Fede

“Maestro non t’importa che siamo perduti?” (Mc 4,38)
Le letture di oggi ci parlano della fede che è fondamento della nostra speranza.
Oggi mi chiedo quanta fede io abbia e se nelle avversità, nei pericoli continuo a confidare nel Signore, se mi rassegno ad affondare e morire con Cristo che dorme nella mia barca o pretendo di vivere in eterno una vita da schiavo, una vita di sacrifici per ciò che non dura e che la tignola o la ruggine attaccano.
Me lo chiedo dopo aver passato gli ultimi tempi a temere di rimanere per il resto dei miei giorni dipendente dagli altri per qualsiasi spostamento, a rinunciare a quella poca autonomia che mi dava l’avere la patente e la macchina per andare da qualche parte.
Ho fatto una fatica bestiale a convincermi che niente è dovuto e che, se il Signore permetteva tutto questo, sicuramente era per il mio e per l’altrui bene.
Nella messa de 29 gennaio ho trovato la pace dopo tanto penare, la pace che miracolosamente è scesa sopra di me, quando ho pensato che a tutto c’è rimedio, anche ad una bocciatura,(all’esame per il rinnovo della patente con le modifiche ala macchina, imposte dalla commissione ) il minimo che mi potesse succedere, perchè si può sempre riparare, come a scuola.
Ma poi è bastato poco, l’intervento non proprio soft di mio figlio che mi ha fatto ripiombare nell’angoscia.
E quello che pensavo fosse una maledizione, vale a dire che ad accompagnarmi doveva essere lui, perchè mio marito aveva abbondantemente superato l’età prevista per gli istruttori, si è rivelata una benedizione.
Infatti, grazie al suo carattere gioviale e tranquillo, ho superato l’esame brillantemente.
La sera prima mio marito mi aveva invitato, era mezzanotte, a dire un rosario insieme e a benedire questo figlio che all’apparenza sembra ce l’abbia con me e abbia qualcosa da farmi scontare.
“Esortatevi a vicenda” diceva nella lettera agli Ebrei Paolo a Barnaba, Parola di Dio, e così è stato.
Che Gianni prendesse l’iniziativa era il primo miracolo a cui sarebbero seguiti tutti gli altri.
Avevamo pregato insieme perchè la relazione con Dio e con le storture della nostra umanità fossero tutte ripristinate come occasioni di crescita e di grazia.
Così, anche se il dolore alle spalle e al braccio dalle 4 del mattino cresceva in modo esponenziale, pure ho cercato di mantenere la calma e di mettermi nelle Sue mani e in quelle di chi mi aveva mandato a sostenermi.
Dicevo che ho superato l’esame grazie anche ai ricalcoli dolorosi e opprimenti, ma quello che questa mattina vorrei non trascurare di scrivere è che questa vicenda mi ha fatto provare quanto è grande il Signore, quanto distano i suoi pensieri dai nostri, quanto siano efficaci le sue soluzioni e non quelle che noi gli suggeriamo.
Il mio cuore si è aperto ad una gratitudine immensa, non tanto perchè avevo di nuovo la patente e non dovevo dipendere più da nessuno, quanto che ero chiamata a servire ancora e sempre fino alla morte in casa o fuori casa, stando ferma su una sedia o guidando un’automobile, spostandomi con il cuore e non con il corpo necessariamente.
Questo è il dono di tanto patire, di questa tempesta che infuria da tempo su questa casa, e voglio farne memoria e mettere nel mio sacco tutti gli scintillanti che di cui Dio ha cosparso questo percorso sempre più impervio.
Ho pensato al fatto che molti non hanno proprio nessuno che li porti, che si prenda cura di loro, che non possono muoversi autonomamente e non hanno un rapporto confidenziale con il Signore.
La mia fede si fondi sulla sua Parola sempre, questo è ciò che oggi voglio chiedere a Dio.
Che sia disposta ad andare a fondo con Lui, quando la tempesta è troppo violenta con la speranza che si fonda sulla sua promessa che non moriremo, ma resteremo in vita, perchè è risorto e vive in noi oggi sempre in eterno.

La Micra e il castello

Sfogliando il diarioMicra 1998
29 gennaio 2010
venerdì della terza settimana tempo ordinario anno pari
letture:2 Sam 11,1-10a.13-17; Salmo 50 ;Mc 4, 21-25
ore 5:47.
“Il regno dei cieli è simile ad un granellino di senapa”.
Tu mi chiedi Signore oggi di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, mi chiedi di non scoraggiarmi, perché non vedo i frutti di tanti sacrifici.
Tu Signore mi chiedi di rinnovare il mio impegno a servire, perché tu sei un dio fedele, un dio che non inganna i suoi figli, ma se ne prende cura anche quando sembri lontano, occupato a fare altro.
Le nostre storie di uomini, le nostre fatiche quotidiane, i nostri dubbi, tentennamenti, cadute, le nostre infedeltà, le nostre lacrime, la nostra solitudine, angoscia, disperazione, tutto Signore tu vedi e a tutto provvedi.
Tu mandi acqua dal cielo quando la terra è riarsa, tu fai spuntare il sole ogni giorno perché ci riscaldi e ci illumini.
Tu Signore continui a seminare la parola, il granellino di senapa dalla forza dirompente.
La tua parola è spirito e vita, opera nel nascondimento, non si vanta, non urla nelle piazze, la tua parola non giudica, ma ammaestra, consiglia, guida, ama e perdona.
Grazie, Signore, per la tua parola, perché parola d’amore.
Grazie perché, man mano che procedo in questa straordinaria avventura nella conoscenza del tuo regno, mi si alzano vedi, mi si aprono porte… squarci di luce sempre più grandi illuminano castelli meravigliosi della tua sapienza, bontà, misericordia.
Ieri Giovanni, per consolarmi del fatto che la Micra diventasse un sacchetto, una polpetta destinata alla rottamazione, dopo 12 anni di onorato servizio, mi ha detto: “Non piangere nonna, non disperare.La tua macchina si trasformerà in qualcosa di più bello come questa casa che abbiamo di fronte che stanno ristrutturando destinata a diventare uno splendido castello.”
Quando l’ha detto ho pensato a quanto è grande la capacità dei bambini di cogliere l’essenziale delle cose e di guardare oltre.
Io pensavo alla fine ingloriosa della mia macchina, mi vedevo dinanzi il deposito pieno di carcasse di auto e la gru che le sollevava e le metteva sotto la pressa per compattarle e farne polpette.
Chissà perché ho pensato alle polpette.
Certo che ieri, mentre andavo a firmare le ultime carte e a pagare la macchina nuova fiammante che stava nel piazzale, tutto mi parlava di morte: quella nuova, nera mi sembrava un avvoltoio e la mia piccola amica, la Micra ammaccata, incidentata, vecchia di anni, carica di ricordi, con un motore ancora impeccabile destinata a morire.
12 anni, 39.000 km….
È come se le avessi decretato l’eutanasia, sapendo che era ancora viva con tutti gli organi a posto.
Le macchine mi hanno sempre rappresentato per via del fatto che quando le davo indietro era sempre per via della carrozzeria che andava a pezzi.
Il motore era sempre funzionante.
Era la prima volta però che mi capitava di rottamare una macchina che non mi aveva mai lasciato per strada, salvo due forature due giorni di seguito, nei pressi del gommista su cui si affacciava la finestra della cappellina, dove ogni giorno Don Gino esponeva il Santissimo.
Due forature che mi hanno dato l’occasione di stare con Gesù che ha qualificato il tempo del ricalcolo.
Rotture profetiche attraverso le quali ho sperimentato la grazia dell’attesa quando  aspetti con Dio.
La parabola di oggi parla di un granellino di senapa, destinato a diventare un grande albero, dove trovano rifugio e ombra di uccelli.
La mia macchina piena di ricordi sarebbe diventata un castello come Giovanni mi aveva fatto intendere?
Lo era stata un castello perché, attraverso di essa ho conosciuto le case degli uomini, sono entrata nelle stanze più intime dei loro cuori e le ho aggiunte a quelle della mia casa.
Quella macchina effettivamente, pur chiamandosi Micra è riuscita a dilatarsi a tal punto da contenere le stanze che man mano si aggiungevano alla mia casa, sì da farne un grande castello.
La comprai per dimostrare al mio preside e al mondo potevo continuare a lavorare, nonostante l’handicap di non poter camminare.
La comprai per una sfida con il destino, che sembrava accanirsi su di me, costringendomi a fermarmi per tempi sempre più lunghi.
Comprai una macchina a tre porte, perché tanto non dovevo portare nessuno.
Ero sola a portare me stessa, le mie gambe, il mio corpo.
Gli altri andavano a piedi e usavano l’auto solo per grandi spostamenti.
Senza l’auto non avrei potuto recarmi a scuola, andare a trovare mamma o mio fratello negli ultimi mesi, prima che ci lasciasse.
Ho usato la macchina però anche  per raggiungere gli spacci aziendali, il mercato, lì dove era possibile però fermarmi e trovare subito ciò che cercavo.
La macchina si è sostituita per 12 anni alle mie gambe che non erano in grado autonomamente di fare percorsi un po’ più lunghi.
Poi è accaduto quello che allora mi parve irreparabile.
La morte di mio fratello, la dispensa dal servizio, la crisi coniugale, l’allontanamento di mio figlio, deciso a sposarsi.
Relazioni interrotte o in grave pericolo hanno preceduto la svolta.
La macchina è stata la testimone delle mie crisi di panico, dell’incertezza del futuro, del mio vagare alla cieca alla ricerca di qualcosa che rompesse l’atroce cerchio del non senso, del dolore, dell’abbandono.
Poi la conversione.
Il matrimonio di Franco, la nascita di Giovanni, i percorsi cambiati.
Negozi in cui si spende denaro per cose che non appagano sono stati sostituiti da luoghi dove gratuitamente ottenere la gioia e la felicità e la vita.
I semafori, i treni, i taxi, gli aerei, le caprette, i cigni, il mare e poi i presepi, la chiesa e poi i cani, i pesci e tutto ciò che poteva interessare un bambino.
Con la macchina ho dato un passaggio a Vittoria, Gigliola, Lilla, Miranda, Maria, Elena e spesso mi sono detta che avrei fatto meglio a comprare una macchina a cinque porte, perché la funzione era quella di trasportare gli altri non me stessa soltanto.
Poiché non riesco a stare in piedi anche gli incontri si sono sviluppati stando seduta in macchina ferma.
Luciana, lilla, Lucia, Titta, Maria, eccetera tante persone che hanno contribuito a costruire il mio castello che non può andare in frantumi, essere rottamato come una macchina, neanche con esplosivo potente.
Il castello rimane.
Antonietta  è diventata un castello che oggi può accogliere con più comodità le persone è destinata a diventare sempre più grande.
Aveva ragione Giovanni!
Il problema sta nel vedere in un granello di senapa, in una morte, la sorgente di una nuova e più rigogliosa e fiorente vita.
La vita come un granello di senapa, il cuore come albero grande, castello di stanze che si moltiplicano man mano che apri la porta per accogliervi un pellegrino.
Grazie Signore di questa bellissima immagine suggeritami dalla meditazione del Vangelo di oggi.
Una casa che diventa un castello, una Micra si espande e diventa una station wagon, un autobus, un treno, uno strumento d’amore, un abbraccio ancora più grande, quando aumenta il numero delle porte.
Non so perché l’ho comprata nera.
Non è un colore che ho amato e solo da poco ho scoperto che mi sta bene.
Il nero attira i raggi del sole, il nero è assenza di colore.
Quando non hai niente da portare è Gesù che porti nella sua interezza.
Voglio pensare che sia un buon segno averla scelta così.

Doni, Dono

 

 
 
Meditazioni sulla liturgia di
 giovedì della III settimana del TO anno pari
“Con la misura con la quale misurato sarà misurato a voi”(Mc 4, 24)
Questa parola sembra minacciosa , risposta alla preghiera del Padre nostro quando diciamo ( a denti stretti, per la verità): “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
In effetti sembra impossibile salvarsi senza l’aiuto di qualcuno più forte, potente e capace di noi, con doti soprannaturali, perchè lo sappiamo di quale pasta siamo fatti.
Infatti non credo che su questa terra ci sia persona o ci sia stata, ad eccezione di Maria, che sia esente da questa conseguenza del peccato originale, che ci ha allontanati e divisi, ci ha tolto il giardino, la relazione, che ci dava da vivere nella bellezza e nel rendimento di grazie a chi fa piovere e fa crescere.
Gesù Cristo è venuto a darci una mano, veramente è venuto a mettersi a servizio delle nostre difficoltà, inadeguatezze, incapacità o volontà debole e incostante,dando il suo corpo, tutto intero, perchè si compia ciò che è promesso.
Nell’Antico Testamento vediamo in controluce, attraverso i vari passi , la nostra storia fatta di errori e di smarrimenti, di peccato e di condanna senza appello, storia che diventa storia sacra se ci facciamo illuminare dalla luce di Cristo.
Illuminare non basta però, perchè la salvezza non può ridursi ad una fede a cui non consegua un comportamento adeguato.
Non si può vivere dicendo di avere fede, se non si è disposti ad ascoltare e fare tutto quello che Lui ci dice.
Maria alle nozze di Cana ci indica la strada da seguire per prolungare la festa e far tornare la gioia come protagonista della comunione fraterna, attorno al banchetto di grasse vivande che Dio ha imbandito sull’alto monte per tutte le genti.
I passi della Scrittura che oggi la liturgia ci propone mi hanno fatto pensare che senza Gesù non possiamo fare niente mentre  con Lui tutto è possibile.
Non a caso il Battesimo segna l’ingresso nella terra promessa, una terra da coltivare perchè ne traggano nutrimento e vita i fratelli che accogliamo nella casa , giardino che Dio ci ha ricostruito perchè ci vivessimo bene noi e i nostri parenti, amici, conoscenti e tutti quelli a cui noi per sua grazia lo concederemo.
Il Battesimo ci fa re, profeti e sacerdoti, che sembrano parole grosse e incomprensibili, che non ci riguardano.
Davide il più piccolo dei figli di Jesse sicuramente non immaginava di essere scelto per essere re, ma la sua storia ci mostra come quell’incarico attribuitogli fu, per grazia di Dio e per volontà del suo eletto, fecondo.
Nella pagina che oggi leggiamo vediamo Davide che con umiltà risponde a Dio e con l’autorità conferitagli da Dio si mette a servizio del suo progetto di salvezza per tutto il popolo.
Nel corpo mistico ognuno di noi può svolgere la sua funzione con lo spirito di un re , che non considera un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma ne fa partecipe tutto il corpo, perchè viva e funzioni bene.
Oltre che re, il Battesimo ci consacra profeti, voce di colui che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore!”.
Che grande responsabilità abbiamo Signore, quando apriamo la bocca!
Non ci rendiamo conto di quanto danno facciamo se prima non ci consultiamo con te o meglio se non siamo connessi con te che ci suggerisci le parole da dire!
Tu sei Parola che porta la luce e non ti possiamo tenere nascosto.
Tu ci aiuterai Signore a diventare tuoi sacerdoti, ad offrire ogni giorno, in ogni situazione, nella nostra quotidianità il nostro corpo come serbatoio d’amore che da te riceve l’acqua e il fuoco e il soffio dello Spirito per dispensarne a chiunque se ne senta attratto.
Grazie Signore di tutti i tuoi doni, che (la croce con i due bracci ce lo ricorda) sono non solo per noi ma per abbracciare tutti i fratelli ovunque dispersi, e attirarli tutti a te che sei la luce, il faro che ci porta nel porto sicuro.

Preghiera

“Io sono Gesù Nazareno che tu perseguiti”(At 9,5)
Oggi si celebra l’incontro tra Paolo e Gesù risorto, Gesù vivo che cammina sulle strade del mondo e si nasconde in ogni fratello .
Con Maria mi voglio rallegrare per la gioia che contraddistinse il mio primo incontro con Lui, la gioia dei fratelli riuniti in preghiera per l’ufficio delle lodi, la gioia che trasudava dai salmi che investiva tutta la natura in festa per la salvezza che era alle porte.
Con Maria ho sgranato il rosario, pensando al mistero dell’incontro con Dio, il Vivente, che mi aveva scalzato dalla cavalcatura per essere aggiogata al suo carro.
Ho ripensato all’entusiasmo dei primi tempi che mi ha portato a ritenermi depositaria della verità tutta intera, che mi ha fatto discriminare i fratelli cristiani che non si comportavano come io credevo fosse giusto.
Nei misteri della gioia ho chiesto a Maria la dovuta e necessaria umiltà per avvicinarmi a qualsiasi persona senza giudizi, nè pregiudizi.
Rispettandoli, amandoli, testimoniando anche in silenzio che Dio era ed è in ogni incontro sollecitato dall’amore, dalla risposta al bisogno di aiuto, le ho chiesto di andare oltre le apparenze, per vedere di cosa l’uomo ha veramente bisogno.
Mi sarei messa in viaggio con lei, facendo un trasloco dall’io al tu, passando per strade accidentate, lunghe, in salita, purchè arrivassi lì dove lei non aveva avuto paura di andare.
Un trasloco a piedi o a bordo di un asino, su cui ho fatto salire Gesù.
Perchè io mi sono sempre sentita quell’asino di cui Gesù aveva bisogno, quando entrò a Gerusalemme la domenica delle palme.
E poi nel terzo mistero mi sono trovata con Maria ad accudire i piccoli che il Signore ha messo sulla mia strada, i poveri, gli storpi, i ciechi, i malati, i soli.
Ho chiesto a lei di aiutarmi a sfamare, prendere in braccio, curare, vigilare su tutti i fratelli con cui vivo fianco a fianco in famiglia, in parrocchia, al lavoro e sulle piattaforme virtuali,specie quelli che danno cattivo odore e non sono amabili.
Poi nel quarto mistero con lei ho presentato al tempio questi fratelli, figli di un unico Padre, ho deposto in pegno il mio corpo, i miei dolori, la mia malattia, la mia vita non separata da Lui, illuminata dallo Spirito di Dio, perchè li benedicesse e li moltiplicasse nell’amore ad un unico e sommo bene.
E poi nell’ultimo mistero ho meditato sulle mie distrazioni, su quante volte mi dimentico di Gesù per continuare il mio viaggio.
Gesù che magari si è fermato per fare una cosa importante, che sta combattendo una grande battaglia che io ignoro e a cui non do peso.
E’ stato questa notte il momento più doloroso, anche se il mistero era della gioia, in quanto, nel quinto, si medita il ritrovamento di Gesù nel tempio.
Ma io con Maria ho meditato sulle volte che perdo di vista i miei fratelli, o mi sento da loro abbandonata. E non li cerco e mi dimentico di loro.
E’ stato bello accostarmi a Gesù in compagnia della madre, in occasione della festa della conversione di San Paolo.
Gesù è vivo, Gesù è risorto, Gesù vuole che ci prendiamo cura di Lui.
” Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni, il mio nipotino, in piena crisi d’asma.
Da lì sono partita per andare a trovare i fratelli uniti nell’unica fede in Cristo Gesù, figlio di Dio..

Fare il bene

” Alzati, vieni qui in mezzo!” (Mc 3,3)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio  per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori,  li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti,  siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.

Sacerdozio

Cristo Sposo della Chiesa sposa

 

“Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”(Eb 5,5)

Oggi voglio meditare su questa parola che sento rivolta a me, oggi che ho bisogno di forza dall’alto, di appoggiarmi ad un sostegno sicuro, oggi che la paura mi schiaccia e mi rende infelice, oggi che mi sento debole, incapace, malata, senza risorse che non sia tu o mio Signore.
Tu mi hai consacrato con il Battesimo, re, profeta e sacedote, mi hai unto con l’olio della tua tenerezza, mi hai coperto con il manto regale, mi hai posto al sicuro su una culla di stelle, tu Signore mio Dio hai pagato un prezzo spropositato per la mia vita, per amore, perchè non volevi consegnarmi alle ombre della notte ma mi volevi far vivere nella luce.
Tu, Signore mio Dio sei qui, vicino a me a ricordarmi che sei mio Padre, che non dimentichi il frutto delle tue viscere e che lotterai con me fino a quando l’ultimo respiro avrà detto l’ennesimo sì alla tua volontà di salvarmi, di amarmi, di volermi con te per sempre, in eterno.
Signore so, credo che tu lo fai e lo farai, lo hai sempre fatto, anche quando non mi accorevo della tua presenza e non ti ringraziavo per nessuna cosa, quando davo tutto per scontato e pensavo che il bene veniva da me e il male dagli altri.
Così ho cercato di migliorarmi per combattere il male che mi si era appiccicato addosso.
Ho cercato tutte le strade per far trionfare la giustizia e la verità, cercando la verità dovunque , quando la mia non mi convinceva, ma senza di te.
Signore tanto più è stata difficile e faticosa la ricerca, tanto più esaltante è l’aver trovato la misura di tutte le cose, la mia misura, non nei sepolcri dove nessuno può imprigionarti, ma fuori nel giardino di cui sei sempre stato il custode.
Signore io che non vedevo il colore di fiori, non sentivo il loro profumo, grazie a te ho scoperto la vita che scorre in un prato dai mille colori.
Tu fai piovere, tu fai crescere, tu ad ogni elemento del creato hai dato un’unicità irripetibile.
Così io mi sento, così tu mi fai sentire: un fiore del tuo giardino, un fiore profumato che è delizia agli occhi e rendimento di grazie all’autore di tanta bellezza.
Io Signore non sono bella, nè lo sono mai stata.
Quando sono nata ero così brutta che non sembravo neanche figlia di mia madre e di mio padre.
Ero nera, un colore che non appartiene alla mia famiglia d’origine, ma mio padre mi raccontano che disse:” Peccato che sia femmina( non mi avrebbe sposato nessuno), ma è mia e guai a chi me la tocca!”.
Parole profetiche perchè non mio padre, ma tu hai pronunciato quelle parole da quando mi hai pensata prima che fossi intessuta nelle viscere di mia madre.
Per quanto riguarda il matrimonio, vedo anche lì la profezia, ma tu che non sei uomo ma Dio, non eri dispiaciuto perchè non avrei trovato marito, perchè avevi destinato a me uno Sposo che è al di sopra di ogni altro sposo umano, avevi destinato a me te stesso e le nozze eterne con l’agnello immolato.
Signore cosa dirti se non grazie di questo cammino in tua compagnia, di questa cura costante nei riguardi del vermiciattolo di Giacobbe, della donna che tu hai sollevato dalla polvere e hai vestito come una regina e trattato come una regina?
Per questo oggi voglio pregare perchè io possa essere all’altezza del compito a me assegnato nella gratitudine eterna al mio Dio che mi ha creata per amore e mi ha reso pane per l’offerta sacrificale.
Mi consacro a te Gesù, a te voglio dare il profumo e la fragranza del pane appena sfornato, ma anche l’umiltà del più piccolo e insignificante filo d’erba che vive e cresce per tua grazia.
A Maria chiedo di aprirmi sempre più all’accoglienza della tua volontà, lei che fu da te scelta per la sua fede umile ed operosa, perfetta figlia, perfetta madre, perfetta sposa.

L’arca dell’alleanza

Maria, arca dell’alleanza.
” Siate forti e siate uomini” (1 Sam 4,9)
Sono le parole che i filistei pronunciano appena vedono l’arca dell’Alleanza portata in campo dagli Israeliti.
I Filistei sono presi da timore, hanno paura del Dio d’Israele che aveva dato prova di essere superiore ad ogni altro dio, per questo fanno appello a tutte le loro forze per vincere il nemico che avevano di fronte.
E così fu.
Questa pagina ci sconcerta perchè non basta portare in campo l’arca dell’alleanza come fosse un amuleto per vincere.
Altre volte assistiamo a sconfitte dolorose del popolo d’Israele, deportazioni, carestie, diaspora: delusioni cocenti.
La più cocente è quella di stare ancora ad aspettare il Messia come colui che ti fa diventare tanto forte e potente da non aver più timore di essere sottomesso da qualunque nazione.
Molto spesso ci attacchiamo ad un rosario, ad un immagine benedetta, ad una devozione per piegare Dio alla nosta volontà.
Andiamo in chiesa per convincerlo a fare la nostra volontà, ad esaudire i nostri desideri, non a chiedere di conoscere e fare nostra la sua volontà.
Nonostante siano passati tanti anni la storia si ripete e non abbiamo imparato la lezione che attraverso l’incarnazione e la morte di Gesù ci farebbe sentire invincibili.
Quale arca dobbiamo portare nel campo di battaglia? Cosa deve contenere l’arca?
L’arca è la casa in cui Dio ha deciso di abitare non per le opere della legge, ma per sua grazia.
“Un corpo mi hai dato, sul rotolo el libro è scritto di fare il tuo volere” è scritto.
Se permettiamo a Dio di entrare dentro di noi, se ci lasciamo purificare dalla lebbra che ci isola e ci tiene lontani dalla comunione con i fratelli, Dio è con noi e ” Chi sarà contro di noi?”.
Ma dobbiamo avere la necessaria umiltà di chiedere a Dio ciò che ha chiesto il lebbroso, nella consapevolezza che siamo malati e che solo lui ci può guarire.
La fede è l’unica arma in grado di sconfiggere la lebbra della divisione (diavolo, il divisore dal greco diàballo), dell’incomprensione, dell’odio, dell’invidia, dell’orgoglio, della presunzione, dell’avarizia, dell’auosufficienza, il demone che ci frantuma e ci disperde, il demone che non ci fa essere una sola cosa con Lui.
Quanta strada ancora da fare Signore! Quanto mi riesce difficile dire ” sia fatta la tua volontà” che ogni giorno nel padrenostro ripeto più volte con le labbra e non con il cuore!
Congiungi, unisci Signore il cuore e la mente, radunaci da tutte le parti del mondo in cui siamo stati dispersi e fà che non ci sentiamo pecoroni se decidiamo di essere un solo gregge sotto un unico pastore.
Maria insegnami a fare la volontà di Dio anche e soprattutto quando confligge con il buon senso e la giustizia, quando mi sembra troppo crudele e inaccettabile.
Intercedi perchè io sia guarita dalla lebbra più grave che è quella che mi tiene separata da Dio.