12 Dal diario di Antonietta

  

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta.

Un caro e affettuoso saluto a voi, amici di Radio Speranza, da Antonietta.
Le feste corrono in fretta e già siamo al giro di boa, ad aspettare che anche i re Magi arrivino a contemplare e adorare il Signore.
Maria continua a guidarci, la stella cometa che scompare quando siamo giunti alla meta.
La liturgia ce la ricorda nel giorno che dà inizio all’anno, il primo gennaio, festa di Maria madre di Dio, perché con lei siamo sicuri di arrivare lì dove risplende la luce.L’augurio che vi faccio è che tutti possano guardare all’anno nuovo con i suoi occhi che sono poi quelli del figlio, che ci porta a sollevare lo sguardo, a guardare oltre, per permettergli di entrare nelle nostre case, nei nostri presepi, nei nostri cuori.
Perché questo accada bisogna che davanti a Lui ci presentiamo come quel pastore tanto povero, di cui parla una leggenda natalizia, che non aveva proprio nulla da offrirgli e si vergognava molto, rispetto agli altri che a gara si affollarono davanti alla grotta,, per consegnare a Maria, ciò di cui avevano piene le mani.
La Madonna, non sapendo come fare per riceverli tutti, mise in braccio al pastorello il bambino, perché era l’unico, per sua fortuna, ad avere le mani libere.
Purtroppo i nostri Natali sono sempre più ingombri di doni, ma sempre più poveri del Dono che Dio ci ha fatto: suo figlio Gesù.

Le parole del profeta Isaia“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio.” ci si chiede come potranno avverarsi e incarnarsi nella nostra vita, se quell’albero lo soffochiamo con i tanti, troppi pacchi ingombranti che coprono non solo la radice, ma la vista di tutto l’albero, che si suole fare a Natale, ai piedi del quale sono posati e che la notte della vigilia siamo soliti scartare, appesantiti dal cibo e dal sonno e perché no? anche dalla noia di un rito,,,, che alla maggior parte non dice più nulla.
Rimangono, finita la festa, sparse le carte e le coccarde e i fiocchi che hanno reso belli i regali, carte non più utilizzabili, stropicciate, strappate dalla frenesia di sapere se finalmente l’abbiamo trovata la pietra filosofale, ciò che continuiamo a cercare nei negozi del mondo,, dove non ti regalano niente, se non dopo che tu hai pagato.
Ma se la radice la lasciamo respirare, vedremo spuntare quel dono speciale,, che ha pensato a pagare Lui di persona, perché l’albero non marcisca, ma diventi rigoglioso e porti frutti in abbondanza .
Per non parlare dei presepi, che se ne fanno sempre di meno…
Se ne vendono di preconfezionati, così non ci si impazzisce a costruirli, cercando la carta per i monti, quella del firmamento e poi il muschio….dove andare a trovarlo? e la sabbia per il deserto ecc. ecc..
Ecco la sabbia… nessuno ci pensa che sia indispensabile per un presepe, mentre le statuine che riproducono i movimenti streotipati del ciabattino, dell’artigiano, del macellaio e via dicendo, quelle si trovano un po’ dappertutto, anche nei supermercati.
I presepi animati sono quelli che mi fanno stare più male, perché fotografano lo stare fermo dell’uomo che non riesce a smettere di fare sempre le stesse cose, sempre uguali, noiosamente stoltamente uguali e non si accorge che sta succedendo qualcosa, vicino a lui di veramente speciale, unico, irripetibile..
Solo i pastori riescono a percepire nel silenzio delle loro dimore itineranti, l’annuncio che viene dal cielo ed è difficile che siano animati perchè li si immagina sempre fermi davanti alla grotta, folgorati dalla luce che da essa emana, estasiati a contemplare il miracolo.
I pastori camminano sempre su prati erbosi, su luoghi di montagna dove non mi risulta che ci sia la sabbia.
Eppure lo scorso anno, quando vidi Massimo e Anselmo fare il presepe nella nostra chiesa, mi interrogai su dove avrebbero messo la sabbia che avevano in quantità presa dal mare.
Dopo averla setacciata con cura, la distribuirono davanti alla grotta, lontano dalla scena animata di tanta gente occupata a fare le stesse cose: un asino che girava a vuoto intorno ad un pozzo, un pescatore che gettava l’amo ad un pesce scappato e poi in alto una città senza uomini, spettralmente illuminata e i pastori più grandi di tutte le altre statuine, come anche la grotta e S.Giuseppe e la Madonna e Gesù e l’asino e il bue
Ricordo, pensai, che dovevano essere proprio stanchi, per mettere le cose a rovescio e la grotta che non.si vedeva subito, ma solo alla fine, se giravi la testa, e la sabbia non nel deserto lontano, ma proprio davanti alla grotta.
Poi mi accorsi che qualcuno aveva loro guidato la mano, perché mai un presepe mi aveva parlato a quel modo.
Dio lo si incontra nel deserto delle nostre povertà, delle nostre paure, delle nostre stanchezze, dei nostri vuoti affettivi, delle nostre insicurezze, della nostra vita nomade alla ricerca di una stabile dimora.
Ed è proprio vero! I pastori sono più grandi perché sono i più piccoli, e la grotta la vedono solo quelli che la cercano.

Questo e non solo ho imparato sui simboli del Natale, ma solo dopo che ho accettato di aprire l’involucro del dono che nel battesimo mi fu fatto 59 anni fa.
Quando ai ragazzi ogni anno riproponevo il tema:”Il Natale festa del consumismo o di cos’altro?", cercavo da loro il senso di una festa che era diventata solo una conta di morti.
L’albero aveva smesso di brillare nella mia casa, non c’era nessuno per cui valesse la pena di farlo, né nessuno con cui condividere la fatica e la gioia di prepararlo.
Il Natale sembrava sempre più una festa di campane a martello, con i sordi rintocchi che risuonavano nelle stanze sempre più mute e deserte del cuore.
La festa della resa dei conti, perché sempre meno erano quelli che si sedevano intorno al tavolo, la vigilia e il giorno dopo e tutte le feste.
Sempre ogni anno la verifica dei vivi e dei morti, dei sani e dei malati.
Sempre qualcuno mancava all’appello e non c’era chi venisse ad occuparne il posto.
L’ultimo, mio fratello, che se n’è andato a luglio del ’99, dopo aver festeggiato a casa mia per la prima volta il Natale e tutte le feste, con tutti, proprio tutti noi della famiglia.
Ma io, mentre facevamo le foto, pensavo che erano le ultime, consapevole che era un malato perso e che non c’era nessuna speranza che vivesse fino all’appello successivo.
Pensieri di morte che hanno cominciato a germogliare sotto l’albero, che dimenticai non solo d’innaffiare, ma anche di avere e che infestarono tutto il terreno fino a rischiare che rimanesse soffocato per sempre, il giorno che raggiunsi la meta abbagliante dei sogni di un adulta che non era mai stata bambina.

La sicurezza economica, la casa, un marito, un figlio, queste le luci del mio presepe di allora
Il matrimonio fu la linea di demarcazione tra la gioia e il dolore, tra la salute e la malattia, un matrimonio celebrato in chiesa senza lo Sposo, colui che avrebbe potuto curare tante piaghe, sanare tante ferite, consolare tante delusioni, fornire tanto amore da poterne donare a tutti quanti quelli incontrati sul nostro cammino.
Allora non sapevo che ci si sposava in tre, che lo Sposo era Gesù e che la coppia, creata ad immagine e somiglianza di Dio era destinata a diventare una cosa sola con Lui, icona vivente della Trinità di Dio.
Ero lungi dal pensare che tra tutti i doni pervenuti il giorno del matrimonio, il più importante non lo abbiamo neanche scartato, non conoscendo il mittente e non sentendone allora il bisogno.
La promessa di essere fedeli per sempre l’uno all’altro, fatta davanti al sacerdote, non ci è sembrata tanto gravosa da mantenere, perché fino ad allora non avevamo conosciuto da vicino né il dolore, né la malattia.
Dal "Gioco dell’oca"
1973
Dolori sempre più forti alla schiena mi convinsero a consultare il mio medico di base, che mi indirizzò prima dal ginecologo, poi dal reumatologo e alla fine dall’otorino per la spremitura delle tonsille.
Approdai infine nello studio di un ortopedico, che mi prescrisse delle lastre e iniezioni endovene. Feci le prime, ma non le seconde, con-vinta che bastasse conoscere la causa del disturbo per guarire.
Del resto non avevo imparato a risolvere da sola i miei problemi?
Ma nulla cambiò, e le mie incrollabili certezze cominciarono a vacil-lare.
A malincuore dovetti prendere atto che avevo bisogno d’aiuto.
Quello fu l’inizio di un lungo e faticoso vagabondare da uno specialista all’altro, alla ricerca di una soluzione ad un’incredibile escalation di disturbi, apparentemente scollegati fra loro.
La malattia sempre più divenne il mio scomodo compagno di viaggio, l’avversario con cui giorno e notte dovevo combattere per non soccombere.
E quando credevo di averla debellata, si ripresentava più forte e arrogante di prima.
Non posso dire che tutti quelli a cui mi sono rivolta non abbiano preso in seria considerazione il mio caso; anzi, ci fu anche chi non volle essere pagato, perché occuparsi di me era diventato un mezzo per mettere alla prova le proprie conoscenze e farsene vanto in caso di successo.
1974
Il primo che ci provò fu un anziano medico, responsabile di un gabinetto di terapia fisica.
Fu lui a suggerirmi la necessità di farmi vedere da uno specialista tedesco che faceva capo al suo studio di tanto in tanto. Il luminare mi disse, dopo una visita frettolosa e sommaria, che la mia medicina era: vita all’aria aperta e nuoto. Perché non approfittare del fatto che la bella stagione era alle porte e che la città ove abitavo aveva un mare meraviglioso?
Con scrupolo eseguii alla lettera la prescrizione medica, ma mi bloc-cai mentre nell’acqua provavo ciò che fino ad allora non avevo mai sognato di fare. A nulla valsero il riposo e antinfiammatori sempre più potenti.
1975
La tappa successiva fu Bologna, dove un illustre professore fece finalmente una diagnosi: "ernia del disco tra la quarta e la quinta vertebra lombare”.
Comunque mi tranquillizzò, dicendo che al 50% sarei guarita, se per due mesi avessi portato un busto ortopedico.
Non era neanche trascorso il periodo previsto per la guarigione che, mentre mi accingevo a pulire un angolo nascosto del bagno, sfuggito alla donna delle pulizie, avverto una sensazione strana come di lacerazione sottile ma non dolorosa.
Faccio per alzarmi, ma é tutto inutile; il blocco é totale.
Ho imparato a riconoscere quel segnale e ancor più ad averne paura.
La paura
Non avevo saputo cosa fosse la paura, nonostante quella incomprensibile fobia di mia madre a star sola aveva condizionato i nostri anni migliori.
Io me ne ridevo e, per dimostrarle quanto fossero infondate le sue fisime, spavalda, scendevo nell’umida e buia cantina a prendere la legna, o mi avventuravo di notte per la strada, ancora imbrecciata, a fare piccole commissioni, a cui i miei fratelli si sottraevano volentieri.


Fino a quel momento non avevo mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi, convinta che “volere è potere”.
Ma, per quanto volessi, quel maledetto dolore da carico non accennava a scomparire. Stavo bene solo a letto, distesa; e guai provare a sollevarmi un po’ con qualche cuscino! Ma la soluzione era a portata di mano: l’operazione, che avrebbe definitivamente risolto il problema. Almeno così credevo.
Prenotai l’intervento in una clinica privata di Bologna e, di lì a due mesi, mi ritrovai sul lettino della sala operatoria con molta minore baldanza della prima volta, ma sicura che quello sarebbe stato l’ultimo atto del mio calvario.

Non ero preparata ad un risveglio così doloroso, ma lo sopportai con la solita grinta senza emettere un lamento. Ad una fastidiosissima infezione vaginale, subentrata quasi subito, non detti importanza.
Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima.
Mi meravigliai però del fatto che non era previsto ammalarsi di due cose contemporaneamente. Quello era un reparto d’ortopedia, non di ginecologia!
Così dovetti per l’ennesima volta ricorrere al "fai da te", con risultati apprezzabili al momento.
Quando mi dimisero, dopo una settimana, avevo dolori più forti di quando ero entrata, ma la mia smania di uscire ben si conciliava con le esigenze del primario, che doveva andare in vacanza, e con quelle della clinica che, in convenzione, prevedeva soli sette giorni per un’ernia discale.
Mi tolsero i punti senza che la ferita fosse richiusa del tutto.
Chi poteva immaginare quello che dopo sarebbe successo?

Tornata a casa, ogni tentativo di mettermi in piedi si rivelò inutile.
Il dolore era quello di prima. Mi dissi che non dovevo avere fretta e che la radarterapia, prescrittami ai 30 giorni, mi avrebbe sicuramente rimessa a nuovo.
Con il batticuore mi recai, allo scadere del termine, nel gabinetto di terapia fisica ormai divenutomi familiare. L’anziano medico, sempre pronto a dare consigli, rise di cuore a quella ingenua richiesta.
Visto che mi si consigliava anche l’elioterapia estiva, perché non darmi il sole tutto insieme e subito? Così mi fece fare "i forni", senza sapere che avevo un’infezione in atto e che il fuoco che covava sotto la paglia non aspettava altro per divampare.
Il 1975 volgeva al termine.
1976
La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, co-me mai ne avevo sentiti.
Mi trovavo da mia madre, per festeggiare, con i parenti, il complean-no di mio padre.
All’inizio feci finta di niente, cercando di nascondere quell’ennesimo malessere che rischiava di rovinare la festa.
I miei cari si erano convinti che il peggio era passato e io avevo fatto di tutto per non deluderli. Mio marito mi aveva persino comperato una pelliccia per festeggiare la fine dell’incubo.
Come potevo dire che stavo male? Ricordo la smorfia di disappunto che fece quando gli chiesi di accompagnarmi a casa. In seguito mi confessò che aveva pensato ad un capriccio.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
Due io che non riuscivano a diventare un noi ha fatto sì che “Il gioco dell’oca”, la storia che sembrava non avere mai fine, la beffa di un destino crudele che mi nascondeva il traguardo, proprio quando ero lì per conquistarlo,.la vivessi da sola, in una solitudine sempre più disumana ed assurda.
Quando ci sposammo, ci preoccupammo di ringraziare tutti quelli che ci avevano fatto un regalo, ma non facemmo caso a quello che Gesù, pur non essendo stato invitato, ci aveva lasciato, in attesa discreta che ce ne accorgessimo.
Bisognava proprio essere ciechi per non vederlo, perché che ce l’aveva messo davanti agli occhi: il compagno, la compagna che lui aveva pensato e amato per primo.
Si trattava proprio di un dono speciale, come quella tavola imbandita sopra l’altare, dove lui si offriva come cibo e bevanda, perché il banchetto, la festa durasse per sempre..
Neanche quando nacque nostro figlio ci sfiorò l’idea che c’era Qualcuno che ce lo aveva mandato.
Ma la grazia racchiusa nel sacramento, il dono per eccellenza, quello che rende capaci di amare per sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, continuò ad agire in sordina, fino a quando i nostri occhi si sono aperti, aperte le nostre orecchie e gli abbiamo permesso di entrare e di operare nella nostra vita di coppia.
Oggi, rileggendo quelle pagine, non nascondo un certo malessere che nasce dal constatare quanto fosse grande il mio io e quanto poco contassero gli altri in un universo creato su misura per me.
La malattia fu l’unico filo che tenne attaccati, per anni, i pezzi della mia storia, nella quale sognavo un mondo perfetto di gente perfetta.
Ma dall’album delle foto sbiadite pian piano sta prendendo colore quella che ritrae la mia famiglia intorno al tavolo per la foto di rito, il giorno del compleanno di mio padre, il 31 dicembre, ripetuta negli anni, che mi dà il filo che non si spezza per proseguire il racconto.
In quella foto vedo i volti che non si vedono di quei nonni, di quelle nonne e che contribuirono a trasmettere un valore, quello della famiglia, che è stato il faro che ci ha guidato e continua a guidarci.
La domenica dopo Natale, la Chiesa celebra la festa della sacra Famiglia, ricordando nel Vangelo, l’episodio dello smarrimento e successivo ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio.
Le parole di Maria ci portano a riflettere sul noi degli sposi cristiani:”Figlio perché ci hai fatto così? Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”, ma anche e soprattutto sull’atteggiamento di amore, di rispetto, di stima e di reciproca fiducia all’interno di questa famiglia speciale che ha messo al primo posto Dio e la sua volontà.
Chiediamo a Dio nostro padre, che nella santa Famiglia ci ha dato un vero modello di vita, che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore.
Con questo augurio vi lascio
31 dicembre 2003
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10 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Dalla tristezza alla danza
Un caldo e affettuoso saluto a voi, amici, sintonizzati sulle frequenze di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, arrivata alla decima puntata.
Da quando ho cominciato a parlarvi, sempre più mi sorprendo a stupirmi di quante cose avevo nascoste nel cassetto che non sapevo di avere.
Quanti ricordi sono riemersi rispolverando un passato che sembrava ormai tutto concluso!
E’ proprio vero che il Signore fa nuove tutte le cose, e, quelle che ci sembravano brutte o a dir poco banali, ce le mostra dal verso giusto e ci accorgiamo che solo l’abitudine e il non volerci spostare neanche un poco  ci portano a tagliare la mela sempre dall’alto in basso, perpendicolarmente, costringendoci a guardare sempre la stessa faccia.
Quando don Giorgio Mazzanti, teologo di indubbia fama, aprì, a novembre, il convegno che vedeva riuniti tutti gli operatori di pastorale familiare dell’Abruzzo e del Molise, per farci capire che non c’è un unico modo di guardare le cose, ci invitò a prendere una mela e a tagliarla in modo diverso da come eravamo soliti fare, noi rimanemmo sconcertati, perché pensavamo che lì si parlasse di cose difficili e non di giochi da fare con i bambini.
Ma la provocazione produsse l’effetto desiderato, perché, a pranzo, tutti facemmo l’esperienza di una stella che si vede, se la mela è tagliata nell’altro verso.
Questi sono i miracoli di chi non si sottrae all’invito di muoversi controcorrente, di cambiare le proprie abitudini, di staccarsi dalle proprie certezze.
Così è avvenuto per il nome che porto e che mi ero rassegnata a portare, non più con disgusto, ma sicuramente con indifferenza. .
E pensare che quel nome, Antonietta mi piaceva così poco che, smaltita la rabbia per non averlo potuto cambiare, decisi di cambiare il Santo di riferimento.
Il 13 giugno, festa di S. Antonio da Padova, non sono mancati mai gli auguri da parte di tutti quelli che in me volevano ricordare nonna Antonietta, che aveva lasciato una traccia indelebile nel cuore di chi l’aveva conosciuta e amata.
Di questo santo niente mi attraeva, perché non lo conoscevo, mentre mi affascinò la figura di S, Antonio abate, padre del deserto, che più si confaceva al mio desiderio di uscire dalla mischia, isolandomi da un mondo che non mi piaceva e che non mi corrispondeva.
Erano i primi passi del cammino intrapreso il 5 gennaio del 2000, e fu il primo santo con cui m’imbattei poco dopo, il 17 gennaio, festa che ne ricorda la sua nascita in cielo.
Ma il Signore fu pronto a smentirmi e mi fece capitare sotto gli occhi la vita di quel S, Antonio da Padova che volevo rinnegare.
La sua umiltà, dietro la quale si celava una grande conoscenza delle cose di Dio, la sua infaticabile opera di evangelizzazione per la quale non si risparmiò, fino a minare fortemente la sua salute, mi attrassero a tal punto, da desiderare di fare altrettanto.
Ho capito, infatti, che la strada da Dio tracciata, non conosce scorciatoie, che ci si santifica nel rapporto con i fratelli, specie quelli che non ti amano e che non ti corrispondono.
Ho capito che bisogna combattere perché tutti arrivino ad amare non noi ma Dio prima di tutto, lui che è la fonte e il fondamento di ogni amore.
Nel mio nome c’è quindi scritto anche l’invito a tenere gelosamente per me i tesori che Dio mi ha dato ma a spenderli perché tutti ne godano.
Canto:Mia gioia sei
La volta scorsa vi ho letto passi della storia vecchia, quella per intenderci del Gioco dell’oca, ma solo per mettere a fuoco ciò che allora non ancora potevo vedere e che vado scoprendo ogni giorno con gioia, con stupore, con gratitudine nei riguardi di Chi non ha permesso che tante foto rimanessero non sviluppate in fondo al cassetto della memoria.
Anche oggi voglio partire dalla lettura di ciò che scrissi nel 1996 al medico di Milano per parlargli della mia malattia, la sindrome da deficienza posturale, che lui mi diagnosticò e sulla quale stava conducendo uno studio.
La difficoltà a percepire l’appoggio e a vivere come se non ci fosse, non mostrava chiaramente qual era la mia reale difficoltà a fidarmi e ad affidar
mi a nessuno che non fossi io?
Quanta fatica a camminare da sola, senza sostegno alcuno!
Quanta consolazione a scoprire che c’è un Dio di cui si può dire
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
Mi danno sicurezza..
Davanti a me tu prepari una mensa
Sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Tornando alla lettera, ancora una volta mi ritrovo a stupirmi di ciò che allora scrissi, senza sapere che quelle informazioni non alla medicina ufficiale servivano, ma a me che a distanza di anni le ho ripensate alla luce di Chi allora non mi chiuse la bocca e mi ispirò a che non tacessi la traccia sulla quale voleva che io camminassi..
1962
La traccia
Finito il liceo, scelsi la facoltà di Lettere antiche, attratta dal fascino che esercitava su di me l’archeologia per scoprire i reconditi segreti di civiltà sepolte e sconosciute, io che per una vita avevo sognato d’insegnare matematica, la materia in cui riuscivo di più.
Risolvere i problemi era sempre stato il mio passatempo preferito, cosa che tuttora mi piace fare, anche se quelli di oggi sono di tutt’altro tipo.
Fu un incidente di percorso, o la mano del destino, che mi indussero a cambiare idea dopo la maturità?
Certo é che feci un clamoroso fiasco nelle materie scientifiche dove avevo puntato tutto, mentre fui insolitamente brillante in quelle letterarie.
Grande fu la meraviglia nello scoprire che al compito d’italiano avevo avuto il massimo voto. Com’era potuto succedere? Avevo sempre penato per guadagnarmi il misero sei, dovuto più alla correttezza della forma che alla ricchezza dei contenuti.
Riemerge, affondato nel profondo della memoria il titolo di quel compito risultato perfetto: “La contemplazione del dolore in Manzoni e Leopardi”
Non era forse perché un anziano professore, da cui mi ero recata un paio di volte per mettere a punto la mia preparazione, illustrandomi il Romanticismo, mi parlò dei sentimenti capaci di cogliere tutto ciò che la ragione non può spiegare? Ogni parola uscita dalla sua bocca, tendente ad esaltare la magica armonia di un tramonto o l’inesauribile sete di assoluto presente in ogni uomo, si fissava indelebile nella mia mente.
Quelle poche lezioni avevano dato il loro frutto e per la prima volta, davanti ad un argomento proposto, non mi trovai a contare le righe per verificare se avevo scritto il minimo indispensabile.
Da allora sfruttai al massimo la mia piccola rendita, che mi permise di superare agevolmente la prova scritta d’italiano, tutte le volte che ce ne fu bisogno. Avevo trovato la chiave per capire i grandi poeti e il loro universo di emozioni e sensazioni, ma ero ancora lontana dal pensare che altrettanta ricchezza potevo trovarla dentro di me.
Canto :Mio rifugio sei tu

In questa storia si parla di traccia, la traccia di un tema che mi portò a riflettere, non solo il tempo assegnato per lo svolgimento del compito in classe, ma tutto il tempo della mia vita, in cui il dolore, è e continua ad essere il mio scomodo compagno di viaggio
In questo periodo forte dell’anno liturgico, in cui ripercorriamo le strade che ci hanno portato ad incontrare il Signore o a rispondere all’invito di chi ci chiama a prepararle di nuovo, migliori, più sgombre, più dritte, quale la strada da preparargli, quali le vie di cui si serve per incontrarci?
Quando mi presentai la prima volta a voi, non potei fare a meno di dirvi che il percorso, la via stretta attraverso cui ho dovuto passare per incontrare il Signore è stato il dolore.
Agli esami di maturità mi fu chiesto di riferire la posizione di un ateo, il Leopardi e di un credente il Manzoni di fronte alla sofferenza dell’uomo e del mondo.
Non mi fu chiesto il mio parere, perché agli studenti si suole chiedere quello che pensano gli altri e a nessuno importa che ne pensi tu, perché non è sei né poeta, né scrittore, né filosofo e non ti puoi sostituire ai grandi della letteratura e della storia.
Ma io facevo il tifo per Alessandro Manzoni, perché a lui i conti tornavano, con quel romanzo, I promessi sposi, dove dimostra che Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande.
Peccato che era una storia inventata, mentre a Leopardi i conti non tornavano mai; anzi, più andava avanti, più diventava triste per non poter godere all’infinito di tutto quanto i suoi occhi vedevano spuntare dal ricco forziere della natura che pian piano da madre gli divenne matrigna, non solo sua ma di tutti gli uomini condannati allo stesso supplizio.
Non riuscì, il grande poeta a fare il grande salto che lo avrebbe portato a vedere in ciò che si apriva ai suoi occhi un segno imperfetto della perfezione di Dio, non potendo goderne perché lo misurava con il metro della sua mente e non con l’infinito che racchiudeva nel cuore
Il compito assegnatomi, la traccia da seguire, sempre più ha occupato lo spazio dei miei pensieri fino a quando, quasi per caso non m’incontrai con un crocifisso che parlava d’amore.
A lui chiesi il perché del dolore del mondo, a lui il perché del dolore innocente.
Ogni volta le sue risposte diventavano più convincenti, perché a parlare era l’Innocente per eccellenza condannato a soffrire e a morire, perché per sempre gli uomini finissero di soffrire.e morire.
Ma quando non ho a portata di mano un crocifisso mi basta guardare Giovanni del quale il Signore si serve per continuare la catechesi.
Quando tenta di toccare i fornelli su cui si sta cucinando la pappa o quando trova la porta aperta e imbocca sicuro la via delle scale, quante lacrime non volute per allontanarlo dal ogni pericolo!
Lui dice che siamo cattivi, cattiva la nonna, cattivo il nonno perché non gli fanno fare quello che più gli piace.
Quanta fatica per farlo crescere sano, per insegnargli a distinguere il bene dal male!
Quella storia che mi sembrava inventata (per intenderci, quella scritta da Alessandro Manzoni) ora anch’io mi sento di scriverla seguendo la linea dal Signore tracciata, quella che passa attraverso la sofferenza e la croce per poter godere dei frutti che da quell’albero spoglio, su cui è stato inchiodato, sono stati donati a tutta l’umanità.
Ora i conti mi tornano, molto di più di quando ero una saetta a risolvere i problemi di matematica, prima ancora che si finisse di scriverli sulla lavagna.
Voglio ringraziare il Signore per la pazienza, per la costanza, per la tenacia, per l’amore con cui ha continuato a dirmi che stavo sbagliando.
Ora ho smesso di fare domande, non aspetto più risposte che non siano l’aiuto per superare la prova.
E se questo tarda a venire, non mi chiedo perché.
Anche l’attesa è diventata momento di preghiera, d’incontro, di riflessione, di conoscenza.In fondo non è per niente non è a caso che un uovo ci sembri uno scorpione, un pesce un serpente, un pane un sasso.
Se voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, tanto più il vostro Padre celeste non vi farà mancare ciò di cui avete bisogno, dice Gesù.
Le benedizioni di Dio entrano dalle finestre rompendo i vetri.
Sia benedetto il Signore per quei vetri che ci sommergono, quando ci sommergono, perché la benedizione scende copiosa sulla casa di chi lo teme.
Ma perché una mela tagliata a metà, ci mostri una stella, basta cambiare il verso con cui la tagliamo, basta abbandonare le vecchie e tristi abitudini per ritornare a stupire del miracolo stupendo e infinito racchiuso in tutto il creato.
Approfittiamo di questo tempo di avvento, tempo di attesa e di incontro, tempo di conversione per farci illuminare dalla luce vera, quella che viene a fare nuove tutte le cose mostrandoci le stelle che si nascondono nella quotidianità dei gesti più elementari, nelle cose a portata di mano, e in quelle che ci sembrano irraggiungibili, destinate solo ai ricchi e ai potenti di questa terra come lo sono per esempio i diamanti.
La mela e il diamante, cosa possono avere in comune?
Eppure all’origine di entrambi c’è un seme gettato nella terra, un seme che ha dovuto marcire e morire per poter dare vita al germoglio che poi è diventato stelo e poi fusto e albero sui cui rami in mezzo alle foglie spunteranno i frutti succosi, destinati anch’essi a passare attraverso non si sa quante morti, per diventare torba e poi carbone e poi diamante purissimo.
Ce ne vuole del tempo perché tutto questo avvenga, dopo che la materia organica cessa di vivere e sprofonda nelle viscere della terra.Sottoposto a pressioni inaudite, in mancanza di aria e a temperature altissime, quello che era stato un seme può diventare in certe condizioni, nel corso dei secoli un diamante capace di riflettere la luce, se da essa viene illuminato.
Noi uomini non siamo forse stati creati per questo?
Ognuno di noi è quel diamante che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza, capace di riflettere la luce se accetta di soffrire e morire come Lui, la luce che stiamo aspettando, quella che ci affascina il giorno di Natale, guardando il bambinello nella grotta illuminata.
E’ lui che per primo ha segnato la traccia, scegliendo non gli agi e le comodità della nostra società opulenta, ma il freddo e la povertà di un umile stalla, dove da una mangiatoia ha cominciato a parlarci.
Quest’anno facendo il presepe a queste cose andavo pensando e mi sono accorta che mi mancava la luce, una grande luce che illuminasse la grotta.
Per questo ho costruito la grotta attorno ad una grande abat-jour che non si spegne mai a differenza delle piccole luci intermittenti che illuminano i villaggi del grande scenario.
Dimenticavo. Ho provveduto a tracciare le strade e a gettare ponti anche sulle montagne perché fosse possibile, a tutte le statuine, da qualunque luogo si mettessero in cammino per arrivare alla grotta.
Siamo giunti al termine di questo appuntamento. Mi auguro di non avervi annoiato, ma di aver stimolato in voi il desiderio di mettere le ali per incontrare il Signore che viene.
Canto:Dalla tristezza alla danza
17 dicembre 2003
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Il dono del corpo

Domenica, 29 ottobre 2006, la sala consigliare del municipio di Cepagatti, piccola e ridente cittadina della provincia di Pescara, ha ospitato le famiglie del RnS abruzzese, lì riunite per riflettere sul “Dono del corpo e dono nel corpo”, come percorso di grazia nella santità coniugale.

Il relatore, don Carlino Panzeri, è stato guida e maestro insuperabile per provocarci e stupirci in questo viaggio, non il primo, nel mistero dell’amore di Dio, racchiuso nella famiglia. Don Carlino non ha potuto prescindere dalle parole della della Genesi:“ Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gn 4,31), in riferimento alla creazione dell’uomo maschio e femmina, perché, se si parla di dono, è auspicabile che sia bello, buono e utile, altrimenti fa la fine di tante cose che ci regalano, ma non sono di nostro gradimento.

Il viaggio, quindi, è stato in questa straordinaria realtà, voluta da Dio, che è la relazione tra l’uomo e la donna, attraverso il corpo, a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra.
Una bella sfida per l’uomo di oggi, per ogni cristiano, chiamato a vedere il matrimonio non più come funzione, ma come stato di grazia.
Dio è amore, questo lo sanno tutti; ma pochi riflettono sul fatto che l’amore va comunicato e che Dio l’ha fatto, assumendo un corpo, che ha donato sulla croce e continua a donare ancora, attraverso l’Eucaristia, a tutti gli affamati e gli assetati del mondo.
Il dono più grande che Dio ci ha fatto è proprio quello di comunicare con il corpo il nostro amore, scegliendo di farlo come ha fatto Gesù e chiedendo a Lui la grazia di riattualizzare la Pasqua.
I coniugi celebrano infatti il mistero della morte e resurrezione di Cristo, ogni volta che si donano totalmente l’uno all’altro.
Tutto questo non è pornografia, peccato, ma volontà di Dio, anticipazione di paradiso, nella misura in cui ci apriamo alla grazia, educandoci ad amare nel rispetto e nell’ascolto dell’altro, nella tensione continua ad anteporre il suo bene al nostro.
La comunicazione dell’amore, attraverso il corpo, ci rende simili a Cristo e ci fa entrare nel mistero trinitario in cui l’unità, nella distinzione e non nella confusione, diventa feconda.
Dar vita all’altro per darla agli altri, è il compito che Dio ha affidato alla coppia, per parlare di Lui al mondo e continuare la sua opera creatrice.
Il matrimonio è quindi opera di Dio e via di santità.
E’ stato consolante scoprire che si diventa santi non “nonostante il matrimonio” ma “attraverso il matrimonio”, vivendo l’ordinario in modo straordinario.
L’Eucaristia, la Parola di Dio, il Sacramento della Riconciliazione sono il necessario viatico per gli sposi che scelgono di vivere una coniugalità feconda.
Abbiamo pensato alla vita di cui ha bisogno il mondo, quella vita di cui spesso ci sentiamo arbitri e padroni, mentre il relatore parlava di fecondità, quella vita di cui si stanno occupando le istituzioni, ma della quale solo Cristo ci ha saputo parlare in modo nuovo e convincente.
Intenti ad ascoltare quello che ci veniva detto, non poteva non colpirci lo sfondo di bandiere e simboli delle istituzioni civili affiancati dal crocifisso e dall’icona del convegno. Il luogo, decisamente inusuale  per i nostri incontri di preghiera e di formazione, sembrava non a caso l’unico capace di promuovere “La forza politica della santità coniugale”, argomento trattato da don Carlino a febbraio. Infatti nei luoghi, dove si provvede al bene comune, deve essere chiaro di chi ci si sta occupando, perché, solo conoscendo l’identità dei destinatari, si possono scegliere cose buone per loro.
Antonietta e Gianni
29 0ttobre 2006

Sentieri

 

 A chi mi ha chiesto dove ci eravamo cacciati dal 31 luglio al 6 agosto mi veniva istintivamente da rispondere che ero andata in crociera con Gianni, a Loreto, da dove ci siamo imbarcati assieme a coppie di tutte le età, da quella da 50 anni insieme, a quella con meno di un anno di cammino sulle spalle. E dire che pensavamo di trovarci solo gente giovane e che noi saremmo stati i matusalemme della situazione. Ma avevamo tanto bisogno di fermarci e di farci aiutare a guardarci negli occhi, cosa che ci riusciva sempre più difficile.
A Loreto ci aspettava Maria, nella Santa Casa, pronta ad accogliere le nostre suppliche e a presentarle a Gesù. Non sapevamo come e quando sarebbe venuto l’aiuto, ma io ero certa che le acque stagnanti solo il vento dello Spirito può muoverle, perché vi torni a circolare la vita. I desideri inespressi erano tanti, il più grande è che qualcuno mi servisse, stanca di essere scontata per tutti quelli per i quali mi spendevo senza avarizia.
A Montorso, dove nella Casa Famiglia di Nazaret si teneva il corso, abbiamo trovato tante coppie pronte a servirci, compresi due sacerdoti, che non è poco. Se penso che anni fa, era la prima volta che mettevamo piede in quel luogo, il sacerdote ce lo siamo dovuto spartire con un altro gruppo che a qualche chilometro di distanza aveva le nostre stesse esigenze. Ma alla fine la risposta a “ Chi e l’uomo?” (era un corso di antropologia) ce l’ha data la scritta annerita dal fumo delle candele nella Santa Casa dove quell’ HIC VERBUM FACTUM EST, inciso sopra l’altare, è stata la chiave per capire chi siamo e a cosa siamo chiamati. Perciò non avevo dubbi che a casa ci saremmo riportati qualcosa di veramente speciale, come accade da quando ogni anno programmiamo questo genere di vacanze in quel luogo. Ma che saremmo andati in crociera non ce l’aspettavamo, serviti di tutto punto, sia quando ci allontanavamo per fare le escursioni di gruppo, sia quelle fatte in solitudine, accarezzati dalla fresca brezza che veniva dal mare o illuminati dalla sagoma della Santa Casa che la luce dei riflettori scolpiva nella notte. Siamo saliti in alto dove volano i condor, siamo scesi negli abissi profondi della memoria, ci siamo seduti a mensa attorno a Gesù Eucarestia che si donava a noi, ma anche l’abbiamo sentito donarsi ogni volta che un nostro fratello ci faceva entrare nella sua storia.
Le coppie accompagnatrici ci hanno seguito con discrezione, senza invadenza ci hanno portato a riflettere, meditare, aprire il cuore alla grazia che viene dall’alto e dall’altro. Come le stelle comete si sono fatti da parte, una volta arrivati alla meta, e di loro non mi sono rimasti impressi i nomi, ma gli occhi, il sorriso, il loro esserci e confondersi con noi e scomparire per andare a seminare altri campi, dissodare altri terreni, innaffiare altri deserti. E’ stato bello tutto di questa settimana passata lontani dal mondo delle immagini stereotipate e ingannevoli che scorrono veloci sui piccoli e grandi schermi della cecità collettiva, con il lasciapassare alla meraviglia e alla sorpresa, nello scoprire che ogni famiglia è un piccolo scrigno dove l Signore ha riposto i suoi tesori.
ll più bello il più grande ci è sembrato vederlo in quella scia bianca di cui due coniugi non più giovanissimi hanno parlato nella testimonianza finale, facendo riferimento a ciò che si erano lasciati alle spalle, la loro storia comune, dove il viaggio l’avevano ncominciato da subito in tre, facendo salire Gesù sulla loro barca e affidandone a Lui la guida. Al termine del corso, prima di ripartire, siamo tornati nella Santa Casa a salutare la nostra cara Mamma Celeste per ringraziarla per ciò che non sapevamo ci avrebbe sicuramente donato.
Nel viaggio di ritorno Gianni ha cominciato a parlare come non aveva mai fatto, da quando ci siamo sposati 34 anni fa, e a dirmi cose che non mi aveva mai detto prima di allora.
La meraviglia dell’inizio, quella avevamo ritrovato, perché finalmente non mi sentiva più giudice inclemente delle sue debolezze. In quella settimana lui aveva avuto modo di riflettere che era cosa preziosa agli occhi di Dio e io che non a caso abbiamo ricevuto una bocca sola e due orecchie, perché c’impegniamo più ad ascoltare che a parlare.
A chi mi chiede cosa sono andata a fare a Loreto, oggi rispondo: il tagliando sulla nostra relazione di coppia, rifornimento di carburante che non inquina.
20 agosto 2005

5 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta.
Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore 1)

Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici. Dagli studi di Radio Speranza vi danno il benvenuto Antonietta e Gianni.
La scorsa volta ci siamo lasciati con l’immagine di una grande luce che irrompe nella storia, una luce che squarcia il buio e porta la speranza e la pace a tutti gli uomini amati dal Signore.
Siamo entrati nella terza settimana d’Avvento, un tempo dell’anno liturgico ricco di suggestioni, di attesa e di silenzio, un tempo che sembra aver rallentato la sua corsa e quasi si è fermato su quel presepe che 2000 anni fa fece da sfondo all’evento, il più grande evento della storia: l’incarnazione di un Dio che si è fatto tanto piccolo da poter essere contenuto nel grembo di una donna..
Insieme a lei siamo invitati a meditare sul grande mistero, accogliendo nel cuore l’annuncio dell’angelo, che ci invita a credere che, anche in noi, può ripetersi il miracolo di far germogliare e crescere il seme, gettato da Dio, e far sì che si sviluppi, per poterlo insieme a Maria contemplare nella grotta, la notte di Natale.
A questo tempo della fede si contrappone quello del mondo, in cui la frenesia del consumismo porta a fagocitare tutto quello che ci è posto dinanzi.
Il ritmo convulso di una civiltà che non riesce a fermarsi, civiltà ingorda e cieca ai bisogni reali dell’uomo, specie in questo periodo dell’anno, spinge a fare più che ad essere, con una forza alla quale non è facile contrapporsi.
Mentre tutti sono intenti ad acquistare doni che il più delle volte non soddisfano e non pagano, a progettare viaggi che li portino lontano dalle persone con cui tutti i giorni s’incontrano e si scontrano, o dagli obblighi di visite dovute a parenti dimenticati per tutto il resto dell’anno, il Natale cristiano ci invita a riflettere sul valore del dono di un Dio che non si è risparmiato per venirci a salvare.
Superando i confini dello spazio e del tempo infinito, è entrato nella nostra storia finita, nel nostro spazio angusto e limitato per venire in vacanza (se così si può dire) sulla terra, scegliendo non una spiaggia esclusiva dei mari tropicali, né un albergo a cinque stelle di una città ricca di attrazioni o di memorie, ma un paese piccolo e sconosciuto, una grotta dove di comodo c’era solo una mangiatoia fredda e dura, riscaldato dall’alito di due animali, un bue e un asino che non furono certo scelti per il prestigio che occupano nella scala dei valori umani..
Prima di venire, non si è premunito di doni acquistati nei negozi luccicanti e intriganti delle nostre città sontuosamente addobbate, che in questo periodo le usano tutte per carpire la nostra attenzione e svuotare il nostro portafoglio.
Non ha portato niente con sé che si possa riciclare o esporre, fosse anche un bell’incarto o un fiocco dorato per rendere più prestigioso e appetibile il dono.
Ha portato l’unica cosa che vale, se stesso, per donarsi tutto a noi, lasciandoci la libertà di accoglierlo o metterlo da parte, o peggio buttarlo nella spazzatura insieme con le carte e i fiocchi che hanno accompagnato i doni del mondo, quei doni che abbiamo comprato, abbacinati dalle luci delle strade e delle vetrine, luci di tutti i colori e di tutte le forme che contraddistinguono le nostre città, i nostri paesi in questo periodo di follia collettiva.

Queste cose ci siamo dette, io e Gianni mentre, a passo d’uomo, cercavamo di uscire fuori dalla città per godere di un po’ di pace sul colle che sua madre.gli ha lasciato in eredità.
Un’eredità che, più passa il tempo, più apprezziamo perché non c’è nulla che ci distolga dal panorama che vi si gode salendo lassù.
I monti, il mare tutto è straordinariamente dipinto dalla mano sapiente di un architetto sommo che ci ha fatto esclamare un giorno, non molto lontano, in cui ci rammaricavamo che non riuscivamo a costruirci una casa, che quella era la più bella villa del mondo, perché le pareti le ha fatte Dio.
A noi il compito di riempirle di buone intenzioni, di rendere confortevole e caldo il luogo dove doveva incarnarsi l’amore.
La casa, cantiere di santità è il titolo del convegno che da due anni si tiene a Rocca di Papa per operatori di pastorale familiare.
Ad aprile ci siamo andati anche noi, perché quella casa non costruita era il nostro chiodo fisso.
Ci piace condividere con voi ciò su cui siamo stati portati a riflettere a Rocca di Papa.
Gli stimoli del convegno sul tema: La casa cantiere di santità” sono stati molteplici e interessanti.
Ci sembra che il concetto, nelle sue accezioni reali e simboliche, sia un ottimo spunto per impostare percorsi formativi, finalizzati alla promozione della cultura della famiglia.
Una famiglia sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove si ricompone l’unità dell’essere uomo, dell’essere coppia, dell’essere famiglia, dell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
Il convegno propone una riflessione su quella che è la casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Le dimore degli uomini, attraverso i secoli, non hanno mai potuto prescindere dai condizionamenti naturali e culturali del tempo in cui si trovavano a vivere.
In un’era in cui i poveri non si possono sposare perché non trovano la casa e i ricchi si sbizzarriscono a costruirne di tutti i tipi con tutti i confort, case disanimate che aspettano solo l’applauso di spettatori occasionali che vi si ritrovano per far trionfare la vanità, ci chiediamo se sia cambiato qualcosa o non siamo scesi ancora più in basso.

Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa è da prendersi come immagine in tutte le sue accezioni spirituali e materiali:casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta. La casa fatta di mattoni, quelli veri che servono per mettere su casa, famiglia, quella che si preoccupano di trovare gli sposi e di arredare, quando celebrano le nozze, fissa dimora con gli spazi divisi a seconda di ciò che è necessario, perché la vita circoli e si sviluppi.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.

Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, cuore sclerotizzato, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio.
La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa, del Suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Il fare, l’operare nel cantiere sono la conseguenza di questa presa di coscienza: quella di stabilire una dimora per l’uomo, un luogo dove l’uomo si realizzi attraverso le relazioni, la relazione che intercorre tra i suoi membri.
Dio è relazione, è comunione, è famiglia, come ha detto giustamente il Papa.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.

Canto: Dio dimora nel suo tempio (Nelle tue mani 8)

Quest’anno insieme con le quattro candele, simbolo del tempo che ci separa dalla nascita di Gesù, abbiamo preparato anche tutto l’occorrente per fare il presepe, in anticipo, perché Giovanni con noi potesse costruire la casa giusta per accogliere il Bambinello.
Quando dieci anni fa ci fu recapitato un piccolo presepe messicano, non pensavamo che quello era il modo discreto di Dio per farsi spazio nella nostra casa, che aveva dimenticato come si celebrava il Natale..
Natale 2002
Quando Franca, un Natale di tanti anni fa, mi regalò il minuscolo presepe messicano di ceramica bianca e blu, contenuto in una piccola scatola dipinta con tanti alberelli e stelle luccicanti, non pensai che quello era un regalo del Signore, non pensai che mi voleva parlare come poi ha fatto, attraverso quel dono inusuale e stravagante che mi veniva da una non credente un pochino snob e tanto ricca.
Ho pensato che aveva avuto buon gusto nello scegliere e l’ho invidiata per la possibilità di camminare alla ricerca di cose straordinarie e di comperare ciò che voleva con i soldi che aveva. Franca era uscita fuori dagli schemi con quel presepe, come sempre si era distinta con i regali acquistati nei negozi di lusso.
Io la ricambiavo, rompendomi la testa e le braccia, con marmellate e sottaceti e conserve fatte con le mie mani.
Le ho sempre regalato cose che lei non poteva comprarsi con i soldi e anche quell’anno, soddisfatta, ricambiai il dono in tal modo, commiserandola per ciò che non sapeva fare, esaltandomi per ciò che io riuscivo a fare.
Franca, quel piccolo presepe sicuramente non ci aveva messo molto a trovarlo, mi accorsi l’anno dopo, che avevo ricominciato a girare, che i negozi ne erano pieni, ma, alla distanza, il regalo speciale che non si compra, non io, ma lei l’ha fatto.
Sì perché il presepe ha cominciato a parlare a trasmettermi pace, calore, senso da dare ad un Natale che ogni anno diventava una conta di morti, un’angoscia per chi non ritorna, per gli anni che passano, per i pesi che si accumulano sopra le spalle.
Il Natale sembrava sempre più una festa di campane a martello, con i sordi rintocchi che risuonavano nelle stanze gelide e mute.
La festa della resa dei conti, perché sempre meno erano quelli che si sedevano intorno al tavolo, la vigilia e il giorno dopo e tutte le feste.
Sempre ogni anno la verifica dei vivi e dei morti, dei sani e dei malati.
Sempre qualcuno mancava all’appello e non c’era chi venisse ad occuparne il posto.
Prima mia sorella, poi mia madre e mio padre e poi suo fratello, che se n’è andato a luglio del ’99, dopo aver festeggiato a casa nostra per la prima volta il Natale, dopo anni di lontananza e di incomprensioni.
Bisognava proprio che stesse male perché ci accorgessimo del calore di una famiglia raccolta intorno alla mensa apparecchiata accanto al presepe..
Ma Antonietta, mentre facevo le foto, poi me l’ha confessato, pensava che erano le ultime, consapevole che era un malato perso e che non c’era nessuna speranza che vivesse fino all’appello successivo.
Pensieri di morte che hanno cominciato a germogliare sotto l’albero, che avevamo dimenticato non solo d’innaffiare, ma anche di avere e che infestarono tutto il terreno fino a rischiare che rimanesse soffocato per sempre.
A questo pensavamo mentre ci facevamo portare dai ricordi che ci legavano a Bologna, la città che la settimana scorsa in gran fretta abbiamo dovuto raggiungere, per rendere l’estremo saluto allo zio, scomparso all’improvviso, che l’accolse nella sua casa quando decise di andare all’università, che altrimenti non avrebbe potuto frequentare.
A Bologna Antonietta e io ci siamo conosciuti, a Bologna ci siamo frequentati, a Bologna è sbocciato quel sentimento che ci portò a dirci di sì per sempre.
Pensavamo che, conclusi gli studi, non ci saremmo più tornati e invece in ambulanza o in macchina l’A 14 l’abbiamo consumata per raggiungere lì un pezzetto di scienza, per trovare il rimedio alla malattia di Antonietta che senza Cristo aveva incontrato la croce.
Ad accoglierci era sempre lo stesso zio che collezionava crocifissi per metterli sopra il velluto, staccandoli dalla croce dove erano stati inchiodati.


A luglio di quest’anno è morto mio padre e stranamente non ce ne siamo ricordati quando abbiamo passato in rassegna la lista dei nostri defunti.. Ma non c’è da meravigliarsi, perché nella nostra casa è venuto ad abitare il Signore.
Quest’anno, a Natale, attorno alla tavola, accanto al presepe, sarà una conta di vivi, a cominciare da Gesù che dal crocifisso continua a donarci la vita, attraverso tutti i doni che ci sta insegnando ad aprire.

Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore 1)
6 dicembre 2004

Lo tsunami

 

 

Dal diario di Antonietta
Avrei voluto cominciare questo diario, parlando di una rosa rossa, poggiata sulla bara di mia madre, una rosa che testimoniasse il mio desiderio di riconciliarmi con lei. Avrei voluto parlare di tutti i sentimenti che hanno accompagnato questi ultimi mesi di calvario, specie da quando, il 26 di ottobre, è stata ricoverata in ospedale. Avrei voluto ripercorrere il filo che ha tenuto saldi i miei passi, la Parola di Dio, che mi sono sforzata di ascoltare e di mettere in pratica, specialmente da quando la situazione è diventata sproporzionata per le mie forze.
Avrei anche voluto parlare di questo Natale, inusuale, tra sonde e flebo, escrementi e medicinali raccolti in sacche di plastica, collegate a tubi, collegati a vene, a buchi naturali, e non, che servivano a dare vita a mamma e ai suoi numerosi compagni di viaggio.
Avrei voluto parlare della preghiera che Gianni ed io siamo andati a fare sul letto di mamma, stendendo le mani sulla sua pancia in subbuglio, mentre la diarrea continuava ad uscire.
Ricordo che era un giorno in cui non ce l’avevamo fatta ad andare a messa insieme, forse era domenica, e Gianni si era offerto di fare il turno di assistenza a cavallo dell’ora di pranzo. Ho sentito il bisogno di unirmi a lui, in quello che gli riconoscevo come un grande sacrificio, perché presupponeva la rinuncia al riposo in un giorno di festa, per sollevare me dalla fatica.
In questo periodo spesso Gianni ed io ci siamo persi, ma sempre ci siamo ritrovati, celebrando l’Eucaristia insieme e quel giorno l’abbiamo fatto in modo decisamente inusuale, pregando su un altare di carne, uniti nel comune desiderio che Dio trasformasse quel poco di vita e di forze, che rimanevano, in grazia.
Un desiderio di ritrovarci, dopo tutto quello che era successo, da quando anche lui si era dovuto ricoverare, per un intervento improcrastinabile, preceduto di qualche giorno da M., la moglie di nostro figlio, in attesa del secondo bambino, che voleva nascere prima del tempo, senza contare la morte improvvisa di zio G., il fratello giovane di mamma, e quella del compagno e amico di stanza, immaturamente scomparso il 27 dicembre.
Avrei voluto parlare dei foglietti che riempivano disordinatamente il cassetto del mio comodino che aspettavano di essere riordinati dopo che lo allo “tsunami” si era messo in movimento quest’anno, alla fine di ottobre, anticipando ciò che l’anno scorso era accaduto il 26 dicembre, senza che il Natale venisse scalfito.
Quest’anno lo “tsunami” ha colpito anche noi, anche se ci soffia sempre sull’ospedale, per tutto il resto dell’anno. Ha soffiato, sconvolgendole, sulle nostre abitudini, le nostre certezze, i nostri ritmi, le nostre relazioni, da quando quella notte M. mi aveva chiamato, per convincere mamma a farsi ricoverare.
Avrei voluto parlare delle lodi che abbiamo recitato al capezzale di mamma, io e Monica, l’angelo buono venuto a darci una mano per assisterla, mentre stava morendo, il 7 gennaio.
Avrei voluto parlare di I., dei rapporti difficili con questa sorella generosa e autoritaria, di M., l’anello debole della catena, di me, che non ce la facevo più a vivere quella vita da incubo.
Lo “tsunami”sembrava non voler mollare, travolgendo tutto senza pietà.
La notte dell’anno io e Gianni non ci siamo neanche fatti gli auguri: da quando era uscito dall’ospedale le distanze erano diventate incolmabili.
Lo “tsunami continuava a soffiare più forte su tutte le relazioni, mentre mamma miracolosamente era sopravvissuta all’intervento ai reni, che avevamo autorizzato, noi figlie, nonostante il rischio estremo di morte. Decisione combattuta e sofferta, ma inevitabile, sotto la pressione continua dei medici che aspettavano l’ok da noi, per tentare l’ultima chance.
Il 30, alle 9, era scomparsa nell’ascensore, da cui pensammo non sarebbe mai più risalita, salvo poi ricrederci, due ore dopo, quando ce la siamo vista in camera, inaspettatamente viva e cosciente, senza passare per la rianimazione. Abbiamo gridato al miracolo noi che la pensavamo già morta e ci hanno creduto anche i medici, dopo averle tolto il bubbone.
“Signore cosa vuoi dirci? “continuavamo a chiedergli, perché a 90 anni la morte è quasi scontata, non altrettanto una vita di dipendenza assoluta, dalle macchine, dalle medicine, dalle persone.
La sua sopravvivenza avrebbe messo in moto una serie di problemi insormontabili e ingestibili.
Il desiderio che tutto finisse mi faceva sentire in colpa. Non ce la facevo più a tirare avanti per quella strada: ero stremata e continuavo a chiedere aiuto al Signore e, solo con le labbra, dicevo“Sia fatta la tua volontà.”
Il 7 gennaio, quando è spirata, ho pensato a quei foglietti sparsi alla rinfusa nel cassetto e al perchè lo “tsunami” non mi aveva portato via, insieme agli alberi, alle case che aveva trovato sul suo percorso.
Era la Parola di Dio che mi aveva accompagnato per tutto l’anno, i foglietti del Calendario Liturgico, che ho appeso sul comodino.
“Sono stato dovunque sei andato” le parole che mi sono trovata nelle mani, mentre cercavo di notte un farmaco che mi facesse dormire e dimenticare che ero sola a combattere quella battaglia.
” Sono stato dovunque sei andato”, non solo quando mi sono sentita persa, nel tempo in cui mamma, Gianni, M. stavano all’ospedale, ma sempre, tutti i giorni dell’anno che si era da poco concluso, tutti i giorni della mia vita.
Così oggi voglio ricordarmele quelle, queste parole, tornata alle occupazioni abituali, dopo una notte insonne per i dolori che non mi danno tregua, con una serie di problemi da affrontare ogni giorno sproporzionati alle mie forze.
“Sono stato con te dovunque sei andato” lo volevo scrivere come messaggio di benvenuto sul cellulare, ma non c’è entrato tutto.
Non è un caso che il messaggio che appare, quando lo accendo sia “Sono stato dovunque sei”, forse ad indicare un passato che diventa speranza, certezza di una presenza che impedisce a qualsiasi “tsunami” di portarti lontano da LUI.
24 gennaio 2006