“Ho peccato molto per quello che ho fatto”. ( 2 Sam 24,10)

“Ho peccato molto per quello che ho fatto”. ( 2 Sam 24,10)
Mi ha colpito molto il castigo di Dio piombato sulla casa di Davide, sul suo regno, anche su gente innocente che non si era macchiata del peccato attribuito a Davide, quello di fare un censimento delle sue forze.
Francamente è normale e anche utile sapere ciò che uno ha per poter affrontare le battaglie ordinarie e straordinarie della vita, perchè la strada è irta di ostacoli, di nemici che potrebbero farci morire perchè non abbiamo un’attrezzatura adeguata.
“Armatevi delle armi dela luce, dice San Paolo” e in effetti solo con le armi dello Spirito di Dio, vale a dire la sua alleanza, il suo aiuto possiamo essere certi di uscire vincitori da qualsiasi battaglia.
Questo non significa che non dobbiamo fare i conti con le forze di cui disponiamo ma solo per rendere grazie a Dio di avere quel poco che abbiamo e presentarglielo perchè lo benedica.
Poi il miracolo è normale coneguenza della sua benedizione che diventa anche nostra se vogliamo essere più che vincitori sul male che ci attanaglia.
La verità è che il nostro istinto ci porta a voler tenere tutto sotto controllo, a fare affidamento solo sulle nostre forze perchè ci piace gloriarci di quello che sappiamo e possiamo fare anche quando le cose riguardano Dio e sono quindi cose sue.
Nell’episodio del rifiuto dei compaesani nei riguardi di Gesù vediamo la stessa radice del male che presume di gestire le persone catalogandole, secondo giudizi e pregiudizi prettamente umani e fallaci.
L’uso delle persone purtroppo è una brutta abitudine che abbiamo e per questo più che a guardarle e ad accoglierle come dono le censiamo per il nostro tornaconto personale.
I Nazaretani si meravigliano che il figlio di Giuseppe, del carpentiere faccia quello che Gesù fa e dica cose straordinarie che attraggono le folle.
E’ pazzo, è fuori di sè chi esce fuori dagli schemi.
Il mio pensiero va alla candela che ogni anno il sacerdote ci dà il giorno della Candelora e benedice, dopo averle accese.
Quella candela mi ricorda la bellezza , la grandezza, la forza che mi dà il sapere di essere figlia di Dio , attraverso quella luce che il giorno del Battesimo ci viene consegnata per tutta la vita.

“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)

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“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)
Il brano del Vangelo di oggi ci presenta due miracoli di Gesù incastonati l’uno nell’altro, miracoli che hanno alla base la fede dei postulanti.
Giairo intercede per la figlia, che sta morendo.
Fa effetto che a rivolgersi a Gesù sia uno dei capi della sinagoga, un personaggio che si distingue tra quelli che erano al potere e che manderanno a morte Gesù.
Giairo si sposta, non aspetta che Gesù vada da lui, lo raggiunge lì dove pensa sia, vista la folla che gli si era radunata attono.
E’ un padre angosciato, ha bisogno di aiuto, è disposto a tutto, specialmente è disposto ad aspettare, cosa che non tutti siamo capaci di fare.
Quando siamo in difficoltà, nel bisogno, ci rivolgiamo a Dio chiedendogli aiuto, ma non siamo mai disposti ad aspettare più di tanto, specie se qualcuno ci passa avanti, come accade nelle cose del mondo, quando il”c’ero prima io!” è la reazione irritata di chi si sente scavalcato e messo da parte.
Giairo ci commuove con la sua mitezza, la sua umiltà che fa da contrasto al tumulto del cuore, per una figlia che sta morendo, per qualcosa davanti a cui sente tutta la sua impotenza.
Giairo prega prima e durante l’attesa, ha fiducia in Gesù e la sua fede risuscita la figlia che tutti credevano ormai morta.
Attraverso la fede l’emoroissa si vede liberata dai mali del corpo e dell’anima.
La donna viene guarita due volte e la seconda è un resuscitare dai morti attraverso la potenza salvifica di Gesù.
In entrambi i personaggi notiamo due momenti, quello della ricerca di aiuto alla persona di Gesù, e quella delle conseguenze di una perseveranza che passa attraverso una riflessione su quanto accaduto(l’emoroissa) o una perseveranza nell’attesa che premia chi chiede.
Gesù trasmette la vita, una vita che si manifesta in uno svegliarsi dal sonno( Svegliati, svegliati Sion, metti le vesti più belle…) o un cessare di perdere la vita attraverso un sangue che fuoriesce dalla persona e non nutre le cellule del corpo.
Molti di noi vivono addormentati o fiaccati, indeboliti dalla perdita di energie usate in modo sbagliato.
I personaggi descritti dal vangelo di oggi ci portano a fare delle riflessioni sul nostro rapporto con gli uomini e con Dio.
Il capo della sinagoga è nel bisogno, lo riconosce e nonostante ricopra un incarico importante non si avvale di raccomandazioni, non pretende che Gesù si sposti, ma gli va incontro con umiltà e lo invita a casa sua perchè imponga le mani sulla figlia che sta morendo, la tocchi perchè il soffio di vita passi da Gesù alla piccola.
Ma Giairo fa di più. E’ un uomo che sa aspettare e non si indigna del contrattempo che ritarda l’intervento del “Maestro”, perchè si fida di lui e confida in lui.
Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto nelle stesse condizioni in cui si trovava quel padre disperato?
Noi pretendiamo tutto e subito, purtroppo e non sappiamo nè vogliamo aspettare specialmente se pensiamo di avere la priorità sugli altri per il nome che portiamo, la posizione sociale o la gravità del problema che ci affligge.
E poi c’è una povera donna, mischiata alla folla, una donna che pensa di passare inosservata toccando il mantello di Gesù.
Ma si sbaglia. Gesù vede quello che altri non vedono, scruta i cuori, percepisce la fede che guarisce qualsiasi sia lo strumento di cui ci si serve per arrivare a lui.
Una donna che perde sangue non è in grado di dare vita a nessuno.
Gesù non la vede ma sente che quel tocco alla veste ha sprigionato un’energia che risuscita.
La donna viene guarita dal male fisico per la sua fede semplice, primordiale, poi però viene immessa nel fiume di grazia che rende capaci di vita chi, spogliandosi di tutto, consegna al Signore i suoi progetti di vita.

IDENTITA’

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Meditazioni sulla liturgia
di lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario
” Esci spirito impuro da quest’uomo”(Mc 5,8)
Gesù sembra essersi sbagliato circa il numero dei nemici, i suoi nemici, perchè al suo interlocutore dice ” Esci” e non “Uscite” .
Del resto l’indemoniato solo alla fine dice il suo nome, si scopre.
Molto probabilmente Gesù come spesso fa, porta la persona a prendere coscienza del suo peccato per potersene liberare definitivamente.
Il peccato ci separa dagli uomini e da Dio ma prima di tutto divide noi, ci frantuma, ci fa a pezzi tanto che facciamo fatica a vivere la nostra identità.
Quando siamo asserviti alla dittatura dei nostri vizi, del dover essere per compiacere le persone che ci fanno comodo, che ci servono, persone che dobbiamo tenere a bada per paura, quando salviamo l’apparenza pulendo l’esterno del bicchiere, quando la nostra ipocrisia ci chiude gli occhi di fronte al vero bene, siamo posseduti dal male.
L’adesione a Cristo o è totale o non serve.
“Va’ vendi tutto e seguimi” dice Gesù al giovane ricco. Ma il giovane aveva molti beni e se ne andò triste perdendo l’occasione del miglior investimento che poteva fare con Gesù.
I Geraseni quando vedono i loro beni messi in pericolo (2000 porci per la vita di un uomo era veramente troppi!) pregano Gesù di andarsene.
Gesù va via ma lascia un testimone ad annunciare il dono ricevuto.
Quanto questo vangelo può coinvolgere l’uomo di oggi?
Don Ermete suole chiedere alla fine della messa cosa ci ha detto Dio e, se uno non lo conosce, cade dalle nuvole perchè in pochi pensano, credono che Dio ci parli durante la messa o solamente ci parli. Eppure alla fine di ogni lettura proclamata si dice ” Parola di Dio!”
Che non tutto quello che Gesù dice ci piaccia è cosa normale, che la maggior parte delle volte per non sentirlo lo allontaniamo o ce ne allontaniamo è vero, è vero che molto spesso sono tanti i peccati, i vizi che neanche ci accorgiamo di averne, come quando in una casa non si aprono mai le finestre e non ci si accorge dello sporco.
Ci sono tante cose che ci tengono lontani da Dio ed è importante cominciare a far pulizia.
Da soli non ce la faremmo mai, ma con il suo aiuto saremo più che vincitori sui mali che ci affliggono.
I vizi creano dipendenza, non ci fanno stare bene e sono molto esigenti perchè presentano un conto sempre più salato.
Con Gesù le cose cambiano perchè la prima cosa che otteniamo è la pace, la gioia, il sentirci in armonia con noi stessi e con il mondo esterno.
Gesù vuole solo che riconosciamo il nostro peccato, la nostra inadeguatezza, il nostro limite e ci lasciamo aiutare da Lui.
Ci ha lasciato il libretto d’istruzioni per durare a lungo, per essere eterni. Basta aprirlo e desiderare di essere riempiti del Suo Spirito, inondati dal Suo amore.
E come l’indemoniato guarito da Gesù possiamo testimoniare la bellezza dell’amore che salva con le parole del Salmo 30
“Benedetto il Signore,
che per me ha fatto meraviglie di grazia
in una città fortificata.
Io dicevo, nel mio sgomento:
«Sono escluso dalla tua presenza».
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera
quando a te gridavo aiuto.”
 
 

” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)

VANGELO (Mc 4,35-41)
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)
Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passdati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il tema di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.

CONVERSIONE DI S.PAOLO

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Il Rosario…
“Io sono Gesù Nazareno che tu perseguiti”(At 9,5)
Oggi si celebra l’incontro tra Paolo e Gesù risorto, Gesù vivo che cammina sulle strade del mondo e si nasconde in ogni fratello .
Con Maria mi voglio rallegrare per la gioia che contraddistinse il mio primo incontro con Lui, la gioia dei fratelli riuniti in preghiera per l’ufficio delle lodi, la gioia che trasudava dai salmi che investiva tutta la natura in festa per la salvezza che era alle porte.
Con Maria ho sgranato il rosario, pensando al mistero dell’incontro con Dio, il Vivente, che mi aveva scalzato dalla cavalcatura per essere aggiogata al suo carro.
Ho ripensato all’entusiasmo dei primi tempi che mi ha portato a ritenermi depositaria della verità tutta intera, che mi ha fatto discriminare i fratelli cristiani che non si comportavano come io credevo fosse giusto.
Nei misteri della gioia ho chiesto a Maria la dovuta e necessaria umiltà per avvicinarmi a qualsiasi persona senza giudizi, nè pregiudizi.
Rispettandoli, amandoli, testimoniando anche in silenzio che Dio era ed è in ogni incontro sollecitato dall’amore, dalla risposta al bisogno di aiuto, le ho chiesto di andare oltre le apparenze, per vedere di cosa l’uomo ha veramente bisogno.
Mi sarei messa in viaggio con lei, facendo un trasloco dall’io al tu, passando per strade accidentate, lunghe, in salita, purchè arrivassi lì dove lei non aveva avuto paura di andare.
Un trasloco a piedi o a bordo di un asino, su cui ho fatto salire Gesù.
Perchè io mi sono sempre sentita quell’asino di cui Gesù aveva bisogno, quando entrò a Gerusalemme la domenica delle palme.
E poi nel terzo mistero mi sono trovata con Maria ad accudire i piccoli che il Signore ha messo sulla mia strada, i poveri, gli storpi, i ciechi, i malati, i soli.
Ho chiesto a lei di aiutarmi a sfamare, prendere in braccio, curare, vigilare su tutti i fratelli con cui vivo fianco a fianco in famiglia, in parrocchia, al lavoro e sulle piattaforme virtuali,specie quelli che danno cattivo odore e non sono amabili.
Poi nel quarto mistero con lei ho presentato al tempio questi fratelli, figli di un unico Padre, ho deposto in pegno il mio corpo, i miei dolori, la mia malattia, la mia vita non separata da Lui, illuminata dallo Spirito di Dio, perchè li benedicesse e li moltiplicasse nell’amore ad un unico e sommo bene.
E poi nell’ultimo mistero ho meditato sulle mie distrazioni, su quante volte mi dimentico di Gesù per continuare il mio viaggio.
Gesù che magari si è fermato per fare una cosa importante, che sta combattendo una grande battaglia che io ignoro e a cui non do peso.
E’ stato questa notte il momento più doloroso, anche se il mistero era della gioia, in quanto, nel quinto, si medita il ritrovamento di Gesù nel tempio.
Ma io con Maria ho meditato sulle volte che perdo di vista i miei fratelli, o mi sento da loro abbandonata. E non li cerco e mi dimentico di loro.
E’ stato bello accostarmi a Gesù in compagnia della madre, in occasione della festa della conversione di San Paolo.
Gesù è vivo, Gesù è risorto, Gesù vuole che ci prendiamo cura di Lui.
” Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni, il mio nipotino, in piena crisi d’asma.
Da lì sono partita per andare a trovare i fratelli uniti nell’unica fede in Cristo Gesù, figlio di Dio..

“Ecco il seminatore uscì a seminare”(Mc 13,3)

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“Ecco il seminatore uscì a seminare”(Mc 13,3)
E’ la prima volta che, leggendo questo passo del Vangelo, mi viene in mente la zizzania e chi fa di tutto perchè questa soffochi il seme piantato dal divino seminatore.
Perchè mi viene in mente questa immagine, quando sarebbe estremamente più bello e rilassante incominciare la giornata con un inno di lode e di gratitudine a Dio che non si stanca di spargere il suo seme e di fecondare la terra?
Eppure in un passo della Scrittura è detto che non tornerà a Lui nessuna parola, seme gettato sulla terra senza aver portato frutto.
Come è possibile allora che accada quanto noi sperimentiamo ogni giorno: la lotta per non soccombere agli attacchi del maligno, la stanchezza che ci prende e che ci fa sentire incapaci di rialzarci, di vivere, di accettare la volontà di Dio che sembra un accanimento terapeutico di cui faremmo volentieri a meno.
E ci viene di pensare che le cose sono troppo difficili per noi che non abbiamo nè gambe, nè braccia per muoverci a nostro piacimento, ma neanche per andare verso quella che noi riteniamo la meta sicura, vale a dire le sue braccia.
Come può pretendere Dio che camminiamo da soli, impariamo a camminare se ci mancano gli strumenti essenziali per farlo?
Certo che sperimentare l’incapacità di procedere perchè dovunque ci sono impedimenti che non ti permettono di venire alla luce, di spuntare tra i sassi, tra le spine, o sottrarti alla fame degli uccelli del cielo, quando sei sulla strada, è dura.
Questa mattina sento forte il cuore oppresso da sentimenti negativi, da una forza che mi riporta dentro l’abisso, sento che non riesco a riconsegnare al Signore la mia volontà, perchè ci sono cose a cui sono rimasta molto attaccata e non riesco a togliermele di dosso.
E’ come se , pur volendolo, non posso uscire dalle sabbie mobili in cui sono rimasta ingabbiata.
Ho cercato nella Parola di Dio spunti, motivi per guardare le cose da un punto di vista diverso, ho pregato il rosario cercando di immettermi nel mistreo della nostra redenzione, ho fatto una preghiera violenta combattendo contro il dolore al braccio che si è acuito dopo l’intervento ieri sera della fisioterapista.
Perchè mio Signore la tua parola non ha mosso le corde più intime del mio cuore, non mi ha suggerito vie di scampo, non mi ha allontanato la paura di non farcela e mi ha invece aggiunto la delusione perchè ho perso la connessione con te e con Maria?
Ecco io cerco la connessione, quel filo che non mi fa spegnere la luce, non mi fa andare in corto circuito, quell’acqua pura che mi rigenera e mi guarisce quando funzionano i serbatoi e i rubinetti di apertura e di chiusura.
Il demonio sta facendo scempio di me e della mia persona, si sta prendendo gioco di me e mi fa vedere la luce lì dove non c’è.
Il demonio semina zizzania nel mio cuore e favorisce la divisione tra me e te Signore mio Dio, la divisione con i miei fratelli, mettendo in primo piano le cose negative e nascondendo il positivo che c’è in ognuno di loro.
Perchè Signore questa mattina mi riesce così difficile ringraziarti, amare, donare, consegnare a te tutto, ma proprio tutto?
Perchè mi fa tanta paura la perdita dell’autonomia? E la vecchiaia con tutto ciò che comporta?
Perchè questa mattina mi viene in mente solo il male ricevuto e non il bene gratuitamente a me fatto?
Perchè non riesco a dire” Eccomi, si faccia di me secondo il tuo volere?”
Perchè?
Signore io amo la tua Parola, lo sai e so anche che quello che oggi non riesco a capire, lo capirò domani o non lo capirò mai, ma non dovrebbe importarmi.
Tu dici che a quelli di fuori tu parli in parabole perchè non capiscano e non si convertano.
Io cerco di rimanere dentro, ma c’è una forza perversa, estranea che mi tira con violenza, mi vuole strappare lontano da te.
Il tuo seme sembrava aver attecchito ma pur avendo radici profonde, sento che la forza del demonio è tanto grande da estirpare anche ciò che io pensavo consolidato.
Per questo ti prego Signore, se tu vuoi, puoi guarirmi, puoi liberarmi, puoi agevolare la connessione con i circuiti vitali, tu puoi, Signore io non posso che desiderarlo.
Maria, la madre che mi hai messo a fianco non la vedo e non la sento.
Mi sembra di essere in un’isola deserta in attesa che qualche nave o qualche aereo si accorga dei miei disperati segni di richiesta di aiuto.
Signore non mi lasciare sola in questa battaglia che infuria dentro di me, non permettere che la zizzania prenda il posto che la tua parola ha il diritto di avere.
Senza di te sono perduta.
Aiutami Signore.
Sconfiggi il nemico che è dentro di me.

Dicevano infatti ” E’ fuori di sè” (Mc 3,21)

 
Dicevano infatti ” E’ fuori di sè” (Mc 3,21)
L’atteggiamento nei riguardi di Gesù è paradossale.
Mentre la folla si accalcava per vederlo, per toccarlo, per ascoltare quello che diceva, per essere guarita, investendo in Lui ogni speranza, attratta da tutto ciò che usciva dalla sua persona, i “suoi” lo volevano portare via, credendolo pazzo, uscito di senno.
Sembra assurdo che possa succedere una cosa simile, ma in fondo anche a noi spesso accade di essere capiti di più da quelli che ci conoscono di meno, da quelli che non hanno pregiudizi nei nostri confronti , nè formulano giudizi anticipati.
Per questo i bambini sono additati come quelli che più di tutti entrano nel mistero del Regno, in quanto vivono aperti al nuovo, scoprendo giorno per giorno ciò che serve alla loro maturazione, alla loro crescita personale.
I bambini non hanno idee precostituite e guardano le cose con sguardo innocente e puro.
I” suoi” credono che Gesù sia impazzito, perchè pensavano di conoscerlo bene e il nuovo non poteva che disorientarli, farli entrare in confusione.
I suoi di cui parla l’evangelista Marco, ci si chiede chi siano e quanto questa parola sia attuale oggi per noi che viviamo nel III millennio.
I suoi del vangelo possono essere i suoi famigliari, quelli che lo conoscono di più perchè lo hanno frequentato e li unisce il vincolo della carne.
Ma i suoi possono essere anche i suoi discepoli che sono stati chiamati da Gesù ieri, come abbiamo ascoltato nella messa di ieri, e non hanno ancora fatto in tempo a capire con chi hanno a che fare.
Per i discepoli è comprensibile un atteggiamento di stupore, sfiducia nei confronti di un Rabbì che, non loro, avevano scelto ma dal quale si erano sentiti chiamati, attratti a tal punto da lasciare tutto e seguirlo.
Ma oggi i suoi chi sono?
Sicuramente i personaggi del Vangelo no, perchè sono morti tutti, ma l’appartenenza a Gesù non ce la dà la storia, il tempo degli uomini, ma un beneficio, un dono di cui godiamo gli effetti: il Battesimo, che ci consacra figli di Dio e fratelli in Gesù.
Ecco allora che i suoi a distanza di tanti anni, siamo noi che ci professiamo cristiani, ma che passiamo il tempo a lamentarci perchè Dio non si converte alle nostre soluzioni più tempestive, caricatevoli, intelligenti e giuste.
Dio non fa mai quello che sarebbe il suo dovere,che è quello di non farci soffrire, ma abbiamo anche un altro difetto, noi cristiani, che, se da un lato vorremmo un Dio più manipolabile, dall’altro lo vorremmo in esclusiva.
Vale a dire che ci sentiamo depositari dei favori di Dio, depositari della grazia che non vogliamo riconoscere ai non cristiani, alle folle che si interrogano e cercano con sincerità e purezza del cuore il vero volto di Dio.
Siamo falsamente tolleranti, purtroppo, perchè non ci piace condividere con gli sconosciuti un bene che riteniamo nostro che però ci permettiamo di maltrattare a nostro piacimento.
Meno male che lo Spirito Santo non si formalizza e non rispetta le nostre categorie mentali, esce dagli schemi e soffia dove vuole.
Diremmo anche di Lui che è fuori di sè, se dovessimo definirlo.
Ma se andiamo a riflettere sull’agire di Dio mai parole come queste gli stanno a pennello.
Perchè per fare quello che ha fatto, Dio è dovuto uscire fuori di sè, come comanda l’amore, come fu ordinato ad Abramo, quando Dio gli disse di uscire dalla sua terra.
Dio ci ha dato l’esempio.
Siamo noi capaci di uscire fuori da noi stessi per andare verso l’altro senza scandalizzarci, ma amandolo fino a morire per lui?