Le mie pecore ascoltano la mia voce

Giovanni 10,22-30
Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Non a caso il bambino impara a distinguere già nell’utero materno il suono amico della voce della madre.
Gli organi dell’udito, infatti,  si formano prima di quelli della vista che giungono a perfezione solo due mesi dopo la nascita.
Venire alla luce quindi non significa vederci ma essere visti.
Il rapporto con Dio è quello del figlio che continua a rimanere collegato con Chi lo ha generato attraverso il cordone ombelicale dello Spirito.
Ascoltando la sua voce, conosceremo l’amore e saremo in grado di testimoniarlo anche stando in silenzio.

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Bambini e verità

Man mano che procedo , mi accorgo che perdo un pezzetto di me, m'impoverisco a dirla con il Vangelo…..che non è avere soldi di meno, magari!, ma la salute: occhi, naso,  orecchie, cervello,  gambe, braccia, mani, pelle  e chi più ne ha più ne metta.
Non è a dire che non ci sono abituata, perchè ho cominciato da giovane.
Mi sento come la mia adorata Cinquecento che dovetti vendere perchè la  carrozzeria andava a pezzi, o come l'ultima, la Micra bianca, che non ho avuto il piacere di pensarla passata di mano, perchè costava più tenerla che rottamarla.
Entrambe mi erano rimaste fedeli e non mi avevano mai lasciata in mezzo alla strada.
Le intemperie, compresa la grandine, gli atti vandalici e poi la mia difficoltà atavica a non calcolare le distanze,  la tentazione di avvicinarmi troppo alle persone, ai problemi, al marciapiede ecc ecc ecc .
Mai però un incidente serio, fatta eccezione dell'ultimo tamponamento che prima di decretare la fine della macchina, una Panda rossa che mi sono dimenticata di nominare, ha decretato la fine della mia attività lavorativa, per le conseguenze impensabili che ne sono derivate e che non sto qui a raccontare.
Dicevo del perdere i pezzi, del sentire che sei sulla linea d'arrivo o di passaggio, a seconda dei punti di vista.
Giovanni che non ha peli sulla lingua, con estremo e brutale realismo mi ha detto: "Che ci vuoi fare, nonna, sei anziana!"
La cosa non mi ha fatto piacere, non perchè non fosse vera, ma perchè ti piacerebbe che l'altro, specie se è  un bambino, non se ne accorgesse o ti indorasse la pillola.
Ma tant'è che la rassegnazione è l'ultima venire per me che sono una lottatrice.
Così ho preso di petto Emanuele, il piccolo (almeno lui avrebbe avuto pietà..!) e gli ho chiesto:" E' vero che la nonna è vecchia?".
Con stupore mi guarda e mi risponde: "No, nonna , tu sei nuova!".
Speriamo che sia in senso evngelico. Almeno c'è una consolazione
.

Tu mi scruti e mi conosci

C’era un paese in cui non s’era mai visto un elefante. Anzi: la gente nemmeno sapeva che cosa fosse.

L’imperatore dell’India, per suoi interessi politici, volendo stipulare un’alleanza con il re di quel paese, gli mandò in dono un elefante che arrivò di notte e subito venne rinchiuso in un padiglione nel giardino dell’ambasciata, in attesa della consegna ufficiale, in pompa magna.
La curiosità della gente era grande, e per vedere com’era fatto un elefante, quattro dei più coraggiosi decisero di introdursi di soppiatto nel padiglione, approfittando della notte e del buio.
Anzi, per non farsi scoprire, non portarono con sé neanche una lanterna, limitandosi a toccare l’animale, palpandolo ben bene e scappando poi di gran volata per tornare dagli amici che li aspettavano impazienti.
"Ecco come è fatto un elefante: – disse il primo che aveva toccato una
zampa – è come una colonna, una grande colonna tutta tonda".
Ma il secondo, che aveva toccato la proboscide, replicò: "Niente affatto: è come una grossa corda, molto grossa e molto lunga".
Il terzo, che aveva toccato ben bene un orecchio dell’elefante, assicurò invece che l’animale aveva l’aspetto di un grande, grande ventaglio; e il quarto, che aveva ispezionato la coda, affermò che dopotutto l’elefante assomigliava proprio al codino di un maiale, ma molto più alto e ruvido.
Questo capita a chi vuol parlare delle cose senza conoscerle.


Gv 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Salmo 138

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,

osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.

La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, già la conosci tutta.

Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.

Meravigliosa per me la tua conoscenza,
troppo alta, per me inaccessibile.

………………………………..

Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.

Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.

Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno.

Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio!

Se volessi contarli, sono più della sabbia.
Mi risveglio e sono ancora con te.

………………………….

Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri;

vedi se percorro una via di dolore
e guidami per una via di eternità.


L'abbraccio




E’ triste pensare che forse siamo l’ultima generazione nata da un abbraccio.

Un giorno che Giovanni, il mio nipotino, stava male ha detto: "Forse mi passa se abbraccio qualcuno!"

L’abbraccio è quando scopri il petto e dici:" Io mi fido di te".

Buona giornata.

Pasci le mie pecore

Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore.
(Gv.21,15-17)

Signore donami la capacità di vederti in ogni fratello che non è come lo vorrei, che ha cessato di essere amabile, che mi offende e trama contro di me.
Amare te Signore non è difficile, perchè tu sei buono, e ce l’hai dimostrato.
Gli uomini continuano ad essere cattivi e il mio più grande desiderio è quello di isolarmi e di rifugiarmi nelle tue braccia.
Ma tu a Pietro hai chiesto non un amore che si fermava a te, ma un amore da trasferire alle tue pecorelle.
Qui sta il problema Signore: pascere, nutrire, prendersi cura delle persone che ti stanno a cuore, significa occuparsi di quelle che non  amano nè Te nè me.
Mi chiedi tanto Signore, ma io mi fido di te.
Tu non chiedi mai ciò che non posso darti.
Che padre saresti altrimenti?
Il tuo Spirito mi aiuterà in questa impresa apparentemente impossibile.

Dove potremo comprare il pane….?

Giovanni 6,1-15 – In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.


Oggi Gesù ci invita a sederci per mangiare ciò che gratiuitamente ci viene dato attraverso la mediazione dei suoi discepoli.
Molto spesso ci è difficile accettare quanto ci viene offerto, perchè ci sentiamo mortificati dal fatto che il ricevere comporta una dipendenza, un grazie che non siamo abituati a dire.
Lodiamo il Signore per tutto quello che ci viene elargito indirettamente da Lui attraverso i fratelli, e chiediamoci se siamo disponibili, quando pensiamo che non abbiamo niente da offrire, a cercare ciò che serve per il bene comune, con umiltà, discrezione, fede.
Nella mensa eucaristica siamo tutti invitati a portare il nostro piccolo contributo perchè Gesù, attraverso il sacerdote, trasformi in cibo di vita eterna, il pane e il vino offerto sull’altare, frutto delle nostre rinunce, della nostra disponibilità a investire in Lui, nella Sua Parola anche i nostri fallimenti.

Voglio pregare oggi con le parole di Madre Teresa di Calcutta.

Signore,vuoi le mie mani per passare questa giornata
aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno?
Signore, oggi ti do le mie mani.


Signore,
vuoi i miei piedi per passare questa giornata
visitando coloro che hanno bisogno di un amico?
Signore, oggi ti do i miei piedi.

Signore,
vuoi la mia voce per passare questa giornata
parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore?
Signore, oggi ti do la mia voce.

Signore,
vuoi il mio cuore per passare questa giornata
amando ogni uomo solo perché è un uomo?
Signore, oggi ti do il mio cuore.