5 gennaio 2000

Dal diario di Antonietta
Il 5 gennaio era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?

Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del ’77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo Natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai, perchè da quel giorno mi misi a letto ad aspettare che il tempo passasse e l’incubo finisse.
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Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?

I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto la stella fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai, senza saperlo, mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi, li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
La notte della Befana la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè volevamo in anicipo i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re, il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo Bambino, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo, perché l’uomo divenga simile a Lui.

Quest’anno, quando ho visto il presepe fatto sotto all’altare, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
“I pastori non ci sono entrati”, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, a seconda del posto di osservazione, ma dietro la testa spuntavano le orecchie delll’asino, che sembravano da lontano due corna nere.
Poi il motorino, montato al contrario, faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e nel cielo non c’era nessuna stella. Un presepe montato a rovescio, che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì sopra, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.

IL MIO ALBERO

9-03-1944/9-03-2015


Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’”arrangiati!” portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno.
Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere l’inutile peso.Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici ,quelle che segnano il tempo lungo ,faticoso e sofferto della sua crescita.
Ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono, attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata, dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.

Epifania

Quando entrai per la prima volta in quella che era la mia chiesa, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in un tardo e freddo pomeriggio invernale.
I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso le chiese sono ricolme, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa.
Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo della chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
“L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio”.
Fu allora che il mio sguardo si posò sul crocifisso che campeggia sopra l’altare… Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra ed il cuore. Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Era il 5 gennaio del 2000

Anniversario

La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione? Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero i giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno. Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare. Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare. Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito? Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato. L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione. Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato qualcuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a , mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari…. perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati!… arrangiati!… arrangiati! A queste le parole per tutto il corso della mia vita avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte. Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’è più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, è allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
….

Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra ed il cuore. Potevo nuotare nel mare calmo della mia chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie. Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.

Tratto da "Il Gioco dell’oca"

9 marzo 1944 – 9 marzo 2008

Oggi, giorno del mio compleanno, voglio condividere con voi la gioia di non essermi affaticata invano, alla ricerca del senso di una vita lontana anni luce da quella che mi aspettavo e che credevo poter costruire con le mie mani. Le pagine conclusive del "Il gioco dell’oca", dove sono confluite tutte le esperienze antecedenti il 2000, sono più eloquenti di quanto oggi potrei dire a riguardo.

 

Il mio albero

 
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita
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Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
"Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”

La vita adesso. 

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

 

A mamma e papà, di cui ho imparato ad apprezzare pian piano l’affetto silenzioso e pudico, i sentimenti profondi, ad amarne la forza e la debolezza; a loro che ho imparato ad accogliere con gioia, con tenerezza, nel mio cuore finalmente guarito, va il mio grazie sincero.
Grazie, mamma, per quel piccolo segno di croce che tracciavi sulla mia fronte, prima di andare a dormire, grazie per la tua fede semplice ma vigorosa; grazie, papà, perché nella tua lontananza ora vedo la premura per noi a cui non volevi mancasse ciò di cui tu non avevi potuto godere, quando piccolo ne avresti avuto bisogno.
Grazie, mamma, grazie papà, perché pur essendomi parsi molti i giorni in cui eravamo lontani, molti di più sono stati quelli in cui mi siete stati vicini, senza stancarvi, senza mai pensare o dire che troppo era il tempo a me dedicato.
Quel tempo ora vorrei ripescare, quel tempo sì che vorrei catturare, fermarlo nel suo continuo fluire, per  rivalutare i ricordi, facendo emergere la nostra parte migliore, a lungo celata, sfuggita alla nostra fretta impaziente e sorridere e stupire per il segno non più misterioso della presenza di Dio nella vita di ognuno di noi.

 

 

"L'uomo crede di essere Dio, ma non è Dio

 

Il gioco dell’oca

Di questo libro é nato prima il titolo: "Il gioco dell’oca", un giorno non molto lontano in cui ripensavo a questa mia vita che puntualmente mi riproponeva il dramma del fallimento, del trovarsi ogni volta lì dove ero partita.
Per quanto facessi, per quanto m’ingegnassi, per quanto tenacia e fermezza nel perseguire lo scopo non venissero meno, sempre, vicino alla meta, il masso di Sisifo mi ripiombava sopra la testa.
Il senso, per anni ho cercato, il senso di quell’irrazionale vicenda, di quell’andare sempre in salita, schiacciata dal peso del mio essere uomo, smarrita, confusa quando, ripiombata ai piedi di quella montagna, la guardavo affondare la cima nell’azzurro alto del cielo, senza poterla afferrare.
La strada comunque era quella che portava lì in alto, lontano, su quella vetta indistinta, che non si faceva domare. Ma mai, proprio mai, ho pensato che quella non fosse la strada, che esisteva un altro modo per scalare l’imprendibile sogno.
Per anni ho rilanciato la posta, per anni ho aggiustato le tecniche, valutando gli errori, perché non succedesse di nuovo.
In quella immane fatica nervi, muscoli, ossa e tutto quanto impegnavo nella titanica impresa, sollecitati oltre misura, mostravano sempre più i segni di una lotta combattuta allo stremo.
E non é a dire che non fosse una guerra importante, come lo sono tutte quelle d’indipendenza, ma… a capire che il senso di una guerra, persa in partenza, lo si cerca nell’orgoglio di chi presume di essere ciò che mai potrà essere…..
"L’uomo pensa di essere Dio, ma non é Dio"
Così, il 5 gennaio del 2000, attraverso le parole di un sacerdote, Dio bussò alla mia porta, più forte, per rispondere ai miei tanti, infiniti "perché?" a cui, dopo essersi infranti sulla montagna, da sempre solo l’eco tornava.

La copertina

(George Edmund Street) Roma San Paolo dentro le mura
Decorazione a piastrelle della navata

Questa è l’immagine che ha ispirato la copertina della mia biografia:"IL GIOCO DELL’OCA", edita da Tracce nel 2001.
Dopo aver già completato anche la correzione delle bozze, questa immagine, trovata in extremis, mi ha fatto capire perchè non arrivavo mai alla meta.
Il traguardo era tutto contornato di croci ed era esso stesso una croce.
Oggi, giorno dell’Epifania , penso a quelle croci che mi hanno permesso di entrare nel tempio dell’amore infinito di Dio.

26 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caldo e affettuoso saluto a tutti amici.
La scorsa volta non vi ho salutato alla fine della trasmissione, temendo di diminuire l’efficacia della parola di Dio, che è venuta a suggellare e concludere la lettura del libro, "Il gioco dell’oca, trasformando un’esperienza personale in esperienza paradigmatica, nella quale tutti un po’ si possono riconoscere e dalla quale attingere spunti per cercare nella propria storia il progetto che Dio ha su ognuno di noi.
A tutti Dio garantisce, pur nella diversità dei percorsi, nella multiforme varietà dei carismi, cieli nuovi e terra nuova, per tutti ha una parola di perdono e di consolazione, tutti troveranno posto nella Gerusalemme santa, nelle sue braccia aperte e misericordiose, dove non ci sarà né lutto, né lamento, ma solo la gioia dei redenti dal Signore, il canto di esultanza dei salvati.
La liturgia della sesta domenica di Pasqua mi aveva offerto lo spunto per riflettere su questa parola di speranza, che riguarda tutti, proprio tutti quelli che si aprono all’amore di Dio.
“Ecco io faccio nuove tutte le cose”, dice il Signore nostro Dio, e in quel “tutte” ci sono le nostre piccole e grandi croci, i nostri dubbi, le nostre cadute, le nostre lacrime, i nostri lutti recenti e passati, la nostra disperazione, i nostri fallimenti, le nostre frustrazioni.
Dio fa nuove tutte le cose, non stendendo una mano di vernice bianca su ciò che è indecoroso vedere, come spesso accade quando si ha fretta di coprire le brutture della nostra società invereconda, cieca e malata..
Dio fa nuove tutte le cose, continuamente rinnovando la faccia della terra, perché lo Spirito possa abitarvi e operare in modo duraturo.
Quando scrissi "Il gioco dell’oca” non sapevo, che quello era solo l’inizio di una storia, che non si potrà dire conclusa, se non alla fine dei giorni assegnatimi.
Né, quando cominciai questa collaborazione con Radio Speranza, immaginavo cosa avrei detto in questi sette mesi di incontri con voi, non prevedendo che un libricino di 100 pagine potesse essere così ricco di stimoli per riflettere sulla parola di Dio più che sulla mia..Dalla meditazione su quanto ogni giorno mi ha suggerito, durante la Messa, sono nati queste trasmissioni che hanno finito per raccontare non una storia passata, ma l’eterno presente di un richiamo struggente e accorato di un Padre che cerca suo figlio, che non smette mai di sperare che un giorno torni da Lui.
Durante questo periodo l’ ho lasciato parlare, come non mai mi sono messa in ascolto, perché di storie di malattie ne è piena la terra, ne sono pieni i libri, e, se non sei medico e non hai ricette da dare, non trovi chi ti presti attenzione.
Ma Lui il Maestro, il Medico, il Guaritore, la ricetta me la dava ogni volta, ogni volta che gliela chiedevo con umiltà, per me che volevo servirlo nel migliore dei modi, per voi che chiedevo poteste attingere alla stessa corrente di Grazia.
Così una storia di solitudine antica e senza scampo è diventata storia di speranza, storia di una presenza costante, che si è realizzata non in un ieri passato e dimenticato, ma in un oggi che si dilata, in un tempo che diventa infinito, nella misura in cui si fa spazio all’infinito di Dio..
"Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, non ho più bisogno di scriverlo sulla prima pagina dell’agenda, come per tanti anni ho fatto, per meditarle e farle mie, ora che le ho scritte nel cuore quelle parole, e a quell’angelo mandato dal cielo, voglio dire il mio grazie, a quel bimbo piccolo piccolo, un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera, due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio. Sua madre, fu lei che me le sussurrò all’orecchio, mentre, a Champoluc, impaziente, pensavo al tempo che mi sfuggiva di mano..
Il dolore innocente anche a questo doveva servire, a portarmi a riflettere sul bene più prezioso che Dio ci ha donato: la vita e il tempo per poterne apprezzare il valore, quel tempo che a volte vorremmo fermare, a volte accelerare, ma raramente accogliamo per ascoltarne la voce.
Voglio ringraziare il Signore per tutti quelli che direttamente o indirettamente mi hanno parlato di Lui, mi hanno portato a Lui, per tutti quelli dei quali si è servito per accompagnarmi, curarmi amarmi, a cominciare da mia madre…per il segno di Croce che stampava sulla nostra fronte prima di andare a dormire, per le sue novene e i suoi rosari, per tutte quelle preghiere che mi infastidivano e mi indispettivano, perché sembravano sortire l’effetto contrario.
Voglio ringraziare mio padre per quella boccetta di acqua di Lourdes che mi gettò addosso con fede, con rabbia, con disperazione, quando un giorno mi vide dibattermi nel letto in sofferenze a cui nessuno riusciva a trovare rimedi.
L’11 febbraio, festa della Madonna di Loudes, andarono in frantumi con l’ultimo incidente le lenti multifocali, decretando la fine delle mie sicurezze.
Voglio ringraziare la Madonna perché mi ha aperto gli occhi ad una nuova dimensione, quella della fede che non ha bisogno di lenti per stupire di fronte alle meraviglie del creato, di fronte a tutto ciò che è uscito dalle mani di Dio.
Voglio ringraziare quell’amica un po’ snob che per Natale mi regalò un piccolo presepe, racchiuso in una piccola scatola.
Natale 2002
Più penso al presepe, e più mi immergo nel mistero della notte di Natale in cui Dio si è fatto vedere e si è donato a noi. Quando Laura, un Natale di tanti anni fa, mi regalò il minuscolo presepe messicano di ceramica bianca e blu, contenuto in una piccola scatola dipinta con tanti alberelli e stelle luccicanti, non pensai che quello era un tuo regalo, Signore, non pensai che mi volevi parlare come poi hai fatto, attraverso quel dono inusuale e stravagante che mi veniva da una non credente un pochino snob e tanto ricca.
Ho pensato che aveva avuto buon gusto nello scegliere e l’ho invidiata per la possibilità di camminare alla ricerca di cose straordinarie e di comperare ciò che voleva con i soldi che aveva. Laura era uscita fuori dagli schemi con quel presepe, come sempre si era distinta con i regali acquistati nei negozi di lusso.
Io la ricambiavo, rompendomi la testa e le braccia, con marmellate e sottaceti e conserve fatte con le mie mani.
Le ho sempre regalato cose che lei non poteva comprarsi con i soldi e anche quell’anno, soddisfatta, ricambiai il dono in tal modo, commiserandola per ciò che non sapeva fare, esaltandomi per ciò che io riuscivo a fare.
Laura, quel piccolo presepe sicuramente non ci aveva messo molto a trovarlo, mi accorsi l’anno dopo, che avevo ricominciato a girare, che i negozi ne erano pieni, ma, alla distanza, il regalo speciale che non si compra, non io ma lei l’ha fatto.
Sì perché il presepe ha cominciato a parlare a trasmettermi pace, calore, senso da dare ad un Natale che ogni anno diventava una conta di morti, un’angoscia per chi non ritorna, per gli anni che passano, per i pesi che si accumulano sopra le spalle.
7 gennaio 2003
Davanti al presepe che mi accingo a smontare penso a Nuccio, il fratello da cui mi ero separata a causa di un grazie che non gli riusciva di dirmi, ogni volta che gli portavo il regalo, il 5 gennaio di ogni anno, giorno in cui era nato.
Penso alla rabbia che con il tempo aumentava e continuavo a portarmi dietro, per quel dovere che mi pesava sempre di più e che alla fine non volli più assolvere.Penso con malinconia alle conseguenze di quel gesto che ci privarono dell’unica occasione di incontrarci e di tenere ancora in vita un legame, che nel cuore non avevamo mai cancellato.
Penso all’orgoglio che non ci permise di passare sopra a tante cose, alle occasioni mancate di gioire e di condividere affetti ed esperienze comuni
Penso poi alla sua malattia, un fulmine a ciel sereno, penso a quel tumore al cervello che lo aveva proprio fatto uscire di testa, se aveva cominciato ad andare alla Messa, tutte le mattine alle sette.
Penso alla novena che iniziò a Padre pio, si vedeva che il male faceva progressi, mi dissi allora, penso al suo desiderio di un sacerdote che gli portasse l’Eucaristia, ma quando ce lo fece capire, non c’era più tempo per ridere delle sue apparenti stranezze.
Penso al mio darmi da fare per cercargliene uno, perché i moribondi hanno diritto a vedere un desiderio esaudito, e penso a quell’Ostia bianca che brillava nella camera con le serrande abbassaste, a mia madre e mia sorella in ginocchio, a me che non potevo distogliere lo sguardo dalla luce che da essa emanava, penso al tempo che si era fermato su quell’angolo di paradiso, dove io cercavo di entrare senza ancora aver trovato la chiave
Poi penso alla strada, quella che per anni ho cercato, quella che m’indicò lui, mio fratello, un giorno che, affacciandomi alla finestra, vidi dove portava..
Era venuto ad abitarmi vicino, nel cimitero che concludeva la strada, coperto per anni da un pino, che non me lo faceva vedere.
Da allora cominciai a parlargli, a sentirlo più vicino che mai, ogni giorno che al mattino mi alzavo e vedevo la sua luce filtrare dalla grande casa dei morti, immersa nel verde della collina..
Ma pian piano le cose cambiarono e lo persi di nuovo di vista.

NUCCIO 16 gennaio 2002
Guardo invano in fondo alla strada
Tra le case e le poche piante rimaste.
Cerco un varco tra le nuove venute
Costruzioni dell’ultima ora
Per poterti di nuovo incontrare.
.
Non ti vedo su questa collina
Dove i morti riposano in pace
Dove tu sereno abitavi.

Dalla strada deserta non giungono
Che rari e ovattati rumori.
L’orologio batte il tempo che passa.
Il ronzio del computer l’accompagna.

Non rispondi.
Eppure tutto è tranquillo
Perché tu possa continuare a parlare.
.
Dove sei fratello scomparso, prima ancora che ti conoscessi?
Dove sei compagno di giochi?

La tua voce non arriva al mio cuore
Le mie orecchie non sanno tacere
Perché sento che oggi ho paura.

Paura delle cose che non si vedono
Paura delle cose che sono
Paura di una morte che mi sbarri la strada
Questa piccola che mi sta qui davanti
Paura che tutto finisca
Che rimanga sola a pregare..

Ricordi quando mi salutavi
Ammiccando con la tua lucina tremante?
Era quella in fondo alla fila
Su in alto
Non mi potevo sbagliare.
Mi piaceva parlarti dalla finestra
Mentre il caffè aspettavo che uscisse.
Eri venuto ad abitarmi vicino
E l’avevo scoperto per caso.
Il pino che ti copriva ai miei occhi
Era stato ad un tratto abbattuto
Il cipresso potato di fresco
Si sforzava di farsi da parte
Per portarmi la tua luce nel cuore.
Mi piaceva salutarti ogni giorno
E sapere che mi stavi a sentire.

Ma le foglie hanno cominciato a spuntare
Dai monconi dei rami recisi
Liberandosi dalla forma geometrica
Che le aveva tenute imbrigliate..

Il luogo che ti ospitava
Sottraendosi pian piano alla vista
Diventava sempre più piccolo
Attraverso la vegetazione opulenta
Della primavera inoltrata.

Poi sono venute le case
Numerose, a riempire gli spazi
Arroganti si sono levate
A coprire anche il cielo
In fondo alla strada

Non ti ho più potuto vedere
La mattina alzandomi presto.
Il saluto è diventato formale
Perché ad un tratto tu eri sparito.

Dove sei silenzioso fratello?
Dove sei amico fedele?

Sempre più faccio fatica a parlarti
Pur se guardo lontano in collina
La mia voce rimbalza sui tetti
Nel buio della mattina.

La distanza è diventata abissale
La tua voce non riesco a sentire.

Fratello che non vivi nello spazio e nel tempo
Di questi nostri ingombranti pensieri
Ti prego rispondimi presto
Ti prego rispondimi ancora
Come quando ti mandavo al mattino
Un bacio e una preghiera.
.……………………….
E’ tardi
Si sono accese le luci.
Sui lampioni vestiti di bianco
La neve continua a cadere.
Il cielo è sempre più cupo
Il silenzio sempre più greve.
L’orologio ha fermato i sui battiti
Perché il tempo fa fatica a passare.
Il ronzio del computer è un lamento
Che accompagna il mio pianto che sale.
.
Nella notte che avanza pian piano
Cerco ancora tra le case e il cipresso
Quella luce un pochino speciale
Con cui tu rompevi il silenzio
Per poter insieme pregare.
…………………………
Il cielo pian piano si apre
Al mattino che spegne i lampioni
Con lo sguardo perso nel tempo
Canto questa mesta canzone.
.
Le foglie spuntate sul ramo
Mi parlano della vita che si rinnova
Come anche le case lì in fondo
E i panni stesi ai balconi

Il rumore che dalla strada si alza
Non è l’eco di mesti pensieri
Non c’è più tempo per piangere
Non si può continuare a sognare
……………………
La strada che ho qui davanti
Non è quella che porta in collina
Né questa che il mattino rischiara
E’ una strada tutta speciale
Che mi porta veloce all’incontro.
Se ti cerco nello spazio del cuore
Nel calore di questo richiamo
Non mi serve guardare lontano
Né cercare la tua luce sul monte

Tu sommesso sei entrato qui dentro
Ora brilli
E non devo vedere
Ora parli
E non devo sentire.
E’ bello, insieme, ritrovarsi a pregare.
…………………………………….
Mi piacerebbe farlo davanti al presepe, ogni volta che parlo con lui, perché è lui che mi ha portato dentro la grotta e mi ha fatto vedere Gesù.
Quel 5 gennaio del 2000, giorno del suo compleanno, fu il suo modo tutto speciale, per ringraziarmi dell’amore da me gratuitamente donato, nei suoi pochi giorni rimasti.
……………….
Un altro 5 gennaio mi viene in mente, quello del 1977, che non fu come l’avevo pensato a godermi l’ebbrezza di un sogno, quella di vivere libera dalla bianca gabbia di gesso con cui mi ero fusa nei 10 mesi del tempo, che per me si era fermato.Ma allora non ci furono ali ad accogliermi per farmi volare, ma la disperazione, l’angoscia, la morte che di nuovo mi veniva a trovare.
Ma per mettersi in comunicazione con Dio non c’è albero che ne impedisca la vista, nè gesso, né handicap, se a Lui tieni tese le mani.

Ottobre 2001…
Le mani.
Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi lo accompagni dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia a cui, per accomodarlo, non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro degli angeli, che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.

Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio e dell’attesa, della paura e della rabbia, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani, che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Non correggono più errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Le guardo, disadorne e dolenti. Alle dita due anelli: la fede e un crocifisso piantato in un campo d0
i rose..
Le mie mani, oggi, hanno imparato a pregare.
22 maggio 2004
Guardo questi anelli che porto alle dita e penso a tutti quelli preziosi che Gianni, nel corso degli anni, ha regalato a me, che non ero mai sazia, penso al nostro rapporto difficile, perché per lui era una sofferenza parlare, penso ai giorni vissuti da soli, ognuno a coltivare il suo campo, penso alla Chiesa dove in quel tardo pomeriggio invernale cercai chi potesse dirmi ancora qualcosa, penso a lui che in un’altra Chiesa si trovò a fare la stessa cosa, penso a noi che a Loreto trovammo Maria, la regina delle famiglie, ad accoglierci, a consolarci, a parlarci del dono stupendo che suo figlio Gesù aveva lasciato a tutti gli sposi del mondo, la grazia del sacramento, lo Spirito, che se invocato, fa nuove tutte le cose.
Penso a quest’oggi, in cui i silenzi sono sempre meno pieni di rabbia e i discorsi sempre più pieni di Dio.
Penso alla sfida che ci siamo prefissi e che con l’aiuto del Signore vorremmo vincere: testimoniare come due “io” diventino un “noi” nella costruzione della casa nuova, trasformata in cantiere di santità..
………………………….
La fede, la croce, il rosario, le strade che portano a Dio e che fanno sì che il giorno dell’ascensione non ci sentiamo un po’ orfani perché Gesù se n’è andato, ma pieni di gioia perché con Lui possiamo salire al Padre, e rimanervi, con l’aiuto dello Spirito che continua a camminare con noi.

17 maggio 2004