Spostamenti

” Non parlare contro la casa di Isacco” (Am 7,16)
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Mi sento paralizzata, impotente di fronte allo scempio che vedo nella mia chiesa, il luogo che mi accolse 16 anni fa quando avevo toccato il fondo della disperazione.
Di quel luogo, che poi scoprii essere la mia parrocchia ricordo tutto; gli escrementi dei piccioni sopra al sagrato, le porte scrostate, il freddo e il buio di quella gelida giornata invernale, i muri disadorni, i canti stonati, le sedie e i banchi vuoti fatta eccezione dei pochi anziani che in minima parte li occupavano per ascoltare le messa.
“L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio” furono le parole che mi fecero sollevare lo sguardo al crocifisso imponente che campeggiava sopra l’altare.
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Da lì sono partita, da quello sguardo che incontrò un altro sguardo, uno sguardo di compassione, di comunione, di pietà e di misericordia.
Ero entrata per cercarvi una sedia, ne uscii, dopo aver ascoltato la Parola di Dio, con il desiderio di non interrompere il dialogo instaurato in quel giorno e in quell’ora, in quella parola ascoltata con le orecchie tese a percepire qualunque suono interrompesse il silenzio delle mie giornate sempre più mute.
Ogni volta che rimettevo piede in quel luogo che poi scoprii essere la mia parrocchia cercavo il Suo sguardo, alzando il capo, senza stancarmi di guardare a colui che hanno trafitto.
Quel Crocifisso era la mia droga e con Lui ho intrecciato legami d’amore, ho parlato, l’ho contemplato, adorato, me lo sono rubato e messo nel cuore perché non volevo rimanere in silenzio.
Con il tempo, anche se è aumentato a dismisura il numero delle statue e delle immagini messe lateralmente, lungo i fianchi della chiesa, in alto, sopra l’altare quel crocifisso era il segno che il cielo e la terra passeranno ma le Sue parole non passeranno, il segno che Lui era e continua ad essere il protagonista indiscusso della nostra vita, delle nostre assemblee liturgiche, la medicina a tante malattie, il segno del nostro riscatto, la speranza che ad ogni eucaristica quell’uomo inchiodato risuscitava attraverso il suo perdono che sentivamo scendere abbondante e continuo su tutte le nostre persone.
Quanti paralitici ai suoi piedi, ora che siamo diventati vecchi e i bastoni, i deambulatori, le sedie a rotelle sono aumentate a dismisura.
Ma Lui ci rigenera, ci dà la vita, ci ricorda che innestati a quell’albero a cui è stato inchiodato, guarisce tutte le nostre infermità per camminare liberi nei luoghi abitati dal Suo Spirito.
Questa è la nostra speranza, per questo continuo a frequentare la mia chiesa anche se è fredda, buia, calda d’estate, e non vi si trova il parcheggio e io sbando perché è troppo grande e ho bisogno di chi mi protegga le spalle, mentre mi appoggio al deambulatore.
Ma ieri che per puro caso mi sono trovata a rubarmi una messa lì, in un giorno feriale, ho visto ciò che mai avrei voluto vedere.
Al posto del crocifisso era stata innalzata un’impalcatura coperta con dei teli bianchi.
Un gelo mi ha attraversato le ossa. Dov’era il mio amico? Forse lo avevano tolto per pulirlo, per dargli una lucentezza nuova, essendo di legno.
Mi sono illusa ma ho avuto anche paura, paura che la verità fosse un’altra.
La chiesa era piena di quadri e statue e simboli nuovi poggiati, attaccati un po’ dovunque e mi sono disorientata come quando a casa si accumulano le cose quando dimentichi di metterle a posto.
Poi ho visto accanto alla sedia su cui sono solita sedermi la domenica, quel Gesù che cercavo.
L’avevano spostato in una parete laterale, più in basso, dietro avevano dato una mano di vernice gialla che mi ha fatto temere il peggio, vale a dire che lo spostamento era definitivo.
In effetti avevo ragione.
Don Gino ( se ho ben capito) ha deciso di sostituire alla croce l’icona della Sacra Famiglia.
Non ancora mi riprendo dal grande dolore.
Perchè Signore ti hanno fatto questo?
O forse sei tu che sei sceso, ti sei fatto da parte per starmi più vicino.
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Fede e salvezza

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” Salvaci ,Signore, siamo perduti!” (Mt 8,25)

Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il compito di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.

Profezie

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“Io ti renderò luce delle nazioni”( Is 49,6)

Oggi si festeggia la nascita di San Giovanni Battista il più grande dei profeti perchè ha riconosciuto Gesù fin dal grembo materno e lo ha indicato agli uomini per primo.
Molti profeti parlarono del Messia che sarebbe dovuto venire, ma lui fu l’unico che ne preparò il ministero e lo indicò agli uomini come agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
Prima che si aprisse il cielo e Dio parlasse e presentasse il figlio nel Battesimo di Gesù alle acque del Giordano, Giovanni, il precursore, illuminato dallo Spirito santo, lo indica al mondo.
Di Giovanni mi colpisce l’umiltà, la vita passata nel nascondimento, nel silenzio e nella preghiera, una vita non facile, di privazioni di ogni tipo per concentrarsi sull’essenziale, sulla Parola che ci avrebbe cambiato la vita.
“Dalla sua bocca esce solo rumore” disse a me la logopedista dopo l’ennesimo episodio di afonia, a me che facevo l’insegnante e che della voce avevo assoluto bisogno.
La voce l’aveva testata con una macchina che quando parlavo faceva delle orribili e inaudibili scariche nere. A differenza di quello che succedeva quando lei era a parlare che sul monitor uscivano fiorellini e uccellini.
E’ stata dura digerire quella diagnosi profetica perché, se penso a quei tempi, non posso che confermare quanto mi era stato diagnosticato.
Con le mie malattie i medici molto difficilmente ci hanno preso, ma quella volta ( me ne accorsi con gli anni) quella persona aveva colto nel segno.
Dovevo incontrare il Signore per imparare a parlare, dopo aver atteso in silenzio la sua voce nel silenzio sonoro del vento leggero.

Il Dio di Gesù Cristo

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“Le folle erano stupite del suo insegnamento” (Mt 7,28).

Da un lato ci viene presentata l’immagine di un Dio che ci ama a prescindere, ci perdona non 7 ma settanta volte sette, che non chiede nulla in cambio perché è misericordioso, lento all’ira e ricco di compassione, dall’altra c’è Gesù che ci spaventa con le conseguenze del nostro agire quando prescindiamo dalla volontà di Dio.
Dio ci ama ma non permette che facciamo quello che ci piace, che ci fa comodo, che va contro i suoi interessi che sono poi i nostri.
Insomma dobbiamo comportarci bene per guadagnarci il paradiso, parola che sicuramente non è appropriata per qualcosa che senza merito già ci è stato dato.
A pensarci sembra un rebus, perché da una parte sembra tutto facile e scontato per via del sacrificio di Gesù, figlio di Dio, dall’altro non è per niente certo che in quel luogo ci andiamo tutti, se non facciamo la volontà di Dio.
Una fede, la nostra impegnativa, difficile, che non fa sconti, che non si costruisce un Dio a propria immagine e somiglianza come predicano le nuove dottrine della new age e similari.
Il Dio di Gesù Cristo è prima di tutto Padre, non dobbiamo dimenticarlo.
Gesù è venuto a mostrarci il suo volto e a toglierci la trave nell’occhio perché lo riconoscessimo nella nostra vita sfigata, nei nostri fallimenti, nei no ai nostri desiderata, sforzi, sacrifici inutili.
Per questo ci ha insegnato il Padre nostro per non sprecare parole quando ci rivolgiamo a Lui.
Non è facile dire questa preghiera con il cuore e non solo con le labbra. Non serve dirla tutta d’un fiato, perché è un esercizio inutile e fa perdere tempo.
Quando ci ritiriamo nella nostra stanza interiore o quando ne usciamo per svolgere le nostre abituali attività la fede ci dice che c’è un Padre che ci ha creato, che siamo suoi, che sa di cosa abbiamo bisogno, che non ha chiesto sconti per riscattarci dal maligno e farci tornare a casa.
Ci accompagni la stupenda e consolante immagine di questo Dio di Gesù Cristo, che veglia su di noi quando siamo svegli e quando dormiamo e che non permette a nessuno di farci del male, contro la nostra volontà e cerca in tutti i modi di evitare che ci facciamo del male seguendo i nostri istinti.
Fare la volontà di Dio è costruire la casa sulla roccia, perché noi siamo la casa destinata ad accogliere lo Sposo.

La Via

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“Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione.( Mt 7,13)

Ho sempre rivendicato a me la parte migliore, e la capacità, bravura tutta mia di trovarla e goderla da sola.
Oggi in Vangelo ci parla di porta stretta, di strada disagevole per entrare in Paradiso. Con la modalità di un tempo sicuramente non sarei andata da nessuna parte e mi sarei sicuramente persa.
Allora mai mi sfiorò l’idea che la parte migliore non è quella che appaga gli occhi, il ventre e le tasche, ma l’ascolto della tua Parola come tu Signore dicesti a Marta che si lamentava della non collaborazione della sorella che incantata si era seduta ai tuoi piedi per ascoltarti.
Oggi pendo dalle tue labbra Signore e la scrittura mi mette davanti un peccato che non fu solo dei nostri padri, ma ci fu trasmesso e che continuiamo a fare. Quello di scegliere per primi la parte migliore, partendo da noi e non da te o dalle persone in cui tu ti nascondi e hai deciso di abitare.
Lot scelse la terra più fertile e feconda, Abramo lo permise perchè era certo che tu avresti realizzato la tua promessa.
Al giovane ricco tu hai detto che una sola cosa gli mancava, vendere tutto e seguirti.
Io sono ancora tanto lontana da questo obbiettivo che coltivo nel cuore.
Vendere tutto quello che ho ammassato servendomi della mia straordinaria capacità di riconoscere il valore delle cose senza fatica, e appropriarmene.
Mi dico sempre che devo alleggerire la mia borsa, devo ridurre al minimo i miei bagagli altrimenti in quella porta non ci entrerò mai.
Perchè Signore è così difficile espropriarsi delle cose che ci si sono attaccate addosso, tanto ci siamo affezionati ad esse?
Ci sono perle, cose preziose che tu ci dici di mantenere, di non buttare ai porci.
Allora significa che non di tutto dobbiamo spogliarci, che ci sono cose che ci appesantiscono e cose che ci mettono le ali ai piedi.
Allora Signore fammi capire la differenza tra ciò che serve e ciò che è da buttare, aiutami a discernere ciò che dura da ciò che muore, dammi il bagaglio giusto per combattere i nemici e arrivare sana e salva alla meta.
Confido in te Signore, confido nell’aiuto di Maria che ho accolto nella mia casa e che non reclama diritti, se ne sta in silenzio e in attesa che io torni a vivere con lei tutte le occasioni in cui c’è bisogno di ritrovare la gioia.

La terra promessa

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” Non giudicate per non essere giudicati”(Mt 7,1)

Le piante del mio giardino continuano a seccare, mi viene da dire di primo acchito, pensando a questa mia vita sempre più avara di consolazioni.
Molte le ho dovute buttare. Non ho il pollice verde, come mia madre, e l’impresa di ridare vita al giardino primordiale che ci siamo negati con il peccato, sempre più appare impresa disperata.
Ma se mi fermo a guardare un po’ da vicino ci sono piante che continuano a vivere nonostante la mia ignoranza in materia e le condizioni meteorologiche avverse.
Le più resistenti sono le piante umili, quelle che non si distinguono per grandezza , per rarità, per forma, quelle che in genere non si regalano perchè non ci si fa una bella figura.
Ho deciso di occuparmi dei fiori e d’imparare a farli crescere e riprodurli perchè il mio terrazzo sorridesse a chi passa e lo mettesse di buonumore.
Il balconcino fiorito che mi sta di fronte me l’ha suggerito, perchè ad ogni ora del giorno, quando mi affaccio, mi manda un messaggio d’amore, mi parla di Dio che si preoccupa anche la notte di dirmi che lui è lì a dare vita e colore e profumo a tutto il creato, dal più piccolo filo d’erba alla poderosa quercia che mi fa ombra quando il sole scotta d’estate.
Dicevo che quest’anno la lotta è dura, perchè c’è un verme velenoso che mangia la polpa dei miei gerani.
Ma se da un lato succede questo, dall’altro c’è una pianta che probabilmente non piace all’intruso che continua a produrre bacche rosse che cadendo nel terreno spargono il loro seme e rendono rigogliosa la terra nei vasi.
Ma non è solo questo.
C’è una pianta di cui non conosco il nome che dopo tre anni, con pazienza e con amore curata, oggi mi ha mostrato il suo primo bocciolo, rosso, bellissimo, un miracolo della natura.
E che dire delle piccole calle che senza preavviso sono spuntate da un vaso pieno di terra vecchia che aspettava di essere buttato nel bidone del secco residuo e che per mia incuria era rimasto nel grande balcone dove il sole e la pioggia seguono il comando di Dio e non il mio?
Non c’è che dire: Dio ci stupisce, sempre, e non bisogna mai disperare, anzi tenersi pronti alle sue improvvisate.
Ad Abramo che aveva una terra rigogliosa il Signore chiede di uscire e di incamminarsi verso un luogo che non conosceva, una terra che non lui ma Dio sceglierà per i figli e i figli dei figli.
E sarà una benedizione la fede di questo patriarca, una benedizione per tutta la sua discendenza.
Abramo morirà senza aver preso possesso della terra promessa ad eccezione di una piccola grotta per seppellirvi la moglie Sara, la caparra dei beni futuri.
Guardo le mie piante che, in questo giorno che ora è avanzato, brillano sotto i raggi del sole e i miei occhi sono catturati dalle piccole e numerose bacche rosse e dal fiore appena spuntato dopo anni di attesa e dalle calle multicolori che fanno capolino abbracciate e custodite da grandi foglie turgide e verdi.
Buono e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia.
Non smetterò mai di lodarlo per tutti i suoi prodigi, per tutte le cose belle che escono dalle sue mani.
Cosa renderò al Signore per ciò che gratuitamente mi dona ogni giorno di godere?
Un sacrificio di lode è ciò che oggi mi sento di mettere sopra il suo altare.
Ieri alla messa, pensavo a cosa offrirgli.
La mia terra desolata e buia, il mio martirio incomprensibile che dura nel tempo, il mio corpo disastrato, le mie paure, la mia rabbia, la mia preghiera a rovescio quando mi ribello, lo sconcerto, il disorientamento il mio rimanere ferma ai suoi piedi per essere immersa nel sangue e nell’acqua preziosissima che sgorga dal suo costato, il mio credere che i miracoli sono sempre possibili, che il mio corpo sarebbe diventato il suo.
Una grande pace è scesa su di me quando ho pensato che se i miei affanni li prendeva lui li avrebbe sicuramente utilizzati per farci una cosa buona.
Se lascia l’iniziativa a me sono specializzata a fare disastri.
Ho creduto che delle mie offerte avrebbe fatto un giardino fiorito, una terra fertile da cui trarre nutrimento io e i miei figli e la mia discendenza.
Al segno della pace il mio pensiero è andato a mia sorella che un antico rancore teneva lontane.
La trave dal mio occhio è caduta quando le ho chiesto perdono per i dispiaceri che volontariamente o involontariamente le avevo procurato.
Con amore ho guardato la pagliuzza dal suo occhio e ho pregato perchè anche lei potesse vedere e amare tutto ciò che Gli appartiene.
Dio mi ha aperto gli occhi alla sua misericordia, mostrandomi che non io ma lui fa vivere e moltiplicare la pianta dalle molteplici bacche rosse.

IDENTITA’

 
Meditazioni sulla liturgia di 
Domenica XII TO anno C

Letture: Zc 12,10-11;13,1; Sal 62; Gale 3,26-29; Lc 9,18-24

” Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,24)
“Voi chi dite che io sia?”
Le domande di Gesù ci portano lì dove mai penseremmo, e non possiamo rispondere come spesso facciamo con superficialità, fretta, insofferenza, non dando la dovuta importanza a chi abbiamo davanti.
Se rispondiamo come cristiani, in virtù del nostro Battesimo, non possiamo prescindere dalle conseguenze  che l’appartenenza a Cristo comporta.
La Cristologia al servizio dell’Antropologia, le parole conclusive di un un corso frequentato tanti anni fa, a cui non detti molta importanza.
“Se vuoi sapere chi è l’uomo devi rispondere alla domanda chi è Cristo.
Quante volte nella mia vita di fede, nel percorso non facile nè scontato della riconsegna a Dio di tutti i miei averi ho dovuto cercare in Cristo la mia identità, lasciandomi guardare, amare, risuscitare!
Quando perdi i pezzi, quando dalle mani ti scippano tutto i tuoi averi da cui facevi dipendere la tua identità è naturale cercare ciò che non ti può togliere nessuno da un’altra parte.
“Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio far uno che gli corrisponda ( che gli stia di fronte, che gli faccia da specchio, che lo identifichi, che risponda di lui e gli risponda) “disse il Signore quando creò l’uomo maschio e femmina a sua immagine e somiglianza.
E noi pensiamo, quando ci innamoriamo, che abbiamo risolto tutti i nostri problemi e di Dio possiamo fare a meno, visto che la felicità ce l’abbiamo in tasca.
Ieri il papa ha detto che non siamo normali se non andiamo in crisi con Dio, con il coniuge, con le persone.
Meno male che avevo acceso la televisione in quel momento, momento di un tempo che sembra non avere mai fine,  in cui mi sentivo tutta sbagliata e cercavo annaspando le coordinate per non morire.
Chi sono? Dove sono? Di chi sono?
Queste le domande che in questa settimana di sconvolgimenti fisici, spirituali, relazionali mi sono posta.
“Guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito”.
Voglio guardare te Signore e piangere di dolore e di gioia, dolore per essere stata la tua carnefice, gioia per un amore che non si misura, perché in te trovo tutte le mie sorgenti, in te trovo la vita mentre il mio pianto, piccolo rigagnolo, si getta nell’infinito oceano della tua grazia.