Mi dica

Ottobre 2000
Quali sono state le malattie più importanti della sua vita?
Quante volte mi é stata rivolta questa domanda!
Quante volte ho risposto in modo caotico, inadeguato!
Quante volte le parole che uscivano dalla mia bocca suscitavano nell’ascoltatore noia, irritazione, incredulità dubbio, aggressività malcelata, e sempre quella sensazione che mi rimaneva appiccicata di inadeguatezza, di disorientamento, di angoscia, per non essere stata capita, per non essere stata ascoltata, per non essere stata rispettata nel mio dolore, nella mia sofferenza, nelle mia verità che sempre più diventava mia, solo mia!
Perché nessuno era in grado di penetrarvi, …perché il mio destino era segnato, …perché anch’io avevo finito per credere che erano tutte fandonie.
 
Così ancora una volta é capitato, ieri, 9 ottobre 2000, ancora una volta l’impressione di aver chiesto o detto troppo all’endocrinologo illustrissimo, eminentissimo, primario universitario di …., perché avevo osato sottoporgli un quesito che da nove mesi rivolgo a tutti medici con i quali m’imbatto, volente o nolente.
Quest’ingorgo alla gola di muco, saliva o altro che mi immerge, mi soffoca e mi affoga, da cosa viene?
Fuoco e fiamme uscirono dalle narici frementi dell’Idra di Lerna, perché avevo osato chiedergli ciò che lui non sapeva, perché solo di tiroide lui s’intendeva, non un centimetro più in alto, né uno più in basso, solo di tiroide…CAPITO?…capito che il nodulo alla tiroide non dà mai, dico mai disturbi?
…e come le viene in mente di consultare un altro endocrinologo all’infuori di me?
….e chi é quel cretino otorinolaringoiatra che le ha consigliato di fare indagini in merito?
ecc…ecc…ecc..
Certo lì non si trattava di riepilogare la propria vita, ma di tentare di raccontare cos’era successo dall’ultimo controllo, fatto a dicembre 1999 in quella struttura a oggi.
Conta che tutto é nato da una difficoltà a deglutire , un senso di soffocamento specie di notte, spesso culminato in un’assenza totale di aria che non riusciva a passare per quanti sforzi facessi?
Conta che i vari esperti consultati mi hanno portato a fare indagini conclusesi con l’asportazione di un papilloma alle corde vocali a marzo, un intervento allo stomaco per l’ernia iatale e il reflusso gastroesofageo, ad agosto, e una prenotazione d’intervento per l’asportazione della tiroide a causa di un nodulo freddo di non accertata natura?
Conta che non ancora sono venuta a capo di niente?
 
Mi dica…
Da quando é cominciata questa incredibile storia ho imparato, man mano che procedevo, che ad ognuno dovevo raccontare una parte di tutta la storia.
Ma quale?
…a saperlo!
Così immancabilmente mi si diceva che…. no questo non c’entra, questo é ininfluente, di questo non m’intendo, di quello chi se ne importa, se dice questo é pazza, pazzo é il medico che le ha detto, fatto, suggerito quest’altro…
 
Mi dica…
In questi ultimi tempi, al fatidico invito, un senso di smarrimento s’impadronisce di me.
E’ come se mi si chiedesse quante vene, quante arterie, quanti muscoli, quante ossa, quanto di tutto io possegga, da cosa il mio corpo è composto.
Come si può, senza essere eccessivi, raccontare quante volte hai respirato, hai mangiato,hai camminato, quante volte hai pianto, quante hai riso?
E lì ad aggiustare le tecniche, a riassumere, eliminare, ridurre, semplificare, mortificare il tutto per la parte, ingegnarsi a capire, attraverso uno sguardo, un gesto, una smorfia, se quello che vado dicendo é giusto, se può sembrare credibile.
 
Quando a volte prende il sopravvento l’entusiasmo di pensare che finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi fino in fondo, puntuale arriva la mazzata del…e questo che c’entra?…è tutto vero ciò che dice?
Oppure (l’ultima volta ad agosto) ..diciamoci la verità, lei é una paziente che nessun medico si augura , perché di acciacchi ne ha tanti, non si sa quanti veri, quanti inventati, per cui, se decidesse di andarsene…che sollievo per tutti!
 
Mi dica…..
Ancora una volta ad aspettare di fare il riepilogo della mia vita, martedì 10 ottobre dal dottor G. specialista in odontostomatologia in Ancona.
Due ore di macchina, un mese di attesa perché venga il mio turno.
E l’uomo che fa per me?
Non nutro molte speranze , né mi auguro, mentre aspetto nella piccola anticamera l’uscita dell’ultimo paziente, che sia bravo, anzi prego che non capisca un tubo, che sia uno dei tanti cialtroni, così potrò curarmi i denti a Pescara, senza rimorsi.
 
Il viaggio, l’avevo fatto, per via di quei denti limati e di quello stato di intossicazione permanente che pare venisse da loro, e che nessuno era riuscito a spiegarmi..
Ma ormai non avevo speranza di niente.
 
 
 
Il tempo
 
Vivere il momento, questo per me era ed é diventato importante, dividere il tempo in tanti, tantissimi pezzi per poterne gustare a fondo il sapore.
 
"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito é nei nostri cuori"
 
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s’incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l’ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarsi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (…un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle. ogni anno trascrivo nella prima pagina dell’agenda queste parole.
Ma la briglia talvolta si allenta e la mente corre al galoppo, senza che alcuno possa fermarla.
 
In quella sala d’aspetto i miei pensieri andavano ai viaggi della speranza per riequilibrare la postura, all’infanzia caratterizzata da continui problemi ai denti, neri, cariati, curati in modo inadeguato, inopportuno, colpevole.
Andavano alla mia adolescenza, accompagnata nella sua solitudine, da ascessi, mai visti così grandi, che ricoprivo con una voluminosa sciarpa per continuare la mia vita di sempre, senza che alcuno avvertisse né la sofferenza, né il dolore che andavo a nascondere…specialmente a me stessa.
 
Andavano i miei pensieri agli ultimi dieci anni, quando dopo un lavoro finalmente concluso da uno che se ne intende, senza limiti di spesa, solo dopo 13 giorni cominciai a zoppicare, l’inizio di un’altra avventura ben più dura di quella lasciata alle spalle…le corse affannose ed affannate per quell’ernia del disco che mi stava paralizzando, i 17 milioni dell’intervento, l’inizio di un’altra odissea ben più dura di quella non ancora lasciata alle spalle.
E le volte, mi tornavano in mente, di quando, al salvatore di turno, ripetevo che mi faceva male la spalla ed il collo, ma sempre fastidio tornava, se non stizza, rabbia, o indifferenza totale.
 
E poi, i viaggi a Milano, dal dott. R., per correggere il ponte troppo alto, ritenuto la causa di quell’ernia paralizzante, e l’euforia dei primi tempi, sua più che mia e la sua ironia che nascondeva sempre più la certezza che vacillava e il suo sguardo, non più diretto ai miei occhi, i suoi sfuggenti man mano che i test davano risultati sempre meno incoraggianti da quando non uno, ma due incidenti, a distanza di pochi mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro.
 
Gessate, Milano, Bologna, Peschiera Borromea, Macerata, Civitanova, Firenze, Modena, Pesaro…l’Autostrada tante volte percorsa per raggiungere un pezzo di scienza, lo psicologo, il fisiatra, il dentista, l’oculista, l’omeotossicologo, il fisioterapista, l’endocrinologo, il neurologo, l’otorino, l’osteopata, l’ortopedico…ecc…ecc…ecc…
Tutto mi tornava alla mente:… le solette magnetiche, la rieducazione visiva, la rieducazione posturale, la rieducazione alimentare, la rieducazione vocale, la rieducazione alla deglutizione e poi i nomi, tanti nomi di tutti quelli a cui avevo chiesto e continuavo a chiedere aiuto.
 
E poi quelli della ASL., tutti quelli che hanno certificato le mie malattie, vere o presunte, quelli che dovevano decidere se ero sana o malata, quelli delle visite fiscali, della Commissione Provinciale di Medicina del Lavoro, quelli delle Compagnie assicurative.
Tanti nomi, tanti volti…indifferenti, svogliati, preoccupati…
…di fare presto, preoccupati di fare bene, senza guardare mai negli occhi chi gli stava davanti.
Mi tornavano in mente gli sforzi perché ciò che uno scriveva l’altro non cancellasse o che uno cancellasse ciò che l’altro aveva scritto … e poi…
…la resa finale.
Cosa non avevo tentato per sottrarmi all’amara e inesorabile legge?
 
 
 
Il problema irrisolto
 
E dire che ero un campione, o almeno l’avevo sempre pensato , e anche gli altri ci avevano creduto che tutto sapessi, che ero capace di uscire sempre vincente da ogni tipo di prova.
Il castello di carta, aveva scardinato la morte di mio fratello. che in poco tempo ci aveva lasciati con tante domande strozzate a chiederci perché, a chiederci quando e a chi sarebbe toccato di nuovo.
 
Agli esami di Stato non ero riuscita a superare la prova di matematica… ma era stata l’unica volta.
Avevo però, brillantemente superato quella d’italiano, perché, nel tema dal titolo: “La contemplazione del dolore nel Manzoni e nel Leopardi”, di dolore avevo saputo parlare, quello degli altri, però, perché il mio da sempre me l’ero negato, da sempre a coprire la faccia, a fuggire, a convincermi che c’era una strada, che c’era speranza che tutto possiamo se lo vogliamo.
 
In quella sala d’attesa ricostruii gli anni che mi dividevano da un’altra sala d’attesa, quella del dottor R., che mi aveva visto risorgere e che a lungo ritenni il mio salvatore.
Fu lui che mi chiese di scrivere tutto quanto mi era successo da quando ero nata, perché ne aveva bisogno per uno studio che stava facendo.
Pensavo in quella sala d’attesa alla fatica per mettere ordine a tutto quel materiale incandescente che era stata ed era la mia vita di dentro più che di fuori, ripensavo alla soddisfazione di esserci riuscita e a quella non secondaria che per una volta non dovevo avere paura a rispondere a chi m’invitava a parlare.
 


Il dottor G.
 
Finalmente il mio turno.
Si accomodi, prego.
Sarò sintetica, penso; non voglio ancora una volta dire più di quanto sia necessario.
Mi dica..
Di nuovo bisogna rispondere… altrimenti perché sarei qui?
E avevo giurato a me stessa che mai più a nessuno avrei raccontato la storia, dal giorno in cui mi sentii capita senza parlare, mi sentii ascoltata senza che dalla mia bocca uscisse alcun suono, ma dai miei occhi sì che uscirono lacrime, in abbondanza, finalmente arrivata dall’unico medico che non aveva bisogno di chiedere che cosa andavo cercando.
 
Mi dica..
Qual é stato il suo primo dolore?
Primo in che senso?…di denti?
No, qualsiasi.
Anche di pancia?
Sì, da quando é nata.
Lo guardo con la faccia stupita di chi incontra un extraterrestre, uno che ha tempo da perdere, che non sa cosa lo aspetta.
Chi é questo ingenuo che pensa valga la pena di perdere tempo con me?
Lo avverto, lo dissuado, gli mostro i miei dubbi che possa io essere così tanto chiara da esporre con ordine tutto.quanto vuole sapere.Lui insiste, ma tempo pochi minuti, é lì a correggere inserire, annotare a margine.
Così non va, dico.
Queste cose le ho già scritte per il dottor R.; se vuole gliele mando.
Ma il pezzo mancante, il pezzo ritrovato del puzzle, quello a nessuno l’avevo mostrato.
 
Era forse giunto il momento di mettere fine al romanzo incompiuto?
Ci provo, mi dissi e andai a ripescare quei fogli rimasti in attesa in fondo al cassetto.
 
 
 
Il filo
 
Quei fogli, ogni tanto, li avevo ripresi perché sempre quell’assurdo gioco dell’oca mi martellava dentro al cervello.
Ma da quando avevo consegnato al dottor R. il frutto della grande fatica, quella di ritrovare il bandolo della matassa, non ero riuscita ad aggiungere niente che valesse la pena, perché ormai la storia era diventata monotona.
Bastava cambiare il nome di medici e medicine.
Non volevo scrivere ancora su quell’argomento che conoscevo a memoria e che aveva perso il mordente.
Avrei però volentieri parlato di un’altra storia, più interessante, di cui ogni giorno continuo ad annotare gli eventi su diari che i cassetti non sono più in grado di contenere, quella di un viaggio appena intrapreso, che non ha niente in comune con tutti gli altri di cui avevo fatto esperienza.
 
Diverso dal primo, il più doloroso, quello che mi portò lontano dagli affetti più cari, quando non avevo ancora armi con cui difendermi.
Diverso da quelli della speranza, i tanti, i troppi viaggi destinati a scontrarsi con la frustrazione profonda dell’impotenza sperimentata ogni volta.
Diverso da quello alla scoperta dell’io, la parte di me più nascosta, per stanare il “nemico di dentro” e vincere la grande paura… più di dieci anni a convincermi che non avevo bisogno di aiuto!
Diverso da quello al di fuori di me, alla scoperta del mondo a cui avevo per anni blindato le porte, viaggio finito con le cose e le persone che si sottraevano man mano alla vista.
 
Ma come quest’ultimo poteva conciliarsi con gli altri? Come unire le parti del grande mosaico perché non risultasse sbilenco?
Ci provo, mi dissi. L’importante è che emerga il senso finalmente trovato di quell’andare alla cieca, di quel piombare ogni volta sotto il peso del macigno portato fin sopra la cima.
L’importante è trasmettere l’entusiasmo della nuova avventura, dove ad attendermi non c’è la sconfitta cocente, dove l’oggetto del desiderio non si sottrae alla vista, dove gli strumenti per possederlo non devo trovarli da sola, dove il percorso è fatto con Chi è mezzo e scopo della ricerca, dove il premio non devo solo sperarlo, perché ogni giorno, ogni momento, mi è dato, dove non c’è la paura di cose lasciate alle spalle.
 
Così quei fogli in attesa sono andata a riprenderli e mi sono stupita che, a distanza di anni, non era poi così difficile mettere insieme i vari mi dica…
Dal "Il gioco dell’oca"ed.Tracce
 


La via della santità

 
“Signore insegnaci a pregare”
All’insegna di queste parole ieri, 3 marzo 2002, il R.N.S. abruzzese si è riunito per riflettere sull’importanza, anzi sulla necessità, della preghiera nella vita del cristiano.
Il papa, dicendo che il cristiano vale tanto quanto prega, ha voluto richiamare l’accento a ciò a cui ognuno è chiamato: la santità.
Parole che a noi sembrano troppo grosse, che non ci riguardano da vicino, salvo poi ritrovarci a chiedere l’intercessione di qualche santo, perché arrivi lì dove non possiamo arrivare.
Abbiamo sempre pensato che i santi sono quelli rappresentati nelle sacre immaginette segnalibro, se ne possediamo uno degno di accoglierli, oppure le tante statue di gesso, esposte nelle chiese, spesso coperte o circondate da ex voto, in atteggiamenti immobili e stereotipati propri di chi nella storia non vive, ma solo nella devozione semplice del popolo.
Spesso queste figure scalzano quelle del Padreterno e della Madonna, perché i miracoli è più facile che li facciano loro.
Mai a pensare che i santi sono stati uomini come noi, spesso più deboli fisicamente, più sfortunati di noi, che di miracoli visibili non ne hanno ricevuto neanche uno, ma che hanno vissuto il miracolo della loro vita, cogliendo ogni momento l’opportunità di vivere la fede in un rapporto intimo e continuo con Dio.
Per tutti loro è stato un cammino di conversione a Cristo attraverso la propria storia, in cui l’impegno per restare fedeli non è venuto mai meno.
Se oggi sono saliti agli onori degli altari è perché il loro è stato irreversibile.
Il punto sta proprio nel tipo di risposta che intendiamo dare a Cristo.
Se pensiamo che questa vari a seconda delle situazioni, dello stato d’animo, dell’età che abbiamo, dei nostri impegni di lavoro e non, forse non abbiamo capito che Cristo è uno e una sola è la verità.
Sbaglieremmo di grosso se pensassimo che ce lo possiamo costruire nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo e farlo esistere solo quando ci conviene, per giudicare gli altri, però,che sono cattivi e hanno proprio bisogno di essere da Lui puniti o (quando ci sentiamo più buoni) convertiti.
Se siamo però convinti del contrario, se Cristo ci ha chiamato in modo deciso e determinato, mostrandoci le meraviglie del suo amore, se la memoria di ciò che ci ha mostrato e ha fatto per noi non è svanita, dobbiamo prestare ascolto a tutto ciò che Lui continuerà a dirci.
Sicuramente ci parlerà, se sapremo metterci alla sua presenza in silenzio, pronti a recepire ciò che ci suggerisce, cercando di cogliere le opportunità anche nei luoghi più affollati, anche nei tempi ristretti del nostro andare di corsa, a scuola o al lavoro, mentre in macchina, in treno o a piedi percorriamo soli le strade del mondo. 
Il relatore ha invitato a donare a Dio cinque, dieci, quindici minuti della nostra giornata, io azzardo che la regola dovrebbe essere: vivere con Lui ogni momento, fare di Lui, la nostra bussola, alla quale fare riferimento, dovunque andiamo, qualunque cosa facciamo.
Fare della propria vita una preghiera è fare sì cosa gradita a Dio, ma principalmente fare la cosa migliore per noi, che da questa avventura usciremo trasformati e rinnovati, indubbiamente molto più sereni e felici di quanto possiamo pensare.
In fondo non è poi così difficile; ma per crederci bisogna farne esperienza.
Gesù ci ha detto,:”Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e venga dietro di me”
Andare dietro a Cristo, significa metterci da parte, dimenticare chi siamo o eravamo e lasciarci da Lui trasformare.
Da qui il miracolo, che nasce dal fare ciò che Lui ha testimoniato con la sua vita, ma ancor più con la sua morte.
La sua esistenza è un inno all’amore e al perdono, è un grido accorato al Padre, è un Fiat ripetuto fino alla fine perché capissimo qual è il fulcro di tutta la storia della salvezza, della storia di ognuno di noi.
Il “ fiat voluntas tua” è l’adesione completa e continua al Padre che al Figlio, se chiede di morire, è perché per Lui ha in serbo la resurrezione e la gloria.
La preghiera è esperienza d’amore, è contemplazione di un Dio che ama sempre e comunque, perché è Padre, è ascolto dello Spirito che apre i nostri cuori e li rende capaci di amare, è vita in Gesù che si è fatto nostro fratello con il sacrificio sulla croce.
La santità è vivere il mistero trinitario nella nostra vita, nelle relazioni con i nostri fratelli, nel dono gratuito di noi stessi all’altro, è diventare eucaristia per chi ci conosce e per chi non ci conosce, attraverso la preghiera, attraverso le parole, le azioni e tutto ciò che possiamo donare all’altro.
Vivere una vita di preghiera è diventare sacerdoti perenni, è diventare ministri di ciò che Dio ci ha dato, che non è nostro, perché non ci appartiene, perché nulla è nostro di quanto abbiamo, perché è di Dio e da Dio.
Essere chiamati alla santità significa essere cristiani non solo un momento, ma sempre, cercando le cose di Dio nel mondo e non fuori del mondo.
Essere santi è saper riconoscere le cose del mondo, sapersene staccare a tal punto, non da dimenticarle, ma da desiderare di trasformarle per Dio, non per noi.
Il mondo ha bisogno di uomini che si lasciano plasmare e modellare dallo Spirito, di uomini che non si chiudono all’azione della grazia, ma che diventino essi stessi fonte e strumento di grazia.
Essere chiamati alla santità significa desiderare che Cristo arrivi a parlare a tutta la terra, non un linguaggio incomprensibile e assurdo, ma chiaro e attuale, grazie alla luce di chi ne ha fatto e ne fa esperienza ogni giorno.
Testimoniare significa comunicare al mondo che ciò che Cristo ha detto non è utopia o possibile solo a Lui, perché figlio di Dio, ma a tutti quelli a cui Lui ha dato il suo Spirito. 
Essere chiamati alla santità è essere chiamati alla missione, diventare pietre vive dell’edificio spirituale, di cui Cristo è testata d’angolo.
Tutto questo è possibile se la nostra vita diventa preghiera, che non mancherà di dare i suoi frutti in abbondanza.
Così la preghiera diventa il mezzo con cui solcare le acque del mondo e andare al largo, per fare una pesca ricca e copiosa.
La traversata ci renderà santi, nella misura in cui avremo saputo salire sull’imbarcazione di Cristo, dopo aver lasciato a terra le nostre reti e le nostre barche.
.
 3 marzo 2002
 
 
 
 

Agosto

Agosto 2001
L’agosto, caldo, bollente, afoso, l’agosto che soffoca ….
…agosto …, che noia, che pena: l’agosto che a stento procede verso la fine delle vacanze……
Le vacanze, quelle degli altri, tra mari incantati, acque azzurre e pulite, camerieri in divisa gentili e sudati, tavole apparecchiate, balli, spettacoli all’aperto, sagre paesane, fuochi d’artificio, sapori antichi e moderni, raffinati e ruspanti, sole a picco su corpi lucidi e immobili, aria pura di montagne violate, di luoghi profanati dall’ansia di uscire fuori dalla routine….
Agosto passato a penare, da sempre passato a pensare che quella fosse la fine , che tutto si era fermato, che niente e nessuno ci libera dalle vacanze obbligate, le vacanze che ti portano su un piatto d’argento ciò che tu non hai ordinato, ma che ti spetta sempre e comunque. Il niente, il dolore, l’assenza, la lontananza, l’immobilità della morte che torna a trovarti….
Agosto, …. passato a sperare che tutto finisca, passato a trascinare con pena e affanno una vita sempre più priva di senso.
Agosto, …. mese di merda, mese dove tutti s’inebriano, dove tutti s’illudono di dimenticare ciò che li affanna.
Agosto, .… mese del nulla, mese della resa dei conti, mese che avrei voluto non fosse mai stato.
Agosto … ad aspettare la fine.
Agosto, …. passato a pensare se si poteva risorgere, passato a sperare che tutto poi ricomincia, passato a negare che c’era la morte, che c’era l’oblio eterno, infinito, perché ogni volta avveniva il miracolo delle vacanze finite!
(Tratto da "Il gioco dell’oca" ed.Tracce)
 

Agosto 2003

Li abbiamo visti stampati sui visi i sentimenti di compassione, uniti agli auguri di buon Ferragosto, quando, salutandoci, abbiamo comunicato la meta delle nostre vacanze agli “amici”, gli amanti dei viaggi oltre frontiera, di ristoranti e alberghi di lusso, del divertirsi ad ogni costo, qualunque sia il prezzo.

Ma nel decidere di partecipare al corso di Teologia morale, io e Gianni non abbiamo avuto dubbi, visto che non eravamo alla prima esperienza di questo tipo, qui a Loreto. E poi, constatare che in questo andare controcorrente si è sempre più numerosi ed è fonte di grande gioia.

Maria, pian piano sta catturando, all’ombra della Santa Casa non solo coppie del RnS ma tutte quelle che sono desiderose di conoscere e conoscersi, per percepire quale forza stia esplodendo nel seno della Chiesa per l’evangelizzazione della famiglia.

Don Mario Cascone, con tutta la sua carica di fede e di conoscenza, con la forza e la chiarezza che lo contraddistinguono (ha messo a pregare non si sa quanti Conventi di clausura per non soccombere ai tour de force a cui il Signore lo chiama) ci ha portati concretamente dentro i problemi, di cui dovrebbe farsi carico ogni battezzato che ha scoperto la grazia racchiusa nel sacramento del matrimonio, infiammandoci con il Sacro fuoco dello Spirito, ogni giorno invocato durante le Messe da lui celebrate, che non avremmo voluto finissero mai.

Grati a Dio della forza che viene dall’essere coppia, famiglia in Cristo per sempre, torniamo a casa con la voglia incontenibile di gridarla dai tetti, di portarla negli anfratti più dimenticati e nascosti, fino agli estremi confini della terra. 

Loreto 15 agosto 2003

L'attesa

Signore ti ringrazio perché mi doni la pazienza di attendere che la terra porti frutto, di sperare che non invano e non a caso soffia il vento e cade la pioggia, non a caso la neve scende e il gelo ricopre la terra.

Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme della tua bocca, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo che, quando proprio pensavamo fosse morto, vedessimo spuntare la vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.

Tu hai pensato a tutte queste cose e ci concedi di vederle e di stupire, ogni anno, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi rinnovano il loro vestito, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.

Così ci prepari al grande banchetto dell’estate quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati.

Delle stagioni l’estate è quella in cui si miete e si raccoglie, quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, ma tempo pieno, in cui basta allungare la mano per gustare il frutto morbido e dolce che la natura ci offre.

Delle nostre stagioni, Signore, molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.

Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono, premendo, gravando sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.

Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, travolti dalla furia degli elementi, scomposti sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.

Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si toglie il velo, per mostrare agli occhi in attesa le meraviglie a lungo celate.

Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura che non aveva smesso di credere che oltre le nubi l’azzurro non era scomparso per sempre.

Così la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo di cui tu sei il Signore, sono momenti del divenire delle tue creature, perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.

Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.

All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte, perché tutto si colora di luce che dona agli occhi stupiti la gioia di godere della tua grazia multiforme e infinita.

C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, tempo di silenzio, di deserto, di desolazione, di morte.

Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.

Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate, fa che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.

  12 luglio 2001       

Racconti di solidarietà

Luciana
Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva. Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato. Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer. Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.
Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.
Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.
Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.
Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.
L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.
La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.
Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo? Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.
Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva.. Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente. Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.
Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.
Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.
Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.
Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.
Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.
I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.
Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.
La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.
Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.
Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.
Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, <Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”> parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.
L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.
Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?
La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.
Racconti di solidarietà ( primo premio concorso ISTMI promosso dall’ADMO nell’anno 2005)

Il Signore dell'oltre

Dal terrazzo della casa che stiamo costruendo in campagna si vede la Bella addormentata.
I suoi contorni si stagliano nitidi all’orizzonte, specie al tramonto di calde giornate estive o nelle gelide ma terse giornate invernali, e lo spettacolo che ci si presenta sembra trasportarti in un’altra dimensione.
Quando per la prima volta salimmo sul colle che io avrei avuto in eredità da mia madre, non ci soffermammo a guardare le bellezze della natura che si stendevano davanti ai nostri occhi, preoccupati a scansare i sassi del sentiero mal tracciato, a superare l’erba cresciuta troppo in fretta, a pensare che sarebbe stato bello costruirci una casa.
Pian piano quel colle lo scaliamo pregando, dal giorno in cui il Signore ci mostrò che a dispetto delle ville lussuose dei dintorni, quella che noi non avevamo costruito era la più bella, perché le pareti le aveva costruite Lui con le sue mani, erano i monti, erano le valli, erano i pendii lussureggianti e variopinti, delle aree coltivate, era il mare che si intravedeva da lontano, che si affacciava tra due spicchi di terra popolati di case.
Ma l’opera maestra erano quelle montagne, la Maiella e il Gran Sasso, e specie quest’ultimo che si stendeva sereno assumendo le fattezze di una donna addormentata, che fiduciosa si abbandona all’abbraccio del sole dell’aria del cielo, di tutto il creato.
Abbiamo sempre pensato che fosse un pezzo unico forgiato dalla mano dell’artefice, non scomponibile, uguale da qualsiasi posto si guardasse.
A Prati di Tivo, dove lo scorso anno, ci siamo recati per un un breve weekend, affacciandoci alla finestra dell’albergo ci siamo trovati davanti un monte, non tanto elevato, brullo, e siccome era settembre anche un po’ imbronciato come il cielo che non si decideva a far filtrare qualche raggio di luce che lo illuminasse e lo facesse sembrare un po’ meno tetro.
Lo stupore fu grande quando ci rendemmo conto che stavamo dentro il volto della Bella addormentata, quell’opera stupenda e sublime che ci aveva fatto piegare le ginocchia.
I monti, come il Corno Grande o il Piccolo di per sé possono non dirci niente, anzi a volte sono proprio brutti, ma se li guardi da lontano tutti assieme ti affascinano e ti parlano di potenza, di grandezza, di perfezione: ti parlano di Dio.
Così accade alle nostre storie di uomini, che, viste da vicino, sono veramente storie da poco, poco luminose, poco edificanti, poco belle ma a guardarle da lontano sono opere perfette, se illuminate dalla luce che viene dall’alto.                                                                                     
Al Signore dell’oltre
Signore oggi ti vogliamo lodare benedire e ringraziare perché ci guidi passo passo dentro al mistero della tua creazione, dentro il mistero della tua misericordia, dentro il mistero della tua grazia.
Tu ci porti per mano, Signore, attraverso le tue meraviglie, ci fai fermare, quando non ci accorgiamo di un fiore sbocciato all’improvviso nel nostro giardino, quando il canto degli uccelli che saluta il mattino, non riesce a stupirci, quando il cielo imbronciato lascia trasparire un lembo di azzurro, quando non vediamo nei turgidi nodi dei rami, la vita che si rinnova, quando il frutto che ci prepari vorremmo coglierlo subito senza dover aspettare.
Ti vogliamo lodare e ringraziare Signore perché hai alzato il velo che offuscava i nostri occhi affinché guardassimo oltre, introducendoci ai significati reconditi delle cose create, al mistero che in esse è racchiuso, grazie perché abbiamo visto non un paesaggio orrido e tenebroso, pieno di ombre inquietanti, non un abisso di tormentata paura, ma te Signore che ti nascondi e vivi nel disfacimento di ciò che ha terminato la corsa, nel limite invalicabile della nostra umanità, nel non senso di ciò che finisce, nella paura per ciò che non siamo, nel terrore per ciò che ci aspetta, nella percezione drammatica della nostra impotenza, in tutto ciò che ci fa desiderare che tu esista, che tu ci ascolti, in tutto ciò che ci spinge a chiedere aiuto.
Grazie, Signore, perché, andando oltre, superando il limite invalicabile del nostro essere uomini e prendendo le ali che solo tu ci sai dare, abbiamo visto la luce che illumina le cose che non vedevamo, abbiamo colto il senso della nostra inadeguatezza, abbiamo gioito guardando il creato e abbiamo cominciato ad amarlo, perché tu lo ami, perché è opera delle tue mani; grazie, Signore, perché ci stai prestando i tuoi occhi per vedere anche in un pezzo anonimo e informe di roccia un elemento imprescindibile, a che si realizzi una splendida scultura..
Signore dell’oltre ti vogliamo chiamare, perché ogni giorno, ogni momento ci stupisci con le tue meraviglie nascoste e svelate pian piano. Signore dell’oltre ogni umana immaginazione, Signore dell’oltre ogni più ardito desiderio.
Signore, continua a manifestarti dietro le cose piccole e grandi della vita di ognuno di noi, continua a stupirci con la tua multiforme e imprevedibile grazia, risplendi lì dove vediamo solo buio, dà vita a ciò che consideriamo già morto, risuona dove il silenzio é immobile e senza speranza.Signore dell’oltre, grazie dell’esserti svelato, grazie per averci fatto dono della tua presenza, grazie per averci reso partecipi del tuo mistero.
6 aprile 2005
Da Famiglia oggi:riflessioni di coppia (rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)

La casa

"La casa, cantiere di santità" è il titolo del convegno che da due anni si tiene a Rocca di Papa per operatori di pastorale familiare.
Ad aprile ci siamo andati anche noi, perché quella casa non costruita era il nostro chiodo fisso..
Ci piace condividere con voi ciò su cui siamo stati portati a riflettere a Rocca di Papa.
Gli stimoli del convegno sul tema: "La casa cantiere di santità” sono stati molteplici e interessanti.
Ci sembra che il concetto, nelle sue accezioni reali e simboliche, sia un ottimo spunto per impostare percorsi formativi, finalizzati alla promozione della cultura della famiglia.
Una famiglia sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove si ricompone l’unità dell’essere uomo, dell’essere coppia, dell’essere famiglia, dell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
Il convegno propone una riflessione su quella che è la casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Le dimore degli uomini, attraverso i secoli, non hanno mai potuto prescindere dai condizionamenti naturali e culturali del tempo in cui si trovavano a vivere.
In un’era in cui i poveri non si possono sposare perché non trovano la casa e i ricchi si sbizzarriscono a costruirne di tutti i tipi con tutti i confort, case disanimate che aspettano solo l’applauso di spettatori occasionali che vi si ritrovano per far trionfare la vanità, ci chiediamo se sia cambiato qualcosa o non siamo scesi ancora più in basso. 
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa è da prendersi come immagine in tutte le sue accezioni spirituali e materiali:casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.La casa fatta di mattoni, quelli veri che servono per mettere su casa, famiglia, quella che si preoccupano di trovare gli sposi e di arredare, quando celebrano le nozze, fissa dimora con gli spazi divisi a seconda di ciò che è necessario, perché la vita circoli e si sviluppi.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio.
La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa, del Suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Il fare, l’operare nel cantiere sono la conseguenza di questa presa di coscienza: quella di stabilire una dimora per l’uomo, un luogo dove l’uomo si realizzi attraverso le relazioni, la relazione che intercorre tra i suoi membri.
Dio è relazione, è comunione, è famiglia, come ha detto giustamente il Papa.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.
Aprile 2005 
Da Famiglia oggi:riflessioni di coppia(Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)