Riconciliazione

 
 
Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.( Mt 5,24)
 
Mi rendo conto di quanto sia difficile perdonare chi non mi accetta per quella che sono, chi mi giudica, chi rimette in discussione le mie certezze acquisite.
Il mio inferno è quando non sono in armonia con la mia storia e con le persone che con me l’hanno fatta.
Chiedo al Signore di appianarmi la strada del perdono, lo supplico perché mi dia buoni sentimenti e sulla mia bocca metta parole di pace.
Come posso pensare a quelli che non vedo, alle anime Sante del Purgatorio, se non riesco qui su questa terra a dare pace, perdono alle persone che mi hanno offeso?
In questo momento penso ad un’amica con la quale c’era un po’ di ruggine.
Ieri su Facebook ha scritto: “Riapro Skype” che significa riapro il cuore.
Così almeno l’ho intesa.
Un tempo ci parlavamo ogni giorno, ma da mesi non ci parliamo più, da mesi non ci guardiamo negli occhi, servendoci di questo strumento formidabile che ci permette, a chilometri di distanza, non solo di ascoltarci ma anche di vedere l’ambiente in cui uno si muove e anche tutto ciò che condiziona, favorisce la comprensione, l’accettazione o il rifiuto di quello che si sta dicendo.
” Riapro Skype”, è un messaggio di riconciliazione.
Questo lo so ma io non sono pronta.
Sono pronta a offrire i dolori per le anime del Purgatorio, a fermare le guerre (ci si sente onnipotenti ma vorrei che mai questo pensiero mi sfiorasse) , che aprire di nuovo la porta a questa amica tramite Skype.
Ho paura di soffrire, ho paura di sentire la non verità di un rapporto. Ho paura di essere aggredita, non capita. Ho paura delle non verità.
Lo so Signore che quando ti hanno condannato a morte tu hai smesso di parlare e il tuo corpo ha parlato per te.
Lo so, Signore, che il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso, se uno vede, apre gli occhi.
In fondo nella Via Crucis tu non parli se non per dire poche ed essenziali parole.
Me le voglio ricordare
“Ho sete!”
“Oggi sarai con me in Paradiso.”
“Padre perché mi hai abbandonato?”
“Sia fatta la tua volontà e non la mia.”
“Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”
Di queste l’unica che oggi sento di poter fare mia è “ Ho sete!”
Sete di te Signore, della tua pace, della tua gioia, del tuo perdono.
Signore tu sei morto per i nostri peccati, sei morto per i miei no alla vita, i miei no ai fratelli, la mia durezza di cuore, il mio egoismo, la mia autosufficienza, il mio orgoglio .
Sei morto per me e, mentre stavi dando tutto a noi, hai detto:” Ho sete!”
Di cosa Signore avevi sete? L’ avevi detto anche alla Samaritana che era andata a prendere l’acqua al pozzo.
Volevi il suo contenitore, la sua brocca, per riempirla.
Tu Signore, per placare la tua sete hai bisogno di contenitori, però, di case che ti accolgano, che ti ospitino, che ti dichiarino Signore della vita.
Vuoi la mia brocca Signore?
Eccola!
Non garantisco che tenga, che sia pulita, non lesionata, capiente quanto basta.
Non garantisco nulla Signore, perché sei tu la garanzia del mio sì all’amore, si al perdono.

 
(2Cor 5,19)
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione

Il perdono

” Pregando non sprecate parole”(Mt 6,7)
Hai ragione Signore a ricordarci che quando preghiamo non dobbiamo sprecare parole e dire l’essenziale, ciò che ci serve per stare bene.
Tu sai di cosa abbiamo bisogno ed è inutile ricordartelo. Ci vedi, ci conosci, ci hai fatto tu. Conosci i nostri pensieri prima ancora che giungano alla mente, vedi tutto ciò che ci accade senza filtri perchè sei in cielo in terra in ogni luogo e niente ti è nascosto.
Tu sei padre, sei nostro padre perchè ci hai creato e non possiamo nè dobbiamo dimenticarlo. Purtroppo lo facciamo spesso e ci perdiamo. Il difficile sta nel sentire, nel percepire che non siamo figli unici e che non possiamo prescindere dagli altri, che non possiamo fare a meno degli altri, che dobbiamo farci carico degli altri, come accade in qualsiasi buona e sana famiglia dove si vive amandosi e condividendo tutto quello che c’è.
Ricordo , quando ero bambina, quanto mi pesava dividere con i miei fratelli il poco cibo che mamma preparava, specie se avevo tanta fame o era una cosa golosa come le patatine fritte o un dolce.
Ricordo che mi pesava condividere la stanza con le mie sorelle perchè  non ero libera di accendere o spegnere la luce a mio piacimento. Tante cose mi sono pesate nella mia infanzia, tutte derivanti dalla necessità di condividere lo spazio, il cibo e anche il bagno.
Oggi Signore tu ci ricordi ciò che è essenziale per vivere nella tua casa e stare bene.
Mi ha colpito la conclusione del vangelo di oggi.
” Se infatti perdonerete agli uomini le loro colpe ,  il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi”, parole che rispondono a quelle che mi risulta più difficile da pronunciare” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Del Padre nostro che ci hai insegnato è la parte che sono sempre tentata di saltare per paura che tu mi prenda sul serio perchè sai che non sono capace di perdonare come tu hai fatto e continui a fare  noi che siamo peccatori impenitenti.
Ma se tu ribadisci questo aspetto del rapporto tra noi figli tuoi, evidentemente è il più importante.
Che sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà allora dipende da noi, visto che insisti così tanto sulla necessità di perdonare.
Allora viene da chiedersi: a chi giova?
A te forse a cui non manca niente o a noi?
Nel Padre nostro chiediamo le cose che ti servono o ci servono?
Non credo anzi sono certa che tu ci ha suggerito le parole giuste perchè sai di cosa abbiamo bisogno.
Il perdono è un superdono, un donissimo, che riceviamo da te. La tua paternità ritrovata riscoperta, donata con il Battesimo e nel Sacramento della Riconciliazione è frutto del tuo amore che non guarda a quanto siamo bisognosi di essere assolti dalle nostre inadempienze, quanto al desiderio di stare con te, rimanere nella tua casa e farci aiutare in tutto ciò che non riusciamo a fare.
Tu solo puoi renderci capaci di fare lo stesso dono ai fratelli, tu solo Signore puoi portare pace e renderla stabile nella famiglia che ti sei scelto. Tu ci chiedi di non monopolizzarti, di condividere il dono grande immenso che ci hai fatto morendo sulla croce. La condivisione dell’amore non ci toglie nulla anzi aumenta la nostra capacità di estendere a vicini e lontani la tua tenerezza, il tuo abbraccio, la tua cura costante.
Svuotandoci ci riempiamo e ci dilatiamo. E’ questa la tua volontà, è questo il tuo regno dove i tuoi figli gioiscono nello stare insieme e nel sentirsi una sola cosa con te.
A Maria voglio dire grazie perchè ogni volta che prego il padre nostro mi aiuta a dire con convinzione e fede “sia fatta la tua volontà”.

Anniversario

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì dopo le Ceneri
Madonna di Lourdes
letture: Dt 30,15-20; Salmo 1; Lc 9,22-25
“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato  la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante,  parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito  nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui  in Lui e per Lui.

La Micra e il castello

Sfogliando il diarioMicra 1998
29 gennaio 2010
venerdì della terza settimana tempo ordinario anno pari
letture:2 Sam 11,1-10a.13-17; Salmo 50 ;Mc 4, 21-25
ore 5:47.
“Il regno dei cieli è simile ad un granellino di senapa”.
Tu mi chiedi Signore oggi di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, mi chiedi di non scoraggiarmi, perché non vedo i frutti di tanti sacrifici.
Tu Signore mi chiedi di rinnovare il mio impegno a servire, perché tu sei un dio fedele, un dio che non inganna i suoi figli, ma se ne prende cura anche quando sembri lontano, occupato a fare altro.
Le nostre storie di uomini, le nostre fatiche quotidiane, i nostri dubbi, tentennamenti, cadute, le nostre infedeltà, le nostre lacrime, la nostra solitudine, angoscia, disperazione, tutto Signore tu vedi e a tutto provvedi.
Tu mandi acqua dal cielo quando la terra è riarsa, tu fai spuntare il sole ogni giorno perché ci riscaldi e ci illumini.
Tu Signore continui a seminare la parola, il granellino di senapa dalla forza dirompente.
La tua parola è spirito e vita, opera nel nascondimento, non si vanta, non urla nelle piazze, la tua parola non giudica, ma ammaestra, consiglia, guida, ama e perdona.
Grazie, Signore, per la tua parola, perché parola d’amore.
Grazie perché, man mano che procedo in questa straordinaria avventura nella conoscenza del tuo regno, mi si alzano vedi, mi si aprono porte… squarci di luce sempre più grandi illuminano castelli meravigliosi della tua sapienza, bontà, misericordia.
Ieri Giovanni, per consolarmi del fatto che la Micra diventasse un sacchetto, una polpetta destinata alla rottamazione, dopo 12 anni di onorato servizio, mi ha detto: “Non piangere nonna, non disperare.La tua macchina si trasformerà in qualcosa di più bello come questa casa che abbiamo di fronte che stanno ristrutturando destinata a diventare uno splendido castello.”
Quando l’ha detto ho pensato a quanto è grande la capacità dei bambini di cogliere l’essenziale delle cose e di guardare oltre.
Io pensavo alla fine ingloriosa della mia macchina, mi vedevo dinanzi il deposito pieno di carcasse di auto e la gru che le sollevava e le metteva sotto la pressa per compattarle e farne polpette.
Chissà perché ho pensato alle polpette.
Certo che ieri, mentre andavo a firmare le ultime carte e a pagare la macchina nuova fiammante che stava nel piazzale, tutto mi parlava di morte: quella nuova, nera mi sembrava un avvoltoio e la mia piccola amica, la Micra ammaccata, incidentata, vecchia di anni, carica di ricordi, con un motore ancora impeccabile destinata a morire.
12 anni, 39.000 km….
È come se le avessi decretato l’eutanasia, sapendo che era ancora viva con tutti gli organi a posto.
Le macchine mi hanno sempre rappresentato per via del fatto che quando le davo indietro era sempre per via della carrozzeria che andava a pezzi.
Il motore era sempre funzionante.
Era la prima volta però che mi capitava di rottamare una macchina che non mi aveva mai lasciato per strada, salvo due forature due giorni di seguito, nei pressi del gommista su cui si affacciava la finestra della cappellina, dove ogni giorno Don Gino esponeva il Santissimo.
Due forature che mi hanno dato l’occasione di stare con Gesù che ha qualificato il tempo del ricalcolo.
Rotture profetiche attraverso le quali ho sperimentato la grazia dell’attesa quando  aspetti con Dio.
La parabola di oggi parla di un granellino di senapa, destinato a diventare un grande albero, dove trovano rifugio e ombra di uccelli.
La mia macchina piena di ricordi sarebbe diventata un castello come Giovanni mi aveva fatto intendere?
Lo era stata un castello perché, attraverso di essa ho conosciuto le case degli uomini, sono entrata nelle stanze più intime dei loro cuori e le ho aggiunte a quelle della mia casa.
Quella macchina effettivamente, pur chiamandosi Micra è riuscita a dilatarsi a tal punto da contenere le stanze che man mano si aggiungevano alla mia casa, sì da farne un grande castello.
La comprai per dimostrare al mio preside e al mondo potevo continuare a lavorare, nonostante l’handicap di non poter camminare.
La comprai per una sfida con il destino, che sembrava accanirsi su di me, costringendomi a fermarmi per tempi sempre più lunghi.
Comprai una macchina a tre porte, perché tanto non dovevo portare nessuno.
Ero sola a portare me stessa, le mie gambe, il mio corpo.
Gli altri andavano a piedi e usavano l’auto solo per grandi spostamenti.
Senza l’auto non avrei potuto recarmi a scuola, andare a trovare mamma o mio fratello negli ultimi mesi, prima che ci lasciasse.
Ho usato la macchina però anche  per raggiungere gli spacci aziendali, il mercato, lì dove era possibile però fermarmi e trovare subito ciò che cercavo.
La macchina si è sostituita per 12 anni alle mie gambe che non erano in grado autonomamente di fare percorsi un po’ più lunghi.
Poi è accaduto quello che allora mi parve irreparabile.
La morte di mio fratello, la dispensa dal servizio, la crisi coniugale, l’allontanamento di mio figlio, deciso a sposarsi.
Relazioni interrotte o in grave pericolo hanno preceduto la svolta.
La macchina è stata la testimone delle mie crisi di panico, dell’incertezza del futuro, del mio vagare alla cieca alla ricerca di qualcosa che rompesse l’atroce cerchio del non senso, del dolore, dell’abbandono.
Poi la conversione.
Il matrimonio di Franco, la nascita di Giovanni, i percorsi cambiati.
Negozi in cui si spende denaro per cose che non appagano sono stati sostituiti da luoghi dove gratuitamente ottenere la gioia e la felicità e la vita.
I semafori, i treni, i taxi, gli aerei, le caprette, i cigni, il mare e poi i presepi, la chiesa e poi i cani, i pesci e tutto ciò che poteva interessare un bambino.
Con la macchina ho dato un passaggio a Vittoria, Gigliola, Lilla, Miranda, Maria, Elena e spesso mi sono detta che avrei fatto meglio a comprare una macchina a cinque porte, perché la funzione era quella di trasportare gli altri non me stessa soltanto.
Poiché non riesco a stare in piedi anche gli incontri si sono sviluppati stando seduta in macchina ferma.
Luciana, lilla, Lucia, Titta, Maria, eccetera tante persone che hanno contribuito a costruire il mio castello che non può andare in frantumi, essere rottamato come una macchina, neanche con esplosivo potente.
Il castello rimane.
Antonietta  è diventata un castello che oggi può accogliere con più comodità le persone è destinata a diventare sempre più grande.
Aveva ragione Giovanni!
Il problema sta nel vedere in un granello di senapa, in una morte, la sorgente di una nuova e più rigogliosa e fiorente vita.
La vita come un granello di senapa, il cuore come albero grande, castello di stanze che si moltiplicano man mano che apri la porta per accogliervi un pellegrino.
Grazie Signore di questa bellissima immagine suggeritami dalla meditazione del Vangelo di oggi.
Una casa che diventa un castello, una Micra si espande e diventa una station wagon, un autobus, un treno, uno strumento d’amore, un abbraccio ancora più grande, quando aumenta il numero delle porte.
Non so perché l’ho comprata nera.
Non è un colore che ho amato e solo da poco ho scoperto che mi sta bene.
Il nero attira i raggi del sole, il nero è assenza di colore.
Quando non hai niente da portare è Gesù che porti nella sua interezza.
Voglio pensare che sia un buon segno averla scelta così.

Doni, Dono

 

 
 
Meditazioni sulla liturgia di
 giovedì della III settimana del TO anno pari
“Con la misura con la quale misurato sarà misurato a voi”(Mc 4, 24)
Questa parola sembra minacciosa , risposta alla preghiera del Padre nostro quando diciamo ( a denti stretti, per la verità): “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
In effetti sembra impossibile salvarsi senza l’aiuto di qualcuno più forte, potente e capace di noi, con doti soprannaturali, perchè lo sappiamo di quale pasta siamo fatti.
Infatti non credo che su questa terra ci sia persona o ci sia stata, ad eccezione di Maria, che sia esente da questa conseguenza del peccato originale, che ci ha allontanati e divisi, ci ha tolto il giardino, la relazione, che ci dava da vivere nella bellezza e nel rendimento di grazie a chi fa piovere e fa crescere.
Gesù Cristo è venuto a darci una mano, veramente è venuto a mettersi a servizio delle nostre difficoltà, inadeguatezze, incapacità o volontà debole e incostante,dando il suo corpo, tutto intero, perchè si compia ciò che è promesso.
Nell’Antico Testamento vediamo in controluce, attraverso i vari passi , la nostra storia fatta di errori e di smarrimenti, di peccato e di condanna senza appello, storia che diventa storia sacra se ci facciamo illuminare dalla luce di Cristo.
Illuminare non basta però, perchè la salvezza non può ridursi ad una fede a cui non consegua un comportamento adeguato.
Non si può vivere dicendo di avere fede, se non si è disposti ad ascoltare e fare tutto quello che Lui ci dice.
Maria alle nozze di Cana ci indica la strada da seguire per prolungare la festa e far tornare la gioia come protagonista della comunione fraterna, attorno al banchetto di grasse vivande che Dio ha imbandito sull’alto monte per tutte le genti.
I passi della Scrittura che oggi la liturgia ci propone mi hanno fatto pensare che senza Gesù non possiamo fare niente mentre  con Lui tutto è possibile.
Non a caso il Battesimo segna l’ingresso nella terra promessa, una terra da coltivare perchè ne traggano nutrimento e vita i fratelli che accogliamo nella casa , giardino che Dio ci ha ricostruito perchè ci vivessimo bene noi e i nostri parenti, amici, conoscenti e tutti quelli a cui noi per sua grazia lo concederemo.
Il Battesimo ci fa re, profeti e sacerdoti, che sembrano parole grosse e incomprensibili, che non ci riguardano.
Davide il più piccolo dei figli di Jesse sicuramente non immaginava di essere scelto per essere re, ma la sua storia ci mostra come quell’incarico attribuitogli fu, per grazia di Dio e per volontà del suo eletto, fecondo.
Nella pagina che oggi leggiamo vediamo Davide che con umiltà risponde a Dio e con l’autorità conferitagli da Dio si mette a servizio del suo progetto di salvezza per tutto il popolo.
Nel corpo mistico ognuno di noi può svolgere la sua funzione con lo spirito di un re , che non considera un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma ne fa partecipe tutto il corpo, perchè viva e funzioni bene.
Oltre che re, il Battesimo ci consacra profeti, voce di colui che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore!”.
Che grande responsabilità abbiamo Signore, quando apriamo la bocca!
Non ci rendiamo conto di quanto danno facciamo se prima non ci consultiamo con te o meglio se non siamo connessi con te che ci suggerisci le parole da dire!
Tu sei Parola che porta la luce e non ti possiamo tenere nascosto.
Tu ci aiuterai Signore a diventare tuoi sacerdoti, ad offrire ogni giorno, in ogni situazione, nella nostra quotidianità il nostro corpo come serbatoio d’amore che da te riceve l’acqua e il fuoco e il soffio dello Spirito per dispensarne a chiunque se ne senta attratto.
Grazie Signore di tutti i tuoi doni, che (la croce con i due bracci ce lo ricorda) sono non solo per noi ma per abbracciare tutti i fratelli ovunque dispersi, e attirarli tutti a te che sei la luce, il faro che ci porta nel porto sicuro.

Fare il bene

” Alzati, vieni qui in mezzo!” (Mc 3,3)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio  per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori,  li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti,  siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.

L’arca dell’alleanza

Maria, arca dell’alleanza.
” Siate forti e siate uomini” (1 Sam 4,9)
Sono le parole che i filistei pronunciano appena vedono l’arca dell’Alleanza portata in campo dagli Israeliti.
I Filistei sono presi da timore, hanno paura del Dio d’Israele che aveva dato prova di essere superiore ad ogni altro dio, per questo fanno appello a tutte le loro forze per vincere il nemico che avevano di fronte.
E così fu.
Questa pagina ci sconcerta perchè non basta portare in campo l’arca dell’alleanza come fosse un amuleto per vincere.
Altre volte assistiamo a sconfitte dolorose del popolo d’Israele, deportazioni, carestie, diaspora: delusioni cocenti.
La più cocente è quella di stare ancora ad aspettare il Messia come colui che ti fa diventare tanto forte e potente da non aver più timore di essere sottomesso da qualunque nazione.
Molto spesso ci attacchiamo ad un rosario, ad un immagine benedetta, ad una devozione per piegare Dio alla nosta volontà.
Andiamo in chiesa per convincerlo a fare la nostra volontà, ad esaudire i nostri desideri, non a chiedere di conoscere e fare nostra la sua volontà.
Nonostante siano passati tanti anni la storia si ripete e non abbiamo imparato la lezione che attraverso l’incarnazione e la morte di Gesù ci farebbe sentire invincibili.
Quale arca dobbiamo portare nel campo di battaglia? Cosa deve contenere l’arca?
L’arca è la casa in cui Dio ha deciso di abitare non per le opere della legge, ma per sua grazia.
“Un corpo mi hai dato, sul rotolo el libro è scritto di fare il tuo volere” è scritto.
Se permettiamo a Dio di entrare dentro di noi, se ci lasciamo purificare dalla lebbra che ci isola e ci tiene lontani dalla comunione con i fratelli, Dio è con noi e ” Chi sarà contro di noi?”.
Ma dobbiamo avere la necessaria umiltà di chiedere a Dio ciò che ha chiesto il lebbroso, nella consapevolezza che siamo malati e che solo lui ci può guarire.
La fede è l’unica arma in grado di sconfiggere la lebbra della divisione (diavolo, il divisore dal greco diàballo), dell’incomprensione, dell’odio, dell’invidia, dell’orgoglio, della presunzione, dell’avarizia, dell’auosufficienza, il demone che ci frantuma e ci disperde, il demone che non ci fa essere una sola cosa con Lui.
Quanta strada ancora da fare Signore! Quanto mi riesce difficile dire ” sia fatta la tua volontà” che ogni giorno nel padrenostro ripeto più volte con le labbra e non con il cuore!
Congiungi, unisci Signore il cuore e la mente, radunaci da tutte le parti del mondo in cui siamo stati dispersi e fà che non ci sentiamo pecoroni se decidiamo di essere un solo gregge sotto un unico pastore.
Maria insegnami a fare la volontà di Dio anche e soprattutto quando confligge con il buon senso e la giustizia, quando mi sembra troppo crudele e inaccettabile.
Intercedi perchè io sia guarita dalla lebbra più grave che è quella che mi tiene separata da Dio.