Il regno di Dio è in mezzo a voi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

13 ottobre 2014
ore 6.15
giovedì della XXXII settimana del TO

VANGELO (Lc 17,20-25) In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».
Parola del Signore

Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea, ma almeno io, spesso confusa.

Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l’esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse, anzi sicuramente, è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all’Avemaria e all’Angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d’obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull’ultima parte che sulla prima, quella dove si dice” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e ogni volta penso che quel “come” che io abolirei, perchè, se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos’è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Il regno di Dio è forse l’ adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l’una all’altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l’amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell’economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all’interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l’amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore” venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”
Chissà perchè mi viene in mente l’immagine dell’arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall’ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d’acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un’altra polla d’acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell’arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d’acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

Il niente e il tutto

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio” ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura…
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra.”
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

Non sapete che siete tempio di Dio?(1Cor 3,16)

” Dedicazione della Basilica lateranense”.

” Io ti costruirò una casa.”(Sam2 6,11)

Cristo ha gettato le fondamenta, perché noi diventiamo la sua casa, impiegati come pietre vive per un sacerdozio regale.

La liturgia di oggi mi ha sempre affascinata perché parte da un fatto storicamente accaduto, la dedicazione della Basilica Lateranense, che evoca la costruzione del tempio del re Salomone.
Il re Salomone si chiede come possa Dio essere contenuto in uno spazio, anche se grande, delimitato da pietre, muri, opera di uomini.
Salomone è consapevole che il tempio fatto di muri ha valore solo se è luogo d’incontro, se lì ci si riunisce per pregare il Signore.
Tanto che dice alla fine della sua preghiera, ” Quando si riuniranno per pregare nel tuo nome in questo luogo, ascolta e perdona!”
Gesù dice: “Quando due o più si riuniscono nel mio nome io sono in mezzo a loro.”
Per essere Chiesa quindi, bisogna essere due o più di due a pregare, qualunque sia il luogo dell’incontro.
Ricordo quando io e Gianni pregavamo sulla pancia di mamma che stava morendo e mi sembrò che noi stavamo celebrando così l’Eucaristia, con le mani stese sul suo corpo.
Ma quello che in questo momento mi viene in mente è che spesso si prega da soli.
Allora dobbiamo pensare che Gesù non è presente nella chiesa?
Il tempio di Dio è il nostro corpo, per cui il nostro corpo assolve alla sua funzione sacerdotale quando prende offrendo, offre prendendo.
Penso a quante volte la preghiera è il frutto di esperienze traumatiche, dolorose, quando è uno sfogo personale, quando ci si rivolge a Dio perché venga in nostro soccorso, escludendo gli altri dalla sua benevolenza, dal suo aiuto.
Certo è che nel tempio di Dio non possiamo prescindere dagli altri.
Gesù, ogni volta che si accingeva a fare qualcosa, si ritirava a pregare.
La preghiera era sempre il presupposto di ogni azione.
Sembrerebbe che, perché Dio assista l’uomo, è necessario che quell’uomo si isoli, sia apparti, per entrare in intimità con Lui, per poterne ascoltare distintamente le parole.
Ma Gesù si rivolgeva alla sua famiglia d’origine che era composta non da una persona sola, (Dio è uno e trino) e si ritirava pregare solo per poter portare al mondo il frutto di quella preghiera.
In fondo eravamo in molti in quella chiesa non fatta di muri di cui Gesù stava gettando le fondamenta.
Quando ci incontriamo con il Signore, sicuramente è un’esperienza straordinaria, bellissima, paradisiaca(quando le cose vanno per il verso giusto).
Ma come per l’episodio della trasfigurazione, Gesù chiamò solo Pietro, Giacomo e Giovanni per farli assistere a qualcosa che avrebbe dato e rafforzato la loro fede, confermato la loro speranza.
Gli apostoli, chiamati prima del tempo ad assistere al miracolo, poi dovranno scendere a valle e anche Gesù, perché l’esperienza della croce lo aspettava, li aspettava.
Anche a Cana di Galilea Gesù anticipa quello che avverrà dopo la risurrezione.
È importante per noi che il Signore ci anticipi qualcosa, altrimenti brancoliamo nel buio.
Sono sprazzi di luce e solo per poco ci illuminano la Città Santa, ma servono a tenere desta la speranza, in base alla memoria di tanti benefici.
Ora dunque la liturgia ci ricorda che noi siamo tempio di Dio, impiegati come pietre vive.
Il tempio è Cristo, noi le pietre.
Il tempio già c’è, ma noi non possiamo starcene a guardare, perché ne siamo parte viva.
Questo ci serve per non tirarci fuori dalle responsabilità di collaborare a che la Chiesa si rafforzi e che non crolli.
Siamo collaboratori di Dio.
Ci è stato dato un corpo per comunicare, un corpo che deve comunicare l’amore effuso da Gesù sulla croce.
Se noi non usiamo il nostro corpo per questo fine, siamo destinati a morire, facciamo la fine di tanti templi crollati e ricostruiti nel tempo o definitivamente scomparsi anche dalla memoria.
Le pietre vive sono pezzi di carne, attraverso cui passa il sangue e l’acqua di Cristo, effuso dal suo costato.
Una pietra non può agganciarsi ad un’altra pietra se non c’è la malta.
I Romani, prima costruivano muri a secco, vale a dire senza malta e in questo sono stati maestri.
Ma l’edificio che noi dobbiamo costruire è un edificio spirituale, una casa di carne, è un cuore in cui battono altri cuori.
Il tempo distruggerà ogni cosa se al cuore di pietra non verrà sostituito un cuore di carne.

Santità

Meditazioni sulla liturgia della festa di
Ognissanti

“Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia”(Mt 5,7)

Oggi mi voglio immergere nella beatitudine di essere chiamata alla santità, contemplando la visione di Giovanni che troviamo nell’Apocalisse.
Luce, pace, gioia, gratitudine, dono e ricompensa, caratterizzano le letture di oggi, in cui viene mostrato il nostro destino di figli di Dio, figli di re, profeti e sacerdoti benedetti per sempre.
Oggi è la festa di tutti i santi, non dei beati e mi piacerebbe fermarmi sulla differenza dei due termini.
Santo è colui che svuotato di tutto, si è fatto riempire da Dio, a Dio ha chiesto e da Dio ha ricevuto ciò che gli mancava per essere felice e portare frutto.
I santi che celebriamo non sono solo quelli scritti sui libri di chiesa, ma tutti quelli che vivono con coerenza il vangelo, vivono la beatitudine del già e non ancora in una perenne e progressiva tensione verso l’Assoluto, Sommo Bene.
Questa mattina mi sono soffermata sul passo del vangelo che riguarda le beatitudini.
Mi sono chiesta se potevo sentirmi parte della famiglia chiamata alla santità cercando tra le beatitudini, quella che potevo sentire più consona a me e al mio stile di vita.
Tra le beatitudini due hanno il verbo al presente, vale a dire che la ricompensa è già nell’essere povero di spirito o nell’essere perseguitato a causa della giustizia.
Tutti gli altri devono aspettare.
Allora mi sono detta che anche se non ancora in modo perfetto certo mi sento una povera di spirito, vale a dire una persona che sente insopprimibile il desiderio di essere riempita dall’amore di Dio, dal Suo Spirito.
Mi sono chiesta se questa è una situazione permanente o come le connessioni farlocchie va e viene.
Dio mi basta? Lo cerco sempre, ogni momento della mia vita, ogni mio respiro dipende da Lui?
Mi interrogo e devo con molta sincerità dire che ci sono momenti in cui Dio non mi basta e cerco altrove cibo di cui saziarmi.
Mi chiedo perchè questo accade, visto che sono certa che solo Lui può saziarmi, riempirmi, darmi ciò che mi manca per essere felice.
Il regno dei cieli è vicino, dice Gesù agli inviati perchè lo annunzino ai vicini e ai lontani.
Non dice che il regno dei cieli, il progetto di Dio, è pienamente realizzato. C’è ancora tanto da fare per portare a termine la costruzione.
Ieri pensavo a quanto fosse importante per un ingegnere avere maestranze e operai bravi e docili ai suoi comandi, perchè la realizzazione del progetto rispecchiasse l’idea del progettista.
Dio quando ha creato il mondo ha lavorato come un ingegnere, ha fatto un progetto che l’uomo poi doveva realizzare con il suo aiuto, accettando la sua direzione dei lavori.
Ma sappiamo che se non siamo strettamente collegati, uniti a Lui siamo portati ad arronzare, per la fretta, la stanchezza, per il desiderio di andare ad abitare in una casa già fatta, piena di ogni confort.
Anche se Dio non nega il salario a nessuno, se non sta a guardare chi ha lavorato di più, ma certo è che la beatitudine di lasciarci da Lui plasmare, aiutare, rendere capaci è negata a chi vuole fare di testa sua, nei suo i modi e nei suoi tempi.
Frammenti di paradiso, anticipazioni di eternità gioiosa non possiamo negare di viverli.
Purtroppo spesso dimentichiamo l’olio delle lampade e rimaniamo al buio.
La festa di oggi è una festa di luce, sfolgorante, perchè la nostra speranza la vediamo già realizzata in quelli che ci hanno preceduto nell’esercizio quotidiano della manovalanza.
Forse la beatitudine( beato è colui che è strato reso felice) che più ci calza è quella che riguarda coloro che sono nel pianto perchè saranno consolati.
Allora verrebbe da dire che quasi tutti o tutti addirittura ci salveremo, perchè nella vita di nascosto o palesemente qualche lacrima ci è scappata.
Ma Gesù dice: ” Beati coloro che SONO nel pianto” che significa una situazione esistenziale della vacanza, della mancanza, del bisogno, del non bastare a se stessi, che è cosa diversa se il tuo pianto è motivato dalla perdita di qualcosa che è destinata a finire.
Il regno di Dio lo vivi se apri gli occhi e vedi che Dio si manifesta nel tuo problema, nella tua difficoltà, nella tua inadeguatezza, nel tuo limite, nel tuo pianto.
Penso proprio che devo fare molta strada ancora per sentirmi a posto, vale a dire con la pensione assicurata.
La fede è vivere ogni momento il sì al Signore perchè riempia i vuoti del cuore.
Saremo santi, perchè Lui è santo.
L’ha detto e lo farà.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì della XXX settimana del T.O.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Sono le parole con cui la folla accompagnò l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore dovremmo dirlo tutti, dovremmo esultare quando Dio manda qualcuno a parlarci, a spronarci, a scuoterci perché vuole la nostra salvezza.
Tutti quelli che il Signore manda ad annunciare la liberazione dei prigionieri, un’era di salvezza, di gioia, di pace, di prosperità, nella giustizia e nella verità, sono veramente benedetti perché attraverso di loro Dio ci rassicura, ci conferma che ci vuole bene e ci vuole salvi.
A Gerusalemme Gesù dovette constatare come la sua missione profetica non potesse essere realizzata nei confronti delle persone a cui era stato mandato, se non morendo.
Nessuno è profeta in patria.
I suoi lo dichiararono pazzo e lo rifiutarono, il popolo d’Israele rappresentato dagli uomini della legge, scribi e farisei, lo osteggiarono con ogni mezzo, lo ridussero al silenzio, condannandolo a morte.
Il piccolo resto era molto piccolo sotto la croce, un resto tanto piccolo da far pensare ad un completo fallimento dell’opera di Dio.
La madre e un discepolo, il discepolo che Gesù amava, quello che non aveva mai avuto dubbi sull’amore di Gesù.
Due personaggi che per grazia, per fede, per vincolo di sangue, dovevano raccogliere il dono dello Spirito e portarlo al mondo.
L’amore legava la madre al figlio e l’amore legava il maestro al discepolo.
A loro Gesù affida il compito di distribuire la sua eredità a quelli che aspettavano la salvezza.
Quali armi, quali strumenti avevano i primi cristiani per convincere chi non aveva conosciuto, incontrato Gesù, chi non ne aveva mai sentito parlare?
Non c’erano né la radio né televisione né giornali, eppure il cristianesimo si estese a macchia d’olio accendendo di entusiasmo tanti affamati, assetati, nudi, perseguitati.
Perché il cristianesimo prese così fortemente piede?
Perché molti erano quelli che sentivano il bisogno di qualcosa che desse senso alla vita di povertà, di sottomissione, di persecuzione,vita avara di beni materiali, di pace, di giustizia, di verità.
Così l’oppio dei popoli trasformò tutti i diseredati in gente gioiosa che imparò a mettere in comune con gli altri quel poco che aveva, che imparò a collaborare, che trovò una nuova e incredibile forza nell’appartenere alla famiglia dei figli di Dio.
Cosa poteva fare uno Stato potente ma oppressore insaziabile, cosa poteva fare un governante straniero ad un popolo di salvati che aveva come signore e maestro Gesù, figlio di Dio morto e risorto per noi?
“Benedetto chi viene nel nome del Signore”.
Dio dà la grazia a chi la cerca, a chi la chiede, a chi l’accoglie con cuore sincero.
Perché tanta gente non è portata a credere?
Perché Dio è visto come un optional, un elemento di disturbo, come ingombro inutile?
Cosa impedisce agli uomini di inchinarsi di fronte a lui?
Forse la mancata percezione del proprio limite, l’illusione che a tutto c’è rimedio e che, se non è a portata di mano, sicuramente con qualche imbroglio, artificio, possiamo sperare di cavarcela, senza dovergli dire grazie.
La cultura del nostro tempo tende a soddisfare i nostri bisogni non reali ma indotti dai mass media.
Ci bombardano con tanta pubblicità su ciò che possiamo ottenere con il minimo sforzo e ci convincono che la felicità è nelle cose, non nelle persone.
Prodotti sempre più appetibili e sofisticati ci sono presentati come panacea, come rimedio a tutti i nostri mali.
Così perdiamo di vista ciò che ci manca realmente e non cerchiamo ciò che ci rende felici.
Per tanto tempo le conquiste per me ritenute importanti, quelle che pensavo mi dessero la felicità, non sono state altro che terremoti, che hanno intaccato fortemente le mie sicurezze.
L’amore non si può comprare.
Quando per tutta la vita ti sei sentito solo a combattere con chi attentava alla tua autonomia e ti usava, certo che pensavi potesse darti la felicità le cose che l’altro possedeva per esercitare su di te il suo potere.
Così per sfuggire dal potere degli altri hai cercato ciò che agli altri dava potere per esercitarlo a tua volta e sentirti forte.
Solitudini diverse ma sempre solitudini sono quelle in cui il rapporto è con le cose e non con le persone.
Anzi quando il potere è nelle tue mani, perché possiedi gli strumenti per esercitarlo, ti senti più solo di quando qualcuno lo esercitava su di te, perché almeno ti faceva esistere, perché gli servivi.
La casa, il figlio, il lavoro, lo sposo, la sicurezza economica la giovinezza, la salute, la posizione sociale, sembravano gli ingredienti giusti per uscire fuori da un’era di sfruttamento e di buio, per vivere la piena felicità del dominio sulle cose e sulle persone.
Ahimè quanto è fallace la vita, quanto è doloroso constatare che la maschera che volevo togliere al mondo l’hai indossata tu per manipolare il mondo!
Quanta strada per riconoscere ciò di cui avevo veramente bisogno! Quanta sofferenza! Anni, anni di lotta, di ricerca, di purificazione del desiderio, anni in cui deserto è stato il maestro di vita, il deserto che diventava sempre più esteso e sconfinato man mano che cercavo ciò che avevo perduto.
Dipendere era la cosa che più mi faceva star male.
Ho avuto tutte malattie che mi costringevano ad una dipendenza frustrante, inaccettabile.
Ora è ufficiale.
Ho bisogno di chi mi accompagni.
Un certificato che oggi mi parla di Dio, dell’accompagnatore di cui non posso più fare a meno, di colui che mi ha rapito il cuore, si è impadronito di me e mi ha riempito di tutto ciò che non conoscevo ma che sento di fa vivere.
Il suo amore mi sostiene, mi dà la serenità, mi dà la pace di scegliere di morire ogni giorno un poco per essere riempita ogni giorno di Lui.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ora e sempre.
Grazie Maria perché non mi hai lasciato la mano e perché non te la prendi quando non ti saluto, quando non mi accorgo che ci sei.
Grazie perché so che una madre non dimentica mai di vigilare sui suoi figli.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

Pazienza

SFOGLIANDO IL DIARIO…

27 ottobre 2015
Meditazione sulla liturgia di
martedì della XXX settimana del TO
ore 6.29

“La creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”

Le letture di oggi ci invitano ad avere pazienza nella certezza che Dio mantiene ciò che ha promesso, perché non è un Dio bugiardo, ma fedele per mille generazioni come a dire per sempre.
La pazienza purtroppo è una virtù che naturalmente non abbiamo.
Già da piccoli riveliamo la nostra impazienza nel non saper aspettare e nel volere tutto e subito.
I bambini piangono e si fanno sentire se non sono accontentati in quelli che sono i loro bisogni veri o i loro capricci, i grandi, a seconda dei casi o continuano a urlare come i bambini quando non ottengono quello che vogliono, divenendo anche violenti o disciplinano la bocca e mettono dentro la rabbia, vivendo comunque sempre male il tempo dell’attesa.
In pochi l’attesa diventa un tempo di grazia, un’opportunità per vivere con fiducia il tempo di Dio che ci chiama a fermarci su quello che ogni giorno ci è gratuitamente dato e non su ciò che vorremmo avere subito.
Nella preghiera dei fedeli oggi ho trovato questa bella e significativa richiesta:”Perchè impariamo la pazienza e la fiducia dai nostri contadini”
Il problema sta nel fatto che per chi vive in città è difficile incontrare un contadino, frequentarlo, condividere con lui la vita di ogni giorno, salvo se si decide di fare una vacanza in un agriturismo.
Anche l’attesa perchè il lievito fermenti la pasta non è condivisa nelle nostre famiglie, perchè si fa prima a comprare già fatti i prodotti lievitati.
Ma la realtà ogni giorno ci pone di fronte il problema dell’attesa, perchè, a ben pensarci, passiamo la maggior parte del nostro tempo ad attendere qualcosa o qualcuno.
“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare qualcos’altro” ha scritto Antony De Mello in un libro.
In effetti poichè passiamo il tempo a rincorrere i sogni, non ci accorgiamo dei miracoli che si snodano sotto i nostri occhi.
Dio non ci nega anticipazioni prelibate del suo banchetto, e come mia madre, quando friggeva le patatine, ci dava più di un assaggio mentre le cucinava un po’ per volta, così Dio ci fa pregustare le primizie del regno.
Ieri con Giovanni, che è venuto a fare i compiti da me, abbiamo parlato del BING BANG e del fatto che la professoressa di religione aveva detto che il crederci era anticristiano, scandalizzando tutti i compagni, compreso lui.
Ho pensato al granello di senapa, che guarda caso troviamo nel vangelo di oggi e l’ho portato a riflettere su ciò che accade ad un seme e alla pianta che ne scaturisce.
Gli ho detto che l’universo è come un seme, gettato da Dio.
Noi ci siamo dentro e assistiamo alle trasformazioni che avvengono al suo interno, alcune visibili, altre invisibili, altre ancora inconoscibili.
E’ la storia del filo d’erba, del fiore, dell’albero e di ogni vita umana che si sviluppa nel grembo della madre.
La differenza tra chi crede e chi non crede sta nel non voler accettare che ci sia Qualcuno al di sopra di noi che in ogni cosa creata ha messo le informazioni per realizzare il suo progetto di vita.
Se quindi non incontriamo contadini sulla nostra strada, leggiamo la Scrittura dove sono racchiuse le informazioni per imparare direttamente dal Contadino del cielo, il divino Seminatore ad avere pazienza aspettando che il frutto maturi.
Per quanto riguarda le massaie che impastano il pane, prendiamo come esempio Maria che di pane se ne intende visto che ci ha dato Gesù, accogliendo nel suo grembo il seme divino della Parola, attraverso lo Spirito di Dio perchè divenisse pane per tutti gli affamati del mondo.

“Il tempo sarà nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito dimorerà nei nostri cuori”