Il paradiso di Giovanni.

Così Giovanni , il mio nipotino di 6 anni, immagina il paradiso.

Io che gli asciugo le lacrime e lo consolo, quando è triste e ha una "bua" grande, sotto al cuore, che sanguina.

Annunci

Voi chi dite che io sia?

Voi chi dite che io sia?

Ogni volta che mi si pone questa domanda mi chiedo se per davvero Gesù è il Signore della mia vita, il Messia , il Cristo che Dio ha mandato per mostrarci il Suo volto.

Anche se sembra scontato rispondere così per noi credenti, poi facciamo come Pietro, che alla prima verifica fa dietro front.

Diciamo che sì, Gesù è il figlio di Dio, che è venuto a salvarci, ma della salvezza abbiamo un’idea alquanto personale.

La salvezza, per noi, è sempre associata alla liberazione da ciò che ci opprime, uomini o eventi che ostacolano la nostra voglia di affermarci, di emergere, di bastare a noi stessi, di vivere la vita senza preoccupazioni di sorta.

Il Messia è colui che è venuto a salvarci dalla fame e dalla sete di giustizia, ma la giustizia la invochiamo sul comportamento degli altri, mentre per noi invochiamo la misericordia.

Il Messia è venuto a salvarci perché avessimo un lavoro garantito e sicuro, una casa, la prima e anche la seconda, se è possibile, indipendentemente da ciò che gli altri hanno, anzi a discapito, purché non lo sappiano e non diventi problema per noi.

Il Messia è venuto a salvarci dalle malattie, dalle persecuzioni, dalla morte nostra e dei nostri cari.

Se poi muoiono in 10.000 o 100.000 per un ciclone o un terremoto, ci limitiamo ad informarci come vanno gli aiuti e ci indignamo se la macchina internazionale si inceppa.

Dio è venuto a salvarci, perché possiamo fare discorsi pertinenti e convincenti su come dovrebbero andare le cose nella comunità internazionale, scandalizzandoci quando i governanti non si sparano per la polvere e non riescono a sedersi allo stesso tavolo delle trattative.

Chi dite voi che io sia?

A Giovanni, che si turba, quando vede scene di guerra o di grandi disastri, parlo di collaborazione, di solidarietà, per aiutare tanta povera gente.

Poiché le immagini che scorrono sul video sono sempre le stesse ed è sempre la stessa persona ad essere estratta dalle macerie, si convince che non è poi così grave la cosa e che le vittime di cui si parla sono pure invenzioni pubblicitarie.

Dio è venuto a salvarci dalla morte, facendoci l’anestesia al cervello e al cuore per quello che succede ai lontani e facendoci balenare la speranza che a noi non può succedere.

Il mondo è diviso in due parti: gli sfigati e gli altri.

Quando facciamo le preghiere ci sentiamo sempre un po’ sfigati, molto o troppo, a seconda dei casi.

Poi quando siamo buoni diciamo:”c’è di peggio, mi accontento”, ma è un modo di dire”effetto placebo”,che dura giusto il tempo per tornare sfigati, quando l’ennesimo cretino ci si ferma davanti, per far passare un pedone e ci fa perdere tempo, oppure ci viene l’influenza quando abbiamo programmato per il fine settimana una cena, una gita, o qualcos’altro.

Ma la meraviglia più grande è constatare che le cose succedono proprio quando tutto sembrava filare liscio come l’olio, figli sistemati, mutuo pagato, salute di ferro, pensione assicurata, tempo libero per fare tutto quello che avevi sognato da giovane e che ti è stato impedito dagli eventi.

Capita sempre quando pensi che il mondo ce l’hai in mano.

Voi chi dite che io sia?

E’allora che devi rispondere.

Quando ti muore un figlio, quando perdi il lavoro, quando una malattia seria ti giunge inaspettata, quando scopri il tradimento ripetuto negli anni del tuo coniuge.

Voi chi dite che io sia?

Se ci sono terremoti e tornadi non ci preoccupiamo più di tanto. Con un S.M.S. passa la paura e si mette la coscienza a posto.

Le preghiere sono loro, le vittime, se hanno fatto in tempo, che devono farle.

Noi ci pensiamo quando accendiamo la TV e forse in chiesa, la domenica, se qualcuno ha messo l’intenzione nella preghiera dei fedeli.

Voi chi dite che io sia?

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», risponde Pietro, ma quando Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto..e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno….” al suo successore, primo papa appena nominato, gli sale il sangue alla testa…a cui le ultime parole sembrano un optional.

“Vade retro Satana!” è la risposta di Gesù all’inevitabile indignazione del discepolo.

Addirittura!

Che male c’è a desiderare un salvatore siffatto, uno che ci liberi per sempre dai problemi, dai rimorsi, dai complessi di colpa, dal fare, dal pensare, dall’agire senza sporcarci e ferirci? Uno che con la bacchetta magica ci fa uscire dal bozzolo e ci fa spuntare le ali? Uno che ci toglie la fatica di crescere e di diventare grandi?

Non aveva detto che bisogna ridiventare bambini? Rinascere dall’alto?

Già dall’alto. A questo non pensiamo.

Perché ridiventare bambini ci piacerebbe, almeno per quelli che sono i vantaggi connessi: avere uno che sta sempre a nostro servizio e ci vuole bene a prescindere.

Certo, ma i nostri genitori sono diventati vecchi e siamo noi che dobbiamo pensare a loro, a meno che non siano già morti.

Forse sarebbe bene che il Messia ci liberasse da questa ennesima incombenza.

Liberaci dal male, diciamo nel Padre Nostro.

E il male sappiamo qual è o pretendiamo di saperlo: la fatica di occuparci degli altri o di difenderci dagli altri.

Voi chi dite che io sia?

Gesù, quante cose sbagliate abbiamo nella testa, quanti pregiudizi, quanta presunzione, quanta smemoratezza, quanta ingratitudine!

Liberaci dal male, Signore, dei nostri pensieri che non sono i tuoi pensieri, donaci, ogni volta che ce ne allontaniamo, d’incrociare il tuo sguardo e come Pietro versare lacrime amare che ci liberino davvero.

Il lombrico

Ieri sera Gianni ha fatto una preghiera bellissima e vorrei poter dare voce al suo sentimento che ha commosso non solo il mio, ma anche il cuore di tutti quelli che stavano raccolti in preghiera con noi.
Si sentiva portato in un grande e luminoso giardino.
Gesù lo aveva preso per mano e con tenerezza e decisione lo aveva introdotto alla visione stupenda di quel luogo dove lui abita e regna.
La luce era fortissima ma piacevole, dolce, e non costringeva a chiudere gli occhi, perché non li feriva, ma li accarezzava e invitava ad aprirsi di più, per godere dell’incanto dei fiori sbocciati tra l’erba, dell’azzurro luminoso del cielo, dei raggi di un sole che riscaldava e accarezzava la pelle, senza bruciarla, né tantomeno ferirla.
Si era messo accucciato da un lato, come un bimbo che scopre un luogo incantato, ma ha paura, è smarrito, non sa chi sia, dove sia e a chi chiedere o chi ringraziare.
In un cantuccio osservava i fiori e pregava: forse sono un fiore, Signore, che tu hai fatto sbocciare in questo prato e ti sei compiaciuto di me, perché sono bello, puro e tenero nei petali appena sbocciati.. Poi si è detto che non era quel fiore, non voleva essere fiore, in quel giardino dove Dio lo aveva chiamato.
Poi ha visto l’erba e ha pensato: “Ecco voglio essere erba, quel filo d’erba che spunta dalla terra timidamente, mescolandosi ai fiori.
Un filo d’erba forse, sì poteva pensare di esserlo, ma poi l’idea che non era degno di essere erba, gli ha fatto guardare più in basso, alla terra sulla quale risplendeva la vita e ha visto una zolla, una piccola zolla, nera e compatta.
Forse avrebbe potuto essere quella, forse si poteva sentire a suo agio, nascondendosi sotto i profumi e i colori del prato.
Ma ancora troppo gli sembrava l’ardire e gli è venuto in mente il lombrico, che si ciba di terra e la espelle digerita, emettendola lì dove l’ ha presa.
Sì voleva essere quella terra che il lombrico si era mangiata, quella poltiglia informe e incolore che usciva dalla sua pancia.
Voleva essere humus, zolla ricca di fermenti vitali, uscita dal ventre di un piccolo animale strisciante, voleva essere quel lievito che fa fermentare la massa, che non si vede, ma che agisce moltiplicando il volume.Nel giardino dove il Signore l’aveva portato, Gianni si è scelto la cosa migliore, quella che non viene guardata né ammirata, ma quella che rende possibile il miracolo di un giardino fiorito, dove brillano i colori dell’arcobaleno

Emanuele e le parabole.

 

Matteo 13,10-17 –
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli e gli dissero: “Perché parli loro in parabole?”.
Egli rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani”.
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!”.
"Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato"
Sembra una cattiveria, quello che dice Gesù. E gli altri? Che male hanno fatto?
Mi sono sempre chiesta perchè ci sono quelli a cui è impedito di conoscere i misteri del regno dei cieli.
Oggi ho avuto la risposta, quando finalmente, dopo tre giorni che stavo con il mio nipotino Emanuele di due anni, ho capito cosa mi stava dicendo.
Con me ci sta sempre per poco tempo, perchè si prende cura di lui l’altra nonna. Io supplisco quando lei non può.
Ebbene finalmente quello che mi sembrava un balbettio insensato ha preso senso e ho scoperto l’universo misterioso e nascosto del cuore di questo bimbo.
Il segreto? Stando con lui ho imparato il suo linguaggio.
Allora mi sono detta che nelle parole di Gesù è nascosta una grande verità.
Se non lo frequenti, se non lo inviti a casa tua, se non decidi di metterti a suo servizio, non riuscirai mai a capirlo e a gioire per tutto ciò che esce dalla sua bocca.

Le donne

Oggi, mi sono rubata una messa, come sono solita dire  da 8 anni a questa parte, quando, al mattino presto, riesco a svicolare per arrivarci.

Mi sono guardata attorno per vedere in quanti eravamo.  

Non è tanto il numero limitato di persone che mi ha  fatto riflettere, quanto il sesso.

Di maschi c’era solo il sacerdote.

"Perciò il Signore ha affidato alle donne il compito di annunciare la resurrezione!" mi sono detta.

A vedere chi sfida il caldo per cercarlo, chi non ci dorme la notte, non poteva che essere così.

"VENITE A ME…"(Mt 11,28)


"Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro" dice Gesù nel Vangelo di oggi, XIV domenica del Tempo Ordinario (annoA).

 Quando Gesù, dopo aver visto Matteo seduto al banco delle imposte, gli ha detto "Seguimi" non so quanti di noi si sono sentiti interpellati da quell'invito. In fondo non facciamo il mestiere sporco di Matteo, anche se passiamo gran parte del nostro tempo a stare seduti, appartati, aspettando che il mondo ci dia quello che ci spetta con gli interessi. Avanziamo sempre qualcosa dagli altri e viviamo con rabbia, rancore, rassegnazione la nostra condizione di schiavi non retribuiti.
La vita così diventa faticosa e ci opprime a tal punto che, se non abbiamo il coraggio di gridare più forte, d'imporci,di far valere le nostre ragioni, anche imbrogliando le carte, siamo profondamente infelici.
Allora l'invito di oggi, non ci possiamo sbagliare, è per noi, per tutti, non solo per chi si chiama Matteo, Giacomo, Giovanni, Simone, Andrea ecc. ecc.Basta essere stanchi e oppressi ( chi non lo è? ) per sentirsi chiamati a vivere l'esperienza di una vita rinnovata. Sembra la reclame di un agriturismo, quello che oggi leggiamo nel vangelo: vitto e divertimento assicurato.Il giogo magari non sappiamo neanche com'è fatto, perchè da tanto abitiamo in città e un tuffo nel passato non può che farci bene.Ci accorgiamo, una volta giunti a destinazione, che essere aggiogati non è una bella prospettiva, ma forse vale la pena provare, vista l'autorevolezza di chi abbiamo di fronte. Il padrone di casa, il fattore, si mette in gioco anche lui e promette che sarà compito suo fare tutta la fatica, basta fidarsi e abbassare la testa.
Già abbassare la testa, sottomettersi, fidarsi, sono tutte parole che nel nostro vocabolario associamo a fregatura. Vita di tutti i giorni perpetuata all'infinito? Non è possibile che vada sempre così.Ma la preghiera con cui esordisce Gesù è illuminante perchè parte da un grazie al Padre che, nella sua benevolenza, ha nascosto i misteri del regno ai dotti e ai sapienti e li ha rivelati ai piccoli, primo fra tutti Lui, che si è fatto ultimo tra gli ultimi, umiliandosi e, senza ribellarsi, si è sottomesso al giogo del Padre, per la nostra salvezza.
" Imparate da me che sono mite e umile di cuore".
Allora andiamo a scuola di discepolato, perchè nella fattoria, entra solo chi è iscritto alla scuola dell'infanzia.

 

(Mt 11,25)

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli."
 

SEGUIMI!

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: "Seguimi!". Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli:
"Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".
Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

La liturgia di Venerdì della XIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari), ci fa gustare il Vangelo dopo aver ascoltato le parole del profeta Amos che tra l’altro dice: "Ecco, verranno giorni, – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore" (Am 8,11) e aver pregato con il salmo 118 "La tua parola, Signore, è verità e vita. "

 La fame dell’uomo è sostanzialmente fame d’amore, fame di parole che ce lo comunichino, fame della Parola che salva.Gesù, la Parola incarnata, guarda Mattteo seduto al banco delle imposte, un luogo dove si è costretti a dare anche ciò che non si ha, e gli rivolge un invito che lo fa alzare. "Seguimi!" La parola di cui si ha bisogno quando vivi il giudizio inclemente della società in cui ti trovi a vivere. la parola di qualcuno che non ha paura di sporcarsi con te, anzi ti cerca per diventare tuo amico ti rimette in piedi, ti restituisce la dignità perduta. Che bello trovare un amicizia disinteressata, che balsamo è sentirsi guardati, amati e chiamati a collaborare con chi ha parole di vita eterna! E’ Gesù poi che si siede, ma non sta dall’altra parte ad esigere imposte, come Matteo. Lui si siede, mischiandosi ai peccatori, mischiandosi a noi, quando andiamo alla messa, per donare ai commensali una parola di perdono che ti cambia la vita e un pane del cammino che non si consuma.