Risposte

L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito, che ha stabilito in noi la sua dimora. 

 (Rm 5,5; 8,11)


Oggi, giorno di Pentecoste, Dio mi comunica che  ha deciso di abitare stabilmente la mia casa.

Bisogna che gli faccia spazio, perchè, se ho ben capito, questa è una vera e propria proposta di matrimonio.

 Allora mi ama davvero!

 

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Domande

"Mi ami tu?" Ha chiesto Gesù a Pietro per tre volte.

Ho pensato che l’interpellato potevo essere io . La domanda era impegnativa.

Cosa dire che non risultasse falso?

Intanto gli chiedo se Lui mi ama, mi sono detta…

E’ tanto che m’interrogo su ciò che umanamente non è più sostenibile.

Oggi, vigilia di Pentecoste, sono qui che aspetto il Postino del cielo con la risposta.


Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam.

Emanuele e l'ascolto

Emanuele ha quasi tre anni e non si è ancora rassegnato al fatto che la mamma lo lasci per andare al lavoro. Il suo è un pianto dirotto, disperato e a nulla finora sono valse le rassicurazioni delle persone che ne devono fare le veci: il papà, quando c’è, i nonni, la maestra dell’asilo.
“ La mamma torna presto, la mamma sta tornando, la mamma non è andata via, la mamma è andata a comprarti un gioco ecc. ecc.”.
Se è possibile piange più forte, quando ci sente parlare così.
Dobbiamo aspettare quindi che gli passi e che si distragga.
Ieri è accaduto di nuovo.
La primaria forma dell’amore è l’ascolto, mi sono detta.
Come avrei potuto calmare Emanuele? Come comunicargli l’amore
?
Ho pensato che, se fossi stata Emanuele, non avrei creduto alle fandonie che mi stavano raccontando su dove stava la mamma e su quando sarebbe tornata.
Ho pensato che a me faceva soffrire il fatto che non ci fosse, che non potevo godere delle sue braccia, dei suoi baci, delle carezze, del suo occhio vigile e attento.
“ Piangi perchè la mamma ti manca, vero Emanuele? Piangi perchè vuoi le sue coccole? Le mani della mamma sono calde… le sue braccia ti stringono forte…è bella la tua mamma..è la più bella del mondo…perchè ti vuole bene…perchè non c’è nessuno che ti sappia consolare come lei…”
Non ho avuto bisogno di continuare, perchè Emanuele aveva smesso di piangere per ascoltare come era bella e buona la sua mamma.

Vedi qui:.splinder.com/post/2 laprimaparola0472510/Ascolto

La gioia

Giovanni 16,16-20 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete”. Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: “Che cos’è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?”. Dicevano perciò: “Che cos’è mai questo ‘‘un poco’’ di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire”.
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia”. 

Gesù pronuncia questo discorso, dopo la lavanda dei piedi, prima di essere consegnato ai suoi carnefici.

Come avrebbero potuto capire i discepoli?

L’esperienza della morte del Maestro è fondamentale per far piazza pulita dei pregiudizi, delle illusioni di chi si aspettava un Messia dai connotati ben precisi.

E’ occasione per aprirsi al totalmente altro, all’incursione imprevedibile dello Spirito nella storia dell’uomo di tutti i tempi.

E’ una gioia scoprire che la presenza di Dio non è legata ad uno spazio e ad un tempo definito.

E’ piena quando ci accorgiamo che lo possiamo incontrare in ogni uomo dove lo Spirito Santo decide di posare la sua tenda.

Gesù doveva morire perchè l’acqua e il sangue sgorgati dal suo costato potessero riempire le nostre anfore sbrecciate, ingrommate di polvere e di sporco, sedimentato negli anni.

Il nostro cuore, dopo la morte del Gesù storico, si apre alla capacità di guardare oltre, di vederne lo Spirito attraverso le varie forme dei recipienti che lo accolgono e custodiscono.

Come l’acqua assume la forma di ciò che lo contiene, così lo Spirito Santo assume le sembianze di ogni uomo, profezia di Dio.

Servi e padroni

Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. 

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E’ mio!" dice il bambino all’inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l’uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall’uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E’ sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell’è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell’uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall’alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

La porta

Giovanni 10,1-10 In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?

Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto.
Il vincolo d’affetto, di appartenenza, di intimità, che intercorre tra il pastore e le sue pecore è lo stesso che lega Dio al suo popolo, Gesù ad ognuno di noi.

Gesù è il bel pastore, il buon pastore. Noi siamo ciò che ha di più caro.

Si prende cura di noi e fa in modo che non ci perdiamo.

Lui ci conosce, noi no.

Riconoscere la sua voce è indispensabile per rientrare nell’ovile, dove metterci in salvo.

La sua voce è la porta attraverso la quale entrare nel cuore di Dio, l’ovile dove possiamo vivere con Gesù l’identità di figli di un unico Padre.

Dove andremo?

Giovanni 6,60-69 – In quel tempo, molti tra i discepoli di Gesù, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”.
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”.
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

“Forse anche voi volete andarvene?”.

Dove andare Signore, dopo aver sentito il tuo sguardo posarsi sulle nostre ferite e pian piano l’olio della tua tenerezza scendere sulla sofferenza della carne che tarda a guarire?

Dove rifugiarci se non nel tuo abbraccio inchiodato alla croce.. dove Signore?

Quante volte, Signore, il tuo linguaggio mi sembra duro, inaccettabile, lontano dalla mio concetto di bene, di gistizia, di verità!

Ma quando tutto questo mi porta a prescindere dal tuo sguardo, a tradirti, rinnegarti, cercare altre strade di salvezza, tu mi aspetti e mi parli e mi rialzi, perchè possa sperimentare ancora la tua compassione, il potere sconfinato del tuo amore.

Oggi e sempre ti voglio ringraziare, Signore, perchè a capo della tua chiesa non hai messo Giovanni un mistico, un modello irragiungibile, che sotto la croce rimase insieme a tua madre senza paura.

Hai messo Pietro, un uomo come noi, che attraverso i dubbi, le paure, le cadute, non ha mai smesso di cercare il tuo sguardo.