Un bicchiere di acqua fresca.

“Un bicchiere di acqua fresca”.
L’omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d’acqua fresca che ognuno di noi deve dare all’orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po’ di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L’acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere, è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all’acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l’acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c’era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un’acqua che anch’io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure… a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell’acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell’acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d’acqua fresca.
Se uno ti dà un po’ d’acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l’olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco…”
lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell’offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona….
“La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…”
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l’acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare.

“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome… non perderà la sua ricompensa.”(Mc 9,41)

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Misericordia


“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”.

Meditazione sulla liturgia di domenica della VII settimana del Tempo Ordinario anno C
“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”.


Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare per questo nuovo giorno che mi doni, un giorno speciale, la domenica, l’inizio di una nuova settimana dove tu ci aspetti per donarci tutto ciò di cui abbiamo bisogno per affrontarla e viverla nel tuo nome e far risplendere la tua gloria.Grazie Signore perché ci hai donato un’altra opportunità per entrare per sempre nel tuo tempio santo e mai allontanarcene.Grazie per il dono della Santa Eucaristia, il dono della tua Parola che ci dà le indicazioni giuste per rimanere nel tuo amore, per avere pace, serenità e gioia senza fine.Grazie perché non ti stanchi mai di perdonarci, di accoglierci, di amarci, anche quando ci allontaniamo da te, quando ti dimentichiamo, quando ci facciamo un dio a nostra immagine e somiglianza.Grazie Signore per il sole, per la luna, per il cielo e per le stelle, per la nostra sorella acqua mite e umile che scorre in abbondanza nelle nostre vene, nel nostro corpo.Grazie perché la Parola che esce dalla tua bocca è infallibile e fonte di ogni consolazione anche quando è amara e dura da digerire.Non è un caso che ci hai pensati bisognosi di acqua, ci hai fatto fare esperienza dell’acqua nel seno di nostra madre, grazie perché nell’acqua si sviluppano gli organi dell’udito e si rimane muti per ascoltare la voce di chi ci vuole bene e si prende cura di noi.Grazie Signore perché con le parabole della vita ci parli del tesoro del cielo, grazie perché comprendiamo quando sia importante ascoltarti più che parlarti.Noi siamo tuoi figli Signore, gregge del tuo pascolo.Dove andremo? Tu solo hai Parole di vita eterna!E oggi ci porti a riflettere su ciò che è prioritario nella nostra vita, fatta di parole inutili, per essere una cosa sola con te e con i fratelli.Grazie perché tu ci hai dato per primo l’esempio, grazie perché continui a perdonare le nostre mancanze di amore, grazie perché ci educhi pian piano ad avvicinarci ai fratelli che non amiamo, senza pregiudizi, senza rancori, consegnandoci tuoi occhi e il il tuo cuore per vederli e amarli come fai tu.Una nuova settimana comincia. Fa’ che il precetto festivo non diventi un dovere, ma un’esigenza insopprimibile, per fare incetta di grazia, per riportare a casa come nella moltiplicazione dei pani, ceste piene di tenerezza, di amore, di perdono, specialmente verso quei fratelli che ci riesce difficile se non impossibile amare.Grazie Signore perché non ci fai mai mancare il tuo aiuto quando ti chiediamo il pane quotidiano, il dono del tuo spirito, quando ami al posto nostro, quando ci metti tutto te stesso perché il nostro timido e non sempre convinto sì diventi testimonianza di un amore più grande, che ci sovrasta e ci penetra, rendendoci capaci di somigliarti.

TRADURRE

Santi Cirillo e Metodio


” Io ti ho posto per essere luce delle genti”

I santi di cui oggi celebriamo la festa sono grandi e per questo ricordati in quanto si fecero carico della difficoltà intrinseca che aveva la Parola di Dio e la liturgia ad essere presa in considerazione dagli slavi che non conoscono nè il latino, nè altra lingua che non sia la loro.Cirillo e Metodio si misero d’impegno a tradurre tutto ciò che era necessario, Sacra scrittura e Liturgia in lingua slava, così che la gente potesse più avvicinarsi e comprendere il messaggio racchiuso in uno scrigno di cui non si ha la chiave.E’ giusto che siano stati proclamati patroni d’Europa insieme a San Benedetto e non solo, perchè con il loro impegno favorirono la nascita del nuovo continente all’insegna di un unico credo.Purtroppo si fa ancora tanta fatica, da parte di chi ha in mano il potere, ad ammettere le radici cristiane dell’Europa.Ma io questa mattina mi voglio soffermare sull’importanza di tradurre , (dal latino “trans-ducere” portare, condurre oltre) chi non parla la nostra stessa lingua, e viceversa sì che possa avvenire l’incontro.Con chi?Con la verità che ci abita, la verità che solo la luce di Cristo può rischiarare.Ci sono persone che si rapportano con Dio non con la testa ma con il cuore e di conseguenza ricevono da Lui la capacità di tradurre ed essere tradotti senza sforzo che non sia l’affidamento totale a LUI, che per farsi capire annullò se stesso fino a morire per noi.Leggendo il Vangelo di oggi in cui Gesù manda altri 72 a preparargli le strade, mi viene in mente una conversazione che di recente ho fatto con una persona a cui sono molto affezionata, sul dovere e il piacere di andare a Messa.Mi ha chiesto se ci dovevo andare per forza, perchè lei si annoia per la ripetizione di formule e di gesti incomprensibili, come anche di parole e di omelie alle quali non si sente interessata.Le ho risposto che anch’io la pensavo come lei e che, quando suo padre cominciò ad andare a messa, io lo giustificai dicendomi che da lì si vedeva che aveva un tumore al cervello.Così è stato per la messa, che se non hai un traduttore, un libretto d’istruzioni, una recensione, come accade quando vogliamo vedere e capire un opera d’arte.C’è quindi bisogno di traduttori, perciò Gesù chiama altri 72 e continua a chiamarci uno per uno.Non dobbiamo andare lontano, ma assicurarci che chi ci sta più vicino sia in grado di decodificare i messaggi che noi gli mandiamo, partendo però non da loro ma da noi che per primi ci dobbiamo mettere in ascolto e diventare l’altro per capire quale lingua gli hanno insegnato, che latte ha preso, come è stato amato.Conoscere la lingua dei nostri interlocutori è essenziale per farci capire e per mediare la Parola di Dio nei loro cuori.Oggi Signore ti voglio pregare per tutti quelli che si sforzano di annunciare il tuo regno e trovano tante difficoltà che solo tu puoi aiutare a superare.

“Sulla tua parola getterò le reti” ( Lc 5,5)

Gettate le vostre reti per la pesca” ( Lc 5,4)
“Sono un uomo dalle labbra impure!” dice Isaia, “Signore allontanati da me che sono un peccatore!” dice Pietro al vedere l’effetto della parola del Signore.
Straordinaria la Parola del Signore perchè ti cambia la vita, ti mostra come non bisogna essere bravi per essere assunti come operai della sua vigna.
Basta fidarsi di lui perchè è lui che ci rende bravi, coraggiosi, capaci, intrepidi, santi.
E’ incredibile come questo possa succedere a noi che, da quando cominciamo a capire qualcosa, pretendiamo di fare, di dire a nostro piacimento, di agire senza che nessuno ci comandi perchè vogliamo essere noi artefici del nostro destino.
Le leggi imposte sono sempre pesanti e io ricordo con quanta poco entusiasmo per non dire rabbia mi sottoponevo a ciò che i grandi mi imponevano e, se ho raggiunto le mete dell’indipendenza agognata, lo debbo proprio all’insubordinazione ai gioghi che mia madre, mio padre, i miei educatori mi imponevano.
Non parliamo poi di quello che sentivo pesarmi di più, il giogo della legge di Dio.
Con Lui non potevo barare anche se ci ho provato più di una volta, mentre i miei spesso e volentieri li ingannavo e non subivo le conseguenze della mia disobbedienza.
Con Dio era un’altra cosa perchè il suo occhio era sempre aperto, fisso su di me e non c’era posto dove nascondermi.
Un incubo come le fiamme dell’inferno che sentivo sempre in agguato.
Peccato che di Dio mi sia stata data un’informazione così distorta, peccato che l’incontro sia avvenuto così tardi, avevo 56 anni, che non è poco!
Eppure non avviene subito quello che avvenne per Isaia e per Pietro, perchè ci è voluto del tempo e tanta frequentazione per riconoscermi peccatrice, dalle labbra impure, incapace da sola di fare qualcosa di buono e di utile e fecondo.
Ricordo che siamo partiti alla pari, quando il mio sguardo si è posato sul crocifisso, con quel ” Pure tu!” che la dice lunga sulla mia presunzione di essere come Lui.
Per fortuna o meglio per grazia il Signore non si è formalizzato sul modo con cui l’ho apostrofato e come una madre che si accorge che il suo bambino è salito molto in alto e rischia di cadere e lo pende in braccio e pian piano lo riporta giù perchè impari a camminare lì dove può senza farsi male, essendo ancora troppo piccolo per certe escursioni.
Con me il Signore ha usato una delicatezza senza pari e mi ha preso così come ero, piena di me e di idee preconcette.
Da subito mi ha incuriosito, attratto quello che diceva, perchè puntuale, anche se non immediato, era il riscontro nella mia vita.
Oggi, leggendo il vangelo mi ritrovo nell’esperienza dell’essermi affaticata invano, esperienza di sconforto e di delusione che viene dopo tanti sforzi non approdati a niente.
C’è un momento della vita in cui capisci che se non cambi posizione sei destinato a rimanere a mani vuote e a piangere sul latte versato.
Ciò che ti fa cambiare posizione, punto di vista, punto di partenza, è la Sua parola che ti indica per chi e perchè devi faticare, spenderti, metterti a servizio.
Mio padre diceva sempre, quando andava al lavoro, ( Faceva il capostazione)salutandoci, che andava a servizio.
Io non mi sono mai sognata di pensare così il mio lavoro di insegnante e il servizio se mai lo facevo a me stessa per sentirmi brava, sempre migliore rispetto ad altri insegnanti e nel giudizio degli alunni, delle famiglie, dei miei colleghi.
L’idea della bravura era stata consolidata da mia madre che per farmi fare le cose che i miei fratelli non potevano sapevano volevano fare mi stimolava dicendo” Tu sei brava, solo tu ci riesci!”
La bravura è stata la mia fregatura, perchè per dimostrarlo a me stessa e agli altri mi sono sfiancata, rotta le ossa, affaticata invano.
Ma quest’ultima cosa me l’ha fatta capire Gesù che si è chinato alla mia altezza e mi ha ripulito da tante zozzure e mi ha preso nella sua casa perchè imparassi che significa essere servi inutili.
La percezione di non essere all’altezza della persona che hai di fronte non è automatica.
Bisogna frequentarla , ascoltare quello che ti dice , vedere quello che fa e credere che, anche se le sue parole ti scomodano, il suo fare ti scandalizza, devi con fede e umiltà aspettare la verifica che arriva sempre, verifica che ha sempre ragione, che il suo più grande interesse siamo noi, sono io, è l’uomo e che non farebbe nulla se non fosse certo che è per il suo bene.
Non è semplice riconoscersi peccatori se non dopo aver sperimentato la sua misericordia, la sua grazia.
Solo se ti apri ad accoglierla ti senti invadere da una pace che non si misura, da una gioia che dà luce a tutto ciò che ti circonda e ti fa sentire insopprimibile il desiderio di metterti a suo servizio.
In questo cammino Maria è la maestra infallibile che mi aiuta a vivere con umiltà la grazia di cui il Signore ogni giorno mi riempie

Partire

Meditazione sulla liturgia di
giovedì della IV settimana  del Tempo Ordinario
anno dispari
Letture: Eb 12,18-19.21-24;Salmo 47; Mc 6,7-13
“Essi partiti, proclamarono che la gente si convertisse”(Mc 6,12)
Partire è la risposta ad un mandato che viene dal Signore.
Noi abitiamo in una zona della città, che io sono solita chiamare”Reparto partenze”, perchè la nostra casa è vicina alla Stazione, alle Poste, all’Ospedale e al Cimitero.
Tutti luoghi che evocano momenti di vita o di morte a seconda della posizione in cui ti trovi.
La Stazione è luogo di partenze e di arrivo come le Poste , come l’Ospedale.
Il cimitero è un luogo fermo all’apparenza, un luogo immobile e muto, ma forse è quello dove incontri la verità, quella che occhi non vedono e orecchie non odono, quella che mette in funzione gli strumenti più nascosti dell’anima.
A me piace partire, non mi piace stare ferma, mi piace anche arrivare perchè nel primo e nel secondo caso è contemplato un cambiamento di posizione, una novità da scoprire a cui attingere per proseguire il cammino.
Non amo andare al cimitero e la scusa è che non ce la faccio, che non posso camminare, che i miei cari li posso pregare anche stando qui seduta in poltrona.
Ma gli occhi sono fatti per vedere e le orecchie per ascoltare e, se vai al cimitero, non pensi solo ai tuoi morti, ma ti parlano di più le tombe, quelle coperte di fiori freschi e quelle abbandonate, quelle su cui nessuno più piange e quelle attorno alle quali si intessono preghiere e discorsi, si condividono pene, agonie, strappi, mutilazioni violente, inconsolabili, dove potresti intessere un poema sulla bellezza e sublimità del vangelo, dove si rende visibile Dio attraverso la corrispondenza d’amorosi sensi o dove Dio sembra non abitare per l’ingiustizia di tante vite.
Un tempo andavo al mare per scrivere a Dio il mio poema, ma da qualche tempo sono distratta dalla posizione lontana dall’infinito cosparso di scintillanti, perchè l’ombrellone è in ultima fila e non vedo nulla e perchè i miei vicini sono mattinieri e hanno voglia di parlare.
Forse, se trovo una panchina, è bene che pensi di andare in un cimitero per collegarmi con Dio e con le pene degli uomini, contemplando la croce, il segno inestinguibile della vittoria di Cristo sul male.
E’ facile lodare, benedire e ringraziare il Signore davanti alle bellezze della natura, il creato incontaminato come lo è il mare al mattino quando il sole con i suoi raggi lo accende di scintillanti.
Ma la sfida e il compito è quello di elevare a lui una lode ancora più grande davanti a ciò che non vedi non senti non tocchi, perchè è nell’uomo vivente che si manifesta.
La fede ci induce a credere che, se Gesù è risorto, anche noi risorgeremo e che il cimitero è un luogo dove ci si riposa, si dorme, in attesa del Suo ritorno.
Tu dici Signore che non entreranno nel tuo riposo i malvagi e io mi auguro di non essere tra questi, anzi vorrei che l’inferno fosse vuoto e che tutti potessero godere dell’eredità che hai promesso ai tuoi figli.
Io non sono brava Signore, nè a parlare nè a tacere, non sono costante nella preghiera e non riesco a vivere staccata dalle cose del mondo,  anche se mi attraggono molto meno di prima.
Non amo soffrire nè riesco sempre ad offrirti il mio dolore, faccio fatica a dire” Sia fatta la tua volontà” specie quando il dolore non mi dà tregua.
Ai tuoi discepoli tu hai dato il potere di scacciare gli spiriti impuri e io penso di averne bisogno.
Ma di persone che incessantemente preghino su di me Signore non ce ne sono.
Saltuariamente trovo qualcuno che si muove a pietà.
La mia ancora di salvezza sei tu Signore, sacerdote perenne, Maria associata al tuo ministero sacerdotale e poi i miei cari che mi hanno preceduto e che oggi per me operano molto più efficacemente per il mio bene di quanto fecero in terra.
La destinataria dell’annuncio questa mattina sono io e voglio accogliere nella mia casa la Tua Parola mettendomi in ascolto e aprendoti il cuore.
Signore  aiutami a  non legarti le mani, a farti spazio, ad essere docile ai tuoi insegnamenti.
Fa’ che nessuno dei tuoi discepoli se ne vada dalla mia casa scuotendo la polvere dai sandali.
Rimani Signore dentro di me, donami il balsamo della tenerezza, l’olio della compassione, il profumo della condivisione e del servizio, fa’ che io mi lasci guardare da te, che non mi vergogni delle mie vesti lacere e sporche, delle mie nudità, delle mie ferite sanguinanti.
Signore aiutami a non avere fretta, a saper attendere il mio turno, a riempire di te ogni momento della giornata.
Che mai dimentichi quando sei venuto a visitarmi.

“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della IV settimana del Tempo Ordinario.
“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)
Il brano del Vangelo di oggi ci presenta due miracoli di Gesù incastonati l’uno nell’altro, miracoli che hanno alla base la fede dei postulanti.
Giairo intercede per la figlia, che sta morendo.
Fa effetto che a rivolgersi a Gesù sia uno dei capi della sinagoga, un personaggio che si distingue tra quelli che erano al potere e che manderanno a morte Gesù.
Giairo si sposta, non aspetta che Gesù vada da lui, lo raggiunge lì dove pensa sia, vista la folla che gli si era radunata attorno.
E’ un padre angosciato, ha bisogno di aiuto, è disposto a tutto, specialmente è disposto ad aspettare, cosa che non tutti siamo capaci di fare.
Quando siamo in difficoltà, nel bisogno, ci rivolgiamo a Dio chiedendogli aiuto, ma non siamo mai disposti ad aspettare più di tanto, specie se qualcuno ci passa avanti, come accade nelle cose del mondo, quando il”c’ero prima io!” è la reazione irritata di chi si sente scavalcato e messo da parte.
Giairo ci commuove con la sua mitezza, la sua umiltà che fa da contrasto al tumulto del cuore, per una figlia che sta morendo, per qualcosa davanti a cui sente tutta la sua impotenza.
Giairo prega prima e durante l’attesa, ha fiducia in Gesù e la sua fede risuscita la figlia che tutti credevano ormai morta.
Attraverso la fede l’emorroissa si vede liberata dai mali del corpo e dell’anima.
La donna viene guarita due volte e la seconda è un resuscitare dai morti attraverso la potenza salvifica di Gesù.
In entrambi i personaggi notiamo due momenti, quello della ricerca di aiuto nella persona di Gesù, e quella delle conseguenze di una perseveranza che passa attraverso una riflessione su quanto accaduto(l’emorroissa) o una perseveranza nell’attesa che premia chi chiede.
Gesù trasmette la vita, una vita che si manifesta in uno svegliarsi dal sonno( Svegliati, svegliati Sion, metti le vesti più belle…) o un cessare di perdere la vita attraverso un sangue che fuoriesce dalla persona e non nutre le cellule del corpo.
Molti di noi vivono addormentati o fiaccati, indeboliti dalla perdita di energie usate in modo sbagliato.
I personaggi descritti dal vangelo di oggi ci portano a fare delle riflessioni sul nostro rapporto con gli uomini e con Dio.
Il capo della sinagoga è nel bisogno, lo riconosce e, nonostante ricopra un incarico importante, non si avvale di raccomandazioni, non pretende che Gesù si sposti, ma gli va incontro con umiltà e lo invita a casa sua perchè imponga le mani sulla figlia che sta morendo, la tocchi perchè il soffio di vita passi da Gesù alla piccola.
Ma Giairo fa di più. E’ un uomo che sa aspettare e non si indigna del contrattempo che ritarda l’intervento del “Maestro”, perchè si fida di lui e confida in lui.
Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto nelle stesse condizioni in cui si trovava quel padre disperato?
E poi c’è una povera donna, mischiata alla folla, una donna che pensa di passare inosservata toccando il mantello di Gesù. Ma si sbaglia.
Gesù vede quello che altri non vedono, scruta i cuori, percepisce la fede che guarisce qualsiasi sia lo strumento di cui ci si serve per arrivare a lui.
Una donna che perde sangue non è in grado di dare vita a nessuno.
Gesù non la vede ma sente che quel tocco alla veste ha sprigionato un’energia che risuscita.
La donna viene guarita dal male fisico per la sua fede semplice, primordiale, poi però viene immessa nel fiume di grazia che rende capaci di vita chi, spogliandosi di tutto, consegna al Signore il suo cuore.