Festa della Santissima Trinità di Dio

(Mt 28,19-20)
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Il Vangelo di oggi, festa della Trinità è il testamento di Gesù che, da un lato ci consegna, ci lascia il suo Spirito, l’eredità, dall’altro ci dice come impiegarla.
L’andare, il battezzare, l’insegnare quello che ci ha detto Gesù, senza lo Spirito è cosa impossibile, ma anche inconcepibile.
Quando un genitore muore, auspica che ciò che lascia ai suoi figli sia usato bene, serva per farli stare bene.
Quelli che non lasciano niente, spesso sono i più ricordati, perché i beni materiali sono fonte di liti e di sconvolgimenti nelle famiglie.
Un’eredità, quella di Gesù, da non poter tenere per sé, un’eredità da portare a chi non ha avuto modo di vivere nella casa paterna.
Gesù vuole che tutti rientrino in possesso di ciò che è stato assegnato all’uomo dall’inizio.
Nella mente di Dio l’uomo era il beneficiario di tutto quanto egli possedeva, partecipe di tutto quello che aveva.
Ma l’uomo ha rifiutato quel bene perché lo impegnava a rispettare regole scomode, utili però a tutelarlo e a tutelare tutti gli altri che di quel bene avrebbero potuto e dovuto godere.
Per questo Gesù è venuto: per ripristinare l’ordine, per riportare la situazione nella condizione iniziale, originaria, attraverso il Battesimo, la rinascita dall’alto.
Lo scopo che si prefigge Gesù è quello di far rientrare gli uomini nella casa del Padre, per renderli partecipi della comunione trinitaria dalla quale l’uomo con il peccato originale si è allontanato.
Il Battesimo è opera della Trinità.
Nel Battesimo c’è il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo.
L’uomo è stato fatto a immagine somiglianza di Dio.
Con il peccato lo specchio si è sporcato e non riflette più l’immagine di Dio, perchè si è allontanato dalla fonte della luce.
Così oggi, festa della Trinità, ricordiamo il peccato originale attraverso le parole di San Paolo quando dice che siamo diventati figli attraverso lo Spirito di Dio, figli adottivi, che come figli naturali hanno diritto all’eredità e possono chiamare il padre “Abbà”.
Tutto ciò è avvenuto grazie al sacrificio di Gesù, al dono del Figlio perché diventassimo figli.
Le eredità spesso sono fonte di grande tribolazione in questo mondo.
Ne sanno qualcosa quelli che malauguratamente, dico io, si sono trovati a combattere con altri eredi, in genere fratelli, per spartirsi il bottino.
L’uomo purtroppo, per quanto riguarda ciò che Dio ci ha lasciato non capisce che la lotta, il conflitto, non porta niente di buono.
Infatti se l’eredità é vivere in Dio, solo condividendola con gli altri si può goderla appieno.
Perché in Dio non ci siamo solo noi.
Nella sua casa ci sono tutti i suoi figli e non possiamo pensare di escluderne qualcuno per nostro esclusivo interesse.
L’amore di Dio è infinito e per quanti sforzi si faccia, se vuoi dividerlo,sempre infinito rimane.
Dio è padre e dà a tutti secondo il bisogno. Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Se rispettiamo le regole, l’eredità potremo goderla appieno, altrimenti ne saremo estromessi una volta per sempre.
Nella Trinità non c’è competizione come quando ci sono le elezioni o quando si deve formare un governo.
Ogni Persona rimanda ad un’altra Persona, nessuna rimanda a se stessa.
La pubblicità non la dà un manifesto, ma la capacità di andare d’accordo, di conciliare, promuovere le diversità perchè diventino risorsa e ricchezza.
Il mondo dovrebbe imparare dal Vangelo come si fanno le campagne elettorali e come si governa.
Il problema è che a nessuno piace salire sulla croce.
Ma se l’uomo si ferma alla croce non è abitato dallo Spirito.
Solo lo Spirito può dire che il Signore è con noi per tutti i giorni della nostra vita fino alla fine del mondo.
Dio non è morto, ma è risorto e continua ad operare nella storia per realizzare il suo progetto di amore attraverso lo Spirito.
Ognuno oggi si deve sentire candidato a portare pace, gioia, serenità, giustizia al mondo, anche se nessuno lo vota.
Dio ha investito su di noi, ha distribuito i volantini dove l’immagine sua campeggia su una faccia, e dall’altra c’è la foto di ogni uomo..
È tempo non di votare l’uomo ma di votarsi all’uomo, perché questa è l’unica strada per accedere al regno di Dio che rimette a posto le cose come erano state pensate all’inizio.
Dio è famiglia, è comunione, unità di pensiero, di parola, di azione.
L’unità è data dalla convergenza del pensiero, della parola e dell’azione conseguente.
L’unità non la dà la vicinanza, il luogo in cui si abita, la vicinanza, non dipende dallo spazio e dal tempo che in Dio non esiste.
Lo spazio e il tempo finito dividono gli uomini.
Spazio e tempo infiniti non creano problemi all’interno della relazione trinitaria.
Gesù il figlio di Dio, ha accettato di calarsi nel tempo e nello spazio finito per trasformarlo nel tempo e nello spazio infinito, facendoci entrare nell’ottavo giorno.
Il kàiros, tempo di Dio ha soppiantato il krònos, tempo dell’uomo.
Perché questo accada bisogna morire, offrire se stessi, donarsi totalmente a Dio e agli uomini per poter entrare nella pace e nella gioia senza tramonto.
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“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)

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“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà”.(Sir 2,6)
“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)
Il Vangelo parla di servizio e non di potere, cioè parla del potere del servizio, l’unico che dà la vita, che ci realizza pienamente, che non ci fa morire.
Parla del reciproco affidarsi l’uno all’altro.
Il bambino si affida alla madre, al padre, a chi si prende cura di lui.
Ma chi si prende cura di tutti, dei piccoli e dei bisognosi, è il Papà di tutti papà.
Chi accoglie un bambino nel nome di Gesù, accoglie Colui che lo ha mandato.
“Accogliere” la parola che mi ha colpito…perché l’accoglienza presuppone un aprire le mani, le braccia, il cuore, per permettere che l’altro entri.
Significa fare spazio all’altro perché i nostri cuori entrino in contatto.
Accogliere significa fidarsi di qualcuno, non chiudersi alla novità che irrompe nella nostra vita, nella nostra storia.
Accogliere significa amare, perché quando tu fai entrare qualcuno nella tua casa è naturale che ti metta a suo servizio.
Il primo che ci ha accolto è Colui che ci ha pensato e amato per primo.
Ci ha accolti e si è messo al nostro servizio.
“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà” dice il Siracide.
È normale per un padre prendersi cura dei figli, non altrettanto naturale che i figli si prendano cura di un genitore.
Ripenso a quel bambino che ho visto al supermercato camminare come una papera per via del pannolone.
Era piccolo, un po’ ridicolo, ma simpatico e salutava tutti ed era fiero del suo andare, come la madre, forse perché da poco aveva cominciato a camminare.
Ho pensato che così camminano i vecchi, per tenersi in equilibrio.
Purtroppo i vecchi non li vuole nessuno e nessuno gli batte le mani, quando camminano caracollando, con il pannolone.
Sono in pochi quelli si occupano di loro, vegliano sul loro sonno, gli danno da mangiare e da bere.
Ma nessuno si entusiasma se fanno un ruttino o qualche altro rumore.
Dei vecchi in genere ci si schifa e chi se li prende in casa, quando non sono più autonomi, sono considerati eroi.
” Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me ” dice il Signore.

Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 maggio 2015 · 

 
VANGELO (Gv 16,20-23) 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
In un mondo di indifferenti, cosa fa la differenza?
Un cristiano in cosa si distingue da chi professa altre religioni?
Esibire la croce come distintivo è cosa buona se serve a portare speranza, a testimoniare l’amore, ad essere strumento di pace e di perdono, altrimenti è addirittura sbagliato.
La celebrazione eucaristica spesso si conclude con queste parole:”La gioia del Risorto sia la nostra forza”, ma anche il nostro distintivo, aggiungerei.
E’ la GIOIA che fa la differenza.
La gioia è un sentimento che nasce dalla consapevolezza che c’è chi provvede a noi e ci ama più di quanto noi stessi siamo capaci.
La differenza nasce dal fatto che ogni uomo è un capolavoro unico e irripetibile, perchè a Dio non piace annoiarsi e annoiare.

“Tutti siano una cosa sola”(Gv 17,21)

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“Tutti siano una cosa sola”( Gv 17,21)

C’è una forza centrifuga che ci spinge ad isolarci, a fare di testa nostra, a non confrontarci con nessuno, a non condividere con nessuno gioie e dolori, salute e malattia, forza che ci fa richiudere nel guscio dal quale la vita piano piano ci ha chiamati ad uscire.

Troppe le delusioni, le cadute, i rifiuti, troppo difficile vivere in pace e letizia la diversità dell’altro, la diversità che diventa ostacolo insormontabile per la nostra realizzazione personale.

La diversità ci fa paura, ci ricorda che non siamo perfetti, che non piaciamo a tutti, anzi che sono ben pochi quelli che si occupano e si preoccupano di noi.

La diversità ci ricorda che ci manca qualcosa.

Straordinariamente la Genesi ci aiuta a capire qual è il problema dell’uomo, il problema della perfezione, quando vuole prescindere dall’altro.

“Dio creò l’uomo (l’umanità) maschio e femmina (sessuata) a sua immagine(specchiandosi nelle persone della Trinità) e somiglianza (predisponendolo a che in tutto somigliasse all’originale, alla comunione trinitaria).

Uno in tutti e tutti in uno, quello che chiede oggi Gesù nella sua preghiera sacerdotale.

“Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi”.

In fondo basta vedere come Dio ha creato la donna, togliendola dalla costola di Adamo, per capire che nessuno è completo in se stesso e che l’altro lo completa.

Adamo quando si svegliò, perchè Dio gli fece l’anestesia per fargli partorire la moglie ( Il primo parto a cui siamo chiamati è quello del coniuge), disse che era carne della sua carne e osso delle sue ossa, come a dire “Io questa qui la conosco come me stesso”.

Il dramma è che noi pensiamo sempre di conoscere l’altro, specie quando ce ne innamoriamo, tanto che degli sposi novelli si parla sempre di un cuor solo e un’anima sola.

Gesù nella sua preghiera sacerdotale non ci esclude dall’amore che lo lega al padre ma ci ingloba nell’amore trinitario come l’ostrica il granello di sabbia che diventa poi il suo tesoro.

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)
Questa l’accusa che viene fatta a Paolo e che lo porterà a morire per averne testimoniato la resurrezione contro tutti e contro tutto.
Ma come si fa a testimoniare che Gesù è vivo, che è risorto, che cammina con noi e che non dobbiamo temere qualunque cosa ci accada?
Cosa fa la differenza tra chi crede e chi non crede?.
Credere nasce da un esperienza, da un incontro che ci icambia la vita, da un innamoramento che ti prende e ti porta lì dove non volano neanche le aquile tanto è alto, lontano dal comune sentire.
Bisogna essere veramente innamorati per affrontare la persecuzione, la morte senza battere ciglio, cantando e glorificando il Signore per le meraviglie del suo amore.
Certo che i martiri, a guardarli con occhi disincantati con i sillogismi del mondo, sono degli esaltati, dei pazzi che mettono a repentaglio la propria vita e si fanno uccidere per dimostrare la verità che portano dentro, per non rinnegarla, verità a dir poco discutibili.
Mi viene da pensare che anche i terroristi dell’Isis non hanno paura di farsi esplodere e di morire pur di portare a compimento la loro missione devastatrice.
La morte affrontata senza paura non è la discriminante per convincere che hai ragione. Dai frutti li riconoscerete, dice Gesù.
Se il frutto della morte è l’amore, l’amore ne è anche il motore, l’ispiratore, la pianta da cui è nato. Se è l’odio è il demonio, il divisore che ne tiene le fila.
Gesù nella sua terza apparizione risorto non a caso chiede a Pietro se lo ama prima di affidargli la guida del gregge.
L’amore di Pietro è ancora imperfetto, ma Gesù non si formalizza.
Per seguire Gesù è necessario prendere la nostra croce, il nostro piccolo pezzo di legno, le nostre braccia rattrappite, il nostro piccolo amore e fidarsi di Lui.
Quando lo Spirito scenderà sulla Chiesa diventeremo capaci di abbracci se avremo unito il nostro corpo a quello di Cristo.
La nostra capacità di amare diventerà in Lui con Lui e per Lui feconda e renderà presente il Signore ogni volta che riusciremo a dire “Mi fido di te” .

“Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35)

“Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35)
Che dire Signore di questa parola? Anche se tu mi hai fatto sperimentare la gioia del dono fatto con sacrificio e quanto più grande è il sacrificio, tanto più quel dono acquista valore e dà pace e gioia profonda, pure non riesco a ripetere con naturalezza ciò che so mi rende beata.
Tu mi realizzi tutto questo Signore quando esco da me, dal mio isolamento, dal mio orgoglio e vengo a te che ti nascondi in ogni persona da te generata, ogni fratello a cui tu hai dato la vita.
La tua vita Signore l’hai messa nelle nostre mani, hai dato il tuo corpo in pasto ai tuoi aguzzini, ai tuoi persecutori e continui a darlo sugli altari a tutti quelli che vi si si accostano, pur non essendone degni.
Non meritiamo tanta benevolenza e ogni giorno di più ne prendo coscienza.
Con le parole di Davide mi viene naturale rivolgermi a te.
(Salmo 50) “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.”
Troppo grande è la colpa Signore e l’espiazione sembra addirittura impossibile.
Confido nel tuo aiuto, nell’aiuto e nell’intercessione di Maria e di tutti i tuoi servi che collaborano alla realizzazione del tuo progetto di vita, di eternità.
Signore tu hai chiesto al Padre di consacrarci nella verità.
Attraverso la consacrazione a Maria ti chiediamo di appartenerti completamente, ti chiediamo come diciamo nel Padre nostro che tu ci custodisca dal maligno, perchè siamo tuoi, gregge del tuo pascolo.
Signore oggi ti presentiamo le nostre intenzioni di bene, per la mediazione di Maria.
Purificale e realizza ciò che feconda la terra, ciò che dà vita a noi e a tutti i tuoi figli.
Il tuo e nostro nemico sia tenuto lontano dalla preghiera potente tua alla quale con umiltà ci associamo.

“Per opera della grazia erano diventati credenti” (At 8,27)

“Per opera della grazia erano diventati credenti” (At 8,27)
Domani festeggeremo l’Ascensione di Gesù al cielo.
Chissà perché questa festa mi ha sempre reso triste, dubbiosa, angosciata perché inevitabilmente il pensiero va a questi giorni speciali che seguono la Pasqua in cui il Risorto ha camminato con noi, si è fatto incontrare e riconoscere da tutti quelli che ne piangevano la morte.
E’ stato bello esaltante leggere in ogni pagina del vangelo che la liturgia del tempo di Pasqua ci propone, che Gesù non è un fantasma, che ad ognuno può capitare di vederlo quando meno ce lo aspettiamo, nei momenti più bui e dolorosi della nostra vita.
Ci ha chiesto da mangiare, ci ha dato da mangiare, si è fatto carico dei nostri dubbi, delle nostre domande, ci ha spiegato quello che non abbiamo capito, è diventato un inseparabile e insostituibile amico.
Come tutte le cose belle finiscono, anche il tempo Di Pasqua volge al termine e non posso nascondere il velo di tristezza che scende nel mio cuore quando penso che Gesù torna in cielo e noi rimaniamo qui nella speranza di superare la distanza infinita che ci separa da Lui.
E’ il tempo questo dell’attesa, della fede, il tempo in cui nulla è scontato, ma bisogna chiedere, chiedere con insistenza senza mai stancarsi.
Chiedere ma cosa?
Ho sempre avuto una grande difficoltà a chiedere per paura di non essere esaudita, ma forse più verosimilmente perché non ero stata abituata a dire grazie.
Dire Grazie comporta un atto di umiltà, una dipendenza da chi ti ha fatto un favore, sentirsi debitori di qualcosa a qualcuno che non sei tu.
“Homo faber fotunae suae” è stato il mio motto, l’epigrafe che volevo fosse incisa sulla mia tomba.
Poi c’è stato qualcuno che ha rifiutato un regalo che gli avevo fatto per sdebitarmi di un favore ricevuto.
” Perché mi vuoi privare della gioia di farti un dono?”
Ero abituata da sempre a pareggiare i conti, anzi a mettermi sempre un gradino più sopra per non sentirmi debitrice di nessuno.
Mai avrei pensato che spendersi per un altro senza aspettarsi nulla rende felice.
Era il tempo in cui il Dio di Gesù Cristo non ancora lo incontravo personalmente, n’è ci avevo mai fatto un discorso, n’è ci eravamo scambiati regali.
Gesù, l’illustre sconosciuto della mia vita non si è arreso perché il regalo che mi aveva fatto voleva che lo scartassi.
Il dono del Battesimo l’avevo riposto in cantina, ancora nell’incanto originale, come quelle cose inutili che si regalano ai neonati e che vanno a finire nel fondo di un cassetto o insieme alle cianfrusaglie ammassate nei ripostigli.
C’è un momento della vita in cui non hai niente in mano che la tua debolezza, la tua fragilità, il tuo nulla, la tua solitudine e il tuo fallimento…
Ci sono momenti in cui tra le cose scartate rovisti per cercare qualcosa che ti aiuti a dimenticare il tempo presente e a rivalutare il tempo perduto tra la paccottiglia accantonata nei bauli.
Così per caso o meglio per grazia mi sono imbattuta in un Crocifisso.
Da allora è cominciata la nostra storia di amicizia prima e poi d’amore.
Non ho capito subito che il Signore voleva la mia brocca per poterla riempire.
Il regalo era un contenitore, il mio corpo, bello, pulito, immacolato, reso tale dal Sacramento del Battesimo che negli anni io non avevo provveduto a sgrommare dalla muffa e dallo sporco, con molte crepe e qualche pezzo mancante.
Gesù mi ha chiesto di diventare sua sposa per sempre e si è impegnato a ridare alla sua promessa sposa la bellezza antica perché mi vuole riempire di sé fino all’orlo.
Cosa renderò al Signore per quello che mi ha fatto?
Un sacrificio di lode sarà il mio regalo, il mio magnificat, perché grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.
Non debbo temere la sua dipartita perché è con me, è dentro di me, il mio corpo è diventato il suo e attraverso il Suo corpo elevo al Padre la mia preghiera.