Essere famiglia

Sfogliando il diario

Si parla tanto di famiglia, di quella che lo stato deve riconoscere, di quella che non c’è nei momenti di difficoltà e di prova, si parla di famiglia, luogo di conflitti e di contraddizioni.

La società sente l’esigenza di ripartire dalla famiglia, per ricostruire al suo interno relazioni durevoli e formative, cercando surrogati da etichettare come buoni, ignorando di fatto ciò che è buono e che sfugge all’occhio distratto e superficiale del legislatore.

La T.V., i giornali, ogni giorno ci parlano di tragedie che scoppiano inaspettate all’interno delle case, polveriere in attesa che una miccia accesa le faccia esplodere.

E’ possibile che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per far funzionare la società, surrogati di famiglie che non è detto che funzionino per il fatto che sono riconosciute come tali?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno? Di quella formata da due omosessuali, che essendo uguali, non mettono in conto la fatica di accettare la diversità come risorsa o di quelle che chiedono garanzie allo stato, quelle che non sono loro in grado di dare con un impegno che duri tutta la vita?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno?La legge sull’aborto, la 194, per intenderci, è nata dall’esigenza di tutelare la salute della madre: oggi di chi si vuole tutelare la salute?

Ci occupiamo e ci preoccupiamo delle aspirazioni, dei desideri, delle esigenze delle coppie cosiddette di fatto, molto meno delle necessità dei figli nati da quei matrimoni.

La natura ci mette davanti quanto conti l’amore nel guidare le nostre scelte, come all’interno di famiglie che funzionano, non si guardi l’orologio o il dispendio di energie o di denaro, quando è in gioco la salute o il bene di uno dei suoi componenti.

L’amore gratuito lo troviamo solo all’interno della famiglia, di quello che non fa rumore, che non va sui giornali, ma trasmette serenità e sicurezza a chi da esse si lascia toccare.

Da una settimana il reparto di geriatria, ala est, dell’Ospedale Civile della mia città, è diventato il mio luogo d’osservazione e di meditazione. Non per mia scelta, perché mia madre avrei desiderato non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene.

Ma l’Ospedale è luogo d’incontro, incontro con la sofferenza prima di tutto, la sofferenza dipinta sul volto dei ricoverati, quella di chi se ne fa carico, ma è luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parole gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine turno, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano.

Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in quello di mia madre, la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o nei lineamenti contratti di mia sorella, medico, che senza tregua si adoperava per rianimarla.

Ho contemplato il Signore in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi agli occhi degli uomini. Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero che non fosse di apertura alla grazia che Dio in quel momento mi stava donando.

Di fronte al letto di mamma, per tre giorni le mani di due anziani coniugi hanno catturato il mio sguardo, quella inerte di lei, ancora viva, nonostante i tubi e le macchine a cui era attaccata e quella di lui perennemente poggiata sopra, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli alla promessa finché morte non li separi.

Ho visto, in quei giorni, nipoti assistere i nonni, anche durante la notte, accudirli con amore, con dedizione, con delicatezza, anche se molto anziani e con la mente confusa, gli unici capaci di farli sorridere, di rasserenarli, penetrando il loro silenzio.

Ho visto persone sole, abbandonate, senza famiglia, che ne hanno trovata una in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, essendo chiamati ad allargare la propria, mentre si trovavano ad accudire un parente, un amico o solo un compagno di stanza o un vicino di letto.

Nell’Ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più, ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventare famiglia, fratelli in Cristo, figli di Dio.

Vale proprio la pena d’impegnarsi perché il Suo progetto vada a buon fine, perché i miracoli li compie solo l’amore. E quale luogo è più idoneo per farlo crescere e sviluppare?

Alla famiglia Dio ha dato il compito di renderLo visibile al mondo, quando ha creato l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza.

Voglio ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia nella coppia, ritenendola capace di continuare la sua opera creatrice, attraverso l’amore gratuitamente donato.
5 novembre 2005

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BUON NATALE

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Guardando il mio presepe in attesa di metterci il Bambinello a mezzanotte, ho pensato a quanti natali passano inosservati, quante volte mettiamo nella mangiatoia un gesù senza cuore, finto, di porcellana, di plastica o di qualsiasi altro materiale inerte e ci dimentichiamo di quello vero, quello di carne.
In chiesa si benedicono le piccole statuine la III domenica di Avvento.
Mi sono chiesta che senso abbia questo rito, se coviamo tanti rancori nel cuore, se ci teniamo soffocati tanti Gesù che ci rifiutiamo di accogliere, persone con le quali viviamo non riconciliati, persone che ci hanno fatto del male o alle quali più o meno consapevolmente anche noi abbiamo fatto del male.
Questo Natale ho deciso che voglio mantenere il mio presepe così come l’ho preparato all’inizio di questo Avvento.
Una culla con un libro aperto… la Sua Parola che non scade e che ci guida tutti i giorni a venire.
” Sono stato con te dovunque sei andato”(2 Sam 7,9)
BUON NATALE
Antonietta e Gianni

Gratitudine

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“Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”(Lc 1,49)

Questa mattina mi voglio fermare su queste parole che non a caso ho trovato scritte sul calendario liturgico.
Per cosa vogliamo ringraziare Gesù?
Fu la prima preghiera che mi venne in mente da insegnare a Giovanni, quando aveva meno di due anni.
Avevo pensato che c’erano nelle preghiere tradizionali parole che non avrebbe capito come” Ave, pietà celeste, luce perpetua”.
“Per le patate, per i colori!”, fu la sua risposta immediata guardando le cose poggiate sul tavolo dove stava mangiando.
Chi ci avrebbe pensato a ringraziare il Signore per le patate e per i colori?
Da lì cominciò uno splendido gioco, una gara che contraddistinse il nostro stare insieme, a casa, al parco e
negli altri spostamenti.
Grazie per il sole, grazie per il parcheggio, grazie per qualche adulto che al mare gli avrebbe fatto fare il bagno o avrebbe giocato con lui, visti i miei limiti deambulatori.
Era tanto infatti se con la macchina riuscivo a portarlo da qualche parte.
Giovanni divenne il mio maestro che mi bacchettava qualora mi dimenticavo di dire grazie a Gesù per il posto macchina trovato davanti all’ingresso del luogo dove dovevamo andare.
Oggi Giovanni va solo, è diventato grande e mi chiedo dove sono andati a finire i miei insegnamenti , visto che spesso, immerso nei suoi pensieri, attaccato al suo telefonino non solleva la testa neanche per salutare pur abitando di fronte.
E mi dispiace.
Me lo chiedo, ma forse è più giusto che mi faccia io un serio esame di coscienza per vedere se sono attenta, come quando mi prendevo cura di Giovanni, dei doni che ogni giorno il Signore mi elargisce, e lo ringrazio come facevo un tempo.
Devo dire con tutta onestà che i piccoli doni passano inosservati, occupata come sono a difendermi dagli assalti poderosi del nemico, che in questo momento è la malattia.
Non c’è dubbio comunque che me ne faccia, ma io penso sempre al dono più grande che mi aspetto e che non viene… e non mi accorgo di quanti angeli è cosparso il mio cammino.
Angeli che mi aiutano a superare i piccoli e grandi ostacoli che ogni giorno la vita mi mette davanti.
Il parcheggio, i colori, la patate…
Nostalgia d’altri tempi o straordinaria realtà che il Signore rinnova ogni giorno cambiando gli incarti ?

Non lasciarti cadere le braccia

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” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)

Veramente Signore ho bisogno che qualcuno mi sollevi da terra, che asciughi le mie lacrime, che mi rialzi da questo stato di sconforto, di desolazione, di sofferenza, di stanchezza, di non sonno, non gioia, non natale.
Ho bisogno Signore di stringere tra le mani qualcosa che non sia una medicina, di bere qualcosa che non sia un veleno che si aggiunge ad altri veleni, di qualcuno che non mi si avvicini con un ago, una macchina, un catetere, un martelletto, un letto che non sia una lettiga, un auto che non sia un ambulanza, di amici, che vengono a visitarmi, non chiamati per scrivere ricette, riempire moduli, consigliare o sconsigliare una cura.
Ho bisogno Signore di qualcosa che non mi ricordi la malattia, di un sonno che mi faccia andare in vacanza da questo inferno di dolore e di sofferenza.
La scorsa notte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cane mi ti sono aggrappata, mi sono tenuta vicino a te, il mio padrone, che mi fa sentire al sicuro.
Un cane, mi sentivo un cane in cerca di un padrone da cui sentirsi protetto. Tu l’hai permesso e io ho trovato la pace.
Ho ripensato a quella donna che ti chiedeva non so cosa e che al tuo diniego ti ricordava che anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni.
Non ti chiedo più nulla, perchè già tanto, tutto ti ho chiesto fino ad arrivare all’essenziale.
Ora è arrivato il tempo di chiudere la bocca e aspettare che tu decida di me, della vita o della morte, non della disperazione.
Sono qui Signore ad aspettare che la tua mano tocchi la mia, che il tuo sguardo incroci il mio, che mi senta amata da te ancora, per sempre, perchè tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, perchè non mi sono sbagliata, è solo questione di tempo.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.”
L’ho trovato e l’ho tenuto stretto l’infinito, ho cercato con tutte le mie forze, con tutta me stessa di non smarrirlo.
Ma mi è scivolato dalle mani, senza che me ne accorgessi, come quel piccolo Gesù, il mio tesoro, che, quando ero bambina, non trovai più nel pugno dove lo custodivo.
La ferita di quella perdita non si è ancora rimarginata, perchè ero sola e quel bambino era il mio unico compagno di giochi.
Tu Signore sei altro, lo so. Sono diventata grande e lo capisco, almeno questo.
In fondo non è tanto quello che uno perde ma il vuoto che lascia, quel vuoto che ti fa soffrire.
Io so che mi stai ascoltando, che un giorno ti vedrò, non necessariamente questo natale, e mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare.
Un Natale senza luci, quello di quest’anno, un natale dove nel mio piccolo presepe Gesù è già nato, perchè per non fare fatica e correre il rischio di perdere i pezzi, lo scorso anno, il presepe non l’ho messo in cantina, ma sul mobile della sala, perchè fosse natale ogni giorno dell’anno.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se anche solo cambiando posizione agli oggetti ogni tanto, la vita cambia, cambia il punto di vista.
Sicuramente sì, ma arriva il tempo in cui non hai nessuno che ti aiuti a fare certi traslochi e ti devi arrangiare da sola.
Su suggerimento di Emanuele ho messo al posto del bambinello la Bibbia, Emanuele a cui non sfugge nulla e che si è ricordato la sana abitudine di questa casa, di attendere il Natale con la Parola messa tra la paglia.
Grandiosi i bambini che ti rinfrescano la mente, diventando la tua memoria quando diventi vecchio!
Ed io mi sento vecchia, tanto vecchia da chiedermi il senso di questo natale.
“Non lasciarti cadere le braccia” le parole che mi hanno colpita.
Ieri ho chiamato M. l’angelo che mi accompagna, perchè facesse sotto la mia guida le cartellate, il dolce simbolo dei natali della mia infanzia, il profumo di mio padre e delle sue tradizioni che si portò dietro quando si sposò e che trasferì a mia madre e a noi figli.
Ho desiderato mettermi in contatto con i miei cari attraverso quel profumo di mosto cotto misto a cannella, quel segno di festa nella nostra povera casa dove la cosa più dolce era il pane raffermo tagliato con cura a dadini da papà, che immergevamo nel latte, quando riuniti al mattino facevamo la colazione.
Nostalgia di profumi, nostalgia di sapori, nostalgia di presenze, nostalgia di un calore che solo tu oggi Signore mi puoi dare in questo natale senza suoni che non sia la parola che esce della tua bocca.
“Una voce, il mio diletto!”
La liturgia oggi parla di voci che si odono, che fanno sussultare, che riempiono di guoia, che ti portano a danzare come fece Davide davanti all’arca santa.
La gioia è il distintivo del cristiano e io non voglio perderla Signore.
Donami la gioia di accorgermi che tu stai arrivando anche se non ti vedo.

Preghiera

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” Ti colmerò di gioia nella mia casa di preghiera”(Is 56,7)

Alle 4 un crampo spaventoso ha messo fine al mio tormentato sonno, un crampo che mi ha fatto urlare a tal punto che mio marito si è svegliato e ha cercato in qualche modo di mettermi in piedi.
Non è la prima volta che accade, sono anni che mi tengono compagnia, una compagnia scomoda non c’è che dire, la notte.
Ci sono notti che riesco a non urlare, a vedermela da sola, senza disturbare, ci sono altre volte che il dolore è così lancinante che devo chiedere aiuto, perchè mi impedisce di muovermi, come se avessi messo i piedi in una tagliola.
In genere se non riesco a riaddormentarmi, cosa normale, mi metto a pregare o a scrivere dopo aver letto la Parola di Dio della liturgia del giorno.
Non sempre trovo connessione tra quello che trovo scritto e quello che sto vivendo, tanto che mi viene da chiedermi se parla per me o per qualcun altro.
Questa mattina è stata una di quelle volte che la connessione era assente, mentre era preponderante il desiderio di rimettermi a letto a riposare.
Come al solito ho pensato di dire un rosario, con la speranza che mi conciliasse il sonno.
Il rosario è un arma potente perchè non agisce come i maligni penserebbero come sonnifero, ma come strumento che ti allontana i brutti pensieri e ti porta a vedere lle cose che ti accadono con altri occhi, con gli occhi di Maria, con gli occhi di Dio.
Questa notte mi toccavano i misteri dolorosi che spesso salto, specie se sono molto addolorata.
Mi piacciono i misteri della gioia perchè attraverso Maria rivivo il dono del mio Battesimo e mi immergo nell’amore di Dio.
Ma questa notte non ho voluto cambiare perchè ero stremata dalla prova e cambiare avrebbe comportato una fatica, anche se minima.
Mi sono detta che almeno il primo mistero mi faceva sentire vicina a Gesù, perchè la cosa che più temo è la solitudine, l’abbandono, l’indifferenza delle persone più care.
E Gesù ha provato tutte queste cose, come capita a me, a tanti uomini che hanno attraversato la scena del mondo.
Ma la cosa straordinaria che è successa stanotte non è stato tanto quella di sentire la solidarietà con un compagno di viaggio, quanto l’amore di Dio che mi si apriva attraverso uno spiraglio che man mano che procedevo diventava sempre più grande fino a diventare un passaggio ampio che mi ha risucchiato in un atmosfera, in un mondo, in una dimensione di pienezza, di pace, di gioia, di amore senza misura.
Sentivo il respiro di Dio, sentivo il suo cuore di padre battere sul mio, sentivo le sue braccia che mi avvolgevano tutta, sentivo che quello era il Paradiso.
” Ti colmerò di gioia nella mia casa di preghiera” l’ha detto e l’ha fatto. Come non credere a tutto il resto?

Signore quanto sei grande, Signore quanto sei bello, Signore quanto sei tutto!
Le parole vengono meno quando riempi il cuore di Te.

Fedeltà

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” Non temere non dovrai più arrossire”(Is 54,4)

Queste sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia rivolge al suo popolo, donna scelta per essere per sempre sua sposa.
Questo passo mi ha sempre affascinato perchè è una dichiarazione d’amore divina in quanto nel mondo, tra noi umani non è facile incontrare persone che perdonano l’infedeltà del loro coniuge e sono disposti a dimenticare, cancellando tutte le offese, e a ricominciare da capo con questa promessa
“Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,
non si allontanerebbe da te il mio affetto,
né vacillerebbe la mia alleanza ”
Il tradimento da noi ha altri percorsi, altre soluzioni, abbreviate nel tempo e nei modi, perchè si può divorziare o anche farsi giustizia da soli, eliminando il colpevole.
Ultimamente si sta sviluppando una modalità più risolutiva , quella di uccidere il coniuge, i figli e poi tanto che uno ci si trova, anche se stessi, non potendo poi sopportare le conseguenze del proprio gesto.
Di questi fatti ci informano i giornali, la televisione con ritmo martellante come se solo questo succedesse nel mondo.
Le famiglie che funzionano, le coppie che durano non fanno notizia.
Certo che, se un giovane da piccolo ha respirato quest’aria, ha prestato ascolto solo a quello che somministra il pensiero dominante, si convincerà che il “per sempre” non esiste e che le soluzioni ce le presenta il mondo semplificate.
Da qui nasce un’ insofferenza per legami duraturi e una propensione a prendere solo ciò che comporta il minimo investimento con il massimo profitto.
Il matrimonio cristiano è sempre più snobbato, perchè invece di semplificarla, ai più complica la vita.
Se per caso uno si sente di unirsi ad un’altra persona perchè la sente carne della sua carne, ossa delle sue osssa, o ci va a convivere o al massimo va al comune per ratificare l’accordo.
Se prima la chiesa, da un punto di vista scenografico, batteva la nuda stanza dell’ufficiale di stato civile, dove l’unico addobbo era la bandiera, adesso si sono attrezzati, mettendo le sedie e i fiori e tanto altro ancora, come ho constatato da un po’ di tempo a questa parte.
Insomma lo scimmiottamento di luoghi pregni di cultura, di arte, di bellezza, di tradizioni e di fede ha la meglio, come i fiori e le piante che compriamo finte per non lasciare disadorne le tombe del cimitero.
Dio ci ama, ci ama di amore eterno e alla maggior parte di quelli che scelgono le scorciatoie, le vie comode, potrebbe non interessare, ma non sanno cosa si perdono.
Il matrimonio, l’amore, il sesso lo ha inventato Dio, mica l’uomo e se ha pensato che per fare i figli bisogna che un uomo e una donna si uniscano carnalmente ci sarà un motivo.
Fare l’amore era una parola che si usava ai miei tempi per dire che due si frequentavano, fare l’amore era costruire l’amore, non fare sesso.
L’amore si costruisce con 5 gesti di tenerezza al giorno che aiutano a sopravvivere (a dire il vero ce ne vorrebbero molti di più), gesti di tenerezza contenuti in un “permesso”, “scusa”, “grazie”.
Imparare a ringraziare è avere in mano la chiave dell’eterna felicità
Grazie a Dio e grazie all’altro, perchè Dio sa di cosa abbiamo bisogno per vivere ed essere felici.
Perciò ci ha consegnato il suo corpo, ha inventato l’Eucaristia,(rendimento di grazie) e ha detto ” fate questo in memoria di me”.
Ma tutto questo non basta se non capiamo una cosa fondamentale.
DA SOLI NON POSSIAMO FARE NULLA, MA CON LUI TUTTO È POSSIBILE.
Così il matrimonio cristiano si configura come un alleanza che gli sposi stabiliscono con Dio, che non sta ad aspettare che quello, un patto con il re dell’Universo, con l’essere perfettissimo creatore e Signore del cielo e della terra.
Cosa possiamo volere di più?
A guadagnarci siamo solo noi, perchè la parte più faticosa l’ha già fatta Lui, che vale per sempre.
Il matrimonio cristiano è la risposta ad una chiamata, un investitura divina, un sacerdozio per la costruzione del regno, come l’Ordine.
Non dobbiamo stupirci se Dio rivolge al suo popolo parole così infiammate d’amore.
Attraverso l’amore umano vuole far conoscere all’uomo la bellezza dell’amore divino, nella constatazione che solo Lui può colmare ciò che manca alla nostra incapacità di amare.

Ricalcoli

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“Beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!”(Lc 7,23)

Non c’è dubbio che Dio ci faccia annoiare, che non ci riserbi delle soprese, belle o brutte, dipende dai punti di vista.
I comportamenti omologati, politicamente corretti, sempre uguali non generano meraviglia, stupore, solo raramente rabbia e rifiuto.
Siamo abituati a non lasciarci scomodare, a non distogliere il nostro sguardo dai teoremi che a nostro parere funzionano sempre.
Se c’è uno che esce dal branco, che si comporta in modo diverso da come ce lo aspettiamo o lo rifiutiamo a priori o lo emarginiamo condannandolo di fatto a morte
Gesù scandalizza con il suo modo di fare tanto da suscitare negli astanti la domanda” Con quale autorità fai queste cose?” Perchè per mettersi contro la tradizione, contro il comune pensare codificato, contravvenendo alle buone maniere (l’aveva fatta grossa rovesciando i banchi dei cambiavalute dal tempio) ce ne vuole di coraggio, ma soprattutto ci vuole uno che ti garantisca l’ineccepibilità delle tue azioni.
Noi siamo abituati a certificare con altri certificati chi siamo, dove abitiamo, di chi siamo figli ecc ecc.
Non possiamo dimenticare la carta d’identità, la tessera sanitaria, il codice fiscale e la patente se vogliamo essere certi di muoverci senza problemi.
Gesù non aveva dietro nessuna credenziale,(allora non si usavano), ma che era figlio del falegname lo sapevano tutti nel paese e lo stato romano che esisteva, visto che nacque durante il censimento.
Non so se quello che mi è venuto in mente leggendo la parola di Dio che oggi la liturgia ci propone alla riflessione sia corretto, confacente, se insomma ci entri qualcosa con il vangelo.
Perchè sto pensando alle sorprese, i ricalcoli della mia vita che sembra essersi arenata su una nota stonata.
I profeti Dio me li manda a domicilio, l’ho sempre detto da quando mi furono affidati, a me che lo stato aveva prepensionato perchè incapace di deambulare, Giovanni prima e poi Emanuele, i bambini di mio figlio.
Una nonna che fa fatica a reggersi in piedi da sola ci vuole del coraggio per mettergli in braccio i propri figli. In braccio è metaforico s’intende perchè io i miei nipoti non li ho mai presi in braccio.
Eppure è accaduto.
Come mi meraviglio ancora io di quello che è accaduto da 15 anni a questa parte. A chi mi chiedeva come facevo, io dicevo che li allevavo a preghiere.
Le due piccole adorabili pesti mi hanno insegnato il vangelo, mi hanno donato la capacità di meravigliarmi, il desiderio di cambiare continuamente posizione, di inventarmi le storie narrando la storia della mia, della nostra vita.
La ricerca di scintillanti è stata la strada maestra per imparare a dire grazie per qualsiasi cosa, per le patate, per i colori, per un parcheggio ecc ecc.
Ma ora che si sono fatti grandi, le occasioni di trovare schegge di luce si sono rarefatte.
Perciò mi sono inventata, in una notte di quelle che ormai chiamo normali, perchè le eccezioni, sono quelle che dormo, un regalo alternativo per la ormai vicina festa.
Pensando al Natale, a noi che non siamo più giovani ( Emanuele mi proibisce di dire che siamo vecchi, perchè per lui i vecchi hanno come minimo 100 anni), alle persone che ci hanno preceduto in cielo, a questa terra, a questa casa sempre più vuota, sempre più silenziosa, al fatto che le persone più care che peraltro ci abitano di fronte, nostro figlio, moglie e figli, non avrebbero avuto il tempo di fermarsi con noi, perchè lavorano, studiano, sono scout, e per giunta i piccoli promettenti musicisti e in questo periodo si moltiplicano le occasioni per farsi gli auguri attorno ad un tavolo, mi è venuta l’dea.
Il regalo sono le persone, mi sono detta e allora perchè non chiedere ad ognuno il dono del tempo per venire con me a scegliersi un regalo?
Giovanni, il saggio, mi ha detto che era una buona idea anche se penso sia praticamente impossibile trovare un orario compatibile con gli impegni scolastici, sportivi, musicali e scoutistici che lo occupano anche i giorni di festa.
Emanuele invece non è stato in sè dalla gioia perchè farebbe le carte false per andarsi a comprare qualcosa, infischiandosene degli impegni, specie quelli scolastici.
Mio figlio ha detto che era una cosa molto difficile trovare un tempo da regalarmi, perchè specie sotto Natale, non sa dove arrivare prima.
In effetti pur abitando di fronte lo vedo molto raramente perchè a ora di pranzo manda i bambini con il vassoio a prendere ciò che ho preparato e il pomeriggio i bambini per fare i compiti entrano da soli con la chiave che staziona in permanenza nella toppa.
Con tristezza ho pensato che i figli per vederli devono essere disoccupati e senza famiglia, forse, ma non è certo.
Comunque il Padreterno si è inventata una soluzione alterenatia, si fa per dire, senza offesa.
Ha fatto venire la febbre al figlio tantro desiderato, sabato in cui tutta la famiglia è impegnata in attività scout e domenica in cui tutti erano stati invitati per un battesimo al ristorante.
Me lo sono trovato in casa, acciaccato e bisognoso di cure, me lo sono coccolato e ho avuto modo di fargli vedere i regali che gli avevamo comprato, perchè li misurasse.
La sua taglia infatti è tale che solo la mamma sa scovare dove trovare ciò che gli entra e gli sta bene.
Mi dispiace che per starci un po’ insieme quello era l’unico modo, mi dispiace anche, ma meno, che mi abbia passato l’influenza. Di questo supplemento di regalo non ne sentivo il bisogno.
Ma io sono una che non si arrende e che aspetta.
Sicuramente dietro questo ricalcolo Dio ha nascosto una sorpresa..