vivere.
Questa mattina mentre meditavo imisteri dolorosi ho pensato al tradimento di Giuda. Quante volte io ho tradito il Signore, non mettendolo al primo posto, non permettendogli di abitare nella mia casa?
E poi ho pensato al sonno di quei discepoli fidati che Gesù aveva chiamato nell’orto degli ulivi perchè si unissero alla sua preghiera e non lo lasciassero solo in un momento di grande prostrazione e tentazione.
“Vegliate e pregate” dice il Signore e questo non è avvenuto per Pietro Giacomo e Giovanni che pure erano stati scelti per assistere alla trasfigurazione di Gesù, a fare esperienza di ciò che azzerava ogni tipo di previsione funesta.
Non ci riuscirono a stare svegli i più intimi amici e lo lasciarono solo.
Quante volte lasciamo sole le persone negando loro anche solo uno sguardo di misericordia, un gesto di tenerezza, il dono di un frammento del nostro tempo vissuto in modo convulso!
Abbiamo sempre tante cose da fare da pensare, cose che ci distolgono dal pensare ai bisogni degli altri, dei piccoli di Dio.
In questi ultimi giorni ho fatto esperienza di quanto il tempo si dilati se lo si vive nella grazia del Signore.
Solo due giorni fa volevo frantumare il cielo, mandare all’aria i buoni propositi con tutto ciò che alimenta le mie giornate.
Mi sentivo braccata da ogni parte nel fisico negli affetti e nei beni materiali colpita come accade durante un bombardamento mirato o uno tsunami.
Si era rotto anche il pc definitivamente, olte tutto il resto.
Volevo, volevo, volevo, non so cosa volevo ma sicuramente un urlo al cielo compresso ce l’avevo da indirizzare, sperando di svegliare Dio che non ascoltava la mia preghiera.
Avrei voluto urlare BASTAAAAAAAAAAAA!!! ma le ruote della macchina mi hanno portato in un confessionale dove c’era ad aspettarmi il Signore che attraverso padre Carlo mi ha accolto e rassicurata, mi ha dato la pace e riacceso la speranza.
Ho capito chi voleva esasperarmi e da lì ho ricominciato il cammino riprendendo in mano la candela del battesimo e con la piccola luce che da essa si sprigionava ho cercato di fare un passo alla volta ringraziando per quel passo e non preoccupandomi del successivo. Era ancora tutto buio ma io avevo riacceso alla luce di Cristo quello strumento indispensabile per non impazzire di paura e per orientarmi in un paese pieno di macerie.
Ho visto altre luci che si accendevano e tutta la casa si è illuminata…..

La vigna

“Piantò una vigna…”(Mt 21,33)
Dio fece un giardino, l’Eden e vi mise Adamo, l’uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L’amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell’uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull’uso, sull’interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all’altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c’era più nessuno che si prendesse cura dell’altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l’ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov’è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l’uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.

Terra  

“Accorreva gente da ogni città”. (Lc 8,4)
Ho letto distrattamente la parola di Dio questa mattina, come mi capita spesso in questi ultimi tempi, come cosa scontata, che conosco, della quale non ho bisogno, perché l’ho abbondantemente meditata.
E questo mi dispiace.
Perciò per il Vangelo di oggi, mi sembrava di aver esaurito tutto ciò che intorno a questa parola si poteva dire, ma mi sbagliavo.
Questa mattina mi è venuta in mente la terra promessa, che da un po’ di tempo è al centro dei miei pensieri.
Ho riflettuto sul fatto che dalla costola di Adamo Dio fece uscire la donna, creando la relazione tra l’uomo e il tu diverso da lui che gli stesse di fronte, gli rispondesse, rispondesse di lui, gli corrispondesse.
Dio amore non poteva non creare i presupposti perché l’amore potesse esplicarsi e dare frutto.
Il rapporto, la relazione tra l’uomo e la donna può dare la vita o la morte a seconda di come ci si ama.
Dio ama,Dio soffia, Dio crea, Dio getta il seme.
La terra da coltivare è quella seminata da Dio,è quella su cui Dio fa piovere, su cui fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, quella in cui permette la crescita, opera la crescita se quella terra, quella relazione è continuamente alimentata, tenuta viva dalla disponibilità a mettersi di fronte e a rispondere e a farsi carico l’uno dell’altro.
Questo seme gettato dal cielo, questo soffio divino può essere soffocato dalla nostra superficialità, dal nostro egoismo, della nostra propensione a pensare solo a noi stessi.
La terra promessa è qualcosa che dobbiamo custodire, alimentare come un tesoro: i talenti del Vangelo.
Difendiamo la terra dei nemici, ripuliamola dalle erbe infestanti, dagli spini, dai rovi, rimaniamo svegli perché nessuno la devasti, perseveriamo nel prenderci cura di lei, la terra che Dio ci ha dato in eredità.
“L’inferno è lastricato di buone intenzioni” diceva mio padre.
Dio però non si è scoraggiato perchè aveva e continua ad avere le idee chiare.
“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio fare uno che gli sia simile, che gli corrisponda”.
Così prese Maria affinché generasse Gesù l’uomo perfetto, capace di rispondere di tutti i nostri peccati, capace di rispondere a tutte le nostre domande, soddisfare tutti i nostri più segreti bisogni.
Grazie Gesù pane gettato dal cielo, manna che nutre nel deserto, vita continuamente rinnovata.
Il terreno che il Signore ci ha dato da coltivare è il nostro amore, la nostra relazione di coppia.
Quando ci sposammo non sapevamo che dovevamo liberarlo da ogni impurità, che dovevamo dissodare, curare, concimare, tenerlo pronto per accogliere il seme gettato dal cielo, vale a dire il Suo amore.
Ma noi non abbiamo mai ringraziato per i frutti che non da noi ma da Dio provenivano sì che non siamo morti di fame.
Perché Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, fa’ splendere il sole sui buoni e sui cattivi e continua a gettare il seme anche sulla strada, sui rovi e sulle pietre nella speranza che a qualcuno venga il desiderio di dissodare, arare, pulire la sua terra perché diventi patrimonio comune, cibo per tutti gli affamati del mondo.
Tutto questo non lo sapevamo e pensavamo che l’amore era cosa nostra e che il campo era nostro, i frutti nostri.
.. tanti anni di deserto, di paure di incomprensioni, di solitudine, di tristezza, di noia di non senso, di maschere, travestimenti, illusionismi per convincerci che eravamo felici…
Gli amici al primo posto…
Stavamo bene solo se stavamo con gli altri e agli altri davamo il cibo preparato da noi, la casa, il sorriso, l’ospitalità.
Abbiamo condiviso la fame, la sete, la casa ma non Dio che quella fame, quella sete soddisfa, quella casa riempie.
Ora la casa è deserta e gli amici sono scomparsi.
“Rimanete nel mio amore.”
La terra promessa è l’amore di Dio in cui rimanere.
La terra è feconda se inseriti in un progetto più grande da scoprire ogni giorno in due con il Suo aiuto.

LE DONNE

(Lc 8,1-3)
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.
 In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. (Parola del Signore )
Le donne che hanno sperimentato la resurrezione diventano annunciatrici di resurrezione.
Maria di Magdala, guarita dai sette demoni è la prima che incontra Gesù risorto.
Solo chi è stato guarito può annunciare la novità del regno.
Chi è stato rispettato come persona, vedova, peccatrice, povera, umile, vergine è tolta dall’emarginazione in cui una società maschilista l’aveva relegata e può seguire Gesù e servirlo come gli apostoli, in modo diverso, mettendo al servizio i propri beni.
Qui non si tratta a mio parere di beni solo materiali, ma di tutti i beni di cui la donna è custode.
Nella sequela la donna pian piano ritrova l’unità originaria nella differenziazione dei servizi, ma nella comune disposizione a costruire il regno come discepola tra discepoli.
L’unità originaria spezzata dal peccato, da Gesù viene ripristinata attraverso la riabilitazione di queste donne che vivevano ai margini della società.
Luca ci ha parlato della peccatrice che, stando dietro, lava i piedi a Gesù con le sue lacrime e con l’olio, asciugandoli poi con i suoi capelli.
Gesù riporta il mondo alla situazione originaria, dove uomo e donna insieme sono una cosa sola nella distinzione delle funzioni
Maschio e femmina li creò, c’e scritto.
Al seguito di Gesù ci sono maschi e femmine, ma ai piedi della madre troviamo il paradiso, come dice il Corano, perché la donna è stata creata da Dio per dare la vita in tutti i sensi.
Ogni uomo ha bisogno di una madre per nascere.
Ecco perché Gesù affida alla donna, la Maddalena, il compito di annunciare la sua resurrezione.
Ma già avevo affidato a Maria il compito di darlo alla luce, perché potesse poi diventare sua sposa per sempre e collaborare alla nostra redenzione.
Maria la prima dei salvati ci indica la strada per servire Gesù dando vita al mondo.

S.Matteo

Seguimi! ( Mt 9,9) 

Chi non si è sentito interpellato dalla chiamata perentoria di Gesù?
Sicuramente molti, leggendo il vangelo di oggi (se lo hanno letto, se hanno l’abitudine a leggerlo) hanno pensato che Gesù non ce l’aveva con loro, perchè la tipologia di persone che è messa al centro di questo passo è quella di uno che faceva un lavoro sporco, considerato un pubblico peccatore, sia perchè riscuoteva i soldi per la potenza ingiusta e oppressiva di Roma, sia perchè su quei soldi ci faceva la cresta, per viverci al meglio possibile.
Un’altra caratteristica di questo personaggio è il suo stare seduto ad aspettare ciò che a suo parere gli era dovuto.
Fino a quel momento Levi, che poi sarà ribattezzato Matteo, non credo si sia posto tanti problemi, sicuro di essere nel giusto, perchè chi di noi non avanza qualcosa dagli altri, non dico in soldi, ma in affetto, stima, vicinanza, compassione, amicizia ecc ecc?
Siamo tanti Levi, nascosti dietro i nostri perbenismi e tutti sediamo sui nostri piccoli o grandi scranni ad aspettare…
Ma Levi, sconosciuto agli onori delle cronache se non fosse stato per quella chiamata, pur sembrando all’ apparenza un uomo arrivato, un uomo che si era fatto una posizione, viveva il cruccio nel cuore di essere evitato per quel suo sporco lavoro.
E non è cosa semplice vivere nella tua comunità ed essere da tutti scansato.
Lo sguardo di Gesù si posò su di lui, uno sguardo non di giudizio, sicuramente, altrimenti non avremmo assistito ad una reazione così immediata, istantanea, senza ripensamenti.
Uno sguardo che può cambiare la vita!
In questa società dove è diventato cosa rara essere visti (con tutti questi marchingegni elettronici che con i loro suoni, colori e ammiccamenti, ti trasportano in un mondo dove anche il sangue non macchia e i terremoti ti lasciano comodo sul tuo letto e, se non ti spaventi troppo, puoi pure continuare a dormire), ci siamo scordati che le persone hanno gli occhi e gli occhi servono non solo per guardare, ma per essere guardati.
Mi viene in mente e come non potrebbe? l’ultima bomba mediatica del suicidio assistito con tanto di Satana che ti fa da facilitatore, accompagnatore vestito perbene.
La gente pensa che il corpo che abbiamo ci appartiene e ne possiamo fare ciò che vogliamo.
Ci sono momenti che questo non ci è possibile, perchè, anche se sei sano come un pesce, non puoi fare a meno degli altri, non fosse solo per la connessione che paghi e che ti mette in relazione???? con tutto il mondo.
Guardi, ma non sei guardato, perciò la dipendenza da questi strumenti ti fa diventare uno zombie.
Essere guardati è essere visibili, esistere.
Io ho sempre avuto un problema con la mia visibilità, perchè, quando ero piccola, tendevo a nascondermi ritenendomi uno sgorbio, veramente non ritenendomi neanche quello, visto che quando si è in tanti in famiglia ti guardano e ti cercano sempre per farti fare qualcosa.
Poi, quando mi sono resa conto di avere un corpo l’ho odiato perchè era brutto e ho passato la vita a coprirlo, a mimetizzarmi, a travestirmi.
Chissà che peccati avevo fatto per sentirmi così o chissà cosa avevo capito di Gesù in un istituto di suore frequentato per 16 anni consecutivi dall’asilo alla maturtità.
Il corpo che io nascondevo ora è allo scoperto, perchè, quando vai su una carrozzella con tanti problemi, l’importante è che uno ti porti, compresa la copertina e tutto il tuo bagaglio di pronto soccorso e che, se vai in chiesa o in qualsiasi altro luogo, tu venga messa davanti, altrimenti non vedi niente.
Mio marito ha sempre il complesso di disturbare e tende a fare l’opposto, perchè la gente poi ha problemi a incrociare una carrozzella e forse anzi sicuramente lo sguardo di chi ci sta sopra.
“Beata te che hai uno che ti accompagna!” mi sento dire, e io rispondo con un po’ di cattiveria qualche rara volta, la vera beatitudine è quando puoi scegliere se essere portato o portare.
Tornando allo sguardo…
A quanti fa bene scontrarsi con uno che sta peggio di te?
A quanti gioverebbe incrociare gli occhi di un poveretto, di quelli che in genere nei luoghi di preghiera stanno davanti, per fare una riflessione sulla propria vita, sui doni ricevuti, su quelli dilapidati, sulla nostalgia di occhi di madre e di padre che con amore, affetto, tenerezza si sono posati su di te quando non ancora sapevi camminare?
Uno guardo nostalgico di infinito, di eterno, di uno e distinto, uno sguardo d’amore, uno sguardo di perdono, perchè se sei figlio e figlio di Dio vai bene sempre a Lui e sei tu che ti devi convincere che la vita acquista valore se riesce a darne anche e soprattutto a chi ti guarda.

COMPASSIONE

” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore. .