L'occhio di Dio

Il giorno della misericordia, il giorno del perdono, quello di domenica 16 settembre, quello del Padre misericordioso che sta alla finestra a scrutare l’orizzonte, per scorgere qualche segno che gli annunci il ritorno del figlio.
Ho pensato a quello sguardo proiettato lontano, uno sguardo in cui siamo compresi tutti, figli ribelli, ingrati e dissoluti.
Penso a quando ero piccola in cui l’occhio di Dio era inscritto in un triangolo e ce lo sentivamo addosso, sempre, quando ci ribellavamo alle regole e facevamo di testa nostra. Era il mio incubo, ricordo, un occhio che mi vedeva anche al buio, un occhio dal quale non potevo nascondermi, un occhio inquisitore, terribile giustiziere delle mie inadempienze.
Quante volte? mi chiedeva il sacerdote, quando andavo a confessare che avevo tentato di ignorare quello sguardo.
Che bello scoprire che quell’occhio è l’occhio di chi ti ha generato, che ti ha amato prima ancora che tu nascessi, che continua ad amarti sempre e comunque, a prescindere da come ti comporti.
E’ lo sguardo del padre che ci avvolge e ci penetra attraverso il figlio.
I primi discepoli ci si chiede come fecero a lasciare tutto e a seguirlo, visto che la sequela non è uno scherzo.
Devi lasciare il padre e la madre, devi vendere tutto, lo devi seguire anche se non sai dove abita e dove trova riposo la notte.
Un incontro di sguardi quello che decise la sorte dei primi dodici, un innamoramento a prima vista, che durò fino alla fine, almeno per 11 di loro, perché Giuda da quello sguardo volle prescindere, preferendo mammona.
La liturgia della domenica della XXIV settimana ci parla proprio di questo, dell’esigenza radicale di anteporre Gesù ad ogni cosa, madre, padre, fratelli, ricchezze, sicurezze, vale a dire la vita alla morte, la libertà alla schiavitù, la luce alle tenebre, la verità alla menzogna.
Matteo, il peccatore sentì su di sé quegli occhi, e lasciato tutto, lo invitò a casa sua e possiamo immaginare quali fossero i suoi commensali. Ma Gesù non fa lo schizzinoso, anzi pare che ci goda a mangiare con pubblici peccatori e prostitute.
Perché è venuto per i malati, non per i sani, risponde a chi, scandalizzato gli chiede spiegazioni.
Del resto basta guardare chi ha scelto come discepoli, per confonderci ancora più le idee.
Eppure si è ritirato sulla montagna a pregare, si è consultato con la Sua famiglia,lui Figlio, con il Padre e lo Spirito Santo, prima dfarlo.i
Qual è stato il criterio? La disponibilità a lasciarsi guardare, ammaestrare, amare.
Ha scelto anche Giuda e questo è sembrato un errore. Ma Dio si fida di tutti, a tutti dà fiducia, a tutti la libertà di ripensarci. E sappiamo come è andata a finire.
In queste ultime settimane la Liturgia non ha fatto che porci di fronte, in modo martellante, alla radicalità della scelta, alla necessità di mettere Gesù al primo posto: prima degli affetti, degli interessi, della propria vita.
Abbiamo sentito parole molto dure pronunciate contro quelli che predicano bene e razzolano male, che guardano alle apparenze, quelli che osservano la forma e trascurano la sostanza.
Al giovane ricco Gesù dice: “Vendi tutto e seguimi”.
Vendere tutto non è facile.
Non a caso, pregando nel gruppo con il Salmo 89, abbiamo chiesto la sapienza del cuore, per poter fare quello che Dio ci chiede.
La sapienza del cuore, quella capacità tutta Sua, di amare fino alla fine, di amare a prescindere, di amare sempre e comunque.
La sapienza del cuore, che ci dà la certezza che siamo preziosi ai Suoi occhi, perché ci ha generato e siamo Suoi figli e non lo dimentica.
Il linguaggio di Gesù è diventato sempre più difficile, man mano che ci portava più in alto.
Saliti sulla montagna, ci ha mostrato il regno.
Beati i poveri di spirito..Beati gli afflitti…Beati i miti…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia…Beati i misericordiosi…Beati i puri di cuore…Beati gli operatori di pace…Beati i perseguitati per causa della giustizia…
Signore, che regno è mai questo, ci siamo chiesti, dove, povertà, persecuzione, afflizione sono fonte e causa di beatitudine?
Abbiamo pensato che c’era qualcosa che non funzionava nei Suoi ragionamenti, perché non coincidevano con i nostri.
Ci siamo guardati intorno e abbiamo visto dove ci hanno portato, quelli nostri, quelli del mondo.
Abbiamo visto il disastro e ci è venuta voglia di andare a scuola di discepolato, certi che solo Lui poteva darci una risposta.
Abbiamo scelto la casa di Maria, la prima e perfetta discepola, quella che ha messo da parte i sogni, le aspettative, tutto, per seguirlo e drigli di si, per sempre.
Alla scuola di Maria si impara lo stile del discepolo: ascolto, silenzio, preghiera, senza perdersi di vista, il discepolo e il maestro, il maestro e il discepolo, mai, senza fare eccezioni.
Abbiamo pensato che non era una coincidenza che l’Esaltazione della Croce e la memoria di Maria Addolorata fossero così vicine, il 14 e il 15 settembre.
Il dolore, la sofferenza del figlio impressa, incisa nel cuore della madre; la madre e il figlio uniti da uno sguardo, l’ultimo prima di lasciarsi, uno sguardo che dava inizio ad una realtà nuova, la Chiesa.
“Donna ecco tuo figlio, Figlio ecco tua madre”.
La vita nascente della Chiesa in quell’incrocio di sguardi, nel trovare l’uno nell’altro quell’unione, quella solidarietà, quella comunione feconda.
L’incontro degli sguardi fa scoccare la scintilla: è la luce dello Spirito che rimanda ad un altro e ad un oltre.
I discepoli lasciarono tutto: è indubbio che fu una questione di sguardi.
Fissatolo, lo amò…Seguimi…..
Il sentirsi guardati genera il desiderio di guardare, di uscire fuori da se. Ed ecco che il discepolo non può prescindere da quel primo sguardo, per poi guardare a sua volta.
Cosa vediamo intorno, fuori dalle nostre mura domestiche, fuori dall’appartamento?
Quando usciamo, mettiamo le lenti scure per paura che il sole ci ferisca gli occhi, senza pensare che c’è il rischio d’inciampare e di cadere, incuranti del pericolo e della gente che ci passa accanto.
Ecco, aprire la casa e far entrare la luce. Come fece Matteo, quando invitò Gesù a casa sua. Come fecero i discepoli di Emmaus, quando videro l’avanzare del buio.
Questo è il primo passo per guardare con i suoi occhi di cosa il mondo si nutre, quali cose ritiene essenziali.
Al mondo interessa non cosa, ma quanto consumi e se sei in grado di pagartelo, altrimenti affonda.
Una parte del mondo. La più ricca. Agli altri, che sono i più, non resta che sperare che cada qualche briciola dal tavolo del ricco Epulone.
Ma fa più comodo eliminarli quelli che non vengono bene, quelli che non sono in grado di provvedere a se stessi. Che senso ha lasciarli vivere? Che senso ha farli nascere se non sono ok?
Se ci scomodano, se ci sono di peso, se ci impediscono di vivere liberamente il nostro smisurato egoismo?
Hitler è un eroe dei fumetti, un artigiano da poco, perché ne ha mandato a morte solo sei milioni.
L’uomo non vuole soffrire e non vuole vedere soffrire, così si mette l’anima in pace, chiudendo gli occhi agli altri, perché non inorridisca incrociando il suo sguardo.
Quello sguardo di Dio che è posato su ognuno, se lo sono dimenticati, ce ne siamo dimenticati.
Anche Gesù, il Figlio ne ha avuto bisogno, il Discepolo, il Maestro che è stato risuscitato da quello sguardo.  ,
Ateseo, un blogger amico(studioso della Sacra Sindone e del telo del Volto Santo di Manoppello)ci ha creduto a tal punto da farcela vedere quella luce che ci parla di un amore più grande, l’amore di Dio che si moltiplica all’infinito, attravers
o gli occhi del Figlio.

(http://sindonesantovolto.splinder.com)

"SUL VOLTO DI CRISTO LA LUCE DEL PADRE"

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Lo sguardo

 

Per un mese non ci siamo stati, siamo andati in vacanza, dai problemi, dalle preoccupazioni, che ci affliggevano ogni giorno e che pian piano ci avevano fatto perdere di vista l’altro e l’oltre.
Avevamo bisogno di chi si occupasse di noi, di chi ci guardasse con un occhio di misericordia, di chi non giudicasse la nostra incapacità ad uscire fuori da noi stessi, per accogliere l’altro, per spezzare insieme tensioni, frustrazioni, povertà, debolezze, tutto.
Eravamo diventati giudici inclementi l’uno dell’altro, pur continuando a pregare il Signore che tutto questo finisse, che ci desse un’altra chance per riprovare ancora la meraviglia dell’inizio, per ricercarla lì dove si era nascosta.
La meraviglia dell’inizio, già, quella di cui ci aveva parlato Mons. Brambilla, in una catechesi indimenticanbile che ho imparato a memoria, sulla vita riconciliata, nel convegno della C.E.I. sul “Perdono in famiglia, come fonte di vita per il mondo”.
A mons. Brambilla, inaspettatamente incontrato sulla strada delle nostre vacanze alternative, ho detto che ancora la stavamo cercando, la meraviglia dell’inizio, e che ci era venuto il dubbio che non la trovavamo, perché non c’era stato inizio.
Ma anche se sembrava una battuta, aveva tutto il sapore di una verità dolorosa, di qualcosa che non ci era toccato.
Pensavo alla malattia che, appena sposati era venuta a visitarci e che aveva occupato pian piano uno spazio sempre più ampio della nostra casa, della nostra relazione di coppia, scalzando l’altro dai nostri pensieri, dalle nostre priorità.
Era quella la meraviglia dell’inizio?
Sicuramente no.
Ho pensato alla frustrazione di questi ultimi mesi, del sentirmi invisibile, scontata per tutti, anche per me, al desiderio di quello sguardo che mi aveva fatto riconciliare con la vita, con Gianni, con tutti quelli da cui mi sentivo tradita.
Era il 2000, quando accadde, la meraviglia di una luce che ti illumina e ti fa uscire dal buio.
Da quella luce Gianni fu investito e gli venne voglia di cercare la fonte.
Ma la strada è tutta in salita, anche se i più bei panorami li vedi quando sali.
Ne abbiamo, in questo nostro cammino, ammirati di panorami, di scorci suggestivi rubati ad un interruzione improvvisa del sentiero, ad una frana della roccia, ad un albero caduto che scopriva un pezzetto più ampio di cielo.
Ma è dura, è stata dura, da quando ci sono venuti a mancare gli ultimi puntelli a cui eravamo soliti aggrapparci: la salute, il lavoro, gli affetti, l’esperienza di un Dio provvidente e generoso.
Per fortuna che io ho potuto rubarmi, quasi ogni giorno, una messa, che non è poco, Gianni, se la faceva raccontare, ma non è la stessa cosa, nonostante anche lui se le rubasse in mezzo alla settimana, quando poteva. Ma il nostro rapporto di coppia languiva.
Come era possibile?
Avevamo proprio bisogno di chiarirci le idee, di farcele chiarire, di sapere se c’eravamo sbagliati a pensare che Dio ci aveva pensato insieme fin dall’eternità.
Così, con una decisione inaspettata che ha spiazzato tutti, amici parenti e conoscenti, specialmente quelli che erano abituati a contare su di noi e che ci davano per scontati, come suole accadere spesso nelle famiglie dove ci sono molti a prendere e pochi a dare, ce ne siamo andati via, lontano da sguardi indiscreti, al riparo da tutto ciò che potesse distoglierci dallo scopo della nostra fuga, a Loreto, la prima tappa del nostro percorso, organizzato dallo Spirito.
Un tour avvincente dove la guida era certa: Maria, la stella cometa che indica la strada per arrivare a Betlemme, nella stalla dove è stato deposto Gesù.
Perciò abbiamo scelto un luogo all’ombra della Santa Casa, come prima tappa, proprio perché chi, se non lei, ci avrebbe potuto aiutare a ritrovare lo spazio sacro nel quale gli sposi, incrociando lo sguardo Lo incontrano?
Ci eravamo veramente persi di vista, Gianni e io, impegnati, com’è consuetudine, a combattere fianco a fianco, la quotidiana battaglia, per la famiglia, la Chiesa, la sopravvivenza materiale, fisica e soprattutto spirituale, ma sempre meno disposti a guardarci negli occhi, per pigrizia, per stanchezza, per noia.
Eppure, da quando ce l’avevano raccomandato, avevamo persino cambiato i posti a tavola, mettendoci di fronte e spegnendo il televisore, quando era ora di pranzo.

Il tema del primo corso dal’1 al 5 agosto” Famiglia e impegno sociale”, non sembrava rispondere ai nostri bisogni, visti che di impegni in tal senso ne avevamo già tanti e il problema era quello di fare qualche rinuncia, per crescere e fortificarci come coppia, uniti dal Sacro vincolo del Matrimonio.
Ma il Signore a tutto aveva pensato, persino a farmi dare for fait dal primo giorno (non mi era mai capitato di abbandonare la sede di un convegno), sì che mi ritirassi in camera a pregare e meditare, mentre Gianni ascoltava, registrava e mi riferiva quanto veniva detto, sulle sfide del mondo da raccogliere, sfide ineludibili per chi ha scelto di seguire il Maestro.

Mentre mi parlava, sdraiata sul letto, il mio pensiero andava a quando ci eravamo incontrati la prima volta e lui mi aveva guardata e mi aveva scelta, lui per primo; al tempo che ci mise per dichiararsi, tre anni in cui non mi accorsi di nulla, al sì che gli risposi quando me lo disse, incredula che a me avesse pensato, un sì, perché in lui ho visto lo sposo fedele, nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.
Pensavo al posto che occupò nel mio cuore in quei cinque interminabili anni di fidanzamento, a quanto mi sembravano brevi i nostri incontri, quanto lunghe le attese di una lettera, di una telefonata.
La meraviglia dell’inizio! Lui al posto d’onore.
Adesso cominciavo a capire.

Mentre mi riferiva di Boffi, di Barbato e di Nicolli, i relatori del corso, ripensavo a quanta pazienza aveva avuto nell’insegnarmi le cose, a quanta dolcezza metteva nel correggermi dagli errori, specie quando si mise d’impegno a farmi da istruttore per insegnarmi a guidare la macchina.
Ma poi le cose sono cambiate e, con la scusa che ho più tempo libero, sono diventata io l’istruttrice e lui lo scolaro.
La malattia, questa volta, invece di dividerci ci ha unito ed è stata lo strumento per fare comunione, invertendo un ruolo che mi stava stretto e rischiava di soffocarmi.
E questo è il primo frutto di una preghiera incessante a Maria, perché ci aprisse la strada alla comprensione di una complementarietà che non vuol dire fissità e immobilizzazione in un ruolo che può diventare prigione.

Alla partenza, non ero consapevole di quello che mi sarebbe servito, ma Dio ci mette alla prova per chiarificare i nostri desideri (Dt 8,2).
Così è stato. Nel deserto la prima cosa di cui si sente il bisogno è l’acqua. Noi sapevamo che a Loreto ne avremmo trovata in abbondanza, perché l’acqua dello Spirito a fiumi scende dalla Santa casa di Maria, tanto da poterla raccogliere e conservare, anche ti trovi a fare gli esercizi spirituali di coppia a Montorso, e preghi nella cappellina di legno senza pretese, annessa alla struttura, o nella stanza disadorna ed essenziale, che ti è stata assegnata nella Casa Famiglia dii Nazaret, e della Basilica vedi solo in lontananza la sagoma illuminata di notte .
Ma io avevo bisogno di chi mi desse da mangiare, di chi si occupasse di me. Da tanto cercavo un pane che fosse commestibile, digeribile, un pane che non dovevo impastare con gli ingredienti delle incomprensioni, della fatica, del dolore, dello scoraggiamento, della paura, del silenzio di Dio.
Ero certa che la Madonna anche quest’anno ci avrebbe fatto un regalo e, quando ho visto che l’icona del convegno di “Vita nuova per coppie”era “La casa di Betlemme, casa del pane”, mi sono detta che non a caso eravamo capitati in quel luogo.
Di pane e di companatico ce ne hanno dato a Loreto, pane materiale e spirituale, quello di cui avevamo bisogno, quello che invano cercavamo a casa di condividere, senza successo.
Don Gerry ci ha dato il primo, da subito, quello della misericordia di Dio, chiamandoci insieme a confessarci.
Ci hanno spezzato la Parola tutti i relatori, (L’equipe nazionale del RnS per Famiglia), invitandoci, alla fine di ogni catechesi, a metterci di fronte, ad incrociare lo sguardo e a chiederci qual era il pane che una volta mangiato, potevamo dare in cibo anche agli altri.
Perché il problema non è quello di sopravvivere o di non morire con quello che il Signore ci dà, ma di dar da mangiare anche agli altri.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, era un miracolo possibile, se insieme avessimo ritrovato la gioia di penetrare ed essere penetrati dallo sguardo di Dio, se avessimo aperto le orecchie, gli occhi e il cuore alla manna che viene dal cielo.
A raccoglierlo c’era la nostra coppa, con i segni evidenti delle fratture, ferite rimarginate che avevano lasciato il segno, quella coppa che era stata estratta in frantumi dalle viscere della terra, sette anni fa, ma che la Grazia di Dio aveva reso più forte e preziosa, dopo che ci eravamo fidati di Lui, il Maestro, lo Sposo, il Compagno di viaggio che abbiamo invitato a restare con noi.
Quando ci avevano consegnato pennelli e colori, non sapevamo che sarebbero serviti a dipingerla sul grande lenzuolo, accanto all’icona dell’Annunciazione, lenzuolo su cui ogni coppia aveva dovuto rappresentare il suo “Io coniugale”.
Il magnificat di coppia è stata la naturale preghiera sbocciata nel terreno dissodato e arato con cura dagli infaticabili operai della vigna del Signore.
Il 10 agosto, nella cripta sotto la Santa Casa, all’offertorio, oltre al pane e al vino, abbiamo offerto i nostri corpi nella danza sacra che si è snodata davanti all’altare, danza a cui abbiamo partecipato anche noi, nonostante gli anni e gli acciacchi, avendo ricevuto il mandato di essere segno della tenerezza di Dio, lo Sposo e la Sposa che in silenzio si comunicano l’amore attraverso lo sguardo.
Dopo la messa ad ogni coppia è stato consegnato un pane racchiuso in una scatola trasparente, il dono che noi dovevamo portare agli invitati alle nozze.

”Spezzato per voi e per tutti…”c’era scritto, ma noi il seguito lo conoscevamo, perché la messa non era finita.
“Fate questo in memoria di me…Date voi stessi da mangiare” sono state le parole non scritte, ma che abbiamo sentito forte risuonare nel cuore, quando abbiamo ricevuto quel segno, parole che ci sembravano incomprensibili o inattuabili solo una settimana prima.
Vogliamo lodare e benedire il Signore perché ci ha chiamati ancora una volta a guardarci negli occhi per riscoprire  l’Amore.

Il 13 settembre del 1971 ci siamo sposati. Sono 36 anni che stiamo assieme. Il regalo dell’anniversario ce lo siamo fatti in anticipo, andando a Loreto. Ma quel pane vogliamo donarlo anche a voi, a tutti quelli che non ci sono potuti venire.

L'alba sul Corno Piccolo

 

Prati di Tivo Pietracamela (Te)
Sfogliando il diario
Domenica 26 agosto 2007
Sono le 6 del mattino e dalla finestra dell’Hotel Miramonti, che ci ospita in occasione del Convegno:"La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua", si può ammirare il Corno Piccolo, la seconda cima in altezza del massiccio del Gran Sasso.
Mi sembra maestoso e imponente più del solito, questa mattina, perché il cielo è sgombro si nubi e i suoi contorni si stagliano nitidi nel cielo.
L’alba per me è momento magico, perché è carico di attesa e, più di ogni altro momento della giornata, è visibile il graduale emergere delle cose dal buio, il loro prendere forma e colore, via via che il sole si alza nel cielo dissipando le ombre della notte, sia che da casa mia lo veda affacciarsi tra i rami degli alberi, annunciato dal canto degli uccelli e dalla leggera brezza che muove le foglie, sia che lo aspetti sul dondolo della casa in collina, mentre illumina la Bella Addormentata, senza svegliarla, sia qui dove posso osservarne più da vicino le fattezze del viso…
Siamo, infatti, nella faccia di quel capolavoro naturale che, da lontano, sembra un pezzo unico, forgiato da un artefice sommo.
Qui, da quando abbiamo cominciato a venirci, alla fine di agosto, per partecipare ai convegni regionali di Pastorale famigliare della CEAM, abbiamo imparato tante cose.
Non siamo uguali dalla prima volta, quando, senza essere stati invitati, ci presentammo per saperne di più sul progetto di Dio sulla famiglia e sull’uomo.
Era il 2001 e ci trovammo don Giancarlo Grandis, che ci aveva fatto impazzire, per capirci qualcosa, nel corso di Antropologia tenuto a Loreto, in agosto dello stesso anno.
Quando lo vidi, al bar dell’albergo, sarei voluta scappare, come quest’anno, quando ho saputo che il relatore del convegno e responsabile dei laboratori era il dott. Pietro Boffi, del CentroInternazionaleStudiFamiglia, lo stesso che a Loreto, tre setttimane fa, mi ha fatto dare for fait, (era la prima volta che mi capitava), con un discorso pieno di numeri e di citazioni.
Boffi me lo sono ritrovato a tavola, a mangiarci insieme e, come accadde per Grandis, mi sono resa conto che le persone le devi ascoltare più di una volta, per dare giudizi e trarre conclusioni.
Come allora ho ringraziato don Giancarlo per avermi dato i pilastri antropologici su cui fondare le conoscenze future, così ho fatto con Pietro Boffi, che mi ha aperto la mente su qual è il problema da affrontare nell’emergenza famiglia.
I numeri li si può leggere in tanti modi e lui li ha scomposti, quelli che i mass media ci propongono con esagerato allarmismo.
La famiglia esiste e funziona: famiglia come rete di relazioni, che creano benessere, comunione, condivisione, solidarietà e tutto il resto, perché chi si sposa non taglia i ponti con la famiglia d’origine, anzi ne continua a dipendere e, all’occorrenza, se ne fa carico.
I conviventi che rifiutano il matrimonio sono solo il 2%, tutti gli altri convivono in attesa di sposarsi, considerando il matrimonio, naturale sbocco del loro rapporto.
Il problema sta nella paura ad assumersi responsabilità definitive, paura ad affrontare vie senza ritorno.
“La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua”è lo slogan su cui si sono innestati tutti gli interventi.
Comunicare al mondo che ne vale la pena, che è bello, utile, buono e salutare sposarsi, è il compito di ogni coppia che abbia incontrato il Risorto e si sia sentita chiamare per nome.
Mons.Brambilla, preside della facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, da poco nominato vescovo ausiliario di Milano, ci ha parlato della linea d’ombra che si stende attorno agli sposi, chiusi nell’appartamento.
Si vive appartati, isolati e, quando si esce fuori, la rete di relazioni intessute all’interno della famiglia è sostituita dalle logiche del consumismo e della produttività, celebrate nelle grandi cattedrali mediatiche dove tutto  porta alla disgregazione e alla negazione della nostra vera e unica identità di figlio di Dio.
Bisogna umanizzare lo spazio fuori dall’appartamento, ci è stato detto, per vivere da uomini liberi all’interno della propria casa.
La Famiglia con i suoi stili di vita può e deve creare la rete che non rende impossibile l’emergere di una verità che oggi sembra solo utopia.
Guardo il sole che pian piano, dopo aver scoperto la cima brulla, bianca e rocciosa del monte che mi sta davanti, sta scendendo ad illuminare quella coperta dalla bassa vegetazione. Tra poco sarà sugli alberi, le querce e i lecci, che prolificano man mano che si scende sul pianoro antistante l’albergo.
Penso alla luce che siamo chiamati a portare al mondo.
Mentre aspetto che Gianni si svegli, osservo la luce che dapprima fa emergere le parti più dure, più inospitali ripide e difficili da scalare di questo monte, poi sfiora l’erba, gli alberi situati più in basso, quelli  che ieri hanno ospitato i laboratori di discussione all’aperto di questo convegno, (La sobrietà, Rispetto dell’ambiente, Conflitti e mediazioni, Culture diverse, Religioni diverse, La vita buona), poi arriva alle case e agli alberghi, i luoghi coperti e appartati, dove deve arrivare l’annuncio.
Quando siamo arrivati, mi sono chiesta perché le Beatitudini sono  state prese come filo conduttore di questo convegno. Nelle lodi del mattino, nei vespri della sera, nella preghiera in camera degli sposi c’era una beatitudine da meditare.
Il sole, che ormai è arrivato ad illuminare anche il balcone della stanza che occupiamo e tra poco entrerà dai vetri della finestra, mi ha aperto gli occhi sul perché di una scelta così incomprensibile.
Mentre mi lascio scaldare dai raggi tiepidi che mi accarezzano la pelle intirizzita dal freddo della notte, il pensiero va al mondo irrigidito dagli schemi della cultura dominante, al mondo che ha bisogno di essere rischiarato e illuminato dal discorso della montagna.
Penso alla responsabilità di noi coppie, chiamate a salire sul monte, lasciando a valle i nostri bagagli, per meditare sulle "Beatitudini", a quanto ci dobbiamo sforzare per viverle nella nostra vita dentro e fuori delle mura domestiche, per essere testimoni credibili della gioia di un incontro che trasforma la vita.
Il sole tornerà a rischiarare questo monte: ma noi non ci saremo domani ad ammirare i chiaroscuri creati dalla luce che sale pian piano nel cielo.
Scesi a valle, nel cuore conserveremo il ricordo di scalate ardue e difficili, di incontri imprevisti e imprevedibili, di parole consegnate ad ogni coppia, per raccontare al mondo intero la meraviglia del mattino di Pasqua.