PREGHIERA PER IL PASTORE


Signore, ti ringraziamo
di averci dato
un uomo e non un angelo
come pastore delle nostre anime.
Illuminalo con la tua luce
assistilo con la tua grazia,
sostienilo con la tua forza.
Fa’ che l’insuccesso non lo avvilisca
e il successo non lo renda superbo.
Rendici docili alla sua voce.
Fa’ che sia per noi amico,
maestro, medico, padre.
Dagli idee chiare, concrete, possibili;
a lui la forza per attuarle,
a noi la generosità nella collaborazione.
Fa’ che ci guidi con l’esempio, con l’amore,
con la parola, con le opere.
Fa’ che in lui vediamo, stimiamo e amiamo te.
Che non si perda nessuna
delle anime che gli hai affidate
Salvaci insieme a lui.


Paolo VI

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Giobbe

Giobbe,l’amico di Dio, la luce che ha squarciato le tenebre della mia notte… il libro di Giobbe, quello che avidamente lessi, per primo, quando m’imbattei nella parola di Dio….Giobbe, colui che sopportò ogni sorta di privazione e di pena, senza mai ribellarsi, neanche quando non c’era a coprire le ossa che qualche brandello di pelle, dopo che tutto gli era stato tolto, di ciò che la vita gli aveva donato..Giobbe che continua a pregare chiedendosi in che cosa ha mancato… che cosa deve espiare…alla ricerca del senso della sua  disumana sventura…  che arriva a maledire sua madre che non lo aveva abortito, prima che vedesse la luce.

Giobbe ero io, io che soffrivo, io che piangevo, io che cercavo il senso della mia storia, io che chiedevo perché per me la misura non era mai colma, perché la morte non l’avevo ancora scontata vivendo.
Giobbe mi introdusse nel mistero insondabile della sofferenza dell’uomo.
Attraverso le sue parole Dio parlò al mio cuore disperato e prostrato , divorato nell’inutile ricerca di ciò che non é dato conoscere.

Dopo che avidamente e ingordamente bevvi anche l’ultima pagina del libro di Giobbe capii….che bisognava chiudere gli occhi , mettendo a tacere l’esigenza di porre tutto sotto controllo, di contare, classificare, dedurre, bisognava fare il salto nella dimensione dell’essere infinito e immutabile, autentica sfida ai sillogismi dell’uomo che, così facendo, pensa di circoscrivere e possedere l’assoluto di Dio.

febbraio 2000

Famiglia:segno di speranza

 

Rubrica quindicinale con Gianni e Antonietta

Canto:Cristo è risorto veramente (CD Risorto per amore 1)
Saluto
Cristo è risorto veramente?
La famiglia è segno di speranza?
Qual è questo dono che dobbiamo accogliere e valorizzare?

Violenza negli stadi, violenza nelle strade, violenza nelle case.
Ma la repressione, il castigo, l’emarginazione dei colpevoli, le bandiere a mezz’asta, il silenzio commemorativo per le vittime, l’indignazione, i Porta a Porta, i Matrix e via dicendo possono fermare la mano omicida, il dissenso, la rabbia per chi non è come noi, non la pensa come noi, per chi ha scelto di dire la verità, o per chi invece non ha il coraggio di proclamarla, di urlarla?
Gli assassini sono i figli del nostro tempo, che abortisce i figli dopo averli dati alla luce, nutrendoli di cibo che non sfama e di parole che non dicono.
Il problema sta nella famiglia, che dovrebbe insegnare ai propri figli come si ama chi non ci somiglia, attraverso la testimonianza di una relazione stabile tra due diversi: il maschio e la femmina.
Se i figli non fanno esperienza di accettazione e di riconciliazione, come potranno vivere la diversità fuori dalle mura domestiche?
E’giunto il momento che questa società si interroghi dove si annida il vero pericolo.
Facciamoci guidare dalla parola di Dio che di somiglianze se ne intende davvero.

Partiamo dalla Parola di Dio che ci propone la liturgia di questi giorni: Gen 2, 18-25

Dal libro della Genesi.
Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.
Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.
Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

Non è bene che l’uomo sia solo
Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli uno che gli sia simile, che gli stia di fronte, che lo guardi e si lasci guardare, uno nel cui sguardo specchiarsi e riconoscersi, uno che gli sia simile.
Più o meno così le parole con cui la Genesi racconta la creazione di Eva.
Mi sono commossa quando la biblista, a Nocera Umbra, ha raccontato la tenerezza di Dio, un Dio discreto e nello stesso tempo coinvolto nel rendere felice la sua creatura.
L’aveva creata lui, il re dell’universo, l’onnipotente, il santo e non bastava all’uomo, non gli poteva essere d’aiuto in quel sentirsi solo nella creazione, smarrito in quel giardino dove abbondavano frutti di ogni specie per nutrirlo, fiori di ogni colore, forma e profumo, per rallegrarlo, animali di ogni dimensione per fargli compagnia.
Eppure l’uomo era triste, un’angoscia profonda lo aveva preso e stava in silenzio, dopo aver dato il nome a tutti gli animali del cielo, della terra e del mare.
Penso a Giovanni, il nostro nipotino, quando gli arriva un giocattolo nuovo: lo adopera per un po’, poi lo mette da parte, perchè non ha amici con cui giocarci.
Così si deve essere sentito Adamo, come un bambino che cerca altri bambini con cui parlare, giocare, condividere. Il papà e la mamma, come anche i nonni, fanno quello che possono, ma loro, i bambini, sentono quel tempo prestato, contato con il contagocce, perchè hanno altro da fare e non possono giocare sempre con loro.
Così Dio, rispettando il suo dolore, fece scendere su di lui un torpore, e con discrezione, da lui stesso, fece uscire la compagna da mettergli a fianco, la custode, l’alleata, la sposa, quella che con lui poteva gioire, piangere e ridere, senza rivendicare il possesso del tempo, perchè era una parte di lui, da lui era uscita, lui l’aveva partorita nel sonno.
Che bello questo Creatore che fa da levatrice, da ostetrica al primo parto dell’uomo.
Un parto indolore, quello delle origini; ma non sarà sempre così.
Il primo parto a cui siamo chiamati è il coniuge, ci è stato detto. Ma per partorire bisogna essere nati, altrimenti come potremmo?
Se non si fa l’esperienza di essere generati non si può fare quella di generare.
Gli voglio fare uno che gli sia simile. Chissà se Dio pensava a tutto questo quando ha creato Eva, la prima donna! Uno che gli sia simile, è una parola! In genere ci si innamora di chi ci completa, di chi è diverso da noi; per questo lo sposiamo, proprio perchè, altrimenti, finiremmo per fare a botte, più che all’amore. Ma poi, passato il periodo dell’innamoramento, scopri che quello che ti aveva attratto non ti piace più e cerchi di trasformare il partner in qualcuno che ti sia simile, che la pensi come te, che si muova come te, che desideri le stesse cose che desideri tu.
Oppure pretendi che faccia ciò che tu mai sei stato capace di fare, incredibilmente cercando in lui quello che ti manca. La somiglianza cercata diventa pretesa di perfezione, non accettazione della sua diversità, debolezza, limite.
Alla ricerca di qualcuno che ti sia simile, vaghi per il mondo, attraversi mille deserti, fai centomila esperienze, batti la testa in miliardi di ostacoli, ma non ti rassegni a cercare uno che ti sia simile e non smetti di litigare con tutti quelli che non la pensano come te.
Chissà perchè Dio ha detto che voleva fare per l’uomo uno che gli fosse simile!
Penso proprio che la lingua ci abbia ingannato e che in quel simile della traduzione italiana si nasconda esplicandolo del tutto il termine “relazione”, sì che la parola di Dio va letta” Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli uno con cui possa relazionarsi, con cui possa dialogare”

Del resto aveva detto in un altro passo della Genesi:
Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò. ”

Per essere simili a Dio, per somigliargli, bisogna entrare in una relazione che non porti alla morte, ma che sia fonte di vita. Il Dio Trinitario ha creato la coppia perchè, attraverso la relazione perfetta dell’amore donato gratuitamente all’altro, dessero vita al mondo, lo popolassero.
La sciarpa, le cui estremità devono sempre essere strette nelle mani di ciascun coniuge, è stata la metafora di cui si è servito Don Carlino per rendere l’idea.
Adamo, quando vide Eva disse: "questo è carne della mia carne, osso delle mie ossa", per cui si chiamerà(Ishah) come me( Ish), ma con una lettera in più, per distinguerla da me e per dire che da me è uscita.
Il coniuge che partorisci deve sempre avere qualcosa in più di te, altrimenti che senso ha dire: "Prometto di amarti e onorarti per tutta la vita? "
Non è forse quell’aggiunta che onora l’altro, quel di più che riconosciamo all’altro, mettendoci umilmente al suo servizio, per lavargli i piedi, e qualche volta per rimetterlo in piedi?
Ma doveva venire Gesù per dirci queste cose, lui che dopo aver visto il fallimento delle alleanze umane,ha dato suo figlio, uguale a noi nel limite della carne, diverso per l’assenza di peccato.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e Gesù non poteva scontare una colpa che Suo Padre non aveva commesso e non poteva commettere, ma su di sé ha preso tutte le conseguenze della colpa dei suoi antenati.
Dio padre voleva dare una sposa a suo figlio, ecco perchè ha creato l’uomo, ecco perchè ha pensato di fargli capire, attraverso la donna messagli a fianco, qual era il suo progetto. Ma l’uomo non l’ha capito, per questo Dio si è dovuto incarnare: per insegnare all’uomo che significa amare, che significa somigliare, che significa cercare oltre ciò che nell’altro non possiamo trovare. Nell’altro cerchiamo altro, senza pensare che basta solo una vocale per cercarvi l’oltre.
Non è bene che l’uomo sia solo! Grazie Gesù che sei venuto ad abitare la nostra solitudine, grazie Dio Padre perchè ci hai dato uno che ci risponde, uno sposo perfetto. Grazie Spirito Santo perchè ci dai la capacità di vedere nell’altro l’oltre.
Canto:Gloria la Signore che salva (CD Voglio vedere il tuo volto 3)

Esperienza personale:due io che hanno fatto fatica a trovare il noi.
Il noi
L’abbiamo trovato nel Padre nostro recitato insieme ogni giorno,
l’abbiamo trovato nella sacra Famiglia di Nazaret, dove due sì hanno permesso che Gesù venisse alla luce e crescesse nel corpo e nello spirito,
lo abbiamo trovato in quel” Tuo padre e io ti cercavamo”, di Maria, quando il figlio adolescente afferma la sua autonomia e la sua dipendenza da Dio.
La natura ci ha aiutato ad entrare nel mistero del noi, del mistero di comunione che è il matrimonio.Il massiccio del Gran Sasso, più monti che assumono l’aspetto della Bella addormentata, per chi lo guarda dalla costa pescarese, del Gigante dormiente per chi lo guarda dalla costa teramana.( Riflessioni sul panorama che ammiriamo dal terrazzo della casa che stiamo costruendo in campagna)
L’abbiamo scelto come progetto di vita, quando abbiamo capito che per Dio la diversità e il limite non sono un ostacolo, ma diventano ricchezza, occasione di grazia per amare come Lui ci ha amati.
Solo Gesù poteva guarirci dalla solitudine, dalla fatica di andare da soli. Scegliendolo come compagno di viaggio e attingendo da Lui la forza il coraggio di dirsi di sì ogni giorno,la grazia del Sacramento è diventata operante.
Più andiamo avanti e più ci accorgiamo che quel dono è prezioso per la nostra vita personale, di coppia, di famiglia e di Chiesa.

Preghiera conclusiva

La fedeltà è il nostro amore appoggiato su Dio che è fedele alla parola data.
Lui per noi è la roccia.
Sulla sua fedeltà appoggeremo il trascorrere del tempo:
quando ci sarà il sole,
quando il dolore ci piegherà,
quando l’errore ci vorrà separare,
quando il dubbio ci renderà ambigui ricorderemo che ci siamo
donati fedeltà;
perché nessuno di noi due potrebbe essere se stesso lontano
dall’altro.
Non ci sono spazi in noi che non appartengono all’altro e
Non ci saranno mai fra noi proprietà sull’altro.
Per tutta la vita:
quando il vento sarà nostro amico,
quando il silenzio vorrà allontanarci,
quando nostro figlio ci chiamerà per la prima volta,
quando andrà via da solo.
Per tutta la vita:
quando mille impegni ci porteranno lontano,
quando non ci sarà che il nostro giardino per trascorrere il
giorno. Quando gli amici allieteranno la nostra casa,
quando in lunghe sere avremo già detto tutto e con amore
impareremo a tacere insieme.

Canto:Cristo è risorto veramente (CD Risorto per amore 1)
7 febbraio 2007 

22 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 


Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” – 1)

Carissimi amici, benvenuti all’ascolto di questa trasmissione: dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera, che si concludeva pressappoco così: “ Signore perdonaci, quando ai nostri figli parliamo male di te o di te non diciamo nulla”. Vogliamo partire da queste parole per ribadire quanto sia importante il ruolo dei genitori nella trasmissione della fede, che non consiste tanto nel numero delle preghiere insegnate ai bambini, o delle messe a cui li portiamo ad assistere, quanto nell’importanza che noi diamo a Dio, quanto ci lasciamo guidare da Lui.
Marco, il figlio di una coppia di nostri amici, che da poco ha compiuto otto anni e che si sta preparando alla Prima Comunione, ha capito tante più cose di quante gliene abbiano insegnate. Infatti, guardando la causa e non gli effetti di ciò che in vita ha fatto Madre Teresa di Calcutta, aveva detto, spiazzando tutti, che più dell’amore, dell’abnegazione, della solidarietà, questa piccola grande santa donna ci ha insegnato che con Gesù si può fare tutto. Se Marco ha parlato così, sicuramente c’è qualcuno che lo ha portato a pensare in quel modo.
Senza la domenica non possiamo vivere” recitano le locandine affisse all’ingresso di tutte le chiese in quest’anno dedicato all’eucaristia.
Senza la domenica certo non possiamo vivere, lo possono affermare tutti, atei e credenti, quando a questa parola si associa il riposo, il divertimento, la partita o la gita fuori città.
Ma, come spesso succede, il significato delle parole non lo conosciamo, né vogliamo andarlo a cercare, come è avvenuto a Strasburgo, allorché i parlamentari hanno stilato la Costituzione europea, senza far menzione, di proposito, delle radici cristiane dell’Europa: Ma poi si sono contraddetti, apponendo la data in calce al documento, che, guarda caso, fa riferimento ad un evento cristiano che ha cambiato la storia. Così è per la domenica, che pochi sanno cosa significa, pur amandola più di qualsiasi altro giorno della settimana.
E’ ora che cominciamo a dare il giusto significato alle parole che insegniamo ai nostri figli.

La liturgia di giovedì della terza settimana di quaresima fa incontrare Filippo, apostolo di Gesù, con un etiope, amministratore della regina Candace, di ritorno da Gerusalemme.
L’uomo, che stava leggendo senza comprenderlo un passo del libro del profeta Isaia in cui si profetizzava Gesù, viene avvicinato da Filippo, che, guidato dallo Spirito Santo, si trovava a fare la stessa strada.
Questi salì sul suo carro e spiegò il significato delle versetto che l’uomo stava leggendo, annunciandogli la buona novella.
Immediatamente dopo la spiegazione della Scrittura, l’etiope sentì il desiderio di essere battezzato.
Dal numero di Cristiani che vivono in Etiopia ancora oggi, possiamo dedurre che quella spiegazione ha portato molto frutto, nella terra in cui quest’uomo viveva.
Ciò che sappiamo, o abbiamo, non possiamo tenercelo per noi, né condividerlo solo con chi ci piace.
Non possiamo decidere di frequentare le persone, solo quando queste ci vanno a genio. Gesù la sera di Pasqua, per cenare con i suoi apostoli, non ha aspettato che si convertissero, che diventassero più fedeli, più buoni. Gesù prescinde da ciò che facciamo, perché la sua attenzione e la sua cura vanno a ciò che siamo, figli di uno stesso Padre, suoi famigliari.
L’etiope, che sembrava tagliato fuori dall’annuncio di salvezza, per via del luogo e della cultura diversi da quella in cui Gesù è nato e cresciuto, diventa il simbolo di tutti quelli che desiderano sapere e che aspettano che qualcuno li aiuti a comprendere.
Tutta questa chiacchierata per ribadire la necessità, l’imprescindibilità della missione, dell’annuncio da parte di chi ha accolto la fede.
Quando diciamo che a messa non ci andiamo perché il prete, o chi la frequenta, non ne è degno, non facciamo altro che anteporre gli uomini a Cristo e pensare che la Chiesa sia una comunità di perfetti e non di perfettibili, comunità di salvati che è chiamata a sua volta a salvare.
La Chiesa, famiglia dei figli di Dio, può e deve trovare il senso e il desiderio di essere Chiesa nella famiglia umana, la prima e più importante cellula della società, chiamata da Dio a rappresentarlo su questa terra.
La trasmissione della fede è pensata, a torto, come appannaggio e compito delle istituzioni ecclesiastiche, non dando alla famiglia, il valore e la funzione che invece le sono propri.
Ne parlavamo la volta scorsa, a proposito della collaborazione con il parroco da parte di coppie di sposi cristiani, che vivono la grazia del Sacramento del Matrimonio, per la preparazione dei genitori al battesimo dei propri figli.
Ma non bastano uno o due incontri per convincerli che ai figli, prima degli altri, ci devono pensare loro, per tutto ciò che riguarda la crescita materiale e spirituale, e che non possono delegare altri a dire o fare cose che poi vengono contraddette dai loro comportamenti abituali.
Quante cose si possono fare con Gesù!“ è il messaggio che deve passare ai figli, che Gesù è il figlio di Dio e che al di sopra di tutti non ci siamo noi, le nostre idee, i nostri giudizi e pregiudizi, ma Chi ci ha dato la vita e continua a donarcela ogni giorno, in modo imprevedibile, mai scontato, meraviglioso.
Senza la domenica non possiamo vivere” Se riuscissimo solo a trasmettere ai nostri figli la gioia di vivere nel modo giusto la domenica, avremo assolto alla parte più importante del nostro compito.
Dominicum, in latino, è un aggettivo neutro che significa: “dono del Signore, cosa del Signore”.
Ebbene, senza il dono del Signore non possiamo vivere, senza l’Eucarestia non possiamo vivere.
L’Eucarestia è il Corpo di Gesù, donato al mondo perché noi possiamo fare la stessa cosa con i fratelli: donarci agli altri, per tutto ciò che sappiamo e possiamo fare.
La domenica si chiama così perché il giorno dopo il sabato, il giorno della resurrezione di Cristo, è il più grande regalo che abbiamo ricevuto. Dio si riposò il settimo giorno, cioè il sabato, che per gli ebrei era il settimo giorno della settimana.
Gesù, risorgendo il giorno dopo il sabato, ha cominciato a contare il tempo dalla domenica, non facendone l’ultimo, ma il primo giorno della settimana del popolo redento dal Signore. La domenica è il giorno in cui il Signore si dona tutto a noi, il giorno in cui ci dà l’opportunità di godere più a lungo e più intensamente i misteri della Pasqua.

Quando arrivava la domenica, da piccoli, eravamo tutti eccitati, perché era un giorno speciale.
Facevamo il bagno e indossavamo i vestiti della festa per andare tutti insieme alla messa. Mamma si alzava presto per preparare il pranzo e il suono delle campane ci trasmetteva la gioia di un giorno diverso dagli altri, che vedeva la famiglia finalmente riunita.
Una volta cresciuti, abbiamo dimenticato le care abitudini, forti della libertà di scegliere dove e quando partecipare alla Messa. La liturgia in latino non ci aiutava, né gli adulti ne sapevano tanto di più, affiancando alle parole incomprensibili, dette dal sacerdote, le tante devozioni proliferate nel frattempo.
Siccome ci annoiavamo, cominciammo a trovare le scuse per sottrarci al martirio di assistere a cose per noi difficili da capire. Fino a quel momento il senso lo aveva dato l’andare insieme, tutta la famiglia riunita, a fare la stessa cosa. Ci dissero che l’importante era arrivare prima che si scoprisse il calice, per non fare peccato mortale e noi ci guardavamo bene dal farne, scegliendo però la Chiesa in base all’omelia: quanto più era breve, tanto più eravamo grati al sacerdote che non ci faceva perdere più tempo del necessario.
Diventare grandi comportò introdurre altre abitudini, fino a soppiantare quelle buone e sane che avevano caratterizzato la nostra infanzia: l’abitudine di studiare la domenica, quando eravamo studenti, per il lunedì, l’abitudine di preparare il lavoro per il giorno dopo, quando Antonietta correggeva i compiti, ed io studiavo progetti, l’abitudine di smantellare la casa per fare le pulizie, alle quali anche io partecipavo, volente o nolente, quando non le subivo.
Il senso di quella giornata si è andato perdendo e il posto per la messa, a distanza di tempo, ci siamo accorti di averla persa, specialmente da quando i supermercati e gli ipermercati ci hanno offerto di santificare le feste sull’altare del consumismo..
I nuovi santuari hanno preso il posto delle Chiese e le famiglie oggi si riuniscono lì, per cercare ciò di cui hanno bisogno. Per molto tempo anche noi siamo stati stregati dall’opportunità di fare acquisti in una giornata in cui i negozi erano chiusi e la chiesa non ci diceva più niente.
Vogliamo ringraziare il Signore perché ci ha aperto gli occhi e ci ha fatto sperimentare quanto grande sia il dono che ci ha lasciato, non per concludere la settimana, come siamo abituati a pensare, ma per cominciarla bene, ricordando che Gesù è venuto a trasformare il tempo finito degli uomini nel tempo infinito di Dio, risorgendo di domenica e dando inizio ad una nuova creazione.

La domenica è il giorno in cui non noi ci diamo a Dio, ma Dio si da a noi, riportando in vita dalla morte tutti quelli che si lasciano catturare dallo stupendo mistero di riconciliazione.
Ecco: il mistero della riconciliazione è l’Eucarestia alla quale partecipiamo.
Queste parole – mistero di riconciliazione – che si pronunciano durante la consacrazione, ci hanno colpito durante lo svolgersi di una messa senza omelia, una di quelle che un tempo ci avrebbero fatto felici, ma che oggi ci vedono storcere il muso. Eppure, se le parole della liturgia tutti i sacerdoti avessero la possibilità e la capacità e il desiderio di farle arrivare al cuore dell’assemblea, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro alla preghiera che accompagna la consacrazione del pane e del vino.
Ma, per arrivare a godere pienamente del dono che Dio ci fa in Gesù, è necessario seguire la scia dei discepoli di Emmaus, che hanno sentito il desiderio di invitare Gesù a fermarsi con loro solo dopo che sono stati guidati da Lui alla comprensione delle scritture. Quel pane che Egli spezzerà, una volta accettato l’invito, sarà ciò che lo farà riconoscere, e che trasformerà la tristezza in gioia, per aver incontrato il Risorto.

CANTO: Dalla tristezza alla danza (CD – “Risplendi Gerusalemme” – 12)

Abbiamo fatto esperienza di quanto sia stata deleteria la distinzione netta tra liturgia della parola e quella eucaristica che ha portato alla svalutazione della Parola di Dio, all’affievolimento della spiritualità delle persone, al vuoto devozionismo. Dobbiamo ringraziare il Concilio Vaticano II che si è fatto carico di riavvicinare il popolo di Dio, partendo dall’esigenza di farsi capire e far capire.
Oggi assistiamo alla riscoperta esaltante della Parola di Dio, che è stata rivalutata e della quale è stata evidenziata l’importanza e la bellezza, anche durante la celebrazione eucaristica, in sintonia con la mensa eucaristica.
Un testo di Sant’Agostino, veramente unico, dice: ”Chiedo a voi fratelli e sorelle, ditemi un po’: che cosa vi sembra essere maggiore, la Parola di Dio o il Corpo di Cristo? Se volete dire la verità, dovete rispondere che la Parola di Dio non è inferiore al corpo di Cristo. Di conseguenza, come facciamo grande attenzione perché non cada nulla per terra dalle nostre mani quando ci viene amministrato il corpo di Cristo, così dobbiamo prestare attenzione perché non cada dal nostro cuore la Parola di Dio che ci viene elargita, il che succede se pensiamo ad altro o ci mettiamo a parlare, invece di ascoltare. Chi ascolta con negligenza la Parola di Dio non è meno colpevole di colui che fa cadere a terra per negligenza il Corpo di Cristo.”
Vi è un altro insegnamento molto bello dei Padri della Chiesa che recita: ”Se dovessimo scegliere tra l’Eucarestia e la Parola di Dio, che cosa sceglieremmo?” Loro rispondevano: “Dovremmo scegliere la Parola di Dio, perché senza la Parola non potremmo capire l’Eucarestia, non sapremmo più cosa sia”
La Liturgia eucaristica è uno splendido itinerario di vita cristiana e vorremmo consigliarlo alle coppie che fanno fatica ad entrare in comunione, a raccontarsi, ad ascoltarsi. Se pensiamo a quante volte l’atto coniugale unisce i corpi ma non le menti, quante volte lo spirito soffre per ciò a cui non riusciamo più a dare un senso!
L’unione tra i coniugi avviene in modo perfetto solo dopo essersi messi in ascolto l’uno dell’altro, dopo che, attraverso le parole, conosciamo e ci facciamo conoscere.
Ci sembra interessante fermarci sui vari momenti della messa che preparano alla comunione.

La messa inizia con un segno di Croce, ad indicare che non si può camminare se non permettiamo che Dio entri e diventi protagonista della nostra storia.
Poi c’è la confessione dei peccati, che è un mettersi a nudo di fronte a Dio e ai fratelli, un mostrarsi deboli e peccatori, vulnerabili e imperfetti. Questa condizione, che prepara il sacrificio eucaristico, è anche la condizione perché due coniugi imparino a conoscere l’altro e ad accettarlo per come è.
Solo Dio può, nella sua infinita misericordia curare le nostre ferite, assolverci e perdonarci. Questo è il senso del “Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà”: solo Dio può renderci capaci di fare altrettanto.
La messa, ci siamo resi conto, è una splendida occasione per riflettere sugli inviti a pranzo o a cena che riceviamo, con la differenza che ad invitarci è Gesù. Quando siamo invitati siamo soliti prepararci per tempo, specialmente se la persona è di riguardo. Ci informiamo sui suoi gusti nel momento in cui cerchiamo qualcosa da portare, per non presentarci con le mani vuote. Pensiamo alla mensa attorno a cui la famiglia un tempo si riuniva e che sempre più spesso assiste alla sua disgregazione, perché manca il tempo o lo spazio per le parole, occupato dal telegiornale o dagli impegni veri o presunti dei suoi componenti.
La mensa della parola è quella che è venuta a mancare nella nostra civiltà, dove le parole si sprecano se devi scrivere SMS sul telefonino, mandarli magari in copia a tutti gli amici, senza spostarti né alzare lo sguardo su chi ti siede vicino. Adesso hanno inventato i telefonini per dare un volto alle parole. E’ un progresso, non c’è che dire, ma le parole, quelle che contano, dove sono andate a finire? Come si può trasformare la parola in cibo di vita?
Nella nostra chiesa, prima delle letture s’intona, lo “Shemà Israel”, che significa “Ascolta Israele”, il che è fondamentale per capirci qualcosa. Ascoltare, cosa che non siamo abituati più a fare, non perché abbiamo le orecchie tappate, ma perché non riusciamo più a fare silenzio sui nostri problemi, sulle nostre idee, sui nostri progetti, sulle nostre priorità. Non è questo il problema che interessa la maggior parte delle famiglie? Forse gli SMS li hanno inventati perché non si ha l’obbligo di ascoltare, quando si scrive.

Alla lettura del Vangelo segue l’offertorio, che non è altro che, dopo aver ascoltato cosa ha da dirci il nostro interlocutore, la presentazione di quello che possiamo donargli, poco o tanto che sia per collaborare ad un progetto comune, che è quello di camminare insieme. Questo è importante dirlo, specialmente alle coppie che decidono di sposarsi e che devono stabilire se vogliono la comunione o la separazione dei beni. La messa ci mostra quale aberrazione sia insita in quel decidere di separare i beni.
L’offertorio continua con il rito della Consacrazione, perché è Dio, attraverso Gesù che offre tutto se stesso per compiere il sacrificio perfetto, quello della riconciliazione di Dio con l’uomo.
Fate questo in memoria di me”. Il sacrificio di riconciliarci è il più grande a cui Dio ci chiama e il Padre Nostro, la preghiera che ci ha insegnato Gesù, che si conclude con: ”Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” E’ un invito a perdonarci prima di fare la comunione: un invito, se pensiamo agli sposi cristiani, a sgombrare l’animo da tutti i pensieri che dividono dall’altro prima di donarsi reciproca- mente, mettendo in comune tutto se stessi, come ha fatto Gesù.
Poi la celebrazione si conclude con le parole: “Ite missa est”, che non significa “La messa è finita”, come i più intendono, ma “Ciò che vi è stato trasmesso, annunciatelo”. Ogni messa finisce con un mandato, perché quando la bella notizia del Vangelo arde nel cuore, non si riesce a tenerla per se e si sente insopprimibile il desiderio, il bisogno di comunicarla. .
Questo è un dovere per tutti, specialmente per i genitori che hanno chiesto il battesimo per i propri figli, per quei genitori che hanno a cuore la salute fisica e spirituale.dei figli.
Solo dando loro punti di riferimento stabili, questi non saranno tentati di cercarli altrove.
Così facendo sarà naturale per i nostri giovani dire, come Marco: “Quante cose si possono fare con Gesù!” e pregare senza vergogna insieme ai grandi il Salmo 22.

Il Signore è il mio pastore
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
Tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)
 18 aprile 2005

I poveri

 

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall’ ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l’impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi,  ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l’acqua sul comodino.  
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.
L’appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un’occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui  sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei  mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare  lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell’auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il  marito, che l’avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d’allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.
…………..
Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell’amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all’anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l’hanno fatta fare loro,  i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest’anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
8 aprile 2007

Sabato santo

 

Oggi, sabato santo, le chiese sono sguarnite di fiori e di arredi. Un drappo viola copre le immagini sacre. Il tabernacolo aperto mostra la desolazione del furto assassino.

Dove cercare Gesù? Dove trovare conforto in quest’ora di cordoglio e di paura? Dio ci ha forse abbandonati, non fosse altro che per un giorno?
Mi è capitata davanti un icona con cui la Chiesa Orientale narra la storia della resurrezione.
Vi è raffigurato un Dio che scende, si abbassa ancora di più, per andare agli Inferi e liberare i prigionieri.
“Perché mi hai abbandonato?, dice Gesù sulla croce, “Perché ci hai abbandonato?” diciamo noi oggi, vedendo il tabernacolo vuoto, “ Perché ci hai lasciati soli a meditare sul dolore innocente e sulla distanza abissale che separa il cielo dalla terra, da questa nostra umanità fragile, indifesa e sofferente?”
Il tabernacolo è ancora vuoto, la porta aperta.
Gesù sta sperimentando la massima distanza dal Padre, nel regno dei morti, gli Inferi, per l’appunto.
Ho pensato alle nostre distanze, quelle che ci dividono dagli altri, quelle che spesso sentiamo separarci da Dio, volute e non volute, e mi è venuto in mente quello che facciamo per tenere unite le cose: una saldatura, un nodo, un filo intrecciato.
Ho pensato poi all’abbraccio che tiene unite le persone, l’abbraccio che significa:mi fido di te, perché ho il cuore scoperto.
Sulla croce l’uomo ha inchiodato l’abbraccio di Dio e Lui si è fatto inchiodare, perché dal suo cuore uscisse la linfa che tiene attaccata la terra al cielo, il Padre al Figlio, i figli al Padre, anche quando pensano di vivere nell’inferno.
Quella porta aperta del tabernacolo oggi, sabato santo, mi parla di braccia spalancate, di porte aperte, di Spirito Santo che continua a mandare la sua linfa vitale su tutta la Chiesa.
In attesa che la liturgia celebri l’ingresso nel tempo di Dio, l’ottavo giorno, voglio vivere questo momento come occasione di grazia, dove un tabernacolo vuoto mi parla di un invito a nozze dove lo Sposo sta preparando, per me e per tutti, una festa che non avrà mai fine.
7 aprile 2007

Auguri a tutti gli amici

Avremmo voluto personalizzare gli auguri, amici incontrati sulla strada tracciata dal Signore, compagni di viaggio con cui abbiamo condiviso la gioia di averlo incontrato nel deserto delle risposte del mondo, nella ricerca di una verità che lo trascendesse e lo trasformasse  in un ridente e lussureggiante giardino. Ma siete tanti e il tempo per farlo è ridotto. Abbiamo pensato a ieri sera, quando  tutte le luci sull’altare si sono spente, tranne quella piccola che illuminava sinistramente il tabernacolo vuoto e il grande crocifisso che lo sovrasta e allo smarrimento di quell’ora che si sarebbe prolungata fino alla veglia pasquale.
Abbiamo girato la testa per non soffrire e  abbiamo incontrato la luce che  si sprigionava dall’altare della reposizione, dove era custodito il tesoro trafugato, racchiuso in una teca di cristallo, immersa  in un tripudio di fiori.
Abbiamo gioito perchè la preda era la nostra preda e la bestemmia di essere figlio di Dio ce l’aveva procurata.
Abbiamo pensato che, grazie a quella, possiamo continuare a fidarci di Lui, possiamo volgere lo sguardo e incontrarLo, anche noi figli di Dio, bestemmia per chi non riesce a cambiare posizione, girando anche solo la testa.
Abbiamo ringraziato il Signore per la speranza che ha acceso nei nostri cuori, per la certezza che non ci lascia mai soli, per la gioia di una resurrezione non solo annunciata, ma anche e soprattutto vissuta ogni giorno della nostra vita.
Buona Pasqua a tutti.
Antonietta e Gianni

5 aprile 2007