Vecchio e nuovo

Matteo 13,47-53 – In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Il paradiso non è questione di meriti.
Dio ci ha creati per amore e ci ha chiamati all’amore.
Lui il progettista, il costruttore della straordinaria macchina che è l’uomo, sa di quale carburante abbiamo bisogno, quali accorgimenti usare per non soccombere.
Le regole, i comandamenti, non sono altro che il libretto d’istruzioni per realizzare in pieno la nostra umanità, ciò per cui siamo stati creati.
Gesù è venuto per mostrarci che lo spirito della legge è l’amore del Padre, sotteso ad ogni Parola uscita dalla sua bocca.
Parola di perdono, parola di speranza, parola di vita.

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Il segno

Matteo 12,38-42 – In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».

Signore apri i nostri occhi ai segni della tua presenza nel mondo, nella nostra storia, nella vita di tutti gli uomini.
Mosè non ebbe paura di avvicinarsi ad un roveto ardente, un cespuglio di spine che ardeva senza consumarsi.
Molto spesso sono le spine, i problemi che ci affliggono, le nostre aspettative deluse, i nostri fallimenti, i dubbi, l’orgoglio, il pregiudizio, la paura che ci impediscono di toglierci i sandali, velarci il capo ed entrare nel fuoco ardente del tuo amore.
Tu ci parli Signore attraverso la sofferenza, la prova, la morte.
Ci parli attraverso tutto ciò che ci manca e ci getti una scala dal cielo.
Da quel cielo che l’uomo volle scalare attraverso una torre, che confuse le lingue e fece entrare il mondo nel caos, tu sei sceso per parlare al cuore dell’uomo, chinandoti alla sua altezza.
Signore perdonaci, quando presumiamo di essere più bravi di te, quando pretendiamo di darti consigli, quando pensiamo che sei occupato a risolvere i grandi problemi e per noi non hai tempo.
Perdonaci quando ci costruiamo un dio a nostra immagine e somiglianza.

IL MAESTRO

Marco 6,30-34 –

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Gesù si dona a tutti, per tutti prova compassione.
E’ bisognoso di Lui chi annuncia il Vangelo e deve trovare spazio per la preghiera, la meditazione, l’ascolto della Parola, l’adorazione.
Non avevano tempo neanche per mangiare, i discepoli.
Gesù, pane di vita, si offre per saziare la loro fame ma anche per moltiplicare quel poco che gli viene offerto.
E’ l’Eucaristia che rende capaci di portare quel pane fino ai confini della terra.
Ci sono poi quelli che non hanno punti di riferimento, che cercano parole di vita, persone allo sbando che hanno bisogno di Lui, di loro, i discepoli a suo servizio.
Per questo la sosta è breve.
Ma hanno ancora tanto da imparare i discepoli.
Quando lo Sposo verrà loro tolto, il digiuno diventerà il loro maestro.

Il televisore

l teleIvisore si è rotto, irrimediabilmente, quello che avevamo in cucina e che avevamo deciso di tenere spento durante i pasti.

Da quando don Carlino ci aveva fatto riflettere sulla comunicazione, sulla torre di Babele che confonde tutte le lingue, ci siamo resi conto di chi facevamo parlare, quando ci si riunisce attorno alla tavola.

La disposizione dei mobili è in funzione del posto che occupa il bla, bla mediatico che ci dice chi siamo e di cosa abbiamo bisogno.

Ci aveva suggerito don Carlino di mettere al posto del televisore un elettrodomestico, per vedere se cambiava qualcosa.

La proposta suscitò nell’uditorio ilarità, più che interesse, quando la fece; ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato il momento di metterla in pratica.

Pur essendoci messi d’impegno a fare un uso limitato e intelligente di questo strumento, spesso ci capitava di dimenticarcene, specie quando le cose da dirci scottavano e volevamo sfuggire allo sguardo dell’altro, riempiendo il silenzio con parole che non ci appartenevano.

Che un televisore, dopo decenni di onorato servizio, decida di abbandonarci ce lo aspettavamo, ma che lo facessero in due, in un momento di crisi economica come quella che stiamo vivendo, proprio no.

Abbiamo rimpiazzato il posto che occupava quello in cucina, con questo piccolo e anonimo forno, vecchio e malandato e non vi nascondo che mi sento a disagio.

Ma quando mi giro e lo vedo, mi sembra un intruso, un animale che si è introdotto in casa nostra senza permesso.

Meno male che c’è la crisi per convertirci davvero.

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A te si stringe l'anima mia

O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,
di te ha sete l’anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia
e la forza della tua destra mi sostiene.

(Sal 62,1-9)

La perla

Gen 27,1-5.15-29 Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: «Figlio mio». Gli rispose: «Eccomi». Riprese: «Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, va’ in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire». Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa.
Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato.
Così egli venne dal padre e disse: «Padre mio». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». Giacobbe rispose al padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Àlzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». Isacco disse al figlio: «Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!». Rispose: «Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti». Ma Isacco gli disse: «Avvicìnati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no».
Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse. Gli disse ancora: «Tu sei proprio il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono». Allora disse: «Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica». Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve.
Poi suo padre Isacco gli disse: «Avvicìnati e baciami, figlio mio!». Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse:
«Ecco, l’odore del mio figlio
come l’odore di un campo
che il Signore ha benedetto.
Dio ti conceda rugiada dal cielo,
terre grasse, frumento
e mosto in abbondanza.
Popoli ti servano
e genti si prostrino davanti a te.
Sii il signore dei tuoi fratelli
e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.
Chi ti maledice sia maledetto
e chi ti benedice sia benedetto!».

Leggendo la storia di Giacobbe e di come usurpò la primogenitura al fratello, carpendo con l’inganno la benedizione del padre, ho pensato a quante volte ho fatto dipendere il conseguimento di un obbiettivo dalla mia bravura, capacità, intelligenza, furbizia.

Oggi, come Abramo, voglio alzare un altare al Signore, in questa terra straniera, dove poggio i miei piedi, terra pregna di speranza, quando sento la sua benedizione sul mio cammino.

Il mio  forziere si riempie di scintillanti, granelli di umanità, granelli di sabbia, che l’ostrica divina  ingloba e trasforma in perle luminose da deporre ai piedi dell’altare.

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