Bisogna rinascere dall'alto

Bisogna veramente rinascere dall’alto, per ricominciare tutto da capo e ogni giorno riscrivere la nostra storia alla luce di Cristo..
Attraverso Giovanni, Gianni e io abbiamo imparato a guardare le nostre debolezze e le nostre difficoltà con gli occhi di Dio.
E’ lui il piccolo grande maestro di cui si serve per insegnarci come si fa.
Da quando è nato, ci perdiamo ad osservare le sue manine tese verso di noi per buttarsi nelle nostre braccia.
Ringraziamo Dio perché non ha paura, visto come sono messa con la schiena, io, che me ne devo occupare la maggior parte del tempo.
Quante volte il suo pianto lo abbiamo prevenuto, vigilando che non gli mancasse nulla, quante non abbiamo potuto fare a meno di farlo soffrire per una medicina un po’ amara che lui non voleva saperne di prendere!
E che dire di quando tenta di alzarsi e di mettersi in piedi e non ci riesce e cade, suscitando in noi ilarità a tenerezza ad un tempo?
E i balbettii incomprensibili, le parole storpiate, il suo pianto, il suo riso, il suo essere bisognoso di tutto che ce lo fanno amare di più, se fosse possibile!
Perciò vogliamo stamparcele in mente e nel cuore le immagini di questo tempo di grazia che Dio ci concede, perché non vogliamo dimenticare ciò che attraverso Giovanni ci vuole dire.
Man mano la sua mano tesa diventa la nostra, nostre le sue piccole e deboli braccia e insieme ci ritroviamo a ringraziare il Signore per questo dono stupendo che ogni giorno di più mostra le sue meraviglie.
Tornare bambini è fidarsi di chi ci vuole bene, è non preoccuparci di cosa mangeremo e di che ci vestiremo, tornare bambini è non proferire parola, perché l’amore non ne ha bisogno.
Gesù, LA PAROLA; IL VERBO DI DIO, non è forse venuto per offuscare e rendere vane tutte le altre?
 
Da "Famiglia oggi:riflessioni di coppia" ((Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)
22 novembre 2004
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Le mani

Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi gli si fa compagno, guida e maestro, perché ha bisogno di chi lo porti, dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia, a cui per accomodarlo non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro di lode che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.
 
Nella Chiesa dove mi reco a pregare, mi hanno colpito le mani di un uomo che, per camminare, ha bisogno delle stampelle e di sua moglie alla quale si appoggia, mettendole il braccio sopra le spalle.
La donna lo sostiene, nonostante le gambe, fasciate da una benda rigida e stretta, parlino di sofferenza vissuta in silenzio, di dolore a cui non si può dare ascolto.
Con sempre maggiore frequenza li avevo visti arrivare, lentamente percorrere la grande navata e a fatica guadagnare il banco di fronte all’altare.
Durante la celebrazione eucaristica quell’uomo rimane in piedi, mentre l’inginocchiatoio sostiene la gamba malata distesa e appoggiata sulla parte imbottita del banco.
Alle mani, l’uomo, affida tutto il peso del corpo, distribuito sulla stampella e sul banco al quale si aggrappa per non cadere.
Ma al Padre nostro, questa mattina, hanno lasciato i loro puntelli e si sono levate con forza, rimanendo sospese nell’aria per tutto il tempo della preghiera, sollevandolo in altra atmosfera, staccando i suoi piedi da terra, mentre l’inutile sostegno cadeva.
 
Altre mani dovevano catturare il mio sguardo, attirandolo nelle meraviglie nascoste agli occhi che non sanno vedere.
Erano mani nodose, distorte dalle troppe fatiche e dagli anni, aggrappate ad un rosario di plastica bianca, con il filo annerito.
Erano quelle di una donna su cui lo sguardo passa veloce per non venire turbato dallo scempio del tempo passato a servire.
Piccola, tozza, gli occhi fuori della sede consueta, i capelli scoloriti, sfibrati dalle troppe tinture improvvisate nei lavandini di casa, un ridicolo codino di bimbo, le gambe viola per le troppe varici, i piedi infilati in trasparenti zoccoli rossi, una catenina attorno alla caviglia ingrossata…
Troppo per non essere distolta dalla preghiera.
Con il viso stravolto, il corpo contorto in una smorfia di dolore profondo, la donna mi chiese qualcosa che non ricordo, forse il foglio dei canti con i quali il coro accompagnava le parole e i gesti del sacerdote.
Non mi sembrò una mancanza prestarle ascolto, visto che non riusciva a frenare il suo pianto, mentre mi parlava del suo essere sola, della disperazione di una vita passata nella prova continua.
Mentre la consolavo, dicendole che non si è soli, se si ha Chi pregare, non lasciò neanche un momento il rosario intrecciato in mezzo alle dita.
Non si era accorta, che chi prega non può essere solo, altrimenti il suo gesto sarebbe insensato.
Quando glielo avevo fatto notare, mi aveva guardato stupita, ma grata perché non ci aveva pensato.
Man mano che la celebrazione eucaristica procedeva verso il suo culmine, e i canti che l’accompagnavano diventavano sempre più intensi, la sua voce da flebile divenne potente, mentre le mani stringevano sempre più forte il rosario,  mani che, a messa finita,avevano ancora tante cose da dirmi, mentre riconoscenti mi salutavano.
 
Le mani di Anna Maria sono mani di persona a cui non è stato concesso di crescere, perché idrocefala, mani piccole, ben fatte, bianche, lisce, minute.
Il calore di quelle mani scaldano i cuori ogni giorno, quando arriva il momento di dare la pace, durante la Messa, perché senti che quel gesto è veramente genuino e sincero.
Anna Maria è benedizione di Dio che attraverso le sue mani, ci stringe, ci abbraccia e ci scalda quando entriamo e usciamo dalla Sua chiesa.
 
Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare,   stringere forte, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Perché la penna non scivoli via, perché scorra lasciando il suo segno, perché la fatica non sia troppa, basta non premere forte, basta non stringere lo strumento di questo pensiero che nasce, che è nato,che vuole esplodere e raggiungere un altro cuore che non si è accorto a che servono le mani, specie quelle malate.
Che le mani servissero per vivere l’ho sempre pensato e creduto,
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio, dell’attesa, della paura, della rabbia, dell’impotenza, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Sono andate in pensione per correggere errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Sono mani, le mie, non più in grado di stringere neanche quella di un fratello per dargli la pace.
Sono mani malate, soffrono anche quando sono ferme, perché l’uso che ne ho fatto è stato veramente eccessivo.
Le guardo, disadorne, dolenti. Alle dita: la fede e un crocifisso attaccato ad un anello..
E pensare che mai avrei immaginato di poterlo indossare quando me lo regalarono in cambio di un favore che avevo fatto di cuore… e che non sarei mai riuscita a disfarmene chi l’avrebbe mai detto?
E tutti gli anelli preziosi che non bastavano a coprire le dita, dove sono andati a finire?     
Con queste mani oggi scrivo, a volte mordendomi il labbro per continuare a parlare con Te e di Te Signore.
Queste mani hanno smesso di fare ciò che un tempo ritenevo importante.
Queste mani hanno imparato a pregare e continuano a farlo ogni volta che Tu glielo concedi. 
Ora nelle mie mani e in quelle degli altri vedo Te, Signore, che ti manifesti.
23 maggio 2000

La carrozzella

Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare, la sedia a rotelle, per non dipendere da quell’handicap angoscioso che mi impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia, di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del   negozio, dove mi ero recata, mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali e ipermercati, compresi l’asfalto e lo smog per mettermi in fila.
Passeggiate … ferma, immobile dentro la macchina, che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case, e gli alberi, e i prati, e il cielo che correva sopra di noi, aggiungendosi al peso dei nostri lunghi ed estenuanti silenzi.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, nella mia chiesa, quella che il 5 gennaio del 2000 mi aveva aperto le braccia, per cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

24 aprile 2003

A Giovanni che gioca sul tappeto

Giovanni stai battendo le mani, seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che appaiono sullo schermo della televisione.Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui non ti preoccupi e non pensi a ciò che accadrà nel futuro.
Non hai problemi, Giovanni, tranne quello di tirarti su il naso che cola, riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attrae la tua attenzione.Ti guardo, Giovanni, sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento, mi fanno male, tanto male da chiedermi come io possa badare a te, mentre sto così male.
Il sudore esce dalle mie mani, dagli occhi, da tutta la pelle cui sono sottese le corde dei tendini impazziti.
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti qualcosa di più di quanto finora abbia appreso.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Ora Giovanni ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente ma ferma, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza..
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini.Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.
 21 gennaio 2003 ore 19
 

S.Andrea

 
Seduta all’ombra di un improvvisato riparo
Nel silenzio ovattato di questa mattina d’estate
Guardo il mare disteso davanti ai miei occhi.
 
Il cielo
Sgombro di nubi
Comprime la massa liquida e chiara
Lontano, sull’orizzonte
Le barche si mettono in fila.
 
Uno sparo improvviso interrompe l’attesa.
 
Lo scafo
Vicino alla riva
Guizza rapido, lasciando la scia
Un aereo, in cielo, risponde
Ma di lui
Solo il solco si vede.
 
L’orizzonte pian piano si muove.
 
Sempre più affollata la linea,
A stento
Regge le imbarcazioni.
Tante, troppe, per non ricordare.
La festa di S. Andrea
Trentacinque anni fa 
 
Il vento comincia a soffiare,
Ma la gente non se ne cura.
Sta passando la processione.
 
Una folata più impertinente
Arruffa e scompiglia i capelli
 
Riemergono mescolate agli spari
Le parole di Gianni.
 
Quando mi chiese di diventare sua moglie
Le barche avevano cominciato a sfilare
Mentre io rimanevo stupita
Che proprio a me avesse pensato.
 
Quel giorno non seguii le sagome nere
Che si muovevano lente
Sulla linea dell’orizzonte,
 
Il mio tempo
Fu allora che si fermò.
 
A fissare i piccoli e grandi velieri che,
Passando
S’inabissavano
 
Trasportavano
Non la statua del santo
Ma i miei tanti idoli infranti
 


Mentre guardo la processione
Colgo ciò che è scampato al naufragio
29 luglio 2001

Il mio albero

 
 
 
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a lanciare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.  
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, quel farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, quel non voler arrendersi all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, quel non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire? 
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele. 
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia. 
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso. 
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui. 
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.
Tratto da "Il gioco dell’oca" ed.Tracce